02/07/2021
Controllo e Diffidenza - Renzo Carli..Prendiamo la relazione tra uomo e donna, nella nostra cultura come in altre simili alla nostra. Per l’uomo, la donna non deve avere desideri; deve identificarsi con i desideri del “suo” uomo. La donna che “desidera” non è tollerata dall’uomo. Non si tratta solo del desiderio sessuale; alla donna viene negato il desiderio di successo, il desiderio di potere, il desiderio di popolarità, di affermazione di sé. Quando la donna mostra di possedere e valorizzare un proprio desiderio, viene assimilata alle “donne femministe” o, se si vuole, alle “donne poco di buono”; alle donne che rifiutano una relazione con l’uomo secondo i valori tradizionali, quei valori che negano alla donna il diritto, ma soprattutto il fatto di desiderare. La donna che desidera è pericolosa, per l’uomo immerso nella cultura tradizionale. L’unico desiderio ammesso per la donna è quello di procreare, di diventare madre e di dedicare tutta sé stessa ai figli. Interessante l’ambiguità che, nella nostra cultura, caratterizza la simbolizzazione emozionale operata dall’uomo nei confronti della donna. Una simbolizzazione che fa della donna un oggetto d’attrazione, più che di rapporto. L’attrazione, d’altro canto, concerne connotazioni femminili che suscitano emozioni ambigue, sostanziate d’ammirazione e al contempo di paura e di disprezzo. Nella cultura tradizionale, infatti, le connotazioni femminili che suscitano attrazione sono anche quelle che frustrano il desiderio di possesso della donna stessa, come abbiamo visto poc’anzi. Kalòs kai agathòs, la bellezza identificata con il valore della bontà, non appartiene alla cultura tradizionale. Nell’attrazione per la donna si mescolano, nella mente dell’uomo, emozioni contrastanti: dall’idealizzazione al deterioramento della donna attraente, vissuta quale minaccia per l’inadeguatezza “virile” che perseguita ogni uomo, nel suo paragonarsi al mito del “vero uomo”. Sembra che il narcisismo, nell’uomo, sia l’unica via di scampo, l’unica alternativa all’attrazione per la bellezza della donna. Con il rovesciamento dell’orientamento attrattivo, con la fantasia di essere oggetto d’attrazione per la donna, o meglio per le donne, l’uomo può proteggersi dall’idealizzazione della donna che lo attrae e lo condanna a confronti, spesso impietosi, con altri uomini. Quando tutto questo non avviene, l’attrazione per la donna può essere vissuta quale minaccia alla propria identità, quale segnale dell’inadeguatezza maschile nei confronti di un desiderio che troverà – nell’altra – attese, valutazioni, giudizi ai quali l’uomo sente di non essere adeguato. Una donna che ha avuto altre relazioni è, per l’uomo, una fonte impietosa di confronti potenzialmente mortificanti. Di qui il mitizzare, nell’uomo, il rapporto con una donna “vergine”: ove la verginità della donna assume, per l’uomo, la veste rassicurante del sentirsi sottratto a ogni problematico confronto con altri uomini. Di qui l’ambiguità nei confronti della donna, ove l’attrazione si confonde con la rabbia, ove la cortesia si confonde con la violenza. Il rapporto dell’uomo con la donna, se fondato sulla sola attrazione, è sempre un rapporto ambiguo, ove la rabbia e la violenza fanno da contrappunto invidioso all’attrazione stessa. Quando l’attrazione è reciproca, l’evoluzione di questa reciprocità comporta che il desiderio di entrambi possa diventare il preludio ad un’ipotesi produttiva, alla creazione di una cosa terza. Se la cosa terza è la più ovvia, vale a dire un figlio, le possibili problematiche relazionali s’assestano, sia pur provvisoriamente. L’uomo può vivere il figlio come testimonianza della “produzione” femminile; ma, anche, come prova della propria capacità produttiva maschile. L’arrivo di un figlio, d’altro canto, muta profondamente l’immagine femminile: da donna a madre. Un cambiamento che è meno evidente nell’uomo, ove la paternità non implica un cambiamento così profondo e pervasivo.
