25/03/2026
Nel Duomo di Milano c’è un oggetto che quasi nessuno guarda davvero, nonostante sia alto cinque metri e largo quattro. È il Candelabro Trivulzio e sembra uscito da un incubo medievale.
Arrivò qui nel 1562, donato alla città da Giovanni Battista Trivulzio e quello che sappiamo del prima, è il nulla, un silenzio totale.
Eppure non è un oggetto qualsiasi. È una menorah monumentale, un tipo di candelabro diffusissimo nel Medioevo europeo. Un tempo se ne trovavano in grandi centri religiosi come la Cattedrale di Reims o l’Abbazia di Cluny. Oggi non ne esistono praticamente più, questo infatti è l’unico rimasto integro. E già questo basterebbe per comprenderne l’importanza.
Ma il punto è un altro. Provate ad avvicinarvi, guardatelo per davvero. Non è solo un candelabro è un mondo intero.
Alla base trovi creature contorte, mostri, serpenti che si attorcigliano, volti deformi. Figure che sembrano urlare, soffrire, trasformarsi. È il caos. È il disordine. È il lato oscuro dell’uomo. Poi lo sguardo sale. Le forme iniziano a cambiare. Si fanno più armoniche, più ordinate.
Come se tutta quella materia confusa stesse cercando una direzione. Fino ad arrivare in alto. Alla luce.
Sette braccia, come nella tradizione ebraica.
Ma reinterpretate, non più solo simbolo antico, bensì come passaggio, trasformazione, compimento. Dal buio alla luce. Dal disordine alla salvezza. È una straordinaria lezione di teologia scolpita nel bronzo. E la cosa più affascinante è che non sappiamo chi l’abbia costruito. Non sappiamo per quale chiesa, per quale motivo. Non sappiamo come sia arrivato fino a Milano.
L’unica cosa che sappiamo è che è sopravvissuto.
Quindi la prossima volta che entrerete in Duomo, non alzate subito lo sguardo verso le vetrate, ma fermatevi a cercarlo, perché a volte i segreti più grandi di Milano non sono nascosti come si possa pensare ma stanno proprio lì dinnanzi ai nostri occhi.