Dott.ssa Barbara Cimirro Psicologa Psicoterapeuta Bioenergetica

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𝕃’𝕚𝕞𝕡𝕠𝕣𝕥𝕒𝕟𝕫𝕒 𝕕𝕖𝕝 𝕔𝕠𝕣𝕡𝕠 🧍🏽‍♀️ Il nostro corpo è l’unica casa che siamo tenuti ad abitare per tutta la vita, eppure a volt...
31/03/2026

𝕃’𝕚𝕞𝕡𝕠𝕣𝕥𝕒𝕟𝕫𝕒 𝕕𝕖𝕝 𝕔𝕠𝕣𝕡𝕠 🧍🏽‍♀️

Il nostro corpo è l’unica casa che siamo tenuti ad abitare per tutta la vita, eppure a volte non lo consideriamo con la dovuta importanza. 🏡

In una società che dà sempre più importanza alla mente e al pensiero, finiamo per dimenticare che è il corpo a raccogliere le esperienze, a provare le sensazioni, a farsi attraversare dalle emozioni. 🐦‍🔥

Gli esercizi proposti in Analisi Bioenergetica ci aiutano a ritrovare questo legame profondo con noi stessi, a tornare a sentire, a vivere il nostro corpo, tornando a identificarci con esso, e non percependolo come un oggetto da modificare. 🤸🏽‍♀️

(Smiab)





23/03/2026





20/03/2026




🔵In occasione della Giornata Internazionale della Felicità, ricordiamo le parole di Sándor Ferenczi: la felicità non nasce solo dai piaceri momentanei, ma dalle relazioni che ci sostengono.
Cura, ascolto autentico e riconoscimento emotivo sono alla base del benessere profondo. Quando questi bisogni vengono accolti, anche le ferite più profonde possono trasformarsi in vitalità.

Gli esercizi bioenergetici sono il migliore mezzo per passare dalla memoria implicita del corpo a quella esplicita della...
17/03/2026

Gli esercizi bioenergetici sono il migliore mezzo per passare dalla memoria implicita del corpo a quella esplicita della mente.

Il lavoro corporeo nella bioenergetica non è ginnastica, ma un percorso che permette di tornare alla propria verità emotiva.

Attraverso la respirazione consapevole, il movimento espressivo, il lavoro sulla voce, e integrando con la terapia verbale si permette al “sentire” di tornare a fluire.

Quando l’emozione può muoversi di nuovo, anche la persona può guarire.
Corpo e mente non sono separati. Sono due facce della stessa verità.

Il movimento non è solo un atto motorio. È un ponte tra dentro e fuori, tra il sentire e l’esprimere. Se il movimento è bloccato, spesso lo è anche il sentire. Se è fluido, può portarci verso presenza, autenticità e benessere.

Per funzionare, gli esercizi devono toccare la tensione profonda (Dolore-Piacere corporeo) per poter poi mentalizzare l’esperienza relazionale del momento, messa a confronto con tutte le altre esperienze della vita.

Con gli esercizi si entra in contatto con il corpo che sente, conosce e si relaziona al mondo in un continuo dialogo tra interno ed esterno, attraverso il suo agire individuale e con gli altri.

Un corpo che scopre e lascia emergere la sua storia di riconoscimenti e disconoscimenti, di obbedienza e anche di sintonizzazioni emotive che costituiscono il vissuto e la modulazione delle emozioni che sono il motore della crescita, del confronto e della scoperta del mondo.

(Smiab. Nell’immagine: Alexander Lowen durante una classe di esercizi bioenergetici)




08/03/2026

Margherita. "Non mi farò uccidere, neanche da un uomo."

(Elsa Bettella)





Sbocciate e fiorite,rendete il mondoun meraviglioso giardino.Fermatevi spesso ad assaporare l’esistenzae procedete fiduc...
01/03/2026

Sbocciate e fiorite,
rendete il mondo
un meraviglioso giardino.
Fermatevi spesso ad assaporare l’esistenza
e procedete fiduciosi sul sentiero della saggezza.

Vivete la vita come fosse una canzone,
continuate a cantare e ballare la vostra musica.
Non lasciate che nessuno la interrompa.
Se così fosse, cantate e ballate ancora più forte.
Siate sempre cercatori di meraviglia.

