Puericultrice Fabiola Fermin

Puericultrice Fabiola Fermin Puericultrice e mamma di Romeo alimentare

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Spesso dico che cercherò in tutti i modi di dare il telefono a mio figlio il più tardi possibile. Io l’ho avuto in secon...
25/03/2026

Spesso dico che cercherò in tutti i modi di dare il telefono a mio figlio il più tardi possibile. Io l’ho avuto in seconda media, ma oggi non è la stessa cosa. Dare un telefono a 12 anni oggi non equivale a darlo allora. E tra dieci anni sarà peggio.

E puntualmente arriva questa domanda:
“E quando tuo figlio sarà l’unico senza telefono?”

Non è una domanda superficiale.
Perché molti genitori non danno il telefono per comodità, ma per paura. Paura che il figlio resti fuori. Fuori dal gruppo, dalle conversazioni, da un pezzo di mondo che sembra arrivare sempre prima. Questa è vera e propria pressione sociale.

Ma nel frattempo succede qualcosa che forse stiamo sottovalutando.
L’infanzia si accorcia sempre di più. I giochi durano meno. La noia viene riempita subito. L’immaginazione, che una volta occupava pomeriggi interi, oggi deve competere con dispositivi progettati per catturare attenzione in modo rapido e continuo.

Quindi mi chiedo:
stiamo davvero proteggendo i nostri figli dall’esclusione, oppure li stiamo abituando troppo presto a un mondo che chiede loro di crescere in fretta?
il gioco non è una perdita di tempo.
È il luogo in cui si costruiscono linguaggio, attesa, frustrazione, creatività, autonomia.

E quindi forse la domanda
“Quando sarà l’unico senza telefono?” e’ sbagliata:
Chiediamoci
“Per quanto ancora voglio permettergli di essere, pienamente, un bambino?”

E forse, con tutta questa pressione, non è più solo una scelta individuale.
Dovrebbe diventare anche una scelta collettiva.

Ho letto che a Mendoza quasi 300 famiglie hanno creato un “patto parentale”: niente telefono prima dei 13 anni e accesso ai social rimandato fino ai 16.

Forse è proprio da qui che dovremmo ripartire.
Non dal singolo genitore che resiste da solo, ma da comunità che scelgono insieme che tipo di infanzia vogliono difendere.

24/03/2026

In questi giorni vi ho raccontato di come mio figlio percepisca la differenza educativa rispetto all’ambiente in generale, dove tutti gli dicono “bravo” se mangia tutto e dove spesso l’esterno cerca di convincerlo a mangiare.
A casa nostra invece il valore è questo: si mangia finché si è pieni. Non siamo obbligati a finire tutto e non siamo più bravi se finiamo il piatto o meno bravi se non lo facciamo.

Come vi dicevo tempo fa, è difficile portare avanti un valore quando il mondo fuori ne propone uno completamente diverso.
E allora viene spontaneo chiedersi: ma non si confonde? Ha senso insistere?

Ecco quello che cerco di trasmettervi da sempre.
Quando un valore è coerente, ripetuto e vissuto ogni giorno, il bambino non si confonde. Nota le differenze, sì. Come quando mi ha raccontato che all’asilo gli dicono “bravo” quando mangia tutto, mentre a casa nostra no.
Ma ciò che vive quotidianamente con noi ha un peso enorme.

E allora cosa significa quando Bubo dice: “ascolta il tuo pancino, se è pieno smetti di mangiare”?

Significa che sta sviluppando autoregolazione. Sta iniziando a collegare una sensazione interna a un comportamento.
Significa che sta usando il linguaggio per organizzare il pensiero. Prima lo dice, poi lo integra davvero.
Significa che sta interiorizzando così tanto questo concetto da applicarlo anche agli altri. Non è più “la mamma dice”, ma “è così che funziona”.

⚠️ Ma attenzione: questo non vuol dire che abbia già capito tutto.
La sua è una mappa in costruzione. Sta ancora imparando e questi segnali non sono sempre stabili.

Ad ogni modo, lo sapete, quello che voglio per lui, in un mondo in cui il problema non è mangiare poco ma troppo, non è che finisca tutto.
È che costruisca un rapporto sereno con il cibo. Che ascolti il suo corpo e sappia fermarsi.

E per costruire questo ci vorrà tempo, probabilmente tutta l’infanzia e oltre.

Fidatevi dei vostri valori. Ma siate coerenti e costanti. È lì che si gioca davvero tutto.😊

21/03/2026

Quando un bambino mangia poco, spesso ci ritroviamo a spingerlo, insistere, convincerlo. È una reazione comprensibile: nasce dalla paura che non mangi abbastanza o che non stia bene. Ma questa spinta crea un circolo vizioso. Più insistiamo, più il bambino cerca controllo. E il pasto non è più un luogo tranquillo, ma un momento carico di aspettative in cui si sente osservato e giudicato.

