13/02/2026
Negli ultimi anni la neuroscienza è diventata una sorta di nuova spiritualità laica. Termini come dopamina, neuroplasticità, amigdala, cervello rettiliano circolano ovunque: nei podcast motivazionali, nei reel scintillanti, nei corsi di crescita personale, spesso ridotti a frasi ad effetto e pillole motivazionali pronte all’uso.
Il problema non è la neuroscienza.
Il problema è la sua caricatura pop da internet.
Online ci viene raccontato l’essere umano come un software completamente riprogrammabile: basta “allenare il mindset”, scegliere meglio i pensieri e voilà: diventiamo esseri razionali, lucidi, liberi da condizionamenti evolutivi, culturali e familiari. Una bella favola… peccato che biologicamente non funzioni così.
L’essere umano è prima di tutto un organismo evolutivo, forgiato da milioni di anni di sopravvivenza. Il nostro sistema nervoso è stato progettato non per la felicità, ma per restare vivi: evitare il pericolo, risparmiare energia, cercare approvazione sociale e reagire in fretta prima ancora di pensare.
E qui arriva lo spoiler scomodo: il cervello è il più pigro degli organi.
Se domani decidessi di metterti a correre e volessi farlo ogni giorno, 🤭 magari pure con entusiasmo non basterebbe “volerlo”. Dovresti premiarti, creare un rinforzo positivo, perché solo allora il cervello rilascia dopamina e associa lo sforzo al piacere.
Il cervello primitivo esiste, anche se amiamo far finta di no. Il modello del cervello trino (rettiliano, limbico e neocorteccia) è una semplificazione, certo, ma il punto chiave resta: strutture come l’amigdala reagiscono in millisecondi, mentre la corteccia prefrontale arriva dopo con la sua elegante razionalizzazione. Tradotto, prima reagiamo e solo in seguito razionalizziamo.
E questo ( in “intelligenza emotiva” di Goleman lo spiega molto bene): l’emozione corre, la ragione rincorre.
E qui entra in gioco la narrativa romantica che troviamo online:
“Se riprogrammi il cervello puoi essere chi vuoi.”
“È tutto mindset.”
“Il trauma è solo percezione.”
“La paura è un’illusione.”
Frasi bellissime. E biologicamente incomplete, talvolta più distruttive che mai.
La paura non è un’illusione: è un sistema di sopravvivenza raffinato che ci ha permesso di arrivare fino a qui. Senza paura, saremmo già estinti. Certo, non parliamo di ansie irrazionali i illusorie, ma di paure reali e funzionali. L’istinto dunque non è un errore: è un alleato.
Il rischio della versione pop è crudele: se non cambi, allora è colpa tua. Non ti impegni abbastanza. Non lavori abbastanza sul mindset. Non vibri abbastanza alto. Ed ecco che il cambiamento si trasforma in una nuova forma di colpevolizzazione spirituale ancora più dolorosa perché travestita da crescita personale.
La verità è più complessa e molto più matura.
Siamo animali sociali ed evoluti: abbiamo istinti primitivi e allo stesso tempo una straordinaria capacità di adattamento. La neuroplasticità esiste, ma non cancella milioni di anni di selezione naturale con un’affermazione motivazionale su Instagram.
Il lavoro serio di crescita personale non elimina l’istinto: lo integra.
Non combatte la parte primitiva: la educa, la ascolta, ci dialoga, l’accoglie.
Romanticizziamo tutto questo perché ci rassicura e fa illudere che tutto sia semplice.
È più comodo pensarsi come pura coscienza illuminata che manifesta realtà a comando, piuttosto che ammettere che siamo territoriali, competitivi, attratti dal potere, pieni di bias cognitivi e spesso emotivamente reattivi prima ancora di essere “spirituali”.
Ma ignorare questa verità non ci rende più evoluti e nemmeno liberi.
Ci rende solo più ingenui, frustrati e inconsapevoli…pronti a condannare la neuro scienza quando la magia non accade così come è stata preconfezionata online.
Diritti d’autore ©️ Irina Kalenskaya mental coach e Silvia Guzzo gli astri di Rea Lalpi