Rossella Caserta Psicoterapeuta Sistemica, EMDR e Milleriana

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Rossella Caserta Psicoterapeuta Sistemica, EMDR e Milleriana Psicologa e Psicoterapeuta Sistemico - Relazionale
Terapeuta EMDR online e a Matera.

Psicoterapeuta ad orientamento milleriano
Psicologia perinatale
Curo le infanzie ferite degli adulti di oggi.

“Non so cosa provo”.A volte lo diciamo dopo un litigio in cui abbiamo taciuto troppo, dopo una giornata piena in cui “è ...
02/05/2026

“Non so cosa provo”.
A volte lo diciamo dopo un litigio in cui abbiamo taciuto troppo, dopo una giornata piena in cui “è andato tutto bene”… ma qualcosa non torna. O magari dopo aver detto “figurati” quando in realtà avremmo voluto dire “questa cosa mi ha ferito”.

Spesso non è vero che non sappiamo cosa sentiamo, è che nessuno ci ha insegnato ad avvicinarci senza paura e, poi, a dirlo.

Sentire è una lingua. Se non l’abbiamo imparata da piccoli, possiamo impararla adesso. Cominciando piano piano.

Perchè quando non sappiamo bene cosa sentiamo, iniziamo a dubitare di noi.

Oscilliamo. Da una parte ci diciamo esagero sempre, sono troppo sensibile, dall’altra minimizziamo: non è niente, non importa.

Magari qualcuno ci risponde in modo freddo e ci resta addosso per ore. Oppure torniamo a casa e ci sentiamo strani, ma invece di fermarci apriamo il telefono e scorriamo. O ancora, diciamo “sono solo stanca”, ma sotto c’è qualcosa che chiede spazio.

Molti di noi sono cresciuti in contesti in cui le emozioni non venivano accompagnate. La tristezza è stata sminuita, la rabbia giudicata, la paura ridicolizzata.

Il bisogno confuso con debolezza.

Non è niente, non fare così, non c’è motivo.

Cosi abbiamo imparato a essere bravi, adeguati, forti. Molto meno a riconoscere cosa accadeva dentro.

Siamo diventati adulti competenti fuori e un po’ disorientati dentro.

Restare, nominare e regolare

Le persone arrivano spesso in terapia pensando di dover sentire meno, di doversi liberare di quello che provano.

“Voglio smettere di stare così.”
“Vorrei non sentirmi più così sensibile.”

Ma spesso il lavoro è l’opposto: imparare finalmente a farlo.

Così, nella stanza di terapia, insieme impariamo a distinguere la rabbia dalla ferita, la stanchezza dal vuoto, la paura dal desiderio.

Qualcuno scopre che quella rabbia era bisogno di rispetto, qualcun altro che quella “apatia” era tristezza non ascoltata.

E piano impariamo anche a restare, a regolare, a non lasciarci travolgere.

E quello che sembrava troppo diventa umano.

Forse diventare adulti non significa solo reggere tutto. Significa sapersi ascoltare senza scappare.

Perché quando impariamo a sentire, quello che prima sembrava una minaccia può diventare una bussola.

Quante sofferenze non riconosciute e quante ferite ancora aperte negli adulti di oggi....con conseguenze spesso drammati...
01/05/2026

Quante sofferenze non riconosciute e quante ferite ancora aperte negli adulti di oggi....con conseguenze spesso drammatiche per chi è cresciuto con loro....
Oggi abbiamo la possibilità di dare un nome alle nostre ferite, di riconoscerle, di parlarne, di chiedere aiuto.
Senza vergogna e senza timore.

Immagini di TheWom

"Come genitore, non ero pronto alla preadolescenza di mio figlio. Durante la scuola primaria era tutto facile e prevedib...
29/04/2026

"Come genitore, non ero pronto alla preadolescenza di mio figlio.
Durante la scuola primaria era tutto facile e prevedibile.
Poi è iniziata la scuola media.
La nostra vita è cambiata.
Non riconosco più mio figlio, non mi dà retta, anzi, quando gli dico qualcosa è capace di prendermi in giro.
Improvvisamente mi sento impotente e incapace".

Quanti genitori vivono così l'inizio della preadolescenza?

