Studio di psicologia e psicoterapia - Dott.ssa Montemurro Simona

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Studio di psicologia e psicoterapia - Dott.ssa Montemurro Simona Psicoterapia relazionale: Psicoterapia individuale, familiare e di coppia

16/01/2026

MENTRE CADONO LE STELLE: UN ROMANZO PER "COSTRUIRE LA PACE"

Oggi è uscito questo libro qui in tutte le librerie.

Lo ha scritto Barbara Tamborini, la mia compagna di vita ed è naturale che io ne sia un sostenitore. Però posso dire a tutti coloro che seguono il nostro lavoro, che se decideranno di leggerlo, ne resteranno rapiti.

E’ un romanzo che ha per protagonisti tre giovanissimi: Alex, Max e Sophia. Vivono in un paese dell’Ucraina dove la guerra non arriva con bombe che scoppiano in strada, ma ogni giorno si fa sentire per la paura, l’ansia e l’allarme con cui occupa il cuore di tutti.

E’ un romanzo in cui ci sono scuole in cui suona la sirena che obbliga tutti a interrompere le lezioni per andare a rifugiarsi nel piano sottoterra. Parla di mamme che devono partire per fare le badanti e accudire i genitori dei genitori occidentali, i quali vivono spesso “schiacciati” tra la cura per i figli e quella per i genitori anziani.

In Italia c’è un numero enorme di donne come la mamma di Alex e Max che è obbligata a fare “la mamma da remoto”, perché per garantire una vita degna di questo nome ai propri figli, ha dovuto privarli della sua presenza in carne ed ossa. Quante “mamme da remoto” abitano in Italia, mamme che per i loro figli sono fatte di “pixel” durante la maggior parte dell’anno, per poi diventare mamme in carne ed ossa un mese all’anno?

Questo romanzo dà voce anche a loro. Maryna, che ne è co-autrice con Barbara, è una mamma ucraina che, all’inizio della guerra è venuta in Italia cercando un lavoro come badante e che è entrata nelle nostre vite e nella nostra famiglia. Mentre noi genitori occidentali cresciamo figli preadolescenti che devono fare i conti con l’eccesso di controllo e protezione degli adulti di riferimento, questo romanzo racconta l’altro lato della medaglia. Ovvero, le sfide educative e di crescita di ragazzi e ragazze che vivono in una nazione in guerra, anche quando quella guerra non ti entra nella vita con soldati e carri armati, ma con la paura dei droni e del rumore delle bombe che senti alla distanza, di cui parlano senza sosta i telegiornali.

Cosa vuol dire vivere con una mamma da remoto? Con le sirene che lanciano l’allarme “bomba” all’improvviso, interrompendo ogni cosa che stai facendo? Cosa vuol dire attendere l’arrivo del pacco pieno di buone cose che la tua mamma ha potuto comprare nel supermercato della nazione in cui vive e lavora come badante? E cosa succede nella vita di un villaggio, quando un tuo vicino di casa parte per la guerra e torna “inscatolato” in una bara?

E’ intorno a queste domande che ruota la trama del romanzo, dando vita ad emozioni che prendono per mano il lettore, sia quello adolescente che quello adulto. Dentro a questa cornice narrativa, un giorno accade un fatto – apparentemente piccolissimo – ma dalle conseguenze enormi. Un bambino, nel corso di un gioco – fa accidentalmente male ad un altro bambino, figlio di un potente di quella provincia. Così, i grandi si trovano ad affrontare una guerra tra famiglie in una nazione che vive una guerra tra stati. Saranno i giovanissimi ad insegnare agli adulti come si costruisce la pace.

Questo romanzo racconta la vita, le relazioni familiari, il bisogno di pace. Soprattutto insegna che la potenza dell’Amore è più deflagrante di quella della guerra.
E’ un libro che aiuta a guardare il futuro con speranza, anche quando la paura sembra vincere su tutto.

“Quando cadono le stelle” ha questo titolo perché è un libro che non smette mai di farti cercare dentro un cielo stellato l’emozione delle stelle che cadono per poter esprimere nuovi desideri di bellezza e di vita, anche quando tutto intorno a te sembra ostile.

E’ un libro che vi toccherà il cuore, ancora più bello della splendida copertina con cui è entrato in tutte le librerie da oggi. Da regalarsi e regalare ad un figlio o da leggere con i propri studenti. Se pensi che qualche altra persona possa essere interessata a questo messaggio, condividi questo post.

