Luisa Zaccarelli psicoterapeuta

Luisa Zaccarelli psicoterapeuta Psicologa, psicoterapeuta, neurobiologa e formatrice. Accompagno genitori e adulti nel percorso di diagnosi della neurodivergenza
www.luisazaccarelli.it

15/05/2026

Ne avevi mai sentito parlare?

Con la crescita della divulgazione sulla neurodivergenza, che è una cosa buona e necessaria, è arrivata anche una domand...
12/05/2026

Con la crescita della divulgazione sulla neurodivergenza, che è una cosa buona e necessaria, è arrivata anche una domanda che sento sempre più spesso, sia online che in studio:

“Ho letto di tutto sull’autismo, mi riconosco in tutto. È possibile che sia autisticə?”

Diffido di chi offre risposte troppo velocemente, in un senso o nell’altro.

Riconoscersi in una descrizione è spesso il primo passo verso una comprensione più vera di sé, ma la distanza tra “mi riconosco” e “ho una diagnosi” è fatta di domande cliniche precise, di anamnesi, di valutazione del funzionamento in più contesti e nel tempo.

Quello che posso dire è questo: se il dubbio è presente, se il riconoscimento è forte e se c’è una fatica che non riesci a spiegare altrimenti, quella sensazione vale la pena esplorarla con qualcuno preparato per arrivare a una mappa più onesta di come funzioni, e di cosa ti serve per stare meglio.

Nel mio nuovo libro, La stanza delle differenze edito da Fabbrica dei segni in uscita l’1 giugno, parlo ampiamente di riconoscersi. Di solito avviene attraverso un figlio, un fratello o una sorella, ma non solo.
Se ti va di leggerne un estratto, iscriviti alla mi newsletter (trovi il link nella mia bio), riceverai un breve estratto con la mail di benvenuto. 🙏

Ho perso il conto di quante donne sono arrivate da me dopo anni di percorsi terapeutici condotti da professionisti compe...
09/05/2026

Ho perso il conto di quante donne sono arrivate da me dopo anni di percorsi terapeutici condotti da professionisti competenti ma con qualcosa che comunque non tornava mai del tutto.

L’ansia si gestiva ma non spariva. La depressione rispondeva parzialmente. Il senso di essere fondamentalmente diverse dagli altri rimaneva lì, senza spiegazione.

In molti di questi casi, la neurodivergenza non era mai stata cercata perché il profilo che avevano davanti non corrispondeva all’immagine dell’autismo più comunemente conosciuta.

Il problema è che quell’immagine è incompleta perché è stata costruita su popolazioni specifiche, con profili specifici. E chi non ci assomiglia, chi ha imparato a mascherare, a sembrare a posto, a funzionare, continua a cadere nelle maglie di un sistema diagnostico che non la sta cercando.

Formarsi su questi profili comporta aggiungere una domanda importante e non chiudere il caso prima di averla posta.

Di masking e di tante altre caratteristiche dell’autismo femminile, parlo nel mio libro La stanza delle differenze, edito da Fabbrica dei segni e in uscita l’1 Giugno. È già in prevendita e, se ti va, potrai leggerne un breve estratto iscrivendoti alla mia newsletter (trovi il link in bio).

05/05/2026

Partiamo dalle basi.

Trovi la stanza di Luca, insieme a tante altre stanze, nel mio nuovo libro La stanza delle differenze edito da Fabbrica ...
01/05/2026

Trovi la stanza di Luca, insieme a tante altre stanze, nel mio nuovo libro La stanza delle differenze edito da Fabbrica dei segni, in uscita l’1 Giugno. Puoi già prenotarlo online ovunque!
Se vuoi leggere un piccolo estratto, iscriviti alla mia newsletter e lo potrai scaricare dalla mail di benvenuto. Trovi il link per iscriverti sulla mia bio ☺️

Illustrazione di

Quando parlo di masking associo spesso la parola ‘sopravvivenza’.Il masking nasce in ambienti — familiari, scolastici, s...
28/04/2026

Quando parlo di masking associo spesso la parola ‘sopravvivenza’.

Il masking nasce in ambienti — familiari, scolastici, sociali — all’interno dei quali non esistono gli strumenti per accogliere un funzionamento diverso. Motivo per cui una persona neurodivergente va sottotraccia. Impara a nascondersi. Sviluppa una versione di sé più presentabile, più gestibile, più accettabile agli occhi degli altri.

Quello che mi colpisce, ogni volta, è quanto questo processo sia stato spesso solitario. Nessuno che lo insegnasse. Nessuno che lo nominasse. Solo l’osservazione silenziosa di come funzionano gli altri, e il tentativo continuo di replicarlo.

Ti sei mai resə conto di fare masking?

Nelle prime sedute con persone che arrivano a valutare una possibile diagnosi in età adulta, c’è un pensiero molto ricor...
24/04/2026

Nelle prime sedute con persone che arrivano a valutare una possibile diagnosi in età adulta, c’è un pensiero molto ricorrente formulato in modi diversi ma con lo stesso nucleo:

“Non so se ho davvero diritto a essere qui…”

È una delle manifestazioni più silenziose e più devastanti del masking prolungato. Quando hai passato anni — a volte decenni — a costruire strategie per sembrare neurotipia/o, a un certo punto quella costruzione diventa talmente solida da ingannarti per prima/o.

Guardi indietro e vedi qualcuno che ha studiato, lavorato, avuto relazioni, portato avanti una vita. E pensi: non può essere neurodivergente qualcuno che ha fatto tutto questo.

Quello che quella lettura non include è il costo. Le domeniche passate a recuperare dall’energia spesa durante la settimana. Le relazioni gestite come equazioni da risolvere. Il rumore di fondo dell’ansia che non se ne va mai del tutto.

Funzionare, a volte, è la prova che sei diventatə bravissimə a non farlo vedere.

Di masking, e non solo, parlo nel mio nuovo libro La stanza delle differenze , edito da Fabbrica dei segni, in uscita l’1 giugno. Se vuoi leggere un piccolo estratto in anteprima, nella bio trovi il link per iscriverti alla mia newsletter ☺️🙏.

Una delle prime cose che mi hanno insegnato — e che continuo a dover ricordare anche a me stessa — è che linguaggio e co...
21/04/2026

Una delle prime cose che mi hanno insegnato — e che continuo a dover ricordare anche a me stessa — è che linguaggio e comunicazione non sono sinonimi.

Il linguaggio è uno strumento. La comunicazione è l’intenzione, il bisogno, la relazione che ci sta dietro.

Nella pratica clinica e nella vita quotidiana con persone neurodivergenti, confondere i due livelli genera incomprensioni enormi. Un bambino che non parla viene spesso trattato come se non avesse niente da dire. Un adulto che parla in modo fluente viene spesso trattato come se non avesse difficoltà comunicative.

L’ecolalia è forse l’esempio più eloquente di questa distanza. È ancora troppo spesso vista come un sintomo da eliminare, quando invece può essere un ponte — il modo in cui una persona trova le parole per qualcosa che non ha ancora parole sue.

Ascoltare oltre il linguaggio richiede pazienza e un cambio di prospettiva. Ma è lì che inizia la vera comunicazione.

Ne parlo anche nel mio nuovo libro in uscita a breve, se ti va di leggere le prime pagine, potrai scaricare un piccolo estratto iscrivendoti alla mia newsletter ☺️. Nella mia bio trovi il link per iscriverti!

Della stanza di Tommaso mi colpì tantissimo la creatività delle sue soluzioni. Soluzioni che spesso gli adulti non capis...
17/04/2026

Della stanza di Tommaso mi colpì tantissimo la creatività delle sue soluzioni. Soluzioni che spesso gli adulti non capiscono, e per questo distruggono — tolgono l’oggetto, interrompono il
rituale, modificano la routine. Senza sapere che stanno demolendo l’unica impalcatura che tiene in piedi il bambino.

Troverai la stanza di Tommaso, insieme a tante altre stanze, nel mio nuovo libro La stanza delle differenze edito da La Fabbrica dei Segni e in uscita a Maggio. ☺️

Illustrazione di

Tra i quadri clinici che più spesso nascondono una neurodivergenza non riconosciuta, i disturbi alimentari occupano un p...
14/04/2026

Tra i quadri clinici che più spesso nascondono una neurodivergenza non riconosciuta, i disturbi alimentari occupano un posto che non possiamo continuare a ignorare.

Non perché esista un legame automatico e universale. Ma perché il cibo — la sua texture, la sua prevedibilità, il controllo che offre, la scarica che produce — può svolgere una funzione di regolazione sensoriale ed emotiva molto precisa in chi non ha altri strumenti a disposizione.

Quando lavoriamo con pazienti con DCA, ci formiamo su attaccamento, trauma, immagine corporea. Raramente ci formiamo sulla possibilità che quel paziente stia anche cercando di gestire un sistema nervoso che non riesce a regolarsi in altro modo.

Aggiungere quella domanda al percorso diagnostico non significa complicare tutto.
Significa avere una mappa più completa — e quindi più utile.

Nel mio nuovo libro, La stanza delle differenze, troverai anche questa stanza. Uscirà a breve e non vedo l’ora che tu lo possa leggere!

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