Conoscere come funziona la mente dei nostri ragazzi in crescita può farci vedere con chiarezza maggiore come aiutare i nostri figli a regolare le proprie "esondazioni" emotive.

Con uno sguardo attento alla storia personale di noi genitori, perché questa condiziona inevitabilmente il nostro modo di essere genitori e le scelte educative che compiamo.

Un libro che nutre, guida, spiega e rafforza le competenze dei genitori.

❤️ un libro che fa emozionare, che apre finestre di riflessione e chiavi di lettura, ma anche spunti concreti per cominciare a lavorare su di sé e nella relazione con i nostri figli ❤️

Rossella Caserta

20/04/2026
Tempo. Presenza vera. Autenticità. A volte ciò che i figli desiderano davvero è ciò che diamo per scontato. Tratto dal f...
15/04/2026

Tempo. Presenza vera. Autenticità.
A volte ciò che i figli desiderano davvero è ciò che diamo per scontato.

Tratto dal film " Era ora"

13/04/2026

"Esiste una sola via per ascoltare veramente il proprio figlio: risanare le ferite che ci portiamo dietro dalla nostra infanzia.
Per liberarci del passato anche noi abbiamo bisogno di liberare le nostre emozioni.
Se i nostri genitori non hanno saputo essere attenti ai nostri bisogni emotivi, ascoltare le nostre paure e le nostre collere, abbiamo sepolto le nostre tensioni che rispuntano oggi, di fronte ai nostri figli.
Per guarire, dobbiamo guardare la realtà della nostra infanzia e avere il coraggio di riconoscere che anche i nostri genitori hanno potuto ferirci o mostrarsi ingiusti.
Dobbiamo ricordare, concederci il diritto di sentire le emozioni che da bambini forse non abbiamo potuto percepire.
Ascoltate il bambino dentro di voi, dategli quell'attenzione verso i suoi sentimenti che non ha mai ricevuto.
Ritrovate le immagini del del ragazzino o della ragazzina che siete stati, e concedetegli/le uno spazio nel vostro cuore, lasciate riemergere i ricordi."

(Isabelle Filliozat)

🌸Rivisitare il nostro passato. Psicoterapia è anche questo.