(Dal Libro: Il villaggio dei monaci senza tempo)





Come riscriverei il libro della salute mentale.Non partirei dai disturbi, ma dalle ferite.Ogni quadro clinico nascerebbe...
23/02/2026

Come riscriverei il libro della salute mentale.
Non partirei dai disturbi, ma dalle ferite.
Ogni quadro clinico nascerebbe da una domanda semplice: “Che cosa è accaduto a questa persona?” Prima di che cosa ha, chiederei che cosa ha dovuto reggere.
La diagnosi verrebbe dopo. Come strumento, non come identità. Separerei il funzionamento dalla colpa. Scriverei nero su bianco che: nessuno sceglie il proprio funzionamento, ma ognuno può scegliere se restarne prigioniero o diventarne responsabile. La sofferenza non è una colpa. La ripetizione inconsapevole sì, se non viene mai interrogata.
Restituirei dignità ai sintomi.
I sintomi non sarebbero più “errori da eliminare”, ma strategie di sopravvivenza che hanno avuto senso. L’ ansia: un allarme che ha protetto.
L’ evitamento: un rifugio quando la vicinanza feriva. La depressione: una resa quando lottare era impossibile.
Prima di curare, imparerei ad ascoltare. Toglierei la falsa promessa della guarigione. Non parlerei di guarire, ma di: integrazione, trasformazione, ampliamento della coscienza. Non tutti i dolori passano. Ma molti possono smettere di governarci.
Inserirei il corpo come capitolo centrale. Nessuna salute mentale senza corpo: trauma, sistema nervoso, memoria somatica, regolazione. La mente non è un software separato. È carne che ha imparato a difendersi.
Riscriverei il capitolo sulle relazioni . Perché non esiste salute mentale isolata. Molti “disturbi” sono ferite relazionali che continuano a sanguinare dentro legami che non sanno contenere.
La cura non è solo insight. È esperienza nuova di presenza.
Toglierei il linguaggio giudicante.
Niente: "manipolatore”, "tossico”, “narcisista” come insulto. Al loro posto: funzionamenti, difese, storie. Le etichette non curano. Comprendere sì.

Chiuderei il libro così. Non con una soluzione, ma con una verità: La salute mentale non è adattarsi a un mondo malato, ma trovare un modo più vero di abitare se stessi senza distruggersi.

(Dr. Carlo D’Angelo)



16/02/2026


C’è una parola che negli ultimi anni è diventata una scorciatoia comoda: hikikomori.
La usiamo per indicare ragazzi che non escono, che si chiudono, che spariscono. La usiamo come se spiegasse tutto. In realtà spesso serve solo a tranquillizzarci: se ha un nome, allora è “un problema loro”.

I numeri oggi dicono che in Italia i giovani in ritiro sociale sono molti di più di quanto si pensasse. Ma fermarsi ai numeri è l’ennesimo modo per non guardare la questione vera. Perché il punto non è quanti sono. Il punto è perché restare in casa, per tanti ragazzi, è diventata l’opzione meno dolorosa.

Nel mio lavoro incontro adolescenti che non escono più da mesi, a volte da anni. Non li incontro spaventati dal mondo. Li incontro stanchi. Stanchi di sentirsi costantemente inadeguati, osservati, valutati. Stanchi di dover dimostrare qualcosa prima ancora di capire chi sono. Quando raccontano il loro ritiro non parlano di paura, parlano di sollievo. Ed è questo il dato che dovrebbe preoccuparci.

Restare in casa non è una scelta contro la vita sociale. È una scelta contro una vita sociale percepita come ostile. Fuori c’è una pressione continua: essere performanti, interessanti, pronti, resilienti. A scuola, nelle relazioni, online. Ogni errore resta, ogni inciampo diventa pubblico, ogni fragilità rischia di essere ridicolizzata. In questo contesto il ritiro non è follia. È una strategia di contenimento del dolore.

Noi adulti tendiamo a chiederci come “farli uscire”. Molto meno spesso ci chiediamo che tipo di mondo trovano fuori. Un mondo che parla di benessere ma vive di urgenze. Che invita all’espressione ma tollera poco la lentezza. Che chiede autenticità ma punisce chi non regge il confronto.

C’è poi un altro elemento che sta emergendo con forza: il legame emotivo con strumenti che non giudicano. Non perché siano migliori, ma perché non sospirano, non interrompono, non correggono. È inquietante, certo. Ma prima di demonizzarlo dovremmo avere l’onestà di chiederci che tipo di ascolto umano stiamo offrendo. Perché se un ragazzo trova più accoglienza in qualcosa che non è vivo, il problema non è solo tecnologico.

Il ritiro sociale non nasce nel vuoto. Nasce dentro un patto educativo fragile. Chiediamo ai ragazzi di essere forti, ma mostriamo poco come si attraversa una difficoltà. Diciamo “parlane”, ma poi siamo i primi a minimizzare, correggere, aggiustare.

Gli hikikomori non sono un’anomalia da correggere. Sono un segnale. Ci stanno dicendo che per una parte delle nuove generazioni vivere è diventato troppo costoso emotivamente. E che, tra soffrire fuori o soffrire meno dentro, scelgono la seconda opzione.

Continuare a leggerli come fragili serve solo a salvare la nostra coscienza.
La domanda vera, quella scomoda, è un’altra: che tipo di adulti siamo diventati, se crescere nel nostro mondo porta così spesso a desiderare di sparire in silenzio?

LA MISURA INTERIORE E IL VALORE DELLA PRESENZANel lavoro su di sé arriva un momento in cui si comprende che non tutto de...
14/02/2026

LA MISURA INTERIORE E IL VALORE DELLA PRESENZA

Nel lavoro su di sé arriva un momento in cui si comprende che non tutto deve essere dato, spiegato o mostrato.
Non per chiusura, non per difesa, ma per consapevolezza.

Molte persone credono che il rispetto nasca dall’essere sempre disponibili, aperti, accessibili, emotivamente presenti. Credono che mostrarsi, spiegarsi, raccontarsi continuamente sia il modo per essere accolti e riconosciuti.

Ma interiormente le cose funzionano in modo diverso.

Ciò che è sempre disponibile perde peso.
Ciò che è continuamente esposto perde profondità.
Ciò che viene offerto senza misura smette di essere percepito come valore.

Nel percorso di maturità interiore si scopre che la propria attenzione, il proprio tempo e la propria energia sono materiali sottili, preziosi. Non possono essere dispersi senza conseguenze.

Quando si dà troppo, non si sta amando di più.
Spesso si sta solo comunicando, inconsapevolmente, che la propria presenza non ha radicamento, non ha direzione, non ha centro.

La misura non è freddezza.
È coscienza.

Imparare a non dire tutto, a non mostrarsi sempre, a non rispondere a ogni sollecitazione, significa proteggere lo spazio interiore in cui l’Essere può maturare.

La propria interiorità non è un luogo pubblico.
L’intimità non è qualcosa che si concede automaticamente.
La presenza non è qualcosa che si distribuisce senza discernimento.

Quando una persona comincia a radicarsi in sé, la sua energia diventa più raccolta, più stabile, più densa.
Non ha bisogno di inseguire, di convincere, di spiegarsi continuamente.

E accade qualcosa di naturale: gli altri iniziano a percepire quella presenza.

Non perché viene imposta.
Ma perché è lì, contenuta, coerente, misurata.

Nel percorso di maturità interiore si comprende anche un’altra cosa fondamentale: non è necessario mostrare tutta la propria forza, tutte le proprie capacità, tutto ciò che si è compreso.

Ciò che è reale non ha bisogno di esibirsi.

Quando si espone tutto, si disperde energia.
Quando si trattiene con consapevolezza, si crea profondità.

La vera forza è silenziosa.
Non invade, non dimostra, non cerca conferme.
Rimane disponibile, ma non esposta. Presente, ma non in vendita.

Da questo stato nasce un modo diverso di stare nel mondo:
non reattivo, non bisognoso, non centrato sul riconoscimento.

Si agisce meno per ottenere e più per espressione.
Si parla meno per convincere e più per necessità reale.
Si dà meno per essere visti e più per coerenza interiore.

E allora il rispetto non viene cercato.
Si forma.

Non perché lo si pretende, ma perché si percepisce che lì c’è una presenza che non si disperde, che non si svende, che non dipende.

Il lavoro su di sé porta esattamente qui:
a una presenza raccolta, sobria, intenzionale.

Una presenza che non ha bisogno di apparire per esistere.
E proprio per questo, diventa impossibile da ignorare.

(Dal percorso di sviluppo interiore, relazionale e spirituale The Hu-Man Project)

(Roberto Potocniak - Eleonora Benzi)


Molti disagi non nascono da ciò che proviamo ma... da come ci sentiamo rispetto ciò che proviamo! Sembra uno sciogliling...
09/02/2026

Molti disagi non nascono da ciò che proviamo ma... da come ci sentiamo rispetto ciò che proviamo! Sembra uno scioglilingua di quelli che ti fanno "andare in tilt" il cervello ma in realtà è qualcosa di concreto che viviamo sulla nostra pelle ogni giorno. Si chiama meta-cognizione.

