26/03/2026
Sulla professoressa accoltellata a Trescore Balneario, vicino Bergamo: quello che i media non vi stanno dicendo.
Pochi sanno come funziona davvero, dentro. Io lo so. Perché ci sono passata.
Molti anni fa insegnavo inglese in un liceo scientifico statale. Fui "invitata" — nel senso che al terzo rifiuto avrei perso il posto — a insegnare anche alle serali. Le vecchie 150 ore. Mi ritrovai in una classe con ragazzi quasi maggiorenni che avrebbero dovuto essere nel carcere minorile, ma che erano stati "affidati" a una famosa comunità di recupero.
Scrivo "affidati" tra virgolette perché l'affidamento consisteva in questo: un biglietto dell'autobus. Nessun educatore li accompagnava a scuola, nessun assistente si è mai visto. Arrivavano dal parco, completamente sballati. A volte molto cattivi.
Ne parlai con la collega più esperta. La sua risposta: "Io quando fanno così gli urlo di obbedire se non vogliono un calcio nel c**."
Non per modo di dire. L'ho sentita urlare davvero questa frase, da un'aula all'altra. Evidentemente non le erano stati dati altri mezzi per fronteggiare la situazione.
Tornavo a casa distrutta ogni sera per la tensione di quelle ore. Non c'era nemmeno la speranza che tornasse la titolare della cattedra e mi liberasse dalla supplenza: vista la situazione, aveva optato per la malattia perenne.
La preside, ottocento anni almeno, aspettava palesemente l'incidente per avere un pretesto per togliersi "quelli della comunità", come li chiamava quando le esponevo i miei timori. Gongolava: chi meglio di una giovane supplente per fare da vittima?
Arrivarono le minacce verbali. Poi una molto più pesante, se non li avessi lasciati uscire durante un compito in classe. Andai dal rappresentante sindacale chiedendo di intervenire con la scuola. Chiedevo solo una cosa: che venissero accompagnati da un educatore, come prevedeva il loro stesso "progetto di reinserimento".
La risposta: "Eh, quante scene! Sapessi quante volte mi hanno minacciato! Una volta uno ha tirato fuori un coltello e me l'ha messo alla gola!". Rideva.
Quante scene. Avete capito bene.
Andò a finire che lasciai per sempre quel lavoro — per fortuna ne avevo un altro. Altre mie colleghe non hanno potuto farlo.
Oggi, leggendo di Bergamo, avrei voglia di chiamare quel sindacalista e urlargli: "Quante scene, eh? Non succede mai niente, vero?"
Ecco quello che vi chiedo di tenere a mente, perché quasi nessuno lo dice chiaramente: la violenza nelle scuole raramente esplode dal nulla.
Prima ci sono settimane, mesi di avvisaglie: note, richieste di aiuto, segnalazioni, paura soppressa. Tutto inascoltato, o ascoltato senza strumenti per rispondere.
Il problema non sono i ragazzi — spesso semplicemente abbandonati a loro stessi da adulti inqualificabili. Il problema è semmai un sistema che finge di non vedere, finché non può più farlo.
Quanti insegnanti bravi perderemo ancora perché non si sentono al sicuro? Quanti altri verranno aggrediti perché le loro richieste di aiuto sono finite nel cassetto di qualche dirigente o sindacalista che aspettava che il problema passasse da solo?
La risposta che non vorrei più sentire è "quante scene."
Foto credit: Diana - Pexels