31/03/2026

"Ci sono silenzi che non hanno nulla di pacifico, non calmano, non aiutano a riflettere. Sono silenzi che gelano, che tagliano la relazione e che dicono “tu non esisti” senza usare una parola.
Il silenzio punitivo è proprio questo, un modo di esercitare potere, di far sentire l’altro in colpa e di controllare la distanza. Ma soprattutto, è una forma di dolore mascherata da forza.
Molte persone l’hanno imparato presto, osservando chi gli stava accanto. C’erano genitori che non urlavano mai, ma che sparivano dentro un silenzio carico di significato. “Non mi rivolgere la parola finché non capisci”, “Mi hai deluso”… E poi quella chiusura. Niente voce, niente sguardi e niente contatto. Indifferenza allo stato puro.
Un bambino che cresce così impara presto una cosa, che l’amore non è stabile ma si può togliere e che basta un errore per non essere più degni di presenza. E così, diventando grande, ripete ciò che ha subìto e vissuto. Quando soffre, si chiude. Quando si sente ferito, sparisce. Non per cattiveria (salvo rari casi) ma per sopravvivenza. È l’unico modo che conosce per proteggersi.
Dentro chi sceglie il silenzio punitivo c’è una confusione interiore enorme che spesso non si vede. C’è la paura di perdere il controllo, la paura di mostrare la propria vulnerabilità, c’è l’idea che parlare equivalga a perdere terreno, che il silenzio sia una forma di potere. “Se taccio, capirà.”, “Se sparisco, sentirà la mia mancanza.”
Ma in realtà questo non è controllo, ma disconnessione. È un tentativo disperato e maldestro di farsi sentire senza esporsi. È dire “sto male” nel modo più distante possibile.
Chi lo subisce, invece, lo sente addosso come un freddo profondo perché non è solo mancanza di parole, è proprio assenza. È la sensazione di essere stati tagliati fuori, messi da parte e dentro si attiva una catena di pensieri che logora: “Cosa ho fatto?” “Come posso sistemare le cose?”, “Cosa devo cambiare per meritare che torni a parlarmi?”
Ci si piega, ci si riduce, si cerca di non sbagliare più, si impara a misurare ogni gesto per non provocare di nuovo quella chiusura.
E quando questo meccanismo si attiva con un bambino, le conseguenze sono ancora più profonde. Perché un bambino non sa autoregolarsi, non ha ancora strumenti per calmarsi da solo né per sentirsi “al sicuro dentro di sè”. Quando l’adulto che rappresenta il suo mondo e il suo punto fermo lo punisce con il silenzio, quel bambino non pensa “mi stanno educando”, pensa “non esisto più”.
È un colpo diretto al cuore della sua identità. È come dire: “ti amo solo quando sei come voglio io.”
Allora lui per sopravvivenza si adatta. Osserva, capisce e anticipa. Diventa bravissimo a leggere gli altri, sa quando il genitore è stanco, quando è irritato, quando sta per chiudersi. E, pur di non perdere quel legame, fa di tutto per rientrare nelle regole. Non per rispetto, ma per grande paura.
E qui nasce la radice della manipolazione perché il bambino che impara che l’amore si ottiene adattandosi, da adulto tenderà a fare lo stesso. Si piegherà, compiacerà, o, al contrario, userà il silenzio per avere il controllo sull’altro. È lo stesso schema, solo invertito.
Molti adulti che oggi puniscono con il silenzio, in realtà, stanno solo ripetendo una ferita che conoscono bene. Non vogliono ferire, vogliono evitare di sentirsi impotenti come un tempo. Ma nel farlo, finiscono per far provare all’altro quella stessa impotenza. È un ciclo che si tramanda senza accorgersene.
Quando un bambino vive quel tipo di assenza emotiva, non impara a gestire le emozioni, impara a trattenerle, non impara a chiedere, ma a tacere. Cresce con l’idea che esprimere un bisogno sia pericoloso, perché potrebbe costargli l’amore.
E allora da adulto diventa quello che non dice mai quando sta male, o quello che punisce l’altro sparendo. Ma dietro a quel silenzio c’è sempre lo stesso grido antico: “vedimi, anche se ho sbagliato.”
Per questo è assolutamente fondamentale spezzare quel modello.
Un adulto può scegliere di non sparire, anche quando è arrabbiato. Può dire: “Ho bisogno di un momento, ma ci sono.” Può restare, anche nel disagio. E in quel restare insegna qualcosa di enorme, che la relazione non crolla davanti a un errore e che l’amore non si toglie per punire, ma resta mentre si cerca di capire.
È così che si costruisce la sicurezza emotiva di un bambino, nella presenza e non nel silenzio. Perché un bambino che sente “ci sono, esisto” anche nei momenti difficili, impara che può sbagliare senza perdersi. Impara che può esistere anche quando non è perfetto. E quella certezza diventa la sua base sicura per tutta la vita.
Ricordiamoci sempre che il silenzio punitivo non educa e non fa crescere. Congela. Congela la parola, la fiducia e la possibilità di incontro.
Il silenzio che cura, invece, è un’altra cosa, è quello che serve a ritrovarsi, a calmarsi, a dare il tempo alle parole di tornare, è un silenzio che accoglie, non che punisce. Che tiene il posto, invece di cancellarlo. E quando le parole tornano, perché tornano sempre, se c’è davvero il desiderio di capirsi, fanno bene. Portano chiarezza e verità. E la verità, anche quando fa un po’ male, è l’unica cosa che cura, guarisce e riesce davvero a ricucire ogni legame. VSCi sono silenzi che non hanno nulla di pacifico, non calmano, non aiutano a riflettere. Sono silenzi che gelano, che tagliano la relazione e che dicono “tu non esisti” senza usare una parola.
