14/07/2021
Parliamo molto, sebbene forse non abbastanza, di omofobia. Ciò che consideriamo ancora meno è la così detta “discriminazione anticipata”, ovvero il risvolto della medaglia dell’eventuale aggressione esplicita o implicita che si traduce in ripercussione psicologica per gli individui della comunità LGBT+ . La paura di essere discriminati, infatti, che è tanto più acuta quanto è meno sano l’ambiente in cui si vive, ha effetti negativi sulla salute dell’individuo oltre che sulla sua socialità e sulle scelte lavorative.
Si tratta di un timore che condanna ad uno stato di allerta continua, per cui ci si muove in maniera guardinga, temendo l’imboscata dietro l’angolo, esattamente come succede a ciascuno di noi quando si ha percezione di aggirarsi in un ambiente potenzialmente pericoloso.
Questa paura condiziona tutto, l’atteggiamento e l’approccio alla vita, e anche le scelte. Quella del coming out è una di queste perché esporsi in una società omofoba equivale a cucirsi un bersaglio sulla schiena. Ma anche il lavoro può risentirne: si trascendono le mere competenze e si naviga con molta difficoltà in più in un mare già denso di imprevisti.
La discriminazione percepita, tanto quanto quella reale, può portare a:
➖ Bassa autostima
➖ Mancato senso di appartenenza
➖ Difficoltà ad accettarsi e percezione di essere sbagliati
➖ Disturbi d’ansia e depressione
➖ Maggior uso di sostanze, sopratutto in adolescenza
➖ Maggiore incidenza di tentativi suicidi.
Proprio perché discriminato, l’individuo lgbt+ non è propenso a credersi meritevole di aiuto, né crede di aver diritto alla tutela da parte dell’ordinamento giuridico e, di conseguenza, generalmente non denuncia gli atti di violenza.
Creare contesti inclusivi è fondamentale per proteggere tutti e per promuovere una generale capacità di resilienza e un maggiore livello di benessere. Il ddl Zan serve anche a questo.