I rifiuti non sono capricci. Gli alimenti possono suscitare fastidio sensoriale,diffidenza, paura o emozioni negative, soprattutto tra i 24 mesi e i cinque anni, quando la sensibilità verso il cibo aumenta in modo naturale. Rispettare questa fase non significa arrendersi. Significa comprendere come funziona davvero il bambino.

La pressione dà spesso l’illusione di funzionare. Qualche volta si lascia convincere e noi pensiamo di aver “salvato il pasto”. In realtà abbiamo solo calmato la nostra ansia. A lungo andare però logora tutti: il bambino si chiude di più e il genitore arriva a vivere il pasto con fatica e stress.

La pressione riduce l’ascolto del corpo e puo’ peggiorare il rapporto con il cibo. Un bambino non impara a mangiare meglio perché qualcuno lo convince. Mangia meglio quando si sente al sicuro e libero di seguire le sue sensazioni.

L’alternativa alla pressione è lasciare il controllo al bambino. L’adulto decide cosa proporre, dove e quando. Il bambino decide cosa e quanto mangiare.
Nel piatto é bene inserire sempre un alimento sicuro, qualcosa che gli piace davvero. Lo farà sentire al sicuro

Invece di invitare ad assaggiare, invita ad esplorare: toccare, annusare, manipolare.

Puoi cambiare contesto, come un piccolo picnic in salotto, per allentare tensioni e aspettative.

Anche le attività fuori dal pasto aiutano il bambino a relazionarsi al cibo senza sentirsi sotto pressione.

Accompagnare un bambino selettivo è un percorso lento, ma importante. Il rapporto sereno con il cibo si costruisce.

Se hai bisogno di supporto sulla selettività alimentare, trovi il link in bio.

18/03/2026

👉Intanto vi do il contesto.
È già diverse volte che Romeo mi fa notare che all’asilo, quando un bambino finisce tutto o fatica a mangiare, gli dicono “bravo” in modo entusiasta. E magari glielo dicono anche gli altri bimbi. Con tanto di applauso. Per loro è un momento giocoso e probabilmente nel momento funziona quindi lo adottano.

Ovviamente se mi seguite sapete che non sono d’accordo con questo metodo ma. Non andrei mai all’asilo a dire “con mio figlio non fatelo”. Per me è normale che un bambino incontri contesti educativi diversi. A casa c’è un modello, fuori casa ce ne sono altri. E anche questo fa parte della vita.
Ma sopratutto in quel caso si sentirebbe escluso. Romeo non ha grossi problemi quindi non mi preoccupa.

👉Poi sfatiamo un mito: il fatto che alcuni genitori non dicano “bravo” in certi momenti non significa che non lo dicano mai. Non è questo il punto. Il punto è non usarlo per qualunque cosa, in automatico.

Per esempio, nel mangiare io non dico “bravo” perché ha finito tutto. Il bambino non deve mangiare per compiacere l’adulto. Deve ascoltarsi. Se non se la sente di mangiare il broccolo, non lo mangia. Esattamente come fai anche tu. Se un alimento in quel momento gli crea difficoltà, io non voglio che il focus diventi “fammi contenta”.

Diverso è quando elogio uno sforzo reale. Romeo, per esempio, ha sempre avuto difficoltà con la banana. Se un giorno riesce a sbucciarla da solo, anche se gli fa un po’ impressione, allora sì: lì gli dico bravo. Perché sto riconoscendo lo sforzo, non il fatto che abbia mangiato.

👉Quindi no, non mi preoccupa che lui noti questa differenza. Mi preoccuperei se la vivesse con dispiacere. Ma lui lo dice serenamente. (So che non potete vedere il suo viso ma si capisce)
Sta solo elaborando una cosa molto semplice: a casa succede in un modo, all’asilo in un altro.

E va bene così.

Tu come la vedresti se tuo figlio ti facesse notare una differenza educativa tra casa e fuori?

10/03/2026

Ciao! Sono Fabiola Fermin e sono una puericultrice. Se hai deciso di spannolinare il tuo bimbo questa estate puoi iniziare subito. Contattami tramite link in bio e ti spiegheró esattamente come fare🥰.

✨Una delle prime cose da fare è scegliere il vasino o il riduttore. Dunque Qual è la scelta migliore?

Non esiste una scelta migliore in assoluto, perché vasino e riduttore non hanno lo stesso ruolo per tutti i bambini. Il punto è capire quale strumento, in quel momento, può aiutare di più il tuo bambino a sentirsi sicuro, coinvolto e competente.

👉Il vasino spesso viene accettato più facilmente nella fase iniziale perché è piccolo, stabile, a misura di bambino e non richiede di salire. Questo può farlo sentire più autonomo e meno intimorito. Favorisce anche il gioco simbolico e il bambino può familiarizzare con questo oggetto spostandolo e rendendolo parte della sua routine.