Tra qualche giorno, un’altra bellissima novità in arrivo. Per ora, “Mentre cadono le stelle” è il nuovo libro di Barbara Tamborini, Salani editore.

16/01/2026

LA PARANOIA

La clinica psicoanalitica nasce per il trattamento della nevrosi. Secondo Freud, infatti, non era possibile sottoporre a trattamento analitico i casi di psicosi. La ragione di questa esclusione risiedeva nella convinzione che i soggetti psicotici non potessero sviluppare il transfert nei confronti dello psicoanalista.

Tuttavia, le generazioni successive di psicoanalisti hanno lavorato molto nell’ambito della psicosi, declinando la tecnica e facendo passi avanti nella teoria.

Possiamo individuare tre principali tipologie di psicosi: la melanconia, la schizofrenia e la paranoia.

Con melanconia si intende la forma psicotica che può assumere la depressione; la schizofrenia invece si concentrerebbe su una profonda alterazione del rapporto del soggetto con il corpo, con le percezioni e i propri pensieri; infine la paranoia avrebbe a che fare con lo strutturarsi di una radicale contrapposizione tra l’Io del soggetto psicotico ed un Altro malvagio che lo perseguita.

Secondo Freud, nella lettura che ne fa Lacan, queste tre diverse forme di psicosi sarebbero caratterizzate dalla prevalenza di un medesimo meccanismo, chiamato “preclusione” o “forclusione”.

Vi sono tre struttura di personalità, ciascuna organizzata intorno ad un certo meccanismo difensivo che regola il rapporto tra pulsione e realtà: la “nevrosi” si strutturerebbe attorno al prevalere della “rimozione”; la “perversione” sarebbe invece basata sul meccanismo di “negazione”; infine la “psicosi”, come abbiamo detto, sarebbe legata alla “preclusione”.

Con “preclusione” si intende l’assenza della “rimozione simbolica del moto pulsionale”; mancando il trattamento simbolico della pulsione, il soggetto si trova travolto dallo strapotere dell’Es, che ritorna direttamente nel reale nella forma persecutoria dell’Altro onnipotente, dell’allucinazione o della percezione di disgregazione del corpo.

Ciò determina la perdita di confini tra interno ed esterno, tra soggetto e oggetto, alterando la percezione della realtà.

Un effetto generale della preclusione è la perdita della dimensione ordinaria del senso nel mondo: il soggetto si trova disorientato, davanti ad un mondo enigmatico che suscita in lui prima perplessità poi angoscia.

La paranoia è un modo di trattare questo strapotere dell’Es, cercando nel mondo colui che incarna l’Altro maligno che perseguita senza sosta il soggetto con l’obiettivo di distruggerlo.

Il mondo del paranoico è “sovraccarico di senso”: tutto prende la forma di una persecuzione. Il soggetto colloca quindi integralmente “il godimento nel campo dell’Altro”, come direbbe Lacan.

Il paranoico cerca di porre un freno al godimento di questo Altro malvagio, creando un delirio: in questo delirio di “innocenza” e “purezza” il paranoico crea un sistema che può essere molto persuasivo e capace di contagiare un’intera collettività, come la storia del secolo scorso dimostra.

Attraverso il delirio, il paranoico cerca di trovare un nuovo equilibrio e di limitare l’invadenza distruttiva ed irresistibile dell’Altro.

Nella paranoia, il soggetto si coagula integralmente intorno al suo Io, rifiutando radicalmente ogni forma di ambiguità, di divisione ed incertezza; possiamo dire che a scomparire, nella paranoia, è la possibilità stessa che esista l’inconscio.

Il paranoico, quindi è una figura della certezza: la certezza delirante che un altro malvagio (il vicino, una minoranza, lo straniero, Dio) perseguiti il soggetto, innocente e chiamato a difendersi.

L’articolo completo è disponibile sul sito.

Per approfondire:
-Massimo Recalcati – “Il colloquio clinico”;
-Luigi Zoja – “La paranoia”;
-AAVV – “Frontiere della Psicoanalisi – Paranoia”.

15/01/2026

«La coscienza è ammaestrabile come un pappagallo, non così l'inconscio. Per questa ragione sant'Agostino ringraziò il Signore di non averlo reso responsabile dei propri sogni. L'inconscio è un elemento psichico che si può ammaestrare solo apparentemente, e sempre a grande discapito della coscienza. È e rimane sottratto a qualsiasi arbitrio soggettivo, è e rimane una parte della natura che non può né venir corretta né corrotta. E i suoi segreti possono soltanto esser intravisti, non manipolati.»

