Luisa Zaccarelli psicoterapeuta

Luisa Zaccarelli psicoterapeuta Psicologa, psicoterapeuta, neurobiologa e formatrice. Accompagno genitori e adulti nel percorso di diagnosi della neurodivergenza
www.luisazaccarelli.it

13/02/2026

Alcune persone neurodivergenti raccontano che con altre persone neurodivergenti si sentono più libere.
Non perché siano “tutte uguali”, ma perché in un ambiente ND spesso c’è meno pressione sociale. I silenzi sono più tollerati, le intensità emotive non devono essere smussate, le sensibilità sensoriali vengono comprese senza doverle spiegare o giustificare continuamente. Questo riduce lo sforzo di adattamento e abbassa drasticamente il bisogno di masking.

Nelle relazioni ND–ND, quando c’è consapevolezza, succede spesso qualcosa di importante: non viene richiesto di essere socialmente perfetti.
Non serve riempire ogni spazio, non serve performare, non serve “funzionare bene” per essere accettati. E questo può aumentare il senso di sicurezza e di appartenenza.

Allo stesso tempo, però, non è automatico.
Quando una persona neurodivergente non ha ancora consapevolezza del proprio funzionamento, può percepire l’altro come “strano”, troppo intenso, troppo diverso. In questi casi può prendere le distanze, soprattutto se il funzionamento dell’altro è diverso dal proprio o più visibile. Anche tra neurodivergenti, quindi, la relazione richiede ascolto e comprensione.

Le relazioni ND–NT possono funzionare, ma spesso richiedono più traduzione, più spiegazioni, più energia. Quelle ND–ND, quando sostenute dalla consapevolezza, tendono invece a essere più permissive, meno giudicanti, più abitabili dal punto di vista del sistema nervoso.

Per questo le consiglio spesso come spazio in cui poter essere se stessi senza doversi costantemente adattare.

E per molte persone neurodivergenti, questa libertà è già una forma di cura.

10/02/2026

Una frase che molte donne si sono sentite dire almeno una volta nella vita. Spesso da professionisti, spesso con le migliori intenzioni.
Eppure è uno degli stereotipi più dannosi quando si parla di neurodivergenze al femminile.

Certo, l’ansia esiste. È reale e può essere molto invalidante. Ma in tante ragazze e donne l’ansia non è la causa, è una conseguenza. La risposta di un sistema nervoso che da anni sta cercando di adattarsi, di compensare, di reggere richieste che non tengono conto del suo funzionamento.
Quando tutto viene letto come ansia, si perde di vista il quadro più profondo: il sovraccarico sensoriale, la fatica sociale, il masking costante, la difficoltà a regolare le emozioni in un mondo che chiede continua performance. E così la donna diventa “fragile”, “ipersensibile”, “stressata”… invece che neurodivergente.
Il problema di questa lettura riduttiva non è solo teorico. È pratico. Perché se la chiamiamo solo ansia, interveniamo solo sull’ansia. E spesso i percorsi non funzionano, o funzionano solo in superficie. Intanto la persona continua a sentirsi sbagliata, incapace di “farcela”, colpevole per una fatica che non capisce.

Riconoscere che sotto quell’ansia può esserci una neurodivergenza non toglie dignità alla sofferenza. Al contrario: le dà finalmente un senso.
Non è “solo ansia”. È spesso il segnale di qualcosa che chiede di essere visto davvero.

07/02/2026

Oggi molte persone si riconoscono in tratti ADHD, autistici o neurodivergenti in generale.
A volte è una lettura corretta.
Altre volte è il segnale di un cervello sovraccarico, non diverso.
La dopamina non è l’ormone della felicità.
È il sistema che regola attenzione, motivazione e direzione.
Quando viene continuamente stimolata da ricompense rapide e prevedibili, anche un cervello normotipico può iniziare a funzionare “in carenza”.
Questo non invalida la neurodivergenza.
Ma ci ricorda che non tutto ciò che somiglia all’ADHD lo è.
La clinica serve a distinguere:
tra funzionamento strutturale e risposta all’ambiente,
tra identità e adattamento.
Capire come funziona il cervello non serve a etichettarsi,
ma a capirsi meglio.




