Essere - Studio di Psicologia - Dott.ssa Gilda Malinconico

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Essere - Studio di Psicologia - Dott.ssa Gilda Malinconico Psicoterapia ad orientamento analitico,
consulenza per problemi in famiglia, a scuola, nel lavoro, n

13/12/2023

La psicoterapia nelle parole di chi ne fa esperienza:

La psicoterapia è… nelle parole di chi ne fa esperienza. “…come tessere una narrazione in cui si tengono insieme i pezzi...
28/01/2022

La psicoterapia è… nelle parole di chi ne fa esperienza.

“…come tessere una narrazione in cui si tengono insieme i pezzi…di vita, di scelte, di relazioni… di passato, di presente e di futuro…”

Cos’è la psicoterapia me lo insegnano le persone con le quali lavoro.“È come quando ero alla ricerca delle balene in oce...
21/09/2021

Cos’è la psicoterapia me lo insegnano le persone con le quali lavoro.

“È come quando ero alla ricerca delle balene in oceano…
all’inizio non sai cosa guardare, ti senti frustrato! vedi solo blu sconfinato.
Poi, con altri, impari a riconoscere quali indizi; l’acqua che si muove in un certo modo segnala che qualcosa sta per succedere, molto prima che si veda lo sbuffo!
E’ lì che si può guardare, e restare in attesa.
Per me è così anche nelle relazioni, imparo a rintracciare criteri per cogliere aspetti a partire da indizi che aiutano a capire dove guardare”.

Controllo e Diffidenza - Renzo Carli..Prendiamo la relazione tra uomo e donna, nella nostra cultura come in altre simili...
02/07/2021

