spaziopsicoterapia

spaziopsicoterapia conoscere, sperimentare, sentire, vivere Siamo Stefania Colombo e Dominique Cappa. Da diversi anni svolgiamo la professione di psicologa e psicoterapeuta.

Il nostro lavoro consiste nel condurre le persone attraverso un percorso, un viaggio perché ritrovino sé stesse e possano scegliere oggi il loro modo di vivere e di far risplendere la propria luce. Spaziopsicoterapia è un luogo dove iniziare questo viaggio, uno spazio dove sentirsi sostenuti appoggiati in un momento di difficoltà o anche incoraggiati nella ricerca di qualcosa di diverso per sé stessi. Un luogo dove si diffonde una cultura del benessere, non solo legata al fare, ma anche all'essere, nella relazione con sé stessi e con l’altro. Un laboratorio dove rieducare sé stessi per ritrovare la naturale istintività.

11/01/2026

C’è un modo di intendere il trauma che va oltre l’idea dell’evento in sé e del suo racconto. In questa prospettiva, il trauma non coincide tanto con ciò che è accaduto, quanto con ciò che è rimasto incompiuto nell’organismo nel momento in cui quell’evento è avvenuto. Quando una persona si trova di fronte ad una minaccia intensa e non ha la possibilità di reagire, fuggire o difendersi, il sistema nervoso mobilita enormi quantità di energia per la sopravvivenza. Se questa energia non può essere utilizzata e scaricata, resta intrappolata nel corpo, dando origine a una condizione di allerta cronica o, al contrario, di collasso e immobilità.
In questo senso, il trauma non è un ricordo come gli altri. Non vive principalmente nella memoria narrativa, ma in una memoria implicita, fatta di sensazioni, tensioni muscolari, posture, micro-movimenti, alterazioni del respiro e stati emotivi difficili da nominare. Il corpo continua a comportarsi come se il pericolo fosse ancora presente, anche quando la mente sa che il tempo è passato. Da qui derivano molti dei sintomi che accompagnano le esperienze traumatiche: ansia improvvisa, panico, dissociazione, ipercontrollo, stanchezza cronica, difficoltà relazionali, sintomi psicosomatici. Il sistema nervoso rimane bloccato in una risposta di sopravvivenza.
Il lavoro terapeutico quindi, non può limitarsi a parlare dell’evento o a comprenderlo cognitivamente. È necessario coinvolgere il corpo e il suo linguaggio, imparando ad ascoltare le sensazioni fisiche nel qui e ora. Questo non significa rivivere il trauma, ma avvicinarsi ad esso in modo graduale, rispettando i limiti di tolleranza della persona. Piccoli segnali corporei, una tensione, un cambiamento del respiro, un impulso al movimento, diventano le porte di accesso a ciò che è rimasto congelato. Attraverso un’attenzione gentile e regolata, il sistema nervoso può iniziare a completare quelle risposte difensive che erano state interrotte.
In questo processo è fondamentale la sicurezza. Il corpo ha bisogno di fare esperienza di stabilità e di risorse prima di poter toccare il dolore. La regolazione avviene per oscillazioni: momenti di contatto con l’attivazione traumatica si alternano a momenti di calma e radicamento. È proprio questa oscillazione che permette al sistema nervoso di apprendere qualcosa di nuovo, ovvero che è possibile sentire senza sentirsi sopraffatti, che l’attivazione può salire e poi scendere, che il presente è diverso dal passato.
Con il tempo, ciò che prima si manifestava come una reazione automatica e incontrollabile diventa più riconoscibile e modulabile. Il corpo smette gradualmente di reagire come se fosse ancora in pericolo e recupera la capacità di autoregolarsi. Questo non cancella ciò che è accaduto, ma ne trasforma l’impatto. Il ricordo perde la sua carica destabilizzante e può essere integrato come parte della storia della persona, anziché come una minaccia sempre attiva.
Da questa prospettiva, la guarigione dal trauma non è un atto di forza né un esercizio di razionalità, ma un processo di riappropriazione del proprio sentire corporeo. È un ritorno alla possibilità di abitare il corpo con maggiore sicurezza, vitalità e presenza. Quando il sistema nervoso ritrova flessibilità, la persona può finalmente muoversi nel mondo non più guidata dalla paura del passato, ma dalla libertà del presente.

Immagine Anne Marie Krens

09/01/2026

Mi manco.
Quando mi perdo dietro inutili parole.
Quando mi infilo nella testa degli altri
per cercare di coglierne le ragioni.
Quando voglio compiacere per paura di un rifiuto.
Quando pronuncio un sì a denti stretti
mentre con tutto il fiato vorrei urlare no.
Mi manco quando spreco il mio tempo.
Quando mi perdo dietro i sogni degli altri
e trascuro i miei.
Quando covo rancore.
Mi manco quando giro intorno alle situazioni
e non affronto il problema.
Mi manco quando non ascolto il mio respiro
quando metto a tacere il mio intuito
quando non sorrido
quando non mi accetto
quando lascio che altri decidano per me.
Mi manco quando mi dimentico chi sono
e cosa voglio per me stessa
quando divento schiava di abitudini e compromessi.
Mi manco.
Allora torno a prendermi per mano.
E ricomincio a vivere.

