Studio Olistico Pia Tubertini

Studio Olistico Pia Tubertini Operatrice olistica professional ad indirizzo bioenergetico, Master Reiki, Theta Healer, Animal Heale Motto: Parla come mangi e vivi come parli.

Mi occupo di riequilibrio, aiuto le persone a ritrovare il benessere attraverso trattamenti e percorsi evolutivi con l'aiuto della floriterapia, cristalloterapia, tecniche di bioenergetica, Reiki, costellazioni famigliari e Theta healing, meditazione e riascolto di se stessi e della natura. Mi occupo anche del benessere degli animali che vivono con noi. Ho creato il Green Swap Camp, un campo estiv

o per bambini immerso nella natura a pochi km da Bologna , dove i bambini sono liberi di essere bambini.

26/05/2026

Cosa stiamo rimandando nell'attesa che tutto intorno a noi sia perfetto?

In India esiste un concetto affascinante legato al tempo che si chiama Jugaad. Non è solo l'arte di arrangiarsi con quello che si ha, ma una vera e propria filosofia di vita. Se cammini per le strade di Delhi o Mumbai, noti subito che nessuno aspetta il momento ideale per muoversi, creare o riparare qualcosa. I sarti posizionano le loro macchine da cucire direttamente sui marciapiedi, tra il fango e il traffico. I barbieri appendono uno specchio a un albero e iniziano a lavorare. Non aspettano di avere un negozio perfetto, pareti dipinte o il silenzio intorno. Iniziano nel caos, perché sanno che la vita non si ferma ad aspettare le condizioni ideali.

In natura nessun seme aspetta che il terreno sia morbido, fertile o privo di ostacoli per iniziare a spuntare. Il seme fa l'unica cosa che sa fare: inizia a crescere esattamente lì dove si trova, usando la forza che ha dentro per farsi spazio tra la durezza della roccia.

Spesso noi facciamo l'esatto contrario. Rimandiamo un progetto, un cambiamento o una decisione importante dicendo: "Lo farò quando avrò più soldi, quando i figli saranno grandi, quando sarò meno stanco". Cerchiamo una perfezione lineare che nella realtà non esiste, trasformando l'attesa in una gabbia confortevole. Aspettiamo che il mare si calmi per iniziare a navigare, dimenticando che si impara a timonare solo dentro la tempesta.

La crescita non è il risultato di condizioni perfette, ma il coraggio di fiorire nel mezzo del disordine. Non serve che tutto sia allineato per fare il primo passo. La tua evoluzione non ha bisogno di uno scenario ideale, ha solo bisogno che tu decida di cominciare.

E voi? Qual è quel passo che state rimandando in attesa del "momento giusto"?

Raccontiamoci nei commenti 💛

Ci sono luoghi speciali, sono onorata di poter lavorare qui. 💝
24/05/2026

Ci sono luoghi speciali, sono onorata di poter lavorare qui. 💝

13/05/2026

Scarpe comode, borraccia e via!
Non serve altro. 🍀

13/05/2026

📍A Kyoto c'è un giardino che hai visto in tutti i libri sullo Zen. Solo sabbia bianca rastrellata e quindici sassi. Niente fiori. Niente alberi. Niente acqua. Sembra il giardino più semplice del mondo.

Ed è la cosa più sofisticata che il Giappone abbia mai costruito.

Si trova al Ryōan-ji, un tempio Zen della scuola Rinzai nella parte nord-occidentale di Kyoto. Lo costruì nel 1450 un signore feudale di nome Hosokawa Katsumoto, uno degli uomini più potenti del Giappone della sua epoca. Quando morì, ventitré anni dopo, la sua villa di campagna venne convertita in tempio. Il giardino di pietre, quello che oggi conoscono in tutto il mondo, fu aggiunto alla fine del Quattrocento. Non si sa nemmeno con certezza chi l'abbia disegnato. Le fonti più antiche fanno il nome di un artista chiamato Sōami, ma è un'attribuzione contestata. È uno dei monumenti più famosi del pianeta, e non sappiamo di chi sia la firma.

Ed è già strano così.

