23/11/2022
L'etimologia della parola EMOZIONE viene ricondotta dal latino ex = fuori + movere = muovere, letteralmente portare fuori, esternare.
Fantasticando un po', mi sono messa a scomporre la parola e ho scoperto che in greco in greco "ἕ" è un pronome che significa "sé" ed "ἐμός", emos (in crasi con l'articolo "οὑμός"), significa "mio, mia" mentre "ζωή", zon, viene tradotto come "vita, esistenza, maniera di vivere, mezzi di vivere, sostentamento, sostanze, averi".
Il verbo muovere in latino veniva anche reso utilizzando il verbo "agere" (condurre, guidare, muovere, avvicinare, spingere, emettere, far uscire);
in greco, altresì, si utilizzava il verbo "ἄγω", ago, con significati affini (guidare, condurre, governare, comandare, dirigere, portare, arrecare, condurre con sé etc.).
Inoltre in greco antico "ζωός" [-ή, -όν], zoos, è un aggettivo e significa "vivente, vivo".
Tutta questa ricerca mi ha appassionata così ho cercato la traduzione di emozione in greco moderno e ho scoperto che viene tradotta con il termine "συναισθημα", synaisthima, che ricorda molto il verbo antico "συναισθάνομαι", synaisthanomai, sentire insieme, reciprocamente (La particella συν infatti è anche un avverbio che significa insieme, in composizione, indica coesistenza e simultaneità).
Si potrebbe continuare così all'infinito ma fermandomi un attimo in questa bizzarra peregrinazione linguistica, il tradizionale significato etimologico della parola "emozione" comincia ad assumere degli aspetti più inconsueti: non si tratta più di portare fuori qualcosa che stava dentro (e-movere= "muovere energia" oppure "portare fuori") ma questo qual cosa è qualcosa che dice qualcosa della persona e che può riflettersi in coloro che la circondano.
Quindi, il termine emozione comincia a descrivere una condizione nella quale ognuno di noi manifesta qualcosa che non solo lo muove ma che ha a che fare con noi stessi e che racconta qualcosa del nostro mondo interiore e che a suo volta può risuonare nell'altro.
Ma così come l'etimologia ci apre nuove frontiere, le parole stesse rischiano di diventare una prigione: infatti, dal raccontare qualcosa di noi ad identificarci con esse, il passo è breve.
Quante volte infatti abbiamo detto "Sono arrabbiato", "sono spaventato", "sono triste"? Ma noi non siamo quella emozione.
Possiamo provare rabbia, paura, tristezza, felicità ma non siamo rabbia, paura, tristezza .. Quelle emozioni, sono segnali, dicono qualcosa di ognuno di noi ma non ci definiscono: identificarci con ciò che proviamo, rischia di confondere e minare la nostra autostima: "io sono sempre arrabbiato e la rabbia è una cosa negativa, quindi anch'io sono una br**ta persona".
Tutto questo avviene molto più frequentemente di quanto non riusciamo ad accorgerci e spesso, ad un livello talmente inconsapevole, che ci ritroviamo giudicati senza nemmeno sapere chi ha emesso la sentenza.
Per scoprirlo, avremmo bisogno di uno specchio e del coraggio di andare oltre.
Alessandra Carreri
Fonte foto: Inside Out