Margherita Roncone

Art: Giulia Pintus

Se si e’ stati insieme con Amore, ci si può lasciare con Amore. Se non si è stati insieme con amore, lasciandosi si può ...
20/12/2025

Se si e’ stati insieme con Amore, ci si può lasciare con Amore. Se non si è stati insieme con amore, lasciandosi si può imparare ad amare……

Le persone che si lasciano, anziché sottolineare per sempre ciò che è andato storto, dovrebbero ringraziarsi per ore: stilare la lista di ciò che ognuno ha imparato dall’altro e scambiarsi ringraziamenti.
Rinnovarsi eterna fiducia e sostegno e l’esserci quando l’altra avesse bisogno, o anche solo per un abbraccio e uno scambio di pareri.

Le persone che si lasciano dovrebbero smetterla di pensare di aderire a un protocollo secondo il quale, da un giorno all’altro, la parola “amore” è bandita e le distanze si accumulano in modo freddo, artificiale, solo perché “qualcuno ha detto che si fa così”.

Le persone che si lasciano dovrebbero pensare a tornare in asse sulle proprie gambe - in caso non lo fossero rimaste in coppia - per permettere il prima possibile al distacco di dare i suoi preziosi frutti in termini di: lucidità, pacificazione, chiarezza, in modo che l’amore sottostante le recriminazioni possa riemergere.
Il prima possibile.

Le persone che si lasciano dovrebbero vedersi come alleate in questo viaggio più che come "nemiche".

Le persone che si lasciano dovrebbero dedicare una sera a ridere delle proprie liti, a ridere dei propri fraintendimenti, a tradursi ciò che non erano stati capaci di tradursi da arrabbiati, a ridere, ridere, ridere, sostenuti da quell’amore che è come un tappeto magico che fa volare da sotto e che va molto oltre la relazione soggetta al tempo.

Le persone che si lasciano dovrebbero giocare a sondare punti di vista mai contemplati prima, quando erano ciechi e sordi. Camminare mano nella mano. Accompagnarsi ai bivi. Pregare l’uno per l’altro. Farsi dei regali. Ripristinare la gentilezza e l’affetto.

Sono fermamente convinta che sia una questione di cambio culturale, e non solo di grado di consapevolezza personale, l’iniziare a vivere questi momenti con lo stesso amore - per se stessi, per il cambiamento e per l’altro - che, prima, si era portato nella coppia.

I livelli di crescita, di autoguarigione, di mutua guarigione e di visione a cui questa esperienza può portare sono altissimi e sorprendenti.
L’amore non può scomparire e non può essere parcheggiato in un garage.
Vi irradierete come fa il sole.

(Sonia Serravalli)

Il dolore che non viene riconosciuto all’interno di una famiglia non scompare, ma si trasmette di generazione in generaz...
17/12/2025

Il dolore che non viene riconosciuto all’interno di una famiglia non scompare, ma si trasmette di generazione in generazione sotto forma di silenzi, rimozioni ed evitamento emotivo. Molti sistemi familiari sopravvivono fingendo che nulla sia accaduto, negando parole, gesti ed esperienze che hanno lasciato ferite profonde. In questo contesto, talvolta nasce una persona particolarmente sensibile, capace di percepire ciò che è stato ignorato e di entrare in contatto con emozioni rimaste inesplorate per anni. Questa sensibilità non è una fragilità, ma una funzione riparativa, perché permette di dare spazio e voce a un dolore che non appartiene solo all’individuo, ma all’intera storia familiare. La guarigione diventa possibile solo quando si accetta di sentire pienamente ciò che c’è, anche senza comprenderlo subito, restando presenti alla rabbia, alla tristezza e alla paura invece di evitarle. È un processo faticoso e spesso doloroso, ma rappresenta il punto di svolta in cui si interrompe la trasmissione del trauma e inizia un movimento autentico verso l’integrazione e il cambiamento.

Immagine da Pinterest

11/12/2025

Non permettere mai che la famiglia da cui provieni distrugga quella che stai cercando di costruire con amore, pazienza e dedizione.
Non importa chi siano. Non importa che portino il tuo stesso sangue.

Ci hanno insegnato che “la famiglia è sacra”, che bisogna perdonare tutto “perché è il sangue”, che bisogna abbassare la testa e restare zitti anche quando fa male.
Ci hanno detto di sopportare, di pregare che il dolore passi, di non creare conflitti.
Ma sai una cosa? Basta.

La famiglia che sto costruendo non sarà la copia sbiadita di ciò che mi ha ferito.
Non porterà avanti schemi tossici, silenzi pieni di rabbia e abbracci solo di facciata.
Le ferite che si sono tramandate di bocca in bocca e di cuore in cuore… si fermeranno qui. Con me.

