25/03/2026
Spesso dico che cercherò in tutti i modi di dare il telefono a mio figlio il più tardi possibile. Io l’ho avuto in seconda media, ma oggi non è la stessa cosa. Dare un telefono a 12 anni oggi non equivale a darlo allora. E tra dieci anni sarà peggio.
E puntualmente arriva questa domanda:
“E quando tuo figlio sarà l’unico senza telefono?”
Non è una domanda superficiale.
Perché molti genitori non danno il telefono per comodità, ma per paura. Paura che il figlio resti fuori. Fuori dal gruppo, dalle conversazioni, da un pezzo di mondo che sembra arrivare sempre prima. Questa è vera e propria pressione sociale.
Ma nel frattempo succede qualcosa che forse stiamo sottovalutando.
L’infanzia si accorcia sempre di più. I giochi durano meno. La noia viene riempita subito. L’immaginazione, che una volta occupava pomeriggi interi, oggi deve competere con dispositivi progettati per catturare attenzione in modo rapido e continuo.
Quindi mi chiedo:
stiamo davvero proteggendo i nostri figli dall’esclusione, oppure li stiamo abituando troppo presto a un mondo che chiede loro di crescere in fretta?
il gioco non è una perdita di tempo.
È il luogo in cui si costruiscono linguaggio, attesa, frustrazione, creatività, autonomia.
E quindi forse la domanda
“Quando sarà l’unico senza telefono?” e’ sbagliata:
Chiediamoci
“Per quanto ancora voglio permettergli di essere, pienamente, un bambino?”
E forse, con tutta questa pressione, non è più solo una scelta individuale.
Dovrebbe diventare anche una scelta collettiva.
Ho letto che a Mendoza quasi 300 famiglie hanno creato un “patto parentale”: niente telefono prima dei 13 anni e accesso ai social rimandato fino ai 16.
Forse è proprio da qui che dovremmo ripartire.
Non dal singolo genitore che resiste da solo, ma da comunità che scelgono insieme che tipo di infanzia vogliono difendere.