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07/02/2026
07/02/2026
24/01/2026
24/01/2026

Mio figlio di sei anni oggi è finito in presidenza. Non perché abbia picchiato qualcuno. Non perché abbia detto parolacce. Ma perché si è rifiutato di cancellare il nostro cane dal suo compito sull’“albero genealogico”.

La maestra gli ha detto: «Gli animali non sono famiglia, Matteo. Nell’albero ci vanno solo le persone.»

Quando l’ho preso all’uscita, in macchina si respirava qualcosa di pesante. Matteo è un bambino gentile. Di quelli che si fermano a spostare un verme dal marciapiede, per non farlo schiacciare. Si è seduto dietro, stringendo un foglio di cartoncino tutto stropicciato, e le lacrime gli scendevano senza che riuscisse a fermarle.

«Ha detto che è sbagliato, papà…» mi ha sussurrato. «Mi ha detto di rifarlo.»

Mi sono accostato, ho spento il motore e mi sono girato verso di lui. «Fammi vedere, amore.»

Era un compito classico di prima elementare: Disegna il tuo albero genealogico. In basso c’eravamo io e mia moglie. Sopra, i nonni, come rami che salgono.

E in mezzo, proprio al centro, con quei tratti grossi e pieni d’amore dei pastelli, Matteo aveva disegnato una macchia marrone grande: un orecchio dritto e l’altro un po’ piegato.

Sotto, in stampatello incerto: BRUNO.

Sul foglio, in rosso, c’era scritto: «Non corretto. Solo parentela. Da rifare.»

Ho guardato Matteo. «Che è successo, piccolo?»

Lui ha tirato su col naso e si è asciugato la faccia con la manica. «Io ho detto che Bruno è mio fratello. Lei ha detto che famiglia vuol dire solo sangue. Che se non hai la stessa… non so… non vale. E che i cani sono solo animali. Ma papà… una bicicletta non ti lecca le lacrime quando piangi.»

E poi, a sei anni, mi ha detto una cosa che mi ha inchiodato.

«Papà… ma tu e la mamma non avete lo stesso sangue, vero?»

«No, amore.»

Lui ha fatto un cenno, come se la risposta confermasse una cosa ovvia. «Eppure siete famiglia. Vi siete scelti. Allora perché io non posso scegliere Bruno?»

Sono rimasto zitto. Perché aveva ragione.

Bruno non è un cane “da copertina”. L’abbiamo preso quattro anni fa in un canile, uno di quelli dove entri e senti l’eco dei latrati e la stanchezza negli occhi di chi ci lavora. È un incrocio boxer–labrador, la coda un po’ storta, il muso che comincia a imbiancare, e una storia che si capisce da come sobbalza quando sbatte una porta.

Ma da quando è con noi, dorme ogni notte ai piedi del letto di Matteo. Ogni notte, senza eccezioni. L’inverno scorso, quando Matteo aveva la febbre alta, Bruno non ha quasi lasciato la sua stanza. Stava lì, con la testa pesante appoggiata sul petto di mio figlio, per ore, come una guardia silenziosa.

Io questa cosa non potevo lasciarla passare.

Il giorno dopo ho chiesto un colloquio con la maestra. E non ci sono andato da solo. Ho portato Matteo. E ho portato Bruno.

Abbiamo aspettato fuori dal cancello, quando la confusione dell’uscita era già scemata. Bruno al guinzaglio, tranquillo, attaccato alla gamba di Matteo come se avesse capito tutto. Poi ci siamo avvicinati all’ingresso.

La maestra, la signora Rinaldi, stava sistemando i quaderni sulla cattedra. Una donna non più giovane, precisa, severa, il tipo che vuole i margini perfetti e non ama le “fantasie”. Quando ha visto il cane, si è irrigidita.

«Signor Conti… i cani non sono ammessi a scuola.»

«È al guinzaglio,» ho detto piano. «E restiamo qui, all’ingresso. Vorrei parlare del compito di Matteo.»

Lei ha sospirato, come se quella conversazione l’avesse già fatta mille volte. «Gliel’ho spiegato. Il compito serve a capire la parentela, la genealogia. Se lascio mettere il cane, domani un bambino ci mette il pesce rosso e dopodomani ci mette… qualunque cosa. Bisogna tracciare un limite.»

«Bruno non è “qualunque cosa”,» ha mormorato Matteo. La voce piccola, ma ferma.

«È una questione di regole, Matteo,» ha detto lei, senza cattiveria. Più stanca che dura. «Nella vita le definizioni contano.»

