spaziopsicoterapia

spaziopsicoterapia conoscere, sperimentare, sentire, vivere Siamo Stefania Colombo e Dominique Cappa. Da diversi anni svolgiamo la professione di psicologa e psicoterapeuta.

Il nostro lavoro consiste nel condurre le persone attraverso un percorso, un viaggio perché ritrovino sé stesse e possano scegliere oggi il loro modo di vivere e di far risplendere la propria luce. Spaziopsicoterapia è un luogo dove iniziare questo viaggio, uno spazio dove sentirsi sostenuti appoggiati in un momento di difficoltà o anche incoraggiati nella ricerca di qualcosa di diverso per sé stessi. Un luogo dove si diffonde una cultura del benessere, non solo legata al fare, ma anche all'essere, nella relazione con sé stessi e con l’altro. Un laboratorio dove rieducare sé stessi per ritrovare la naturale istintività.

04/03/2026

Il passato e il futuro fanno rumore.
Il presente si sistema nei dettagli.

🌻Cerchi uno spazio dove accogliere i tuoi pazienti? Il LUNEDÌ te lo offro io!Sei un professionista del benessere? Psicol...
02/02/2026

🌻Cerchi uno spazio dove accogliere i tuoi pazienti? Il LUNEDÌ te lo offro io!

Sei un professionista del benessere? Psicologo, psicoterapeuta, nutrizionista, fisioterapista, osteopata, omeopata… insomma, se ti occupi di cura della persona, sei il benvenuto/a!

Affitto una stanza del mio studio di psicoterapia ogni lunedì

📍 Dove?

In una zona tranquilla e ben servita di Milano, in via Stendhal (metro blu California, verde Sant’Agostino, bus 14).

🌿 Come?

L’ambiente è curato, riservato e accogliente — ideale per lavorare con serenità.

La stanza è arredata con gusto e pensata per mettere a proprio agio sia i professionisti che i pazienti.

☀️ Se ti interessa condividere uno spazio con armonia, professionalità e buona energia, scrivimi in privato al 33884355557
stefi.colombo.posta@gmail.com

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29/01/2026

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❤️‍🩹
“Papà, sto bruciando. Vieni.”

Sono le 1:31 di Capodanno quando sul telefono mi arriva questo messaggio. È di Antonio. Ha sedici anni.

Lo leggo una volta sola e sento il sangue fermarsi.
Non penso. Non ragiono. Esco di casa e corro.
Corro verso quel locale con un solo pensiero: raggiungerlo.

Davanti all’ingresso trovo l’inferno. Fumo ovunque, urla, ragazzi che scappano, gente in lacrime, sirene che si avvicinano.
In mezzo a tutto questo cerco solo lui. Il suo viso.

Antonio stava cercando di fuggire quando le fiamme lo hanno travolto. È caduto.
Un buttafuori lo ha afferrato e lo ha spinto su per le scale, salvandolo per un soffio.
Qualcuno lo aveva già portato fuori.

Quando lo vedo, mi manca l’aria. Il volto annerito, le mani bruciate, una scarpa persa, la pelle che comincia a cedere.
In quel momento vorrei solo una cosa: prendere io il suo dolore.
Ma non si può.

Dentro, però, c’è anche un suo amico. Per noi è come un nipote. E allora rientro.

Scendo nel locale invaso dal fumo.
Non si vede quasi nulla. Gli occhi bruciano. La gola chiude.
Nel caos riesco a trascinare fuori tre, forse quattro ragazzi.
Li afferro, li spingo verso l’uscita. Non so nemmeno come faccio.

Poi arrivano i vigili del fuoco e mi fermano. L’amico di Antonio era già stato portato fuori.

Da lì inizia un’altra corsa. Non più verso il locale, ma verso un ospedale. Verso una speranza.

Antonio viene intubato, collegato alle macchine. Io resto lì, a guardarlo, cercando di restare in piedi. Capisci in quei momenti che non esiste paura più grande di perdere un figlio.

Poi l’elicottero. Lo vedo coperto di bende e so che la parte più dura deve ancora iniziare.

In ospedale comincia il vero percorso:
interventi, innesti di pelle, terapie lunghe, precise. Una battaglia che non riguarda solo il corpo, ma anche la testa, i ricordi, il coraggio di tornare a vivere.

Oggi Antonio combatte ogni giorno per riprendersi la sua vita. E io penso sempre alla stessa cosa: poteva non farcela.
Potevo arrivare tardi.

Ma non posso accettare che tutto venga chiamato “fatalità”. Perché tragedie così non nascono dal nulla. Ci sono responsabilità.
Ci sono domande che meritano risposte.

Mio figlio è vivo per miracolo. E porta dentro una consapevolezza che nessun sedicenne dovrebbe avere: che tutto può cambiare in un attimo.

Ma porta anche un’altra cosa. Una seconda possibilità.

Una possibilità enorme. Da trasformare in futuro.

Io, da padre, posso solo restargli accanto. Sostenerlo mentre ricostruisce il corpo. Mentre affronta la paura. Mentre prova a tornare alla normalità.

Perché dopo una notte così, non guariscono solo le ferite visibili. Guariscono, lentamente, anche quelle che restano dentro.”

Tommaso Lucia
🙏♥️

11/01/2026

C’è un modo di intendere il trauma che va oltre l’idea dell’evento in sé e del suo racconto. In questa prospettiva, il trauma non coincide tanto con ciò che è accaduto, quanto con ciò che è rimasto incompiuto nell’organismo nel momento in cui quell’evento è avvenuto. Quando una persona si trova di fronte ad una minaccia intensa e non ha la possibilità di reagire, fuggire o difendersi, il sistema nervoso mobilita enormi quantità di energia per la sopravvivenza. Se questa energia non può essere utilizzata e scaricata, resta intrappolata nel corpo, dando origine a una condizione di allerta cronica o, al contrario, di collasso e immobilità.
In questo senso, il trauma non è un ricordo come gli altri. Non vive principalmente nella memoria narrativa, ma in una memoria implicita, fatta di sensazioni, tensioni muscolari, posture, micro-movimenti, alterazioni del respiro e stati emotivi difficili da nominare. Il corpo continua a comportarsi come se il pericolo fosse ancora presente, anche quando la mente sa che il tempo è passato. Da qui derivano molti dei sintomi che accompagnano le esperienze traumatiche: ansia improvvisa, panico, dissociazione, ipercontrollo, stanchezza cronica, difficoltà relazionali, sintomi psicosomatici. Il sistema nervoso rimane bloccato in una risposta di sopravvivenza.
Il lavoro terapeutico quindi, non può limitarsi a parlare dell’evento o a comprenderlo cognitivamente. È necessario coinvolgere il corpo e il suo linguaggio, imparando ad ascoltare le sensazioni fisiche nel qui e ora. Questo non significa rivivere il trauma, ma avvicinarsi ad esso in modo graduale, rispettando i limiti di tolleranza della persona. Piccoli segnali corporei, una tensione, un cambiamento del respiro, un impulso al movimento, diventano le porte di accesso a ciò che è rimasto congelato. Attraverso un’attenzione gentile e regolata, il sistema nervoso può iniziare a completare quelle risposte difensive che erano state interrotte.
In questo processo è fondamentale la sicurezza. Il corpo ha bisogno di fare esperienza di stabilità e di risorse prima di poter toccare il dolore. La regolazione avviene per oscillazioni: momenti di contatto con l’attivazione traumatica si alternano a momenti di calma e radicamento. È proprio questa oscillazione che permette al sistema nervoso di apprendere qualcosa di nuovo, ovvero che è possibile sentire senza sentirsi sopraffatti, che l’attivazione può salire e poi scendere, che il presente è diverso dal passato.
Con il tempo, ciò che prima si manifestava come una reazione automatica e incontrollabile diventa più riconoscibile e modulabile. Il corpo smette gradualmente di reagire come se fosse ancora in pericolo e recupera la capacità di autoregolarsi. Questo non cancella ciò che è accaduto, ma ne trasforma l’impatto. Il ricordo perde la sua carica destabilizzante e può essere integrato come parte della storia della persona, anziché come una minaccia sempre attiva.
Da questa prospettiva, la guarigione dal trauma non è un atto di forza né un esercizio di razionalità, ma un processo di riappropriazione del proprio sentire corporeo. È un ritorno alla possibilità di abitare il corpo con maggiore sicurezza, vitalità e presenza. Quando il sistema nervoso ritrova flessibilità, la persona può finalmente muoversi nel mondo non più guidata dalla paura del passato, ma dalla libertà del presente.

