25/11/2025
Ogni tre giorni, in Italia, una donna viene uccisa per mano di un uomo.
Nel 2024 sono state 113 le donne vittime di femminicidio, di cui 99 uccise in ambito familiare o affettivo e 61 dal partner o dall’ex partner.
Numeri che raccontano una realtà che non possiamo più definire emergenza: è un problema strutturale, culturale, sociale.
Dietro ogni dato ci sono nomi, volti, storie interrotte. Donne che hanno amato, lavorato, cresciuto figli, sognato un futuro.
Donne che spesso avevano già denunciato, o che non sono riuscite a farlo per paura, per vergogna, per mancanza di fiducia nelle istituzioni.
Perché denunciare non è semplice: richiede sicurezza, ascolto, protezione reale.
E ancora troppo spesso tutto questo manca.
La violenza di genere non nasce dal nulla: affonda le sue radici in una cultura che tollera, giustifica o minimizza.
In un linguaggio che sminuisce, in comportamenti che vengono normalizzati.
La prevenzione non può limitarsi all’intervento quando la violenza è già avvenuta: deve iniziare dall’educazione, fin dall’infanzia.
Educare al rispetto, all’empatia, all’ascolto reciproco significa costruire una società più consapevole.
Eppure, proprio mentre i dati sui femminicidi restano drammatici, in Italia si è scelto di eliminare l’educazione sessuo-affettiva dalle scuole elementari e medie.
Un passo indietro che pesa, perché è lì — tra i banchi di scuola — che si può insegnare cosa significa amare senza possedere, relazionarsi senza ferire, rispettare senza paura.
Oggi, 25 novembre, non bastano le parole. Serve un impegno collettivo, continuo, concreto.
Se vivi una situazione di pericolo o conosci qualcuno che ha bisogno di aiuto, chiama il 1522 o rivolgiti al consultorio di fiducia.
Non sei sola.
E non dovresti mai sentirti tale.