Ma la cosa che, di quel giardino, quasi nessuno sa, è il suo segreto più importante.

Il giardino è un rettangolo di circa venticinque metri per dieci. È circondato da un muro basso di terra cruda, scuro, macchiato dal tempo. Dentro, sulla sabbia rastrellata ogni mattina dai monaci, ci sono quindici pietre, disposte in cinque gruppi: cinque, due, tre, due, tre. Le puoi guardare dal verandone di legno del Hōjō, l'antica abitazione dell'abate, che corre lungo un lato del giardino. Puoi sederti, spostarti, alzarti, cambiare punto di vista cinque, dieci, venti volte.

E in nessun caso, da nessun angolo, riuscirai a vedere tutte e quindici le pietre insieme.

Ce n'è sempre una nascosta. Sempre. Cambia quale, a seconda di dove sei seduta. Ma una manca, sempre.

Non è un caso. Non è un difetto di progettazione. Non è la prospettiva che ti gioca un brutto scherzo. È stato fatto apposta. Per cinquecento anni, milioni di persone si sono sedute davanti a quel giardino, e milioni di persone hanno cercato la quindicesima pietra. Si sono chinate. Si sono spostate a destra. Sono andate all'angolo. Hanno provato a salire in piedi. E nessuna l'ha mai vista tutte insieme.

Per capire perché, devi sapere una cosa.

Nel buddhismo, il numero quindici è il numero della perfezione. Viene dal calendario lunare: la luna impiega esattamente quindici giorni per passare dalla luna nuova alla luna piena. Quindici è il numero del compimento. È la cifra dell'illuminazione, del raggiungimento, della completezza. Nella tradizione, vedere tutti e quindici significherebbe aver toccato il punto in cui non manca più niente. Significherebbe aver finito.

Il giardino del Ryōan-ji è progettato perché tu non ci arrivi.

Chi ha disegnato quei cinque gruppi di pietre non voleva farti un quiz visivo. Voleva farti un'esperienza filosofica. Voleva che ti sedessi lì, contassi le pietre, ne trovassi quattordici, e poi capissi, lentamente, che la quindicesima non si vedrà mai. Non perché ti manca qualcosa tu. Perché la condizione umana è esattamente questa: c'è sempre una pietra che non vedi.

Ti dico cosa mi ha attraversata quando l'ho capito.

Noi viviamo come se le quindici pietre fossero là fuori da qualche parte, e fosse colpa nostra se non riusciamo a vederle. Come se il problema fossimo noi, il nostro angolo, la nostra postura, il nostro punto di osservazione. Se solo lavorassi un po' di più, se solo fossi più sveglia, più disciplinata, più organizzata, più presente, più consapevole, le vedrei tutte. Vedrei la mia vita per intero. Capirei chi sono, dove sto andando, cosa significa quello che mi è successo, perché le persone che ho amato si sono comportate così. Le vedrei tutte. Avrei la foto completa.

Il Ryōan-ji ti dice, con cinquecento anni di pietre e sabbia, che non funziona così. Che non è una questione di angolo. Che il giardino, cioè la realtà, cioè la tua vita, è progettato in modo tale che una pietra resti sempre nascosta. Sempre. Per chiunque. Per la donna sgambata di settant'anni che è venuta qui ogni domenica per quarant'anni. Per il monaco che ci dorme accanto. Per i milioni di turisti che ci sono passati. La pietra mancante non è un tuo fallimento. È il design.

E qui, a un certo punto del giardino, c'è una seconda cosa che nessuno racconta.

A pochi metri dal Hōjō, dietro l'edificio, c'è una vasca di pietra rotonda, una di quelle vasche dove un tempo i monaci si lavavano le mani prima delle cerimonie. Si chiama tsukubai. Su questa, intorno al foro centrale a forma di bocca, sono incisi quattro caratteri giapponesi che, letti insieme al simbolo della bocca, formano una frase: ware tada taru wo shiru. La traduzione letterale è: "io, soltanto, conosco l'avere abbastanza." Più libera: "io so solamente bastarmi."

Quattro caratteri. Sette parole italiane. Cinque secoli.

