24/03/2026
C’è un esperimento di psicologia sociale che ci fa ancora oggi paura: l’Esperimento di Milgram.
Perché? Perché ci toglie uno degli alibi che amiamo di più, quello di dire “io non lo farei mai”.
Siamo nei primi anni ’60 e il mondo ha appena assistito allo sconvolgente processo a Adolf Eichmann, uno dei peggiori criminali di guerra del secondo conflitto. Eichmann non è il mostro da film che ti immagini, ma un omino grigio, burocratico, mortalmente noioso. La sua difesa fa cadere le braccia e non solo, dice che lui si limitava a “eseguire ordini.”
La definizione di “banalità del male” viene coniata, non a caso, per lui.
Qui entra in scena Stanley Milgram, giovane e geniale psicologo newyorkese, con una domanda che suona come una mina sotto i piedi dell’umanità: è vero che ci vuole un mostro per fare cose mostruose?
L’esperimento è semplice, una stanza, una leva, e la nostra coscienza che scricchiola.
Milgram costruisce un teatrino perfetto, un inganno che – va detto – oggi non sarebbe mai permesso e che eticamente presenta qualche falla. Ma siamo negli anni ’60, signori, una landa selvaggia.
Abbiamo un volontario (il “Maestro”) che deve insegnare delle parole a un altro partecipante (“l’Allievo”) che in realtà è un attore. Ma questo il “Maestro” non lo sa.
Quando l’allievo sbaglia, il “Maestro” deve dispensare una punizione, una scossa elettrica.
Si parte da 15 volt. Poi 30. Poi 45.
Fino al limite di 450, con un rassicurante “pericolo: shock grave” scritto accanto al bottone.
Intanto, la “cavia” urla, si lamenta, implora. Poi smette di rispondere, perdendo teatralmente i sensi, sempre per finta.
Il volontario esita, si ferma, sente che qualcosa non è come dovrebbe essere. Eppure, basta che lo scienziato in camice bianco, l’autorità, dica qualcosa tipo “L’esperimento richiede che lei continui” o “è importante che si arrivi alla fine” e molti obbediscono, anche se sanno di fare del male.
Milgram pensava che pochi avrebbero obbedito fino in fondo: beata ingenuità.
Il 65% arriva fino a 450 volt, gente normale, mica sadici o psicopatici. Gente che suda, trema, ride nervosamente… ma continua. Gente come me e come voi.
Non è che lo facciano perché vogliono fare del male, ma perché qualcuno legittimato glielo chiede.
Cosa dice di noi l’Esperimento Milgram?
Intanto, smonta una favola che ci raccontiamo per dormire sereni, che “Io, al loro posto, sarei stato diverso.”
Forse, boh. Tutti voi che leggete lo state pensando, ma i numeri dicono che solo uno su tre si fermerebbe davvero.
Perché Milgram suggerisce che il punto non siamo noi, ma la situazione.
Quando l’autorità è forte, la responsabilità sembra “di qualcun altro” e il male arriva a piccoli passi come nella storiella della rana bollita, la linea morale non si spezza, si sposta solamente ed è più facile seguirla che interromperla.
Qui entra in gioco un altro meccanismo, non identico ma affine, la cosiddetta Ipotesi del mondo giusto. Quello che ci fa dire, di fronte a un incidente stradale, a una catastrofe, a episodi di violenza familiare che “a me non succederebbe” o “io non farei mai una cosa del genere” e che in fondo “se capita, un motivo c’è”.
È una carezza alla nostra ansia, una pacca sulle spalle che ci diamo da soli, un modo per convincerci che il mondo è un posto ordinato e che noi abbiamo il controllo.
Peccato che sia una favola che porta al suo lato più meschino, la colpevolizzazione della vittima e tutto il suo corredo di “Se l’è cercata”, “era nel posto sbagliato”, “io non farei così”.
Come dire, se trovo un errore, un colpevole, posso continuare a sentirmi al sicuro.
Se poi allarghiamo l’inquadratura e aggiungiamo al meccanismo di Milgram una gerarchia rigida, un’autorità indiscutibile, la pressione del gruppo, la semplice paura, l’addestramento alla violenza e la disumanizzazione del nemico, quello che sembrava un esperimento da laboratorio comincia a somigliare terribilmente a certe dinamiche di guerra.
Non è l’unica spiegazione delle atrocità, certo, ma è una delle più scomode, perché suggerisce che non servono mostri per commettere atrocità, basta un contesto adatto.
L’Esperimento di Milgram non dice che siamo tutti carnefici in attesa e non vuole certo giustificare la “banalità del male”, ma fa capire qualcosa che è pure peggio. Che siamo molto più influenzabili di quanto ci piaccia credere.
E che quella frase che usiamo come scudo — “io non lo farei mai” — è più una speranza che una certezza.