Rossella Caserta Psicoterapeuta Sistemica, EMDR e Milleriana

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Rossella Caserta Psicoterapeuta Sistemica, EMDR e Milleriana Informazioni di contatto, mappa e indicazioni stradali, modulo di contatto, orari di apertura, servizi, valutazioni, foto, video e annunci di Rossella Caserta Psicoterapeuta Sistemica, EMDR e Milleriana, Psicologo, Matera.

Psicologa e Psicoterapeuta Sistemico - Relazionale
Terapeuta EMDR
Psicoterapeuta ad orientamento milleriano
Psicologia perinatale
Curo le infanzie ferite degli adulti di oggi.

09/02/2026

"Il genitore perfetto non esiste (e se esistesse sarebbe dannoso).
Attraverso la nostra imperfezione, il bambino viene a contatto per la prima volta con un mondo imperfetto che gli richiede sforzo e fatica per superare le difficoltà.
Questa sfida evolutiva lo fa crescere.

Pensare di raggiungere tutti gli obiettivi che ci proponiamo con i nostri figli (la società di oggi ci chiede veramente l’impossibile) ci fa solo male perché è irrealizzabile, crea stress, competizione, frustrazione e senso di impotenza.

Facciamo del nostro meglio e facciamolo con amore.
I nostri figli non ci potranno mai rimproverare di non essere arrivati dappertutto, meglio un genitore sereno che un genitore che non ce la fa più."

[Pediatra Carla]

Grazie Pediatra Carla

Cos'è la gentilezza?
07/02/2026

Cos'è la gentilezza?

04/02/2026
Molti adulti portano dentro di sé un bambino che non ha mai potuto parlare. E il trauma spesso ritorna non come ricordo,...
01/02/2026

Molti adulti portano dentro di sé un bambino che non ha mai potuto parlare.

E il trauma spesso ritorna non come ricordo, ma come REAZIONE.

Le tue reazioni parlano più di te che degli eventi che ti accadono.Impariamo a farci domande e a cercare risposte.
21/01/2026

Le tue reazioni parlano più di te che degli eventi che ti accadono.
Impariamo a farci domande e a cercare risposte.

14/01/2026

Qual è il bene?
Cosa è giusto?
Condivido questa lunga ma bellissima riflessione della .ssa Valentina Scoppio, che apre il cuore e la mente.

"Ci penso spesso, osservando le storie delle persone, quelle raccontate a bassa voce, quelle che emergono solo quando c’è abbastanza fiducia da poter smettere di fingere.
E ogni volta mi torna addosso la stessa sensazione: che a volte ciò che fa più male non è nemmeno l’ingiustizia in sé, ma il modo in cui viene normalizzata, minimizzata o negata. Quelle ingiustizie sottili e profonde che avvengono nelle relazioni più vicine, nei legami affettivi, nei contesti familiari, lavorativi o sociali. Ingiustizie che non sempre si notano in modo eclatante, ma lasciano segni. E attorno ad esse si crea una cortina fatta di silenzi, omissioni, “non è il momento”, “non esagerare”, “cerchiamo di andare d’accordo”...

C’è qualcosa di profondamente disturbante in questa idea di armonia a tutti i costi. In questo voler sistemare tutto in nome della pace, come se la pace fosse un valore astratto, scollegato dalle persone in carne e ossa che la dovrebbero vivere. Come se bastasse dire “perdona”, “lascia stare”, “vai oltre” per rendere giusto ciò che giusto non è. Come se il problema fosse il dolore che disturba, e non l’ingiustizia che lo ha creato.

E allora succede spesso una cosa terribilmente dannosa: chi ha subito il torto diventa quello che deve fare un passo in più. Deve capire, deve essere maturo, deve essere buono, deve perdonare, essere “superiore”. Deve sacrificarsi ancora una volta perché gli altri possano stare tranquilli. Perché il contesto non si rompa, perché la famiglia resti “unita” o perché il gruppo funzioni. In poche parole perché l’immagine sociale regga.