Io stavo per rispondere. Stavo per fare il discorso sull’amore, su ciò che tiene insieme una casa, su quante famiglie esistono senza stare dentro un disegno.

Ma Bruno mi ha anticipato.

Bruno, che di solito quando sente una voce più dura si nasconde dietro le mie gambe, quel giorno ha fatto una cosa strana. È avanzato. Non tirando, non abbaiando. Solo un passo dopo l’altro, come se sapesse dove andare.

«La tenga lontana, per favore,» ha detto la signora Rinaldi facendo mezzo passo indietro. «Io… non sono molto a mio agio con i cani.»

Bruno si è seduto. E poi ha fatto quello che a casa chiamiamo “l’appoggio”. Quando qualcuno è teso, lui si avvicina e ti si appoggia alle gambe con tutto il suo peso, come per dire: ci sono.

Ha appoggiato quei suoi chili caldi contro gli stinchi di quella donna rigida. Ha alzato lo sguardo, due occhi ambrati pieni di calma, e ha fatto un lungo sospiro, tranquillo.

La signora Rinaldi è rimasta immobile. Ho visto la sua mano tremare appena, sospesa. Guardava quel muso imbiancato, quell’orecchio storto, quell’aria paziente.

Il silenzio è durato. Dieci secondi. Venti.

«Lo sente,» ha sussurrato Matteo. «Lo capisce quando uno è triste.»

E lì le è cambiata la faccia. Non di colpo. Solo… come una crepa. Come quando il controllo lascia spazio alla stanchezza.

«Mio marito…» ha iniziato, e la voce le si è rotta. Ha deglutito. «È morto due anni fa. Avevamo un pastore tedesco. Si sedeva così. Uguale.»

In un attimo l’aria è diventata un’altra. Niente più muri. Niente più “chi ha ragione”. Eravamo soltanto lì: un padre che cercava di proteggere suo figlio, un bambino che teneva duro, una donna con un dolore addosso, e un cane che faceva da ponte.

«Bruno non è un oggetto, maestra,» ha detto Matteo, piano.

Lei lo ha guardato, gli occhi lucidi. Poi, lentamente, ha posato la mano sulla testa di Bruno. Prima esitante, poi più sicura, come se quel gesto le tornasse da lontano.

Bruno ha chiuso gli occhi e ha spinto la fronte nel suo palmo.

La signora Rinaldi ha preso il foglio stropicciato. Non ha cancellato la scritta rossa. Ma ha aperto un cassetto e ne ha tirato fuori una stellina dorata, quelle che si danno quando un bambino fa tutto “perfetto”. L’ha attaccata proprio sulla fronte di Bruno, nel disegno.

«Dal punto di vista dell’albero genealogico…» ha detto con un sorriso fragile, «capisco la consegna. Ma in una casa, a volte, la famiglia è anche chi ti tiene in piedi.»

Poi mi ha guardato. «Gli farò rifare solo una riga, per spiegare che Bruno è “famiglia scelta”. E sistemiamo anche questa nota.»

Siamo tornati alla macchina. Matteo sorrideva come se avesse recuperato qualcosa di prezioso. Bruno scodinzolava con quella coda un po’ storta, soddisfatto, come se avesse fatto semplicemente il suo lavoro: restare vicino.

Guidando verso casa, pensavo a quante volte insegniamo ai bambini a stare dentro le caselle. Giusto e sbagliato. Regole e righe. E lo chiamiamo “intelligenza”.

Ma quel giorno mio figlio e il suo cane mi hanno ricordato un’altra cosa.

Puoi conoscere tutte le definizioni del mondo e perdere comunque l’essenziale, se non sai più sentire il calore di un essere vivo che ti si appoggia addosso quando stai cedendo.

La famiglia non è solo il sangue. È chi resta. Chi aspetta dietro la porta. Chi capisce le tue lacrime senza farti domande.

E a volte, la persona più “umana” in casa è quella che ti guarda con gli occhi buoni e muove la coda, come un cuore che dice: ci sono.

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Per prevenire e contrastare il fenomeno della violenza sulle donne, è necessario promuovere una cultura fondata sul rispetto e sulle pari opportunità. A partire dalle giovani generazioni!
Regione Lombardia dedica risorse per finanziare la formazione e la sensibilizzazione destinate a studenti e docenti di scuole di ogni ordine e grado.

Ogni anno, inoltre, Regione Lombardia promuove incontri e iniziative in occasione del 25 novembre.
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