13/05/2025
Ultimamente penso spesso a quanto “amare il cibo” venga percepito come una colpa o a quando il “mi piace mangiare” sia diventato una sorta di condanna morale.
La cultura della dieta insegna che si può godere del cibo solo a determinate occasioni, come il weekend, le feste comandate, le occasioni speciali.
Il problema però è che a quel punto non si sa più come approcciarsi ad esso e allora lo si esaspera, lo si vive con senso di colpa, paura, disconnessione.
In altre parole, averlo confinato solo a pochi e precisi giorni lo ha de-normalizzato, distorto. Lo ha fatto diventare sinonimo di eccitamento, quello che si sente quando si mangia, con fare famelico, qualcosa che non si mangia quasi mai e che, per questo motivo, si arriva a desiderare moltissimo.
Cosa succederebbe invece se il piacere entrasse nella quotidianità? Se non bisognasse aspettare il sabato per godere di qualcosa che ci piace davvero?
Se si familiarizzasse con tutte le sfumature del piacere e se si provasse a inserirle in ogni singola giornata, con libertà e in linea con le proprie risorse individuali?
Si chiama “legittimazione del piacere” e… si può fare!