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Quando una donna riceve una diagnosi di neurodivergenza in età adulta, spesso prova sollievo. Ma insieme al sollievo arr...
06/02/2026

Quando una donna riceve una diagnosi di neurodivergenza in età adulta, spesso prova sollievo.

Ma insieme al sollievo arriva anche il disorientamento: “Allora chi sono? Cosa è stato reale? Cosa ho costruito per adattarmi?”

Il consiglio più importante non è sicuramente di cambiare, migliorare o “funzionare meglio”, ma quello di tornare in contatto con se stesse, dopo anni passati a corrispondere alle aspettative degli altri.

Molte donne neurodivergenti hanno imparato a mascherare così bene da non sapere più cosa le fa stare bene e cosa le svuota. Per questo il lavoro non è smettere di forzarsi, è smettere di vivere la sensibilità come una colpa. Riprendere i propri bisogni, costruire confini, creare spazi sicuri dove non serve essere “giuste” o “piacevoli” è parte del percorso.

E sì, anche imparare a non sentirsi in colpa richiede tempo e accompagnamento.
La diagnosi rende, finalmente, una storia comprensibile.

03/02/2026

Una delle domande più importanti quando si parla di ragazze neurodivergenti è questa: come aiutarle a smettere di mascherarsi continuamente?

La risposta è: creare le condizioni perché non debbano sempre adattarsi.

Il masking nasce molto presto, spesso come strategia di sopravvivenza: imparare a sorridere, a essere accomodanti, a non disturbare, a non mostrare il sovraccarico.
Funziona nel breve periodo, ma nel tempo allontana dal proprio modo di essere. Per questo il primo passo è la validazione del funzionamento.
Non dire “sei troppo sensibile”, “devi sforzarti di più”, “devi essere più socievole”, ma aiutare a riconoscere bisogni reali: pause, silenzio, prevedibilità, confini. Senza giudizio.

Servono poi contesti — relazionali, familiari, scolastici — in cui non sia richiesto di essere performanti. Spazi in cui una ragazza possa fermarsi, non capire tutto, non piacere a tutti, senza che questo diventi un problema. È lì che può iniziare a ricostruire un’identità più autentica.

La diagnosi, quando c’è, aiuta molto come chiave di lettura. Permette di smettere di forzarsi e di iniziare a scegliere. Di capire dove finisce l’adattamento sano e dove inizia l’annullamento.

Ridurre il masking non significa isolarsi ma bensì imparare a stare nel mondo senza perdere se stesse.

03/02/2026

01/02/2026
30/01/2026

Quando una neurodivergenza non viene riconosciuta in tempo, le conseguenze non sono solo diagnostiche. Sono emotive, identitarie, profonde.
Molte ragazze e donne crescono sentendosi “troppo”: troppo sensibili, troppo stanche, troppo intense, troppo complicate. E quando qualcosa non funziona, la spiegazione diventa sempre la stessa: “è colpa mia”.

Una diagnosi tardiva spesso significa anni di tentativi per adattarsi, di sforzi continui per funzionare come ci si aspetta, di masking portato all’estremo.
Nel frattempo possono comparire ansia, perfezionismo, disturbi alimentari, relazioni sbilanciate, burnout ripetuti. Questo perché sta chiedendo al proprio sistema nervoso qualcosa che non è sostenibile.

Molte donne raccontano di aver seguito terapie, assunto farmaci, cambiato strategie più volte, senza mai sentirsi davvero meglio: la sofferenza veniva vista, ma non il funzionamento che la generava. E questo lascia una traccia, che è un senso di inadeguatezza cronico, la convinzione di essere difettose, irrecuperabili.

Quando finalmente arriva una lettura neurodivergente, per molte succede qualcosa di importante: la colpa si allenta.
La storia personale trova un senso.
La fatica smette di essere un fallimento morale.

La diagnosi non cancella la sofferenza, ma la rende comprensibile, e capire da dove nasce è spesso il primo passo per smettere di combattere contro se stesse.

Spesso le donