24/03/2026
Nell’articolo uscito di recente su Repubblica Recalcati legge Marracash come una voce capace di restituire complessità all’esperienza delle periferie contemporanee. I suoi testi mettono in scena esistenze segnate da precarietà, esclusione sociale, desiderio di integrazione e di riscatto, senza ricorrere a narrazioni idealizzate di eroi “fuori legge”. Marracash racconta delle vite nelle periferie, mettendo in luce le ambivalenze, le fragilità, il desiderio di riconoscimento.
Il progetto di Jonas Onlus Milano Psicoanalisi nelle periferie (PPP) si colloca all’interno di questa tensione, con una postura precisa: non promuove l’omologazione, ma sostiene la possibilità che nelle periferie si articolino voci autonome, una per una, ciascuna secondo la propria singolarità, ripartendo da qui per pensare a nuovi modi di stare nel legame sociale.
Uno tra gli autori più amati del mondo del rap e tra i più lucidi autori italiani di questo genere, Fabio Rizzo, in arte Marracash, ha come uno dei suoi temi rappresentativi la vita nelle periferie. È la dimensione più autobiografica della sua opera: prima l’impatto disorientante con il quartiere della Barona nella periferia Sud-Ovest di Milano, poi la vita della strada e i suoi miti, infine il suo lento e tortuoso processo di riscatto. Anche per questo la sua figura ha assunto per molti giovani un carattere quasi mitologico. Non si tratta soltanto di un autore di successo, ma di una voce capace di interpretare una condizione esistenziale diffusa, quella di chi è cresciuto ai margini della città e avverte sulla propria pelle la distanza incolmabile tra la promessa sociale di inclusione e la realtà vissuta dell’esclusione. Ma la sua scrittura non indulge mai alla retorica dell’autocelebrazione del reietto o dell’eroe fuori dalla legge. Al contrario, registra con una lucidità quasi clinica la tensione che attraversa le periferie contemporanee.
Mentre c’è stato un tempo nel quale i ragazzi delle periferie difendevano la loro differenza dal mondo borghese e dai suoi valori affermando con orgoglio la propria diversità, attualmente questa eterogeneità sembra essersi dissolta. Se si osservano in particolare le nuove generazioni si dovrà constatare che gli oggetti del desiderio sono i medesimi: l’orologio, le scarpe, il giubbotto, i gioielli, i simboli effimeri del successo appaiono del tutto equivalenti, valgono tanto per la periferia quanto per il centro. L’eterogeneità che distingue l’una dall’altro non sembra esprimersi più attraverso modelli di vita alternativi ma unicamente attraverso la distanza economica che separa chi può possedere gli oggetti-idoli da chi vive invece la frustrazione di poterli solo desiderare senza mai possederli. Aveva allora ragione Walter Benjamin quando descriveva il capitalismo come una specie di nuova religione di massa. Una religione senza trascendenza, fondata unicamente sul culto permanente del carattere idolatrico delle merci. Marracash registra questo mutamento con la precisione di un sismografo. Nel brano Power Slap formula una domanda ironica e insieme sconsolata: “Il cash compra la felicità, dov’è il negozio?”. Non è soltanto una battuta. È la forma sarcastica che assume una diagnosi sociale: la promessa della felicità è stata completamente assorbita e sequestrata dalla logica effimera del consumo.
La domanda non è quella di un mondo più giusto ma di un’integrazione conformista. Per questa ragione il conflitto politico non prende più la forma di uno scontro tra mondi diversi, ma si è trasformato in una competizione per accedere agli stessi oggetti di desiderio. Non esiste più una vera opposizione tra concezioni del mondo. Esiste piuttosto una domanda diffusa di integrazione nel sistema.
Al link, "Omologazione", il mio articolo di oggi su Repubblica: https://drive.google.com/file/d/1L6EMFhfhXnSbpXybMDQbidRVEHZhw3iI/view?usp=sharing
[Cover: A. Aziz & S. Cucher, Dystopia (1994)]