Se qualcuno, anche con il mio stesso cognome, distrugge la mia pace,
non avrà più un posto nella mia vita.

Perché l’amore vero non manipola.
Il rispetto non chiede il silenzio.
E guarire significa scegliere se stessi,
anche se questo vuol dire prendere le distanze da chi ti ha visto nascere.

Smettila di dire “è il suo carattere, non cambierà mai.”
Se non vogliono cambiare, lasciali dove sono.
E tu, cammina. Verso una vita più sana, più serena, più tua.

La famiglia non è solo DNA.
È chi ti ama senza ferirti.
È chi ti ascolta, ti sostiene, ti cresce… senza farti a pezzi.

Una piccola magia!!!!
07/12/2025

Una piccola magia!!!!

Nel 2008, la biologa Katie Hinde fece una scoperta che la scienza aveva ignorato per secoli: il latte materno non è una formula fissa, ma un messaggio in continuo cambiamento.

Studiando i macachi in California, notò qualcosa di sorprendente:
se la madre aveva un maschietto, il latte era più denso, ricco di grassi e proteine — energia pura.
Se invece aveva una fe*******ia, il latte era più abbondante e ricco di calcio.

Ma come faceva il corpo della madre a sapere cosa serviva, e a chi?

Da qui, Hinde arrivò a uno dei meccanismi più affascinanti della biologia umana: il flusso retrogrado.
Pensavamo che il latte andasse solo in una direzione, dalla madre al bambino. Ma non è così.

Quando il neonato si attacca al seno, un piccolo flusso di saliva risale nel capezzolo.
A quel punto, avviene la magia: il corpo della madre “legge” quella saliva, come uno scanner biologico.

Se rileva un’infezione, in poche ore il latte cambia e inizia a produrre gli anticorpi specifici.
Se il bambino è stressato, la composizione ormonale del latte si adatta per calmarlo.
Il latte cambia al mattino, cambia la sera, cambia se il neonato è malato. Cambia persino in base al sesso.

Come ha detto Hinde:
“Il latte materno è cibo, è medicina, è messaggio.”
È uno dei sistemi di comunicazione più sofisticati della natura. Una conversazione silenziosa tra due corpi, che nemmeno la tecnologia più avanzata riesce a imitare del tutto.

Un piccolo miracolo che accade ogni giorno. 🍼✨

Indirizzo

Via Stendhal 51, Milano
Milan
20144

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spaziopsicoterapia è ...

...un percorso, un viaggio per ritrovare sé stessi e poter scegliere oggi il proprio modo di vivere e di far risplendere la propria luce. ...un luogo dove iniziare il viaggio, uno spazio dove sentirsi sostenuti appoggiati in un momento di difficoltà o anche incoraggiati nella ricerca di qualcosa di diverso per sé stessi. Un luogo dove si diffonde una cultura del benessere, non solo legata al fare, ma anche all'essere, nella relazione con sé stessi e con l’altro. Un laboratorio dove rieducare sé stessi per ritrovare la naturale istintività.

Sono una psicoterapeuta ad indirizzo Analitico Transazionale e Analista Bioenergetica. Ho inoltre una formazione in EMDR, un metodo che ha come obiettivo la cura dei traumi psicologici.

“Per me il lavoro di psicoterapeuta significa accompagnare le persone non solo in un viaggio alla scoperta di sé, ma anche, e sopratutto, al recupero di sé. Mi appassiona e mi commuove ogni volta, assistere al riaffiorare, nelle persone, di quelle parti che permettono loro di riappropriarsi della capacità di vivere e sperimentare la pienezza della vita, affrontare e superare ciò che impedisce loro di vivere bene. Considero fondamentale nel mio lavoro, che etimologicamente significa “prendersi cura dell’anima”�, il rapporto da persona a persona, un rapporto che si caratterizza per accettazione e comprensione. E poco per volta anche il paziente diventa un esperto in comprensione e accettazione di sé stesso!”

“Sono una psicologa psicoterapeuta ad indirizzo analitico transazionale e bioenergetico. Ho conseguito la mia prima specializzazione presso il Centro Berne di Milano e la seconda seguendo il corso di specializzazione della SIAB di Roma (Società Italiana Analisi Bioenergetica). Il mio compito di terapeuta è aiutare chi si rivolge a me a tornare a sé stesso, a riscoprirsi e ad accettarsi. Non c’è cambiamento senza accettazione. Penso che essere un buon terapeuta significa creare contatto e legame, usando le mie conoscenze, le mie abilità , ma anche le mie esperienze di vita, rimanendo vulnerabile al sentimento per poter costruire così una vera relazione, quella che nel nostro gergo psicologico è la relazione riparativa. Si fa terapia essendo protagonisti di un’esperienza di vita. Questo per me significa essere terapeuta: creare una relazione terapeutica che permetta alla persona che si rivolge a me di riscoprire sé stessa in tutte le sue parti e che le permetta di accedere alle proprie risorse per costruire il proprio benessere.