11/01/2026
C’è un modo di intendere il trauma che va oltre l’idea dell’evento in sé e del suo racconto. In questa prospettiva, il trauma non coincide tanto con ciò che è accaduto, quanto con ciò che è rimasto incompiuto nell’organismo nel momento in cui quell’evento è avvenuto. Quando una persona si trova di fronte ad una minaccia intensa e non ha la possibilità di reagire, fuggire o difendersi, il sistema nervoso mobilita enormi quantità di energia per la sopravvivenza. Se questa energia non può essere utilizzata e scaricata, resta intrappolata nel corpo, dando origine a una condizione di allerta cronica o, al contrario, di collasso e immobilità.
In questo senso, il trauma non è un ricordo come gli altri. Non vive principalmente nella memoria narrativa, ma in una memoria implicita, fatta di sensazioni, tensioni muscolari, posture, micro-movimenti, alterazioni del respiro e stati emotivi difficili da nominare. Il corpo continua a comportarsi come se il pericolo fosse ancora presente, anche quando la mente sa che il tempo è passato. Da qui derivano molti dei sintomi che accompagnano le esperienze traumatiche: ansia improvvisa, panico, dissociazione, ipercontrollo, stanchezza cronica, difficoltà relazionali, sintomi psicosomatici. Il sistema nervoso rimane bloccato in una risposta di sopravvivenza.
Il lavoro terapeutico quindi, non può limitarsi a parlare dell’evento o a comprenderlo cognitivamente. È necessario coinvolgere il corpo e il suo linguaggio, imparando ad ascoltare le sensazioni fisiche nel qui e ora. Questo non significa rivivere il trauma, ma avvicinarsi ad esso in modo graduale, rispettando i limiti di tolleranza della persona. Piccoli segnali corporei, una tensione, un cambiamento del respiro, un impulso al movimento, diventano le porte di accesso a ciò che è rimasto congelato. Attraverso un’attenzione gentile e regolata, il sistema nervoso può iniziare a completare quelle risposte difensive che erano state interrotte.
In questo processo è fondamentale la sicurezza. Il corpo ha bisogno di fare esperienza di stabilità e di risorse prima di poter toccare il dolore. La regolazione avviene per oscillazioni: momenti di contatto con l’attivazione traumatica si alternano a momenti di calma e radicamento. È proprio questa oscillazione che permette al sistema nervoso di apprendere qualcosa di nuovo, ovvero che è possibile sentire senza sentirsi sopraffatti, che l’attivazione può salire e poi scendere, che il presente è diverso dal passato.
Con il tempo, ciò che prima si manifestava come una reazione automatica e incontrollabile diventa più riconoscibile e modulabile. Il corpo smette gradualmente di reagire come se fosse ancora in pericolo e recupera la capacità di autoregolarsi. Questo non cancella ciò che è accaduto, ma ne trasforma l’impatto. Il ricordo perde la sua carica destabilizzante e può essere integrato come parte della storia della persona, anziché come una minaccia sempre attiva.
Da questa prospettiva, la guarigione dal trauma non è un atto di forza né un esercizio di razionalità, ma un processo di riappropriazione del proprio sentire corporeo. È un ritorno alla possibilità di abitare il corpo con maggiore sicurezza, vitalità e presenza. Quando il sistema nervoso ritrova flessibilità, la persona può finalmente muoversi nel mondo non più guidata dalla paura del passato, ma dalla libertà del presente.
Immagine Anne Marie Krens