Ma a che prezzo? Io non credo ad una pace che chiede a qualcuno di continuare a farsi male. Non credo ad un perdono imposto, sollecitato e addirittura moralizzato. Non credo ad una riconciliazione che avviene senza che cambino davvero le condizioni che hanno generato il dolore. Quella non è affatto pace, è più una rimozione, un’anestesia, un’ipocrisia. È mettere una coperta sopra qualcosa che continua a marcire sotto.

E dentro questo meccanismo, che già di per sé è meschino e violento, si inserisce un’altra figura, forse la più ambigua di tutte quelle che gravitano attorno al conflitto e al dolore altrui: quella di chi non prende mai posizione, di chi si rifugia nelle frasi fatte “ma voletevi bene”, “ma parlatevi”, “ma risolvete”, “ma affrontate la cosa con amore”. Frasi dette così, dall’alto di una presunta neutralità che in realtà non è neutralità, ma paura.

Perché non prendere posizione è già una posizione, è scegliere di non vedere, scegliere di non ascoltare davvero. È scegliere la semplificazione quando la realtà è complessa, dolorosa e scomoda. E chi parla in questo modo spesso non si rende conto che, invece di lenire, amplifica in modo esponenziale il dolore di chi ha subito un’ingiustizia. Perché a quel dolore si aggiunge un altro livello di sofferenza, quello di non essere riconosciuto, di essere messo a tacere in nome di un presunto bene superiore.

È come se il messaggio implicito diventasse: “Il problema non è quello che ti è successo, il problema è che dai fastidio a farlo vedere e a volerne parlare”. E qui si entra in una forma di violenza ancora più sottile.

Il punto è che le emozioni vere sono complesse. Non sono ordinate, non sono educate, non sono concilianti, le emozioni complesse richiedono tempo, ascolto e fatica. Richiedono la disponibilità a stare nel disagio, a guardare le zone d’ombra, a smontare racconti rassicuranti che ci siamo tramandati per sopravvivere. E non tutti sono disposti a farlo.

Guardare la propria storia personale, familiare, sociale con occhi maturi significa anche avere il coraggio di vedere quanto marcio c’è sotto. E sanarlo davvero, non coprirlo. Perché finché quel marcio lo infiliamo sotto al tappeto, nascosto dietro un sorriso, dietro un “va tutto bene”, dietro un “in fondo c’è amore”, dietro il “ma in fondo ti vuole bene” quello non scompare, anzi si trasforma, si incista e soprattutto si tramanda.

Si tramanda generazione dopo generazione come una forma di omertà emotiva condivisa, mascherata da buoni sentimenti. Come una cultura del silenzio che si autodefinisce matura, equilibrata, compassionevole e amorevole. Ma non lo è. È solo più elegante nel non assumersi la responsabilità.

Perché no, l’amore non trionfa sempre. L’amore trionfa solo quando c’è una correttezza di fondo. Quando il torto viene riconosciuto, quando qualcuno si assume la responsabilità di ciò che ha fatto o permesso. Quando cambiano davvero le condizioni che hanno generato il dolore. Se questa base non c’è, invocare l’amore diventa un alibi. E l’alibi, in questi casi, è un ulteriore abuso.

Lo vedo nelle dinamiche familiari, dove per “il bene di tutti” si chiede sempre a uno di stringere i denti. Lo vedo nelle relazioni, dove si spinge a ricucire anche quando ciò che si è rotto non è un malinteso, ma il rispetto. Lo vedo nei contesti quotidiani, dove chi dice la verità viene accusato di creare tensioni, mentre chi fa finta di niente viene premiato come persona equilibrata.

Ma l’equilibrio costruito sull’ingiustizia è una bugia che prima o poi presenta il conto. E spesso lo presenta alla persona più sensibile, più consapevole, più disposta a mettersi in discussione. Quella che paga per tutti. Quella che porta il peso affinché gli altri possano continuare a raccontarsi che “in fondo va tutto bene”.

E invece no. A volte non va tutto bene. A volte non ci deve essere un lieto fine come ce lo immaginiamo. A volte il vero atto di maturità è accettare che alcune storie non si chiudono con un abbraccio, ma con una distanza sana. Che non vissero tutti felici e contenti insieme, ma vissero finalmente più veri, più liberi e meno costretti.