Inoltre ha un altro vantaggio importante: favorisce molto l’imitazione. Genitore e bambino possono sedersi nello stesso momento, ognuno sul proprio “strumento”, e questo nella fase di familiarizzazione può essere davvero utile. Per un bambino vedere e fare insieme è spesso molto più efficace di mille spiegazioni. Dall’altra parte bisogna considerare che prima o poi ci sarà comunque un passaggio successivo verso il water. Inoltre il vasino va pulito e svuotato.

👉Il riduttore, invece, permette di usare direttamente il water e per alcuni bambini questo è un vantaggio enorme, soprattutto se desiderano fare esattamente la stessa cosa del genitore e sentirsi “grandi”. L’importante è che il riduttore abbia una scaletta o comunque un supporto stabile e che il bambino possa tenere i piedi ben appoggiati. Sentirsi sospeso rende più difficile rilassarsi e può creare insicurezza. Per alcuni bambini, inoltre, proprio il fatto di dover salire sul water può rappresentare un ostacolo, soprattutto all’inizio.

Quindi ? La vera chiave non è imporre uno strumento, ma osservare il bambino e capire con quale potrebbe sentirsi più sereno. A volte sono proprio i bambini stessi a farci capire cosa preferiscono, per altri vale l’uno o l’altro.

09/03/2026

Come ho ripetuto tante volte, la selettività alimentare non è un capriccio del bambino. Ci sono infatti anche delle condizioni che possono rendere davvero difficile per un bambino mangiare determinati alimenti o accettare alcune consistenze.

Nei prossimi mesi porterò qui il contributo di diversi professionisti proprio per aiutarti a capire meglio alcune di queste difficoltà che spesso vengono sottovalutate.

Nel video la dottoressa Orlando, logopedista specializzata in masticazione e deglutizione, spiega ad esempio come la respirazione orale possa influenzare anche il rapporto funzionale del bambino con il cibo.

Ovviamente la respirazione orale può avere molte altre conseguenze sullo sviluppo del bambino. Qui però vogliamo concentrarci solo su alcuni aspetti legati all’alimentazione.

Quando un bambino respira prevalentemente con la bocca può avere una riduzione dell’olfatto e del gusto. Per spiegarti meglio questa cosa, immagina di mangiare costantemente come se avessi il raffreddore. Molti sapori diventano più deboli, alcuni quasi scompaiono, e il cibo può risultare poco interessante o addirittura sgradevole.

A questo si aggiunge un altro aspetto importante. La respirazione orale può influenzare anche la funzione della bocca: la masticazione può essere meno efficace e alcune consistenze possono risultare più difficili da gestire.

Ora immagina di trovarti in questa situazione e di avere qualcuno davanti che continua a dirti “ma è buonissimo, mangialo”, quando in realtà tu quel sapore quasi non lo percepisci.

Capisci bene che in questi casi insistere o forzare non risolve il problema. Il primo passo è sempre capire perché quel bambino sta facendo fatica.

Se la situazione a tavola è diventata ingestibile e frustrante, contattami direttamente tramite il modulo che trovi nella bio e nel corso della settimana verrai contattat@ tramite whatsapp

27/02/2026

Non lo sapete ma ho un fratello con disabilitá importante. Per questo mi interessa molto come si parla di disabilità ai bambini.
Voglio condividere con voi il pensiero di , una donna che racconta cosa le farebbe piacere vedere nei genitori quando i bambini fanno domande spontanee. A me il suo punto di vista piace molto.

⚠️Attenzione ovviamente questo rimane il suo punto di vista non è universale. Ognuno vive la disabilità in modo diverso.

Pero’ Vi spiego perché i suoi tre punti, secondo me, funzionano. Se avete bambini o parenti con disabilità potete aggiungere altri punti nei commenti.

👉Il primo è non trascinare via il bambino. Quando un genitore scappa, passa il messaggio che la disabilità sia qualcosa da evitare, qualcosa che “non si guarda”. È così che nascono i tabù. Restare, invece, permette al bambino di guardare con curiosità genuina e all’adulto di mostrare che la diversità non è un pericolo o un imbarazzo. non significa ovviamente fissare la persona.

👉Il secondo è evitare il linguaggio negativo. Frasi come “sta male”, “poverina”, non solo spesso non sono vere, ma rinforzano l’idea che la disabilità equivalga automaticamente a sofferenza. Parlare in modo semplice e neutro aiuta i bambini a capire che ci sono corpi che funzionano in modi diversi. Mio fratello ad esempio è sano come un pesce e non soffre per la sua disabilitá.

👉 Il terzo punto è concentrarsi su qualcosa di positivo, non per deviare l’attenzione, ma per insegnare al bambino che una persona è molto più del suo corpo o del suo ausilio. L’esempio della mamma che disse “Sì, e guarda le sue scarpe scintillanti” funziona proprio per questo: non stava evitando l’argomento, stava mostrando al figlio che si può guardare qualcuno senza ridurlo alla sua disabilità. È un modo per dire: “Prima di tutto, c’è una persona intera davanti a te”. E solo dopo, con calma, si può anche spiegare: “E quella è la sedia che usa per muoversi meglio”.
Insomma si allarga lo sguardo.

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Milan

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