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📝 ARTICOLO:

Che cos'è l'inconscio. Dinamiche dell'inconscio, per saperne un po' di più ➡️ https://jungitalia.it/2016/01/14/come-agisce-linconscio-oltre-lio-dinamiche-dellinconscio-emma-jung/

15/01/2026

PERCHE’ VIDEOGIOCARE NON EQUIVALE A GIOCARE : UN MESSAGGIO “SALVAVITA” PER GENITORI E FIGLI

Se siete genitori in difficoltà con la regolamentazione dei videogiochi nella vita dei vostri figli, prendetevi cinque minuti e leggete questo post.
Se c’è un problema che oggi riguarda tutti i genitori di bambini e preadolescenti (soprattutto maschi) quel problema si chiama: “dipendenza da videogiochi”. Nessuno in passato è mai stato dipendente dai giochi che faceva: non ti svegliavi di notte per correre in cortile a giocare a bandiera o nascondino oppure per andare in sala a giocare a Monopoli. Non davi calci alle ante dell’armadio o alla porta se i genitori ti dicevano “Adesso basta giocare, è ora di studiare”. Tutto questo sta avvenendo nelle vite dei nostri figli e ha ragioni economiche e neurobiologiche, come spieghiamo in modo approfondito nel libro “Esci da quella stanza” (Mondadori ed.) che dovrebbe essere una lettura fondamentale per chi sta crescendo figli nel terzo millennio. Ecco un breve estratto dal nostro volume:

“Nei videogiochi i nostri figli, si trovano ingaggiati inizialmente in un’attività stimolante, attraente, divertente, eccitante che poi, però, richiede di non essere interrotta e di essere messa in atto il più possibile e senza soluzione di continuità. Videogiocare non equivale a giocare. O meglio: anche chi videogioca, sta giocando. Ma al tempo stesso chi crea le piattaforme di videogioco quando pensa al proprio giocatore non pensa semplicemente a trovare la migliore risposta alla domanda: “Come posso farlo divertire, giocando?”. Perché i produttore creano videogiochi ponendosi due domande chiave:
1. “Mentre lo faccia divertire giocando, come posso prolungare il più possibile il suo tempo di permanenza dentro al videogioco?”.
2. “Mentre passa più tempo possibile con il videogioco, quanti soldi possono fargli spendere?”.
Insomma, il fine principale di un videogioco, almeno di quelli che oggi vanno per la maggiore tra bambini e ragazzi di tutte le età, non è quasi mai quello di fornire un divertimento e un intrattenimento a misura di “bambino”, bensì quello di garantire un profitto a favore delle multinazionali che controllano l’industria. Un tempo il grande guadagno delle multinazionali del videogioco era rappresentato dalla vendita del supporto fisico necessario a giocarlo con la consolle di proprietà che a partire dagli ultimi anni del secolo scorso è diventata un “must have” in tutte le case in cui erano presenti preadolescenti e adolescenti. Quindi prima del passaggio alle consolle connesse online, il grande profitto delle multinazionali dei videogiochi era associato alla vendita degli “oggetti fisici” necessari per poter vivere questa esperienza tra le pareti domestiche: volanti, microfono, cuffie, joystick e cartucce contenenti la versione più recente dello stesso. Nei centri commerciali si trovava sempre un grande negozio tutto dedicato a questi prodotti, che potevano ve**re acquistati sia nuovi che usati. Poi è cambiato il mondo. i ragazzi oltre alle consolle, hanno avuto in mano gli smartphone e questo ha permesso loro di poter continuare a fare fuori casa quello che potevano fare stando in casa propria. A quel punto, l’industria del videogioco ha deciso di guadagnare cifre impensabili sfruttando gli “investimenti” che ogni singolo giocatore fa, mentre sta effettuando le partite con i suoi devices portatili. Il gioco così, molto spesso, viene scaricato con modalità totalmente gratuita dai negozi di App disponibili nell’online. Apparentemente, perciò, tu entri dentro al videogioco a costo zero. Solo che quando cominci a giocarlo, ecco che cominciano ad arrivare infiniti richiami ed inviti ad investire denaro nel gioco che stai facendo, che si trasforma in una vera e propria slot machine a vantaggio della multinazionale che l’ha prodotto”.
(tratto da “Esci da quella stanza. Come e perché riportare i nostri figli nel mondo reale” di A.Pellai e B:Tamborini, Mondadori ed.)