È il messaggio gemello del giardino delle quindici pietre. Le pietre ti dicono che non vedrai mai tutto. La vasca ti dice che è già abbastanza così.

Pensaci.

In Italia, oggi, viviamo dentro un sistema che ci dice il contrario, ogni giorno, ogni ora, ogni notifica. Devi sapere di più. Devi vedere di più. Devi tenere sotto controllo tutto. Devi capire chi sei. Devi avere la situazione in mano. Devi essere informata, presente, sveglia, ottimizzata. E noi giriamo, giriamo, giriamo intorno al verandone della nostra vita, cambiando angolo, cercando il punto da cui finalmente vedremo tutte le quindici pietre insieme. E ogni volta che ne contiamo solo quattordici pensiamo: forse il problema sono io.

Il monaco che cinquecento anni fa ha messo quei sassi su quella sabbia ti sta dicendo: no. Non sei tu. È il giardino. È fatto così. Sediti. Conta le quattordici pietre che vedi. Lascia che la quindicesima, quella che non vedi, esista comunque, da qualche parte, sotto il tuo sguardo, senza darti tregua. È la prova che sei umana. Non la prova che sei rotta.

E forse, dopo qualche minuto seduta lì, capisci anche un'altra cosa. Che le persone che, nella tua vita, ti hanno fatto sentire incompleta, sbagliata, sempre indietro di una pietra, ti stavano vendendo un giardino che non esiste. Ti stavano facendo pagare il senso di colpa per non vedere una cosa che nessuno, da nessun angolo del mondo, può vedere.

Smettila di cercare la quindicesima pietra.

Conta le quattordici che hai. Sono già un giardino.

Ho scritto un libro con 19 storie su parole, luoghi e gesti come questo. Su cose che il Giappone sa raccontare meglio di chiunque altro perché ha cinque secoli di vantaggio nel pensarci.

"LE CREPE SONO FATTE PER L'ORO"

Non è un libro sul Giappone. È un libro per chi ha passato la vita a cercare la pietra mancante e non si è mai fermata abbastanza a contare quelle che vedeva.

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12/05/2026

Il lavoro è uno scambio professionale.

Può (e dovrebbe) essere umano, gentile, rispettoso e anche empatico.

Ma non facciamoci illusioni: tu offri il tuo talento, l’azienda ti dà uno stipendio.

Quindi, non confondere un bel clima con l’amicizia, l’impegno con il sacrificio personale, la lealtà con l’obbedienza cieca.

Metti dei confini chiari: i tuoi obiettivi sono tuoi.

Il tuo tempo è tuo.

La tua vita è tua.

Il tuo valore è tuo.

Diciamolo una volta per tutte: il lavoro è lavoro.

Sì, va svolto con professionalità e rispetto, ma finché c’è un compenso, resta una transazione.

Punto.

E la tua vera famiglia, quella che conta davvero, ti aspetta a casa.



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09/05/2026

NERVO VAGO e i suoi sintomi: ecco la mappa completa di quello che succede quando il nervo più lungo del corpo non funziona al meglio (e perché il collo c'entra più di quanto pensi)

Tachicardia senza motivo, nausea, sensazione di debolezza alle braccia e alle gambe, senso di svenimento...

Sono sintomi per cui puoi prendere anche un bello spavento: non è mai piacevole quando ti batte il cuore all'impazzata, o quando ti sembra di essere su una barca da tanto hai sensazione di sbandare.

Con dei sintomi così, verrebbe da pensare che ci sono dietro problemi significativi, eppure....
... la maggior parte delle persone che fa qualche controllo, non trova grandi cose, o per lo meno niente che giustifichi quel malessere.

Succede perchè (per fortuna) non c'è una vera e propria "grande patologia", ma un basso funzionamento del "filo elettrico" più lungo del corpo.

Quel filo si chiama nervo vago, ed è letteralmente il nervo più lungo e ramificato del cranio.

Parte dal tronco dell'encefalo alla base del cranio, scende lungo il collo, e da lì si ramifica verso il cervello, il cuore, i polmoni, la laringe, lo stomaco e l'intestino.

In pratica collega il cervello a quasi tutti gli organi interni.