Il silenzio punitivo è proprio questo, un modo di esercitare potere, di far sentire l’altro in colpa e di controllare la distanza. Ma soprattutto, è una forma di dolore mascherata da forza.
Molte persone l’hanno imparato presto, osservando chi gli stava accanto. C’erano genitori che non urlavano mai, ma che sparivano dentro un silenzio carico di significato. “Non mi rivolgere la parola finché non capisci”, “Mi hai deluso”… E poi quella chiusura. Niente voce, niente sguardi e niente contatto. Indifferenza allo stato puro.
Un bambino che cresce così impara presto una cosa, che l’amore non è stabile ma si può togliere e che basta un errore per non essere più degni di presenza. E così, diventando grande, ripete ciò che ha subìto e vissuto. Quando soffre, si chiude. Quando si sente ferito, sparisce. Non per cattiveria (salvo rari casi) ma per sopravvivenza. È l’unico modo che conosce per proteggersi.
Dentro chi sceglie il silenzio punitivo c’è una confusione interiore enorme che spesso non si vede. C’è la paura di perdere il controllo, la paura di mostrare la propria vulnerabilità, c’è l’idea che parlare equivalga a perdere terreno, che il silenzio sia una forma di potere. “Se taccio, capirà.”, “Se sparisco, sentirà la mia mancanza.”
Ma in realtà questo non è controllo, ma disconnessione. È un tentativo disperato e maldestro di farsi sentire senza esporsi. È dire “sto male” nel modo più distante possibile.
Chi lo subisce, invece, lo sente addosso come un freddo profondo perché non è solo mancanza di parole, è proprio assenza. È la sensazione di essere stati tagliati fuori, messi da parte e dentro si attiva una catena di pensieri che logora: “Cosa ho fatto?” “Come posso sistemare le cose?”, “Cosa devo cambiare per meritare che torni a parlarmi?”
Ci si piega, ci si riduce, si cerca di non sbagliare più, si impara a misurare ogni gesto per non provocare di nuovo quella chiusura.
E quando questo meccanismo si attiva con un bambino, le conseguenze sono ancora più profonde. Perché un bambino non sa autoregolarsi, non ha ancora strumenti per calmarsi da solo né per sentirsi “al sicuro dentro di sè”. Quando l’adulto che rappresenta il suo mondo e il suo punto fermo lo punisce con il silenzio, quel bambino non pensa “mi stanno educando”, pensa “non esisto più”.
È un colpo diretto al cuore della sua identità. È come dire: “ti amo solo quando sei come voglio io.”
Allora lui per sopravvivenza si adatta. Osserva, capisce e anticipa. Diventa bravissimo a leggere gli altri, sa quando il genitore è stanco, quando è irritato, quando sta per chiudersi. E, pur di non perdere quel legame, fa di tutto per rientrare nelle regole. Non per rispetto, ma per grande paura.
E qui nasce la radice della manipolazione perché il bambino che impara che l’amore si ottiene adattandosi, da adulto tenderà a fare lo stesso. Si piegherà, compiacerà, o, al contrario, userà il silenzio per avere il controllo sull’altro. È lo stesso schema, solo invertito.
Molti adulti che oggi puniscono con il silenzio, in realtà, stanno solo ripetendo una ferita che conoscono bene. Non vogliono ferire, vogliono evitare di sentirsi impotenti come un tempo. Ma nel farlo, finiscono per far provare all’altro quella stessa impotenza. È un ciclo che si tramanda senza accorgersene.
Quando un bambino vive quel tipo di assenza emotiva, non impara a gestire le emozioni, impara a trattenerle, non impara a chiedere, ma a tacere. Cresce con l’idea che esprimere un bisogno sia pericoloso, perché potrebbe costargli l’amore.
E allora da adulto diventa quello che non dice mai quando sta male, o quello che punisce l’altro sparendo. Ma dietro a quel silenzio c’è sempre lo stesso grido antico: “vedimi, anche se ho sbagliato.”
Per questo è assolutamente fondamentale spezzare quel modello.
Un adulto può scegliere di non sparire, anche quando è arrabbiato. Può dire: “Ho bisogno di un momento, ma ci sono.” Può restare, anche nel disagio. E in quel restare insegna qualcosa di enorme, che la relazione non crolla davanti a un errore e che l’amore non si toglie per punire, ma resta mentre si cerca di capire.
È così che si costruisce la sicurezza emotiva di un bambino, nella presenza e non nel silenzio. Perché un bambino che sente “ci sono, esisto” anche nei momenti difficili, impara che può sbagliare senza perdersi. Impara che può esistere anche quando non è perfetto. E quella certezza diventa la sua base sicura per tutta la vita.
Ricordiamoci sempre che il silenzio punitivo non educa e non fa crescere. Congela. Congela la parola, la fiducia e la possibilità di incontro.
Il silenzio che cura, invece, è un’altra cosa, è quello che serve a ritrovarsi, a calmarsi, a dare il tempo alle parole di tornare, è un silenzio che accoglie, non che punisce. Che tiene il posto, invece di cancellarlo. E quando le parole tornano, perché tornano sempre, se c’è davvero il desiderio di capirsi, fanno bene. Portano chiarezza e verità. E la verità, anche quando fa un po’ male, è l’unica cosa che cura, guarisce e riesce davvero a ricucire ogni legame."