Insomma più videogiochi e più desideri continuare a videogiocare. Più videogiochi e più spendi. Solo che più videogiochi e meno vivi la vita che dovresti vivere quando sei in età evolutiva. Ecco perché prendere consapevolezza di tutto ciò, può davvero rimettere i nostri figli nella vita che a loro serve per acquisire abilità e competenze che li rendano capaci di vivere nel principio di realtà.

Se pensate che questo messaggio possa essere utile ad altri genitori ed educatori, condividetelo. Rendetelo virale. E magari leggetelo anche con i vostri figli. Ascoltandolo, vi diranno “Che PPPAAALLLEEEE!”, ma non potranno che constatare, dentro di sé, che non c’è una singola parola in questo testo che non corrisponda alla pura realtà che stanno vivendo.

14/01/2026

La mindfulness consiste nel portare consapevolezza intenzionale e non giudicante all’esperienza del momento presente, così com’è, dentro e fuori di sé.

Nel benessere psicologico, può essere vista come la capacità di mantenere l’attenzione sul qui e ora, osservando pensieri, emozioni e sensazioni senza evitarli né reagire automaticamente.
La pratica della mindfulness si fonda su due dimensioni fondamentali:
• presenza attentiva, che riduce il funzionamento automatico
• atteggiamento non giudicante, che permette di osservare i contenuti mentali senza valutarli

Può favorire:
• una maggiore regolazione emotiva
• la riduzione della ruminazione
• una relazione più consapevole e accettante con sé

Coltivata nella vita quotidiana attraverso esercizi di attenzione intenzionale, la mindfulness sostiene processi di equilibrio, chiarezza e accettazione dell’esperienza soggettiva.

13/01/2026

In un mondo dove tutti sentono il dovere di avere un'opinione su tutto e di gridarla subito, Aristotele ci invita a recuperare una virtù dimenticata.

Dire tutto ciò che passa per la testa non è libertà, è spesso solo mancanza di filtro. Il saggio seleziona ciò che è utile, vero e necessario condividere. Tuttavia, ciò che sceglie di dire è passato attraverso il fuoco della ragione: è solido, autentico e consapevole. C'è una dignità immensa nel saper tacere quando non si ha nulla di costruttivo da aggiungere, e una forza incredibile in una parola che è stata davvero meditata.

✍🏼©️ I sentieri della filosofia

12/01/2026

LA BISTECCA DI FREUD

La cura psicoanalitica è molto complessa. Già Freud aveva scoperto le insidie dell’“amore di traslazione”, meglio noto come “transfert”. Il suo maestro, Breuer, aveva sottovalutato il potere di questo fattore, rimanendo “scottato” nel corso della cura della celebre paziente Anna O.

Freud capisce che l’analista per operare, deve mantenere una posizione simbolica; dalla simmetria dei rapporti ordinari, come quelli di coppia o di amicizia, è necessario passare ad una posizione asimmetrica.

L’analista opera a partire da una posizione simbolica: con simbolico non si intende solo il riferimento ad un insieme di leggi e di logiche, ma al concetto greco di “simbolo”, inteso come sostituto, oggetto che prende il posto di un altro assente.

Freud infatti capisce che l’amore e l’odio dei pazienti non sono semplicemente legati alla relazione nel “qui ed ora”, con l’uomo Freud: nei confronti dell’analista i pazienti proiettano tutta una serie di vissuti che hanno a che fare con figure significative del loro passato che hanno occupato la stessa posizione ora rivestita dall’analista.

Cosa fare davanti a questi sentimenti così forti?

Freud sottolinea la necessità di far valere la legge della frustrazione: non è possibile rispondere alla domanda d’amore e alle provocazioni aggressive come si farebbe in un contesto ordinario; piuttosto la mancata risposta simmetrica dell’analista, spesso incarnata dal suo silenzio, risponde alla logica che Freud evoca citando il poeta Heine:

“logica della polenta… alla tesi della bistecca”

Freud coglie nella ripetizione di questi vissuti inconsci del passato, una resistenza al trattamento. Il paziente vorrebbe vivere davvero l’amore (o l’odio) che prova nei confronti dell’analista come se fosse uno degli amanti (o dei nemici) che incontra nella sua vita.

Il paziente vuole consumare subito, secondo la “logica della polenta”; ma l’analista sa cosa è in gioco e, con la frustrazione, spinge il paziente nella direzione della elaborazione, della simbolizzazione.

