31/01/2026
Ogni giorno incontro persone che arrivano nella stanza di terapia convinte di essere sbagliate, difettose nel modo in cui sentono, reagiscono, amano.
Spesso non è solo la relazione patologica ad averle distrutte, ma quello che è successo dopo.
Quando hanno chiesto aiuto.
Minimizzazioni.
Riletture forzate.
Etichette che non spiegano, ma chiudono.
Frasi che sembrano ragionevoli e invece aumentano la confusione:
“Non è mai tutto bianco o nero.”
“Forse ha fatto del suo meglio.”
“Se tu fossi stata meno insicura…”
Questo si chiama gaslighting clinico. Succede quando chi dovrebbe aiutarti non riesce a leggere la dinamica che stai vivendo e finisce per inquadrare il problema dove non è, o spostarlo su di te.
Nel mio lavoro vedo ogni giorno persone arrivate dopo altri percorsi, convinte di essere “dipendenti affettive”, “borderline”, “troppo sensibili”. Ho vissuto anche io sulla mia pelle questa terribile esperienza, e ricordo bene la mia disperazione: “se nemmeno chi potrebbe aiutarmi mi capisce, allora davvero ho inventato tutto!”
Questo articolo nasce per dire una cosa semplice ma fondamentale:
se una spiegazione clinica non ti restituisce chiarezza, dignità e orientamento, è legittimo metterla in discussione.
Ho scritto un articolo intero su gaslighting clinico, relazioni patologiche e su cosa cura davvero.
👉 Lo trovi sul mio blog
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〰️ Carolina