14/01/2026
Qual è il bene?
Cosa è giusto?
Condivido questa lunga ma bellissima riflessione della .ssa Valentina Scoppio, che apre il cuore e la mente.
"Ci penso spesso, osservando le storie delle persone, quelle raccontate a bassa voce, quelle che emergono solo quando c’è abbastanza fiducia da poter smettere di fingere.
E ogni volta mi torna addosso la stessa sensazione: che a volte ciò che fa più male non è nemmeno l’ingiustizia in sé, ma il modo in cui viene normalizzata, minimizzata o negata. Quelle ingiustizie sottili e profonde che avvengono nelle relazioni più vicine, nei legami affettivi, nei contesti familiari, lavorativi o sociali. Ingiustizie che non sempre si notano in modo eclatante, ma lasciano segni. E attorno ad esse si crea una cortina fatta di silenzi, omissioni, “non è il momento”, “non esagerare”, “cerchiamo di andare d’accordo”...
C’è qualcosa di profondamente disturbante in questa idea di armonia a tutti i costi. In questo voler sistemare tutto in nome della pace, come se la pace fosse un valore astratto, scollegato dalle persone in carne e ossa che la dovrebbero vivere. Come se bastasse dire “perdona”, “lascia stare”, “vai oltre” per rendere giusto ciò che giusto non è. Come se il problema fosse il dolore che disturba, e non l’ingiustizia che lo ha creato.
E allora succede spesso una cosa terribilmente dannosa: chi ha subito il torto diventa quello che deve fare un passo in più. Deve capire, deve essere maturo, deve essere buono, deve perdonare, essere “superiore”. Deve sacrificarsi ancora una volta perché gli altri possano stare tranquilli. Perché il contesto non si rompa, perché la famiglia resti “unita” o perché il gruppo funzioni. In poche parole perché l’immagine sociale regga.
Ma a che prezzo? Io non credo ad una pace che chiede a qualcuno di continuare a farsi male. Non credo ad un perdono imposto, sollecitato e addirittura moralizzato. Non credo ad una riconciliazione che avviene senza che cambino davvero le condizioni che hanno generato il dolore. Quella non è affatto pace, è più una rimozione, un’anestesia, un’ipocrisia. È mettere una coperta sopra qualcosa che continua a marcire sotto.
E dentro questo meccanismo, che già di per sé è meschino e violento, si inserisce un’altra figura, forse la più ambigua di tutte quelle che gravitano attorno al conflitto e al dolore altrui: quella di chi non prende mai posizione, di chi si rifugia nelle frasi fatte “ma voletevi bene”, “ma parlatevi”, “ma risolvete”, “ma affrontate la cosa con amore”. Frasi dette così, dall’alto di una presunta neutralità che in realtà non è neutralità, ma paura.
Perché non prendere posizione è già una posizione, è scegliere di non vedere, scegliere di non ascoltare davvero. È scegliere la semplificazione quando la realtà è complessa, dolorosa e scomoda. E chi parla in questo modo spesso non si rende conto che, invece di lenire, amplifica in modo esponenziale il dolore di chi ha subito un’ingiustizia. Perché a quel dolore si aggiunge un altro livello di sofferenza, quello di non essere riconosciuto, di essere messo a tacere in nome di un presunto bene superiore.
È come se il messaggio implicito diventasse: “Il problema non è quello che ti è successo, il problema è che dai fastidio a farlo vedere e a volerne parlare”. E qui si entra in una forma di violenza ancora più sottile.
Il punto è che le emozioni vere sono complesse. Non sono ordinate, non sono educate, non sono concilianti, le emozioni complesse richiedono tempo, ascolto e fatica. Richiedono la disponibilità a stare nel disagio, a guardare le zone d’ombra, a smontare racconti rassicuranti che ci siamo tramandati per sopravvivere. E non tutti sono disposti a farlo.
Guardare la propria storia personale, familiare, sociale con occhi maturi significa anche avere il coraggio di vedere quanto marcio c’è sotto. E sanarlo davvero, non coprirlo. Perché finché quel marcio lo infiliamo sotto al tappeto, nascosto dietro un sorriso, dietro un “va tutto bene”, dietro un “in fondo c’è amore”, dietro il “ma in fondo ti vuole bene” quello non scompare, anzi si trasforma, si incista e soprattutto si tramanda.
Si tramanda generazione dopo generazione come una forma di omertà emotiva condivisa, mascherata da buoni sentimenti. Come una cultura del silenzio che si autodefinisce matura, equilibrata, compassionevole e amorevole. Ma non lo è. È solo più elegante nel non assumersi la responsabilità.
Perché no, l’amore non trionfa sempre. L’amore trionfa solo quando c’è una correttezza di fondo. Quando il torto viene riconosciuto, quando qualcuno si assume la responsabilità di ciò che ha fatto o permesso. Quando cambiano davvero le condizioni che hanno generato il dolore. Se questa base non c’è, invocare l’amore diventa un alibi. E l’alibi, in questi casi, è un ulteriore abuso.
Lo vedo nelle dinamiche familiari, dove per “il bene di tutti” si chiede sempre a uno di stringere i denti. Lo vedo nelle relazioni, dove si spinge a ricucire anche quando ciò che si è rotto non è un malinteso, ma il rispetto. Lo vedo nei contesti quotidiani, dove chi dice la verità viene accusato di creare tensioni, mentre chi fa finta di niente viene premiato come persona equilibrata.
Ma l’equilibrio costruito sull’ingiustizia è una bugia che prima o poi presenta il conto. E spesso lo presenta alla persona più sensibile, più consapevole, più disposta a mettersi in discussione. Quella che paga per tutti. Quella che porta il peso affinché gli altri possano continuare a raccontarsi che “in fondo va tutto bene”.
E invece no. A volte non va tutto bene. A volte non ci deve essere un lieto fine come ce lo immaginiamo. A volte il vero atto di maturità è accettare che alcune storie non si chiudono con un abbraccio, ma con una distanza sana. Che non vissero tutti felici e contenti insieme, ma vissero finalmente più veri, più liberi e meno costretti.
Forse è questo il punto che facciamo più fatica ad accettare: che la pace autentica non nasce dal compiacere, ma dal cambiare davvero. E se il cambiamento non è possibile, allora anche il sapersi fermare, separare, smettere di forzare, è una forma di rispetto profondo.
Non abbiamo bisogno di un buonismo che ci chiede di tacere. Abbiamo bisogno di una verità che non ci mistifichi, che sia pulita e cristallina anche se è scomoda, anche se rompe l’illusione di un’armonia che esiste solo finché qualcuno soffre in silenzio. Riflettiamoci."
Dott.ssa Valentina Scoppio Psicoterapeuta