Controllo e Diffidenza - Renzo Carli..Prendiamo la relazione tra uomo e donna, nella nostra cultura come in altre simili alla nostra. Per l’uomo, la donna non deve avere desideri; deve identificarsi con i desideri del “suo” uomo. La donna che “desidera” non è tollerata dall’uomo. Non si tratta solo del desiderio sessuale; alla donna viene negato il desiderio di successo, il desiderio di potere, il desiderio di popolarità, di affermazione di sé. Quando la donna mostra di possedere e valorizzare un proprio desiderio, viene assimilata alle “donne femministe” o, se si vuole, alle “donne poco di buono”; alle donne che rifiutano una relazione con l’uomo secondo i valori tradizionali, quei valori che negano alla donna il diritto, ma soprattutto il fatto di desiderare. La donna che desidera è pericolosa, per l’uomo immerso nella cultura tradizionale. L’unico desiderio ammesso per la donna è quello di procreare, di diventare madre e di dedicare tutta sé stessa ai figli. Interessante l’ambiguità che, nella nostra cultura, caratterizza la simbolizzazione emozionale operata dall’uomo nei confronti della donna. Una simbolizzazione che fa della donna un oggetto d’attrazione, più che di rapporto. L’attrazione, d’altro canto, concerne connotazioni femminili che suscitano emozioni ambigue, sostanziate d’ammirazione e al contempo di paura e di disprezzo. Nella cultura tradizionale, infatti, le connotazioni femminili che suscitano attrazione sono anche quelle che frustrano il desiderio di possesso della donna stessa, come abbiamo visto poc’anzi. Kalòs kai agathòs, la bellezza identificata con il valore della bontà, non appartiene alla cultura tradizionale. Nell’attrazione per la donna si mescolano, nella mente dell’uomo, emozioni contrastanti: dall’idealizzazione al deterioramento della donna attraente, vissuta quale minaccia per l’inadeguatezza “virile” che perseguita ogni uomo, nel suo paragonarsi al mito del “vero uomo”. Sembra che il narcisismo, nell’uomo, sia l’unica via di scampo, l’unica alternativa all’attrazione per la bellezza della donna. Con il rovesciamento dell’orientamento attrattivo, con la fantasia di essere oggetto d’attrazione per la donna, o meglio per le donne, l’uomo può proteggersi dall’idealizzazione della donna che lo attrae e lo condanna a confronti, spesso impietosi, con altri uomini. Quando tutto questo non avviene, l’attrazione per la donna può essere vissuta quale minaccia alla propria identità, quale segnale dell’inadeguatezza maschile nei confronti di un desiderio che troverà – nell’altra – attese, valutazioni, giudizi ai quali l’uomo sente di non essere adeguato. Una donna che ha avuto altre relazioni è, per l’uomo, una fonte impietosa di confronti potenzialmente mortificanti. Di qui il mitizzare, nell’uomo, il rapporto con una donna “vergine”: ove la verginità della donna assume, per l’uomo, la veste rassicurante del sentirsi sottratto a ogni problematico confronto con altri uomini. Di qui l’ambiguità nei confronti della donna, ove l’attrazione si confonde con la rabbia, ove la cortesia si confonde con la violenza. Il rapporto dell’uomo con la donna, se fondato sulla sola attrazione, è sempre un rapporto ambiguo, ove la rabbia e la violenza fanno da contrappunto invidioso all’attrazione stessa. Quando l’attrazione è reciproca, l’evoluzione di questa reciprocità comporta che il desiderio di entrambi possa diventare il preludio ad un’ipotesi produttiva, alla creazione di una cosa terza. Se la cosa terza è la più ovvia, vale a dire un figlio, le possibili problematiche relazionali s’assestano, sia pur provvisoriamente. L’uomo può vivere il figlio come testimonianza della “produzione” femminile; ma, anche, come prova della propria capacità produttiva maschile. L’arrivo di un figlio, d’altro canto, muta profondamente l’immagine femminile: da donna a madre. Un cambiamento che è meno evidente nell’uomo, ove la paternità non implica un cambiamento così profondo e pervasivo.
Un aspetto del cambiamento da donna a madre, è dato dal fatto che, con l’assumere una funzione materna, la donna sembra avere meno bisogno d’essere controllata dall’uomo. Il desiderio femminile, per l’uomo, è vissuto quale pericolo incombente d’essere “tradito” dalla donna vissuta come attraente perché desiderante, e per questo vissuta, anche, come potenzialmente insensibile al vincolo che la relazione di coppia implica. Quando il desiderio della donna si sposta sul figlio, la donna cambia e si propone – al contempo – come rassicurante e come meno desiderabile. È in questo cambiamento che, spesso, la relazione fondata sull’attrazione diventa violenta. La violenza maschile sembra motivata dall’invidia per la capacità generativa della donna e, al tempo stesso, dalla perdita d’attrazione che la generatività comporta per la donna stessa. Il venir meno della necessità di controllare, coincide con la rabbia per una donna che, diventando madre, perde i suoi connotati attrattivi dovuti alla sua giovane età, al desiderio che la caratterizza, all’ambiguità delle sue aspirazioni, alla componente possessiva che l’attrazione stessa comporta per l’uomo. La violenza nei confronti della donna, della propria donna, è sovente motivata – nell’uomo – dall’emozione disperata e disperante, sollecitata dall’impossibilità di possederla. Come ho più volte sottolineato (Carli, 2012), è impossibile possedere alcunché, meno che meno una donna. L’illusione del possesso nei confronti della donna è evidente, ad esempio, nelle parole – in profonda contraddizione tra loro – che l’uomo usava, nei tempi andati, per definire la sua compagna: “La mia signora”, ove il termine signora implica che la donna possegga l’uomo, mentre l’aggettivo “possessivo” mia, nega l’affermazione e sancisce la fantasia di possesso dell’uomo nei confronti della donna.
Se la donna sollecita la fantasia frustrante di un possesso impossibile e quindi motiva alla violenza, con il passare del tempo la trasformazione della donna, in particolare la trasformazione dovuta alla maternità, demotiva l’uomo al possesso e tale demotivazione può sollecitare ancora violenza, anche se fondata su motivazioni opposte. La donna può sollecitare, nell’ambito delle fantasie di gelosia, il timore rabbioso di una sua possibile perdita, quando è in atto l’attrazione; la stessa donna può sollecitare, nell’uomo, fantasie penose che sottolineano il vincolo obbligante, irreversibile, il non poterla più perdere, il suo sentirsi vincolato e obbligato alla relazione con lei, quando l’attrazione viene meno. Nei rapporti fondati sull’attrazione, quindi, il vincolo obbligante alla relazione gioca un ruolo centrale: rassicura l’uomo quando l’attrazione per la sua donna impedisce a quest’ultima di abbadonarlo, lo frustra quando al vincolo non corrisponde più l’attrazione. Le cose vanno diversamente quando la relazione di coppia viene trasformata in un’opportunità di costruzione di cose terze. In questo caso, la relazione viene finalizzata allo sviluppo di interessi condivisi, all’impegno nella produzione culturale, nella promozione civile, nella presenza politica e nel confronto continuo di un pensiero attento e critico, di una partecipazione entro i differenti contesti che la coppia sperimenta. La coppia, se impegnata nella produzione di cose terze, diviene un motore importante e attivo della vita civile, dei processi di convivenza.
La donna che attrae – e basta – può essere attraversata da desideri vissuti come pericolosi e preoccupanti, per l’uomo. La donna con la quale ci si impegna a costruire cose terze ha desideri che, al pari di quelli dell’uomo, sono una risorsa fondamentale per la condivisione dell’interesse per le cose terze che si intendono realizzare....

Control e mistrust

Metafore che rappresentano un ponte comunicativo, la metafora apre non pretendendo di saturare il senso... Un piccolo ca...
15/05/2021

Metafore che rappresentano un ponte comunicativo, la metafora apre non pretendendo di saturare il senso...

