24/01/2026
Non è una polemica.
È un mio sentire.
Sicilia, terra colpita dal ciclone Harry e, ancora una volta, da un altro ciclone: quello delle parole.
In questi giorni leggo commenti che non analizzano, non comprendono, non rispettano.
Uno sciacallaggio mediatico ormai impressionante, che arriva sempre puntuale quando c’è dolore, morte, perdita.
Gli stessi commenti li avevo già letti dopo la strage di Crans-Montana:
ragazzi morti, famiglie distrutte, e una folla pronta a spiegare dall’alto della propria presunta sapienza cosa si sarebbe dovuto fare.
La scuola di psicoterapia è un percorso lungo e tortuoso, che ci educa — passo dopo passo — a sospendere il giudizio, ad accogliere, ad ascoltare.
Nessuno dice che sia facile.
Ma questi non possono essere valori riservati a una categoria professionale: richiedono a tutti uno sforzo consapevole, l’apertura del proprio pensiero, l’espansione dell’anima.
È lì che una comunità diventa davvero umana, soprattutto quando si trova davanti al dolore.
Perché oggi assistiamo a un ciclone di parole — metaforicamente parlando —
un vortice che inghiotte, travolge e devasta tutto ciò che incontra:
il dolore, la dignità, la complessità delle vite reali.
E allora torno a ciò che ci insegnano davvero:
la presenza, il rispetto,
e la bellezza del silenzio.
Un silenzio che non è indifferenza,
ma umanità.
Un silenzio che, di fronte a certe tragedie,
parla infinitamente più di mille parole.
La mia vicinanza va anche alla Calabria e alla Sardegna,
a tutte le comunità colpite,
a chi oggi prova a stare in piedi mentre tutto intorno trema.
🌪️🌊