Se il paziente “mangiasse la polenta”, verrebbe meno il senso stesso del trattamento analitico, ridotto al mero agito. L’analista invece punta “alla bistecca”, a lavorare le insidie del transfert, senza inciampare, per raggiungere la vera soddisfazione che è possibile raggiungere nel trattamento analitico: far emergere la verità inconscia del soggetto.

Questo obiettivo è possibile solo se l’analista riesce a mantenere il transfert lungo il sottile crinale tra negazione e pieno accoglimento della domanda transferale del paziente.

L’articolo completo è disponibile sul sito.

Per approfondire:
-Sigmund Freud – “Osservazioni sull’amore di traslazione” (1915);
-Glen O. Gabbard – “Introduzione alla psicoterapia psicodinamica”;
- Jean-Paul Hiltenbrand – “Transfert oggetto a identificazione. Concetti fondamentali della psicoanalisi”.

11/01/2026

ANCHE TUTTO QUESTO E’ VITA: LETTERA DI UNA PROF AI SUOI STUDENTI

In una scuola frequentata da studenti rimasti coinvolti nella tragedia di Crans Montana, una prof ha scritto una lettera per tutti i ragazzi e le ragazze di quella scuola. Parole che celebrano la vita, tengono per mano in un momento di dolore che però non può chiudere la porta alla speranza. Sono stato autorizzato a condividere brani di questa lettera. Leggeteli e condivideteli, se lo ritenete opportuno, con i vostri studenti e studentesse, figli e figlie in questo tempo di ripresa, in cui – giorno dopo giorno – la vita non smette di farci sentire il suo richiamo. A me sembra che le parole di questa Prof. aprano una via per parlare sia di vita che di morte, senza falsi moralismi, tenendoci in un principio di realtà, dove dolore e speranza sono al tempo stesso inevitabili e compresenti.
Io sono grato di far parte di una comunità di persone che sanno sostenersi, parlarsi e donarsi, ognuno con ciò che ha e può mettere a disposizione degli altri.

“La tragedia di Crans ci spinge a rivedere le gerarchie delle nostre ansie, delle nostre paure, delle nostre arrabbiature. Tutti i problemi che ci sembrano insormontabili appaiono ridimensionati di fronte alla morte, di fronte a un ‘mai più’ inamovibile.
L'ansia che spesso vi assale (e che assale anche noi adulti), l'angoscia per un futuro non ancora chiaro o definibile, forse può essere ridimensionata al pensiero che ci è ancora possibile pensare al futuro, che il fatto stesso che possiamo guardare al futuro, anche se con un po' di angoscia, significa che siamo vivi.

Ecco, attacchiamoci, attaccatevi alla vita, onoratela dando pieno senso ad ogni istante, non sprecatene nemmeno uno.
Umberto Saba in una delle sue più belle poesie chiudeva dicendo che in lui sentiva sempre forte e importante ‘della vita il doloroso amore’; il doloroso amore per la vita, amare la vita anche se questo comporta dolori, fallimenti, cadute, difficoltà. E Saba ne conosceva tanti, di dolori, a partire dall'assenza di un padre che lo aveva abbandonato da subito e un'appartenenza ebraica che lo vide vittima delle leggi razziali.
Non è facile amarla sempre, la vita.
Ci sono momenti in cui ci sembra che le difficoltà siano insuperabili e il dolore insopportabile. Però se ci sono significa che noi ci siamo.
Amate la vita, anche in ricordo di vostri coetanei che non ci sono più e pensando alle difficoltà tremende (fisiche e psicologiche) dei vostri compagni gravemente ustionati.
Non avete ovviamente colpa alcuna, per i loro dolori, né dovete sentirvi ‘in colpa’ perché voi siete vivi e state bene e loro no.
Ed è normale se magari in questi giorni sentite tanta rabbia, tanta frustrazione di fronte a qualcosa di incomprensibile e del tutto ingiusto.
Non so come possiate incanalare questa rabbia, non so come potrete superare lo smarrimento.
So solo che dovreste (dovremmo) svegliarvi ogni mattina sapendo che la vita è, ogni giorno, un dono, da valorizzare e utilizzare al meglio, nella relazione con se stessi e con gli altri, senza buttare tempo in sciocchi litigi, in rancori che guastano le relazioni (con i genitori, con gli amici), assaporando quello che ogni momento può regalarci; anche i nebbiosi giorni di Milano, le mattine pesanti a scuola, le materie che proprio non ci vanno giù, i professori che non sopportiamo, i genitori che si intromettono nelle vostre vite, anche tutto questo è vita.

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