Forse è questo il punto che facciamo più fatica ad accettare: che la pace autentica non nasce dal compiacere, ma dal cambiare davvero. E se il cambiamento non è possibile, allora anche il sapersi fermare, separare, smettere di forzare, è una forma di rispetto profondo.

Non abbiamo bisogno di un buonismo che ci chiede di tacere. Abbiamo bisogno di una verità che non ci mistifichi, che sia pulita e cristallina anche se è scomoda, anche se rompe l’illusione di un’armonia che esiste solo finché qualcuno soffre in silenzio. Riflettiamoci."

Dott.ssa Valentina Scoppio Psicoterapeuta

Condivido con piacere un incontro divulgativo su una tematica attualissima: il profondo legame tra corpo e mente, oggett...
11/01/2026

Condivido con piacere un incontro divulgativo su una tematica attualissima: il profondo legame tra corpo e mente, oggetto degli studi più all'avanguardia in campo neuroscientifico.

Verganti Psicoterapeuta Milleriana-Analista Transazionale EMDR

Gabor Maté sostiene che le diagnosi mediche spesso ignorano le cause profonde legate allo stress, al trauma e alla repressione emotiva, focalizzandosi sui sintomi.

Secondo Gabor, la malattia è spesso una risposta del corpo a circostanze di vita anormali e a un trauma emotivo irrisolto, specialmente nelle malattie autoimmuni dove si vedono tratti di persone che antepongono gli altri ai propri bisogni, reprimono le emozioni e si identificano con i doveri, suggerendo che la guarigione inizia dal riconoscere il proprio dolore e permettersi di esistere.

Info: terapeutemilleriane@gmail.com

Piattaforma: Zoom

FINO A ESAURIMENTO POSTI.

08/01/2026

🌸Quanto è importante (e difficile) davanti ad alcuni eventi, sospendere il giudizio, acquisire informazioni, aspettare prima di parlare, attaccare, incolpare, giudicare...
Le parole possono ferire come e più delle armi.
Il rispetto, l'ascolto, la conoscenza, richiedono impegno e consapevolezza.
Tutti potenzialmente ne siamo capaci. E' un atto di grande responsabilità verso noi stessi e chi ci è accanto.🌸

Condivido le parole scritte da una stimata collega, la dott.ssa Psicologia quotidiana Francesca Cardini, a cui sono grata per l'opera di divulgazione che fa con costanza.

"Di fronte alle immagini dei ragazzi di Crans-Montana che, durante l’incendio, riprendono col telefono invece di allontanarsi subito, compaiono un sacco di commenti di adulti che si focalizzano su questo dettaglio, arrivando a disprezzare apertamente e colpevolizzare le vittime di questa tragedia.
Da psicologa, ritengo doveroso aumentare la consapevolezza, che ritengo uno dei più potenti antidoti all'ignoranza, sia rispetto alle possibili cause del comportamento delle vittime, sia di cosa ci sia dietro questo apparentemente irresistibile impulso al victim blaming, cioè all'addossare la responsabilità e la colpa alle vittime, piuttosto che ai responsabili REALI.