Dott.ssa Valentina Scoppio

Link al post originale nel primo commento

27/03/2026

🛑PER CONTATTARE I 18 TERAPEUTI MILLERIANI:
🔥Terapia in presenza ed ONLINE 💻
🌏Non abbiamo numeri di psicoterapeuti di NOSTRA FIDUCIA IN ALTRE CITTÀ
📩Marta Petrucci, ROMA
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18 persone impegnate per la riscoperta del BAMBINO INTERIORE 🩷🩵
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💚Quando si comincia un lavoro su di sé, pian piano inizia a sbocciare una nuova versione di noi stessi.Quella capace di ...
26/03/2026

💚Quando si comincia un lavoro su di sé, pian piano inizia a sbocciare una nuova versione di noi stessi.

Quella capace di mettere confini sani nelle relazioni, quella che sceglie se stesso prima dell'altro (perché non si può amare davvero gli altri se non si impara ad amare prima sé), quella che smette di farsi piccola per non perdere l'approvazione esterna, quella che impara a splendere senza sensi di colpa.

💚È una traccia preziosa, questa, della guarigione e della crescita in divenire.

Rossellacaserta@gmail.com

19/03/2026

"A volte abbiamo una visione un po’ irrealistica della terapia. Come se fosse una specie di bacchetta magica capace di ricucire in fretta ogni strappo emotivo.
A volte qualcuno immagina persino che basti portare al terapeuta la stoffa un po’ logora della propria storia, consegnargliela come si farebbe in lavanderia o in sartoria e aspettarsi di tornare il giorno dopo per ritirarla cucita a macchina, stirata e pronta all’uso.

Ma la verità è che non funziona così, non perché la terapia non sia efficace, ma perché alcuni strappi sono profondi, antichi, complessi.

E allora io immagino sempre il lavoro terapeutico come una piccola sartoria dell’anima, un atelier psicologico, come mi piace chiamarlo, in cui paziente e terapeuta si siedono insieme, aprono la stoffa della storia personale e guardano cosa c’è da fare.

Ci sono situazioni in cui il paziente arriva con uno strappo sì, ma anche con un filo di buona qualità. Un filo forte, già pronto. E allora basta infilare l’ago, affiancarlo nei primi punti, mostrargli il ritmo del “entra–esci” del lavoro di riparazione… e piano piano la ferita si chiude.

In questi casi la terapia può essere breve, sorprendentemente efficace fin da subito, quasi come un piccolo rattoppo fatto bene al primo colpo.

Poi ci sono persone che arrivano con un filo che sembra buono, ma che appena tiri un po’ si spezza. Non è colpa loro: è semplicemente un materiale fragile, consumato da anni di fatica, fatto di convinzioni che non reggono e di risorse che non sono state nutrite.

E allora ci troviamo a cercare insieme un nuovo filo, più resistente, più adatto. Lo si va a scovare nei ricordi, nelle relazioni, nei desideri, a volte anche nelle mancanze. E solo quando c’è il filo giusto si può davvero ricominciare a cucire.

E poi ci sono quei momenti in cui il paziente non ha proprio il filo. Non lo vede, non lo sente.

A malapena percepisce lo squarcio: avverte solo che “qualcosa dentro è aperto”. In questi casi il lavoro diventa ancora più fino, quasi da ricamatori: bisogna prima riconoscere la lacerazione, capirne i contorni, trovare insieme i primi materiali. E già questo è un processo.