Immagine Anne Marie Krens

09/01/2026

Mi manco.
Quando mi perdo dietro inutili parole.
Quando mi infilo nella testa degli altri
per cercare di coglierne le ragioni.
Quando voglio compiacere per paura di un rifiuto.
Quando pronuncio un sì a denti stretti
mentre con tutto il fiato vorrei urlare no.
Mi manco quando spreco il mio tempo.
Quando mi perdo dietro i sogni degli altri
e trascuro i miei.
Quando covo rancore.
Mi manco quando giro intorno alle situazioni
e non affronto il problema.
Mi manco quando non ascolto il mio respiro
quando metto a tacere il mio intuito
quando non sorrido
quando non mi accetto
quando lascio che altri decidano per me.
Mi manco quando mi dimentico chi sono
e cosa voglio per me stessa
quando divento schiava di abitudini e compromessi.
Mi manco.
Allora torno a prendermi per mano.
E ricomincio a vivere.

Margherita Roncone

Art: Giulia Pintus

Indirizzo

Via Stendhal 51, Milano
Milan
20144

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spaziopsicoterapia è ...

...un percorso, un viaggio per ritrovare sé stessi e poter scegliere oggi il proprio modo di vivere e di far risplendere la propria luce. ...un luogo dove iniziare il viaggio, uno spazio dove sentirsi sostenuti appoggiati in un momento di difficoltà o anche incoraggiati nella ricerca di qualcosa di diverso per sé stessi. Un luogo dove si diffonde una cultura del benessere, non solo legata al fare, ma anche all'essere, nella relazione con sé stessi e con l’altro. Un laboratorio dove rieducare sé stessi per ritrovare la naturale istintività.

Sono una psicoterapeuta ad indirizzo Analitico Transazionale e Analista Bioenergetica. Ho inoltre una formazione in EMDR, un metodo che ha come obiettivo la cura dei traumi psicologici.

“Per me il lavoro di psicoterapeuta significa accompagnare le persone non solo in un viaggio alla scoperta di sé, ma anche, e sopratutto, al recupero di sé. Mi appassiona e mi commuove ogni volta, assistere al riaffiorare, nelle persone, di quelle parti che permettono loro di riappropriarsi della capacità di vivere e sperimentare la pienezza della vita, affrontare e superare ciò che impedisce loro di vivere bene. Considero fondamentale nel mio lavoro, che etimologicamente significa “prendersi cura dell’anima”�, il rapporto da persona a persona, un rapporto che si caratterizza per accettazione e comprensione. E poco per volta anche il paziente diventa un esperto in comprensione e accettazione di sé stesso!”

“Sono una psicologa psicoterapeuta ad indirizzo analitico transazionale e bioenergetico. Ho conseguito la mia prima specializzazione presso il Centro Berne di Milano e la seconda seguendo il corso di specializzazione della SIAB di Roma (Società Italiana Analisi Bioenergetica). Il mio compito di terapeuta è aiutare chi si rivolge a me a tornare a sé stesso, a riscoprirsi e ad accettarsi. Non c’è cambiamento senza accettazione. Penso che essere un buon terapeuta significa creare contatto e legame, usando le mie conoscenze, le mie abilità , ma anche le mie esperienze di vita, rimanendo vulnerabile al sentimento per poter costruire così una vera relazione, quella che nel nostro gergo psicologico è la relazione riparativa. Si fa terapia essendo protagonisti di un’esperienza di vita. Questo per me significa essere terapeuta: creare una relazione terapeutica che permetta alla persona che si rivolge a me di riscoprire sé stessa in tutte le sue parti e che le permetta di accedere alle proprie risorse per costruire il proprio benessere.