Partiamo dagli adolescenti. In adolescenza la corteccia prefrontale – quella parte del cervello che ci permette di valutare i rischi, inibire gli impulsi, prevedere le conseguenze e pianificare un’azione efficace – non è ancora pienamente maturata.
Al contrario, i sistemi limbici, legati all’emozione, alla ricerca di stimoli intensi e alla rilevanza sociale dell’esperienza, sono particolarmente attivi. Questo squilibrio rende i ragazzi meno capaci di integrare rapidamente le informazioni e più inclini a sottostimare il pericolo reale.
Non solo, una delle distorsioni UNIVERSALI che mette in atto il cervello di un adolescente collegate a questa sottostima FISIOLOGICA del pericolo, è l'illusione di invulnerabilità.
Non per nulla l'adolescenza è il periodo in cui la quasi totalità delle persone nel corso della loro intera vita si espone in generale maggiormente a comportamenti rischiosi, illudendosi di non poter morire o subire gravi danni.
Se a questo assetto neuropsicologico aggiungiamo l’alcol, che di per sé ha un effetto anestetizzante, disinibitorio e agisce direttamente sulla corteccia prefrontale rendendola meno efficiente IN CHIUNQUE, non solo negli adolescenti, possiamo capire ancora di più come mai la prima risposta di MOLTI (non tutti) i ragazzi che erano nel bar in quel momento, sia stato di sottostima del pericolo, ma anzi, di eccitazione, come fosse un evento straordinario al quale dedicare un contenuto, piuttosto che verso il quale reagire proteggendosi.
In aggiunta a ciò, In situazioni di emergenza improvvisa entrano in gioco bias cognitivi comuni non solo negli adolescenti, ma anche negli adulti: il bias di normalità (“non può essere davvero così grave”), il bias ottimistico (“capita agli altri, non a me”), la tendenza a guardare cosa fanno gli altri prima di agire (il bias di riprova sociale). Il risultato può essere una sorta di rallentamento cognitivo nell'adattarsi alla situazione, in cui il cervello resta agganciato a una risposta non adattiva semplicemente perché è l’unica immediatamente disponibile.

Arriviamo ai commenti di colpevolizzazione delle vittime.
Uno dei meccanismi principali dietro il comportamento di queste persone è il bias del senno di poi. Una volta che conosciamo l’esito dell’evento, il cervello riscrive la storia come se fosse stata ovvia fin dall’inizio.

Per un attimo abbandono il ruolo da psicologa e come semplice "Francesca" mi permetto di commentare "grazie al ca**o".
Tornando al mio ruolo di psicologa e recuperando neutralità, aggiungo che le informazioni che allora erano confuse, frammentarie, emotivamente travolgenti diventano, a posteriori, “chiare”. Questo produce l’illusione che la scelta giusta fosse evidente, cancellando completamente la complessità del momento vissuto.

A questo si aggiunge una convinzione che è profondamente radicata nel cervello di qualsiasi essere umano, che garantisce il poter vivere giorno dopo giorno senza cadere nel terrore di morire da un momento all'altro semplicemente perché inciampiamo camminando per strada e veniamo prontamente investiti da un autobus: il bisogno profondo di credere che il mondo sia fondamentalmente giusto e prevedibile. Se qualcosa di grave accade, allora qualcuno deve aver sbagliato ed è possibile proteggersi trovando il colpevole. Attribuire la colpa alle vittime serve a proteggere una credenza rassicurante: “se io mi comporto correttamente, a me non succederà. IO ho il controllo, sempre, di ogni situazione”. Ma questa è una difesa contro l’angoscia, non un’analisi oggettiva.

Il victim blaming risponde sempre a un bisogno psicologico di controllo. Condannare i ragazzi permette di prendere distanza emotiva dalla loro vulnerabilità e, indirettamente, dalla nostra. È un modo per dire: “io sono diverso, io saprei gestirla” "i miei figli sono diversi, a loro non sarebbe capitato". Ma questa sensazione di controllo è in gran parte illusoria. Ignora quanto il comportamento umano, in condizioni di pericolo reale, sia limitato, automatico e profondamente influenzato dal contesto. E pure tu avessi reagito prontamente, questo non necessariamente ti avrebbe salvato da un edificio in fiamme.
Il problema è che questa narrazione non aiuta nessuno. Non aumenta la sicurezza, non promuove prevenzione, non favorisce consapevolezza. Al contrario, rafforza una cultura colpevolizzante che nega i limiti dello sviluppo psicologico e delle risposte umane allo stress.

Una posizione più matura non è negare l’errore, ma comprenderlo. Non per giustificare, bensì per prevenire.
Chiedersi non “come hanno potuto essere così stupidi”, ma “come funziona il cervello umano in queste condizioni e cosa possiamo fare, come adulti e come società, perché situazioni simili vengano affrontate meglio”.
E se non si ha voglia di fare i conti con la propria, umana, paura della morte, se si sceglie di non mettere in discussione prima di tutto noi stessi invece che gli altri, almeno si abbia il rispetto di tacere affinché chi resta, i sopravvissuti da questa tragedia, siano gli amici o i familiari, non si trovino a dover fare i conti, oltre che con la disperazione, anche con la vergogna e la colpevolizzazione che questi atteggiamenti da Leoni da tastiera aggiungono a questa tragedia".