Un aspetto del cambiamento da donna a madre, è dato dal fatto che, con l’assumere una funzione materna, la donna sembra avere meno bisogno d’essere controllata dall’uomo. Il desiderio femminile, per l’uomo, è vissuto quale pericolo incombente d’essere “tradito” dalla donna vissuta come attraente perché desiderante, e per questo vissuta, anche, come potenzialmente insensibile al vincolo che la relazione di coppia implica. Quando il desiderio della donna si sposta sul figlio, la donna cambia e si propone – al contempo – come rassicurante e come meno desiderabile. È in questo cambiamento che, spesso, la relazione fondata sull’attrazione diventa violenta. La violenza maschile sembra motivata dall’invidia per la capacità generativa della donna e, al tempo stesso, dalla perdita d’attrazione che la generatività comporta per la donna stessa. Il venir meno della necessità di controllare, coincide con la rabbia per una donna che, diventando madre, perde i suoi connotati attrattivi dovuti alla sua giovane età, al desiderio che la caratterizza, all’ambiguità delle sue aspirazioni, alla componente possessiva che l’attrazione stessa comporta per l’uomo. La violenza nei confronti della donna, della propria donna, è sovente motivata – nell’uomo – dall’emozione disperata e disperante, sollecitata dall’impossibilità di possederla. Come ho più volte sottolineato (Carli, 2012), è impossibile possedere alcunché, meno che meno una donna. L’illusione del possesso nei confronti della donna è evidente, ad esempio, nelle parole – in profonda contraddizione tra loro – che l’uomo usava, nei tempi andati, per definire la sua compagna: “La mia signora”, ove il termine signora implica che la donna possegga l’uomo, mentre l’aggettivo “possessivo” mia, nega l’affermazione e sancisce la fantasia di possesso dell’uomo nei confronti della donna.
Se la donna sollecita la fantasia frustrante di un possesso impossibile e quindi motiva alla violenza, con il passare del tempo la trasformazione della donna, in particolare la trasformazione dovuta alla maternità, demotiva l’uomo al possesso e tale demotivazione può sollecitare ancora violenza, anche se fondata su motivazioni opposte. La donna può sollecitare, nell’ambito delle fantasie di gelosia, il timore rabbioso di una sua possibile perdita, quando è in atto l’attrazione; la stessa donna può sollecitare, nell’uomo, fantasie penose che sottolineano il vincolo obbligante, irreversibile, il non poterla più perdere, il suo sentirsi vincolato e obbligato alla relazione con lei, quando l’attrazione viene meno. Nei rapporti fondati sull’attrazione, quindi, il vincolo obbligante alla relazione gioca un ruolo centrale: rassicura l’uomo quando l’attrazione per la sua donna impedisce a quest’ultima di abbadonarlo, lo frustra quando al vincolo non corrisponde più l’attrazione. Le cose vanno diversamente quando la relazione di coppia viene trasformata in un’opportunità di costruzione di cose terze. In questo caso, la relazione viene finalizzata allo sviluppo di interessi condivisi, all’impegno nella produzione culturale, nella promozione civile, nella presenza politica e nel confronto continuo di un pensiero attento e critico, di una partecipazione entro i differenti contesti che la coppia sperimenta. La coppia, se impegnata nella produzione di cose terze, diviene un motore importante e attivo della vita civile, dei processi di convivenza.
La donna che attrae – e basta – può essere attraversata da desideri vissuti come pericolosi e preoccupanti, per l’uomo. La donna con la quale ci si impegna a costruire cose terze ha desideri che, al pari di quelli dell’uomo, sono una risorsa fondamentale per la condivisione dell’interesse per le cose terze che si intendono realizzare....
Control e mistrust