Un piccolo capolavoro!
Una osservazione delicata e implicante della persona con disturbo dello spettro autistico:

Corto animato: "Mon petit frère de la lune" (il mio fratellino dalla luna) di Frédéric Philibert. - 2007... un'altro modo per provare a raccontare l'autismo ...

21/02/2021

Proseguono i lavori del weekend.
Alle 14.30 ci incontriamo in diretta streaming su questa pagina per il seminario "Neo madri. Una ricerca sul rapporto tra vissuti delle donne e attese del contesto sociale".
Ecco il programma del pomeriggio.

Come le madri vivono soggettivamente l’esperienza di maternità?
20/02/2021

Come le madri vivono soggettivamente l’esperienza di maternità?

Accadono emozioni confondenti, esplosive, mostruose, sublimi…Si riconosce il desiderio di capire qualcosa in più, per po...
10/02/2021

Accadono emozioni confondenti, esplosive, mostruose, sublimi…
Si riconosce il desiderio di capire qualcosa in più, per poter andare al di là dell’aggredire o negare. Si sente che è il momento di fermarsi, stare un po’ in propria compagnia. Come quando, guardando verso su, si rintracciano (o anche si inventano) nomi per indicare costellazioni.
Parole, immagini... che possano tenere insieme qualcosa che appare infinitamente vasto.

Una poesia di Wisława Szymborska:

Da qui si doveva cominciare: il cielo.
Finestra senza davanzale, telaio, vetri.
Un'apertura e nulla più,
ma spalancata.

Non devo attendere una notte serena,
né alzare la testa,
per osservare il cielo.
L'ho dietro a me, sottomano e sulle palpebre.
Il cielo mi avvolge ermeticamente
e mi solleva dal basso.

Perfino le montagne più alte
non sono più vicine al cielo
delle valli più profonde.
In nessun luogo ce n'è più
che in un altro.
La nuvola è schiacciata dal cielo
inesorabilmente come la tomba.
La talpa è al settimo cielo
come il gufo che scuote le ali.
La cosa che cade in un abisso
cade da cielo a cielo.

Friabili, fluenti, rocciosi,
infuocati e aerei,
distese di cielo, briciole di cielo,
folate e cumuli di cielo.
Il cielo è onnipresente
perfino nel buio sotto la pelle.

Mangio cielo, evacuo cielo.
Sono una trappola in trappola,
un abitante abitato,
un abbraccio abbracciato,
una domanda in risposta a una domanda.

La divisione in cielo e terra
non è il modo appropriato
di pensare a questa totalità.
Permette solo di sopravvivere
a un indirizzo più esatto,
più facile da trovare,
se dovessero cercarmi.
Miei segni particolari:
incanto e disperazione

Si può domandare di occuparsi con qualcuno della propria emozionalità “per via (a causa o per il tramite) degli attacchi...
02/01/2021

Si può domandare di occuparsi con qualcuno della propria emozionalità “per via (a causa o per il tramite) degli attacchi di panico”… e nel lavoro psicologico si può trattare l’ansia come un male altro, intrusivo e privo di senso, da controllare e sconfiggere. Vivere “l’ansia” come un inciampo e intraprendere un’azione di controllo nel tentativo di non provare emozioni.
Esiste una cultura che stigmatizza il provare emozioni e incentiva il rifiuto della propria esperienza emozionale. “L’ansia” è espressione di questa stessa cultura... la rappresento come una coltre che copre la complessità e variabilità delle propria realtà interna (sentirsi innamorati, desiderare la riuscita, invidiare, stimare e altro ancora).
Si può condividere, nello spazio di consulenza, l’ipotesi che il provare ansia e il tentativo di liberarsene siano entrambi rappresentativi della difficoltà a stare in rapporto con la propria emozionalità.
E allora si può giocare a discoprire le emozioni di cui l’ansia è espressione e goffa portavoce.

Adesso online il n. 2/2020 della Rivista di Psicologia Clinica, che contiene un articolo prezioso sulla sofferenza quale...
01/01/2021

Adesso online il n. 2/2020 della Rivista di Psicologia Clinica, che contiene un articolo prezioso sulla sofferenza quale emozione che si prova nel provare emozioni.

"La sofferenza può essere considerata quale stato emozionale evocato dalla passività alla quale costringe l’emozione stessa. Passività e sofferenza, dunque, sembrano sinonimi quando si tratta di descrivere, categorizzare, conoscere ciò che avviene a tutti noi nel provare emozioni.
La relazione, per essere possibile, implica l’accettazione reciproca della sofferenza associata al provare emozioni, ossia il riconoscere le emozioni come proprie". (R. Carli)

Intolerance

Indirizzo

Milan
20135

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