Dott.ssa Francesca Cardini

A forza di reggere tutto si può dimenticare cosa pesa davvero!Buon cammino a noi tutti 🩷
01/01/2026

A forza di reggere tutto si può dimenticare cosa pesa davvero!
Buon cammino a noi tutti 🩷

"Molti genitori si sentono feriti  quando si parla di carenza affettiva o di inadeguatezza genitoriale, perché interpret...
30/12/2025

"Molti genitori si sentono feriti quando si parla di carenza affettiva o di inadeguatezza genitoriale, perché interpretano il discorso come un’accusa verso se stessi e si sentono giudicati rispetto al loro impegno genitoriale. E certamente può essere un aspetto che genera dolore e tristezza. In realtà il punto fondamentale non è tanto stabilire se abbiano voluto bene ai figli, ma è riconoscere che per generazioni intere è mancato il linguaggio emotivo necessario per trasmettere davvero quell’amore. Ci sono persone che hanno dato tutto ciò che avevano, ma quel “tutto” era LIMITATO a causa della mancanza di strumenti interiori ricevuti a loro volta durante l’infanzia.
Chi è stato cresciuto senza un modello affettivo sano spesso fatica a vedere e a credere che questo lo abbia ferito, perché ammetterlo darebbe la sensazione di mettere in discussione l’intera storia familiare, i propri genitori. Si sviluppa una fedeltà invisibile (quello che Benjamin chiama il dono d'amore),ovvero si difendono i genitori proprio come un tempo si è dovuto difendere e proteggere se stessi. E' una questione di sopravvivenza emotiva.I figli da adulti possono pensare che la loro infelicità dipenda dal carattere, dalla fragilità personale o dal destino, e questo perché nessuno gli ha insegnato a collegare il disagio alle prime ferite non riconosciute. È proprio così chr il ciclo continua e si ripete, come ha scritto e riscritto Alice Miller, chi non è stato visto interiormente, chi non ha avuto vicino a sé un testimone compassionevole, fatica a vedersi e a vedere a sua volta.
Quindi non si tratta tanto di colpa, ma di responsabilità intergenerazionale. La colpa dice che avresti potuto fare meglio ma non l’hai fatto, non te ne sei curato, non hai fatto nulla per metterti in discussione e crescere, ma sei rimasto arroccato sulle tue posizioni. La responsabilità affettiva dice invece che hai fatto ciò che era possibile con ciò che avevi, che ti è stato trasmesso, ma oggi hai la possibilità di metterti in discussione e di decidere di acquisire ciò che ieri ti mancava. Questa è ciò che permette di guarire senza distruggere il legame, di riconoscere la ferita senza negare la realtà.
Spezzare questa catena si traduce nella presa di coscienza di aver avuto una determinata storia affettiva, educativa, familiare, e quindi nel vedere le proprie ferite, il proprio dolore, accoglierlo, validarlo con l'intento di agire diversamente, con consapevolezza. Non serve avere fatto tutto perfetto, è praticamente impossibile, ma è fondamentale vedere la nostra storia, vedere quel dolore, da dove proviene e avere il coraggio di metterci mano.
L’affetto non basta se non c'è un ascolto profondo, che passa prima dall' ascolto di sé."

Dott.ssa Germana Verganti Psicoterapeuta Milleriana-Analista Transazionale EMDR

"Da soli possiamo fare così poco...insieme possiamo fare così tanto!"Helen KellerVolge al termine un anno di lavoro, con...
19/12/2025

"Da soli possiamo fare così poco...insieme possiamo fare così tanto!"

Helen Keller

Volge al termine un anno di lavoro, condivisione, apprendimento, ricchezza, integrazione....relazioni che nascono come collaborazioni e che si evolvono in legami di affetto e amicizia.

🎄Grazie alle mie care colleghe Pentasuglia e chiara cefaloni, grazie a tutti coloro che si sono lasciati accompagnare nel nostro studio con fiducia e speranza🎄.

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75100

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