Il suo lavoro è fondamentale: è il "freno" di tutto il sistema nervoso. Tutto ciò che il corpo fa in modalità calma passa dal nervo vago: rallentare il cuore, aprire il respiro, attivare la digestione, favorire la lucidità mentale, recuperare energia.

Quando funziona bene, non ti accorgi nemmeno che esiste.

Quando non funziona al meglio, gli effetti si sentono ovunque lungo il suo percorso, e la mappa nell'immagine li racconta piuttosto bene.

La NEBBIA MENTALE arriva perché il vago sotto tono riduce l'efficienza cerebrale: la lucidità cala e la concentrazione diventa faticosa anche a riposo, senza che tu abbia fatto nulla di impegnativo.

Il NODO ALLA GOLA e la voce che si inceppa hanno una spiegazione precisa: il vago innerva la laringe, e quando è in difficoltà crea quella sensazione di costrizione alla gola che spaventa molte persone (e che spesso viene scambiata per ansia).

Il RESPIRO CORTO e quella sensazione di petto "chiuso" dipendono dal fatto che il vago coordina il diaframma e i polmoni: quando è compromesso, il respiro diventa superficiale e non riesci mai a fare un respiro davvero pieno.

La TACHICARDIA senza motivo è forse il sintomo più spaventoso: il vago è il freno naturale del cuore, e se è poco attivo il battito accelera senza causa apparente. Tante persone finiscono dal cardiologo convinte di avere un problema cardiaco, quando in realtà il cuore è perfetto e il problema è nel freno che non funziona.

La DIGESTIONE LENTA e il reflusso nascono perché il vago regola lo svuotamento gastrico: quando non funziona al meglio, lo stomaco trattiene il cibo troppo a lungo e l'acido risale.

I GONFIORI e i problemi intestinali hanno un collegamento ancora più diretto di quanto si pensi: circa l'80% delle fibre vagali sono afferenti, ovvero salgono dall'intestino al cervello. Quando il vago non trasmette bene, la motilità intestinale rallenta e i gas si accumulano.

L'ANSIA improvvisa e la stanchezza cronica sono la conseguenza di tutto il quadro: il vago è il principale nervo del sistema parasimpatico, e se è in difficoltà il corpo resta in allerta costante. Ansia senza causa, energia che non torna, sensazione di essere sempre "sotto pressione" anche nei momenti di calma.

Sette sintomi diversi, sette organi diversi, un unico nervo che li collega tutti.

Adesso la domanda che quasi nessuno si fa: se il nervo vago parte dal tronco dell'encefalo e scende lungo il collo, cosa succede quando la zona cervicale è cronicamente tesa e infiammata?

Succede che il nervo vago, nel suo percorso tra i muscoli del collo, si trova a lavorare in un ambiente ostile.

Lo sterno-cleido-mastoideo e gli scaleni, quando sono cronicamente contratti, creano una zona di tensione e infiammazione costante proprio dove il vago deve passare.

Il freno si allenta.

E tutti gli organi a valle ne risentono contemporaneamente.

Ecco perché tantissime persone con problemi cervicali cronici hanno anche uno o più dei sintomi della mappa: non sono ipocondriache, hanno un nervo vago che viene disturbato nel collo.

È un circolo vizioso: lo stress irrigidisce la cervicale, la cervicale disturba il vago, il vago meno efficiente genera sintomi che aumentano lo stress.

Ma è anche un circolo che si può invertire.

Quando i muscoli cervicali tornano a funzionare e l'infiammazione locale si riduce, il nervo vago ritrova un ambiente favorevole. Il freno si riattiva, e i sintomi si attenuano a catena.

Personalmente è una delle cose che vedo accadere più spesso: le persone iniziano a lavorare sulla cervicale per il dolore al collo, e scoprono che migliorano anche digestione, battito cardiaco e lucidità mentale.

Non è un effetto collaterale: è lo stesso nervo che finalmente torna a fare il suo lavoro 💪

Se vuoi fare un lavoro ordinato e completo, scopri i miei nuovi ALLENAMENTI GRATUITI della serie "Cervicale a nuovo"!

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08/05/2026

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08/05/2026

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