È la capacità di osservare i nostri stati interni e costruire pensieri su di essi: non solo "provo ansia", ma "cosa significa che provo ansia?", "è normale?", "dice qualcosa su di me?", "dovrei sentirmi così?" e "come mi fa sentire il fatto che provo ansia?". Sììììì siamo complessissimi!
E a volte questa complessità ci catapulta in voragini di emozioni intense che... senza un'accurata lettura, innescano altre emozioni!

Quando la nostra lettura interna è rigida e... "miope", infatti, l’emozione iniziale si complica.
Per esempio, alla tristezza si aggiunge la solitudine, all'ansia si aggiunge la vergogna di essere ansiosi. Alla rabbia si aggiunge il senso di colpa... Alla paura si aggiunge l’idea di essere fragili o inadeguati! Ed è in questo passaggio che nasce gran parte del disagio psicologico... quindi non tanto in ciò che proviamo ma COME TRASFORMIAMO ciò che proviamo. E qui sta il bello: POSSIAMO TRASFORMARLO!

Molte realtà ci sembrano inconciliabili non perché lo siano davvero, ma perché nessuno ci ha insegnato a riconoscere e decifrare correttamente ciò che proviamo. Senza questo apprendimento, le emozioni restano segnali opachi: le sentiamo, ma non sappiamo leggerle. E quando non riusciamo a leggerle, tendiamo a temerle, respingerle o giudicarle. Imparare a stare in relazione con ciò che sentiamo, prima ancora che a modificarlo, è spesso il passaggio che rende le esperienze interne più comprensibili e quindi più tollerabili. Non cambia l’emozione in sé, ma cambia la posizione da cui la guardiamo. E da lì, cambia anche il modo in cui la viviamo.

(Psicoadvisor)


Ai bambini va dato sempre un rinforzo positivo, l’amore, la presenza e l’alleanza. (Maria Rita Parsi)
02/02/2026

Ai bambini va dato sempre un rinforzo positivo, l’amore, la presenza e l’alleanza.

(Maria Rita Parsi)

L’Ordine degli Psicologi del Lazio ricorda Maria Rita Parsi, psicologa e psicoterapeuta, scomparsa il 2 febbraio 2026.

Iscritta all’Ordine degli Psicologi del Lazio, Maria Rita Parsi ha svolto una lunga attività professionale nel campo della tutela dell’infanzia e dell’adolescenza, distinguendosi per l’impegno nella promozione dei diritti dei minori di età e del loro benessere psicologico.

Fondatrice della Scuola Italiana di Psicoanimazione e della Fondazione Movimento Bambino, è stata componente di organismi nazionali e internazionali, tra cui il Comitato ONU per i Diritti del Fanciullo.

L’Ordine ne riconosce il contributo professionale e culturale alla psicologia e alla diffusione di una maggiore attenzione istituzionale verso i temi dell’infanzia e dell’adolescenza.

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31/01/2026



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𝑬𝒎𝒐𝒛𝒊𝒐𝒏𝒊 𝒆 𝒗𝒊𝒐𝒍𝒆𝒏𝒛𝒂: 𝒒𝒖𝒂𝒏𝒅𝒐 𝒍’𝒆𝒏𝒆𝒓𝒈𝒊𝒂 𝒏𝒐𝒏 𝒕𝒓𝒐𝒗𝒂 𝒔𝒑𝒂𝒛𝒊𝒐 𝒅𝒊 𝒆𝒔𝒑𝒓𝒆𝒔𝒔𝒊𝒐𝒏𝒆

Quando non siamo in grado di riconoscere e contenere le emozioni, esse finiscono per dominarci. ⛓️

La rabbia non ascoltata diventa esplosione.
La paura negata si trasforma in controllo.
La vergogna nascosta può diventare aggressività. ☄️

Nel lavoro clinico si osserva spesso come dietro i comportamenti violenti — fisici, verbali o digitali — ci sia una profonda difficoltà a gestire l’attivazione corporea che accompagna le emozioni forti.

Il corpo si tende, il respiro si blocca, la mente si chiude, e l’unico modo per “liberarsi” da quella tensione diventa l’attacco o il dominio.

L’aggressività in sé non è “il male”: è una energia vitale, un movimento che - se integrato - permette di affermarsi e di proteggere i propri confini. 🔥

Ma quando manca l’educazione emotiva e corporea, questa energia si deforma e diventa violenza.

Educare al sentire significa aiutare le persone — e in particolare i giovani — a distinguere tra emozione e azione. Significa insegnare che si può essere arrabbiati senza ferire, spaventati senza controllare, tristi senza chiudersi. ⛓️‍💥

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