Ricucire, in ogni caso, fa un po’ male. L’ago punge. Ogni punto, per quanto sia “a fin di bene”, tocca la sensibilità del paziente, la fa vibrare. Ma proprio quel pungere, quel passare attraverso la stoffa della storia personale, è ciò che permette ai lembi di tornare a incontrarsi, a conoscersi di nuovo, a diventare una trama più solida.

E allora sì: la terapia a volte è rapida e altre volte è lenta. Non perché ci sia qualcuno che se ne approfitta (parlo di terapeuti seri e di pazienti che lavorano seriamente) ma perché alcuni squarci richiedono tempo, pazienza, punti lenti e precisi. E perché certe riparazioni non si possono fare correndo: rischieremmo di strappare ancora di più.

La verità è che, in questa piccola sartoria dell’anima, ogni percorso è unico. Alcuni entrano per una cucitura veloce. Altri per un lungo lavoro di modellatura, di rinforzo, di ricostruzione. Ma tutti, proprio tutti, possono uscire con una stoffa diversa: non perfetta ma più integra, più portabile, e più loro.

E questo, per me, resta uno dei gesti più belli della psicoterapia: ricucire insieme ciò che sembrava perduto.
E punto dopo punto, il paziente scopre che non stiamo solo riparando una stoffa: stiamo insegnando alle sue mani a diventare le mani che un giorno sapranno aggiustare da sole.

A cucire e a ricucire i lembi della propria vita, facendo sì che gli strappi futuri o le piccole scuciture che nel corso dell’esistenza (a terapia finita) potrebbero formarsi, trovino mani ormai abili e un filo resistente, pronto per un rammento immediato ed efficace.

Perché la vera forza della terapia non è consegnare un abito finito, ma restituire la capacità di continuare a prendersi cura della propria trama, ogni volta che servirà."

Dott.ssa Valentina Scoppio - Psicologa Psicoterapeuta

12/03/2026

✅ADHD come disturbo del neurosviluppo: 🎯 la teoria Neurobiologica ci parla di un disagio che coinvolge un ritardo e una disorganizzazione nella maturazione cerebrale, caratterizzato da disfunzioni in diversi sistemi neurali e dei neurotrasmettitori.

Queste anomalie andrebbero a condizionare l’attenzione, la funzione esecutiva, la regolazione delle emozioni e l’elaborazione dei rinforzi, spiegando così la vasta gamma di presentazioni cliniche osservate durante tutto l’arco della vita.

Inoltre, sempre rimanendo nell'ambito della Teoria Neurobiologica, R. Barkley, esperto internazionale di ADHD, ha sostenuto che il disturbo non deriva dalla mancanza di attenzione, ma piuttosto dalla scarsa capacità di autoregolazione.

Barkley dichiara che i bambini con ADHD hanno difficoltà a controllare i propri impulsi e a mantenere l'attenzione, a causa di un deficit di inibizione comportamentale. Pertanto, lo studioso si è maggiormente soffermato su un problema di Funzioni Esecutive e di AutoRegolazione del Comportamento.

🎯Tutt'altra visione appartiene, invece, allo Scienziato Gabor Matè, come si può dedurre dal suo saggio "Una mente in frammenti" che spiega abbondantemente come questo disagio abbia un'eziologia Psicotraumatologica.
La visione di G. Matè abbraccia l'eziologia di tantissimi disturbi, non soltanto quella dell'ADHD.

Lo studiosa ci parla principalmente di eziologia Epigenetica.

Secondo Gabor Matè viene trasmessa la sensibilità.

Un ambiente pieno di difficoltà e stress, può portare il bambino a sentire fortemente sensazioni negative, il che porta a sviluppare comportamenti compensativi per sollevarsi dalla frustrazione o dalla paura.

Entrambe le teorie suddette verranno esposte in due INCONTRI differenti.

📌Il PRIMO, il 21 marzo H 15 in cui uno dei massimi esperti nazionali (Gianluca Lo Presti) porterà il suo contributo sulla Teoria Neurobiologica.

📌Il SECONDO, il 23 maggio H 15 in cui la nostra Psicoterapeuta Milleriana (Germana Verganti) esperta in Adhd interverrà sulla Teoria Psicotraumatologica.

💌Info e Prenotazioni: TERAPEUTEMILLERIANE@GMAIL.COM

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