Federica Summo Psicologia e Teatro

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11/04/2020

Lo abbiamo chiesto allo psicoterapeuta Matteo Lancini e al docente universitario di Didattica e Pedagogia Dario Ianes

♥️ in casa!
31/03/2020

♥️ in casa!

09/03/2020

La paura è da sempre stata etichettata come un’emozione negativa, da sfrattare, da espettorare.
Non appena ci bussa alla porta noi cerchiamo di fare di tutto per maltrattarla ed esorcizzarla pensando così di aver vinto una battaglia, di essere stati più forti, di non essere stati vinti, di aver resistito.

Non possiamo negarlo, la paura ci fa paura perché con sé porta anche la possibilità, che ci terrorizza, di perdere il controllo e di esserne governati inducendoci a mettere in atto comportamenti illogici e disadattivi. Questo avviene perché ci identifichiamo totalmente nell’emozione che stiamo provando e lasciamo che ci trascini e ci schiaffeggi lasciandoci inermi.

La novità è che con le emozioni possiamo avere un dialogo costruttivo, possiamo interrogarle, possiamo porci ad una distanza di sicurezza tale per cui sarà possibile accorgerci del loro arrivo e decidere cosa fare. Siamo noi i protagonisti e loro sono delle comparse, seppur fondamentali. Noi non “siamo” una determinata emozione, noi “proviamo”quella determinata emozione e questa differenza è la chiave.

Non riconoscerla quando arriva però potrebbe creare gravissimi danni. Ci sono momenti in cui la paura ci è amica, in cui si traveste da postino e ci bussa alla porta per portarci un messaggio importante e noi, non ascoltandola, commettiamo un grave errore. (Mi drogo perché tanto non morirò. Attraverso la strada quando è rosso perché le possibilità di essere investita sono bassissime eccetera eccetera) Sono tanti i momenti in cui bisognerebbe avere un pizzico di paura in più.

In questo momento più che mai, bisogna aprire quella porta ed ascoltare. Ascoltare implica uno sforzo, significa esserci, significa essere presenti.

La comunicazione (quella autorevole) che ci ruota attorno, sta cercando di avvicinare alle porte delle nostre case la paura: nessuna psicosi di massa. La storia è molto più semplice: la paura arriva, bussa alla porta, noi guardiamo dallo spioncino e chiediamo “chi è?”. Lei ci risponde: “Hey, volevo solo avvisarti che qui fuori c’è un virus molto contagioso che è meglio non prenderci tutti insieme perché corriamo il rischio, ammalandoci, di finire tutti insieme all’ospedale. Anzi, ancora peggio: rischiamo di non poterci finire tutti insieme all’ospedale perchè i posti scarseggiano e non ce n’è per tutti. Scarseggiano i posti e scarseggia anche il personale sanitaro che possa curarci tutti insieme. Certe persone possono essere contagiose anche senza sintomi quindi è difficile capire chi ha il virus e chi no. Si, lo so. Questo è preoccupante. Cosa ne dici se invece che uscire e rischiare di contagiare qualcuno ed essere contagiato, te ne stai bello bello a casa a leggere, cantare, ballare, fare l’amore, scrivere un diario segreto, cucinare, guardare la tv, fare stretching, giocare, fare yoga, meditazione, dipingere? No, no. Niente panico, io non sono il panico. Sono la paura. Al panico ho detto di starsene anche lui a casa sua perché in questo momento non serve a un bel niente. Il panico sopraggiunge quando una soluzione ad un problema non c’è. In questo caso puoi rasserenarti perché una soluzione c’è ed è alla portata di tutti, semplicissimo: STATE A CASA.” “Grazie Paura, lo farò.”

A volte la paura ci mette in guardia dai pericoli e fa attivare il nostro istinto di sopravvivenza. Abbiate paura. Non è poi così male.

04/05/2016

-Siamo abituati a connotare negativamente la parola "perdere" ma se ci fate caso a volte perdere è bello. Si possono perdere le paure, le cattive abitudini, i pregiudizi. Si puó perdere qualcuno che ci fa star male. Spesso bisogna proprio perdersi per capire di più.-
-Io ho dovuto imparare a sorridere di nuovo. Sorridete ragazzi, neanche sapete quanto è bello un sorriso. Un sorriso avvicina piú di un passo. Un sorriso puó risolvere una giornata e a volte anche una vita.-
Ezio Bosso

“L’autoconsapevolezza, cioè la capacità di riconoscere un sentimento nel momento in cui esso di presenta, è la chiave di...
23/04/2016

“L’autoconsapevolezza, cioè la capacità di riconoscere un sentimento nel momento in cui esso di presenta, è la chiave di volta dell’intelligenza emotiva” (Daniel Goleman). Suggerimenti per dare parole alle emozioni. Di Graziella Favaro, su Sesamo.

Uno dei fondamenti pedagogici e artistici dell’Educazione alla Teatralità è la prassi filosofico-estetica del laboratori...
22/04/2016

Uno dei fondamenti pedagogici e artistici dell’Educazione alla Teatralità è la prassi filosofico-estetica del laboratorio creato e sviluppato da Grotowski, nel quale nasce e prende forma un tipo di teatro il cui obiettivo è quello di educare la persona. Si tratta di un ambiente caldo e familiare in cui l’uomo riesce a crescere e accrescere il proprio benessere psicofisico attraverso un percorso che lo porti a fare esperienza sia della propria intimità che della realtà esterna; tutto questo senza la paura di essere giudicati, visto che si parte dal rispetto della sperimentazione, della creatività e della personalità dell’altro. Così inteso, «il teatro non promette di trasformare l’uomo in super-uomo, ma può costruire un ottimo banco di prova, può dare ad ognuno la misura del proprio essere uomo. Per questo non si parla di attore in quanto entità astratta, ma di “attore-persona” […]» (Oliva, 1999: p. 93). È proprio a partire dal concetto di attore-persona che si costituisce e prende forma il Laboratorio di Grotowski, la cui finalità è proprio quella di valorizzare e rispettare le qualità personali; viene così negata l’idea dell’attore-oggetto, che intende l’uomo come oggetto di mercato poiché viene considerato unicamente come esecutore di un prodotto artistico.

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https://it.m.wikipedia.org/wiki/Educazione_alla_teatralit%C3%A0

"Allora è l'amore che fa funzionare tutto maestra?"
18/04/2016

"Allora è l'amore che fa funzionare tutto maestra?"

17/03/2016

LAB_Fiducia
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E' bello sapere che anche se vaghiamo nel buio, ci sono mani tese pronte a prendersi cura di noi.

Fiducia che deriva dal latino fìdere, aver fede, credere in una persona, in un’organizzazione, in un’idea, in qualcosa su cui possiamo fare sicuro affidamento.

La ricerca di un vantaggio competitivo legato al valore fiducia, si sta spostando dall’esterno (sistemi organizzativi, metodiche di lavoro) all’interno, sviluppando la relazione, la condivisione e la crescita personale.

Questo paradigma apre un nuovo concetto: il valore delle aziende non è solo quello del Capitale sociale versato, del fatturato raggiunto e del margine operativo ottenuto, ma soprattutto, è del Capitale Umano, che diventa l’equivalente emotivo e psicologico del capitale finanziario.

Il Capitale Umano può prendere la forma della fiducia, della conoscenza, del riconoscimento, oppure della consapevolezza che i colleghi, offrendoci il loro aiuto, stanno facendo qualcosa che è coerente con i loro valori personali.

Questo ci permette di dire con certezza assoluta che, la fiducia rappresenta un enorme capitale sociale (emotivo) creando collegamenti e coesione fra i membri del gruppo, determinando una maggiore produttività.

Vi consiglio di continuare a leggere questo articolo interessante sulla fiducia nei gruppi di lavoro come base solida per trasmettere fiducia ai clienti: http://www.afsolutions.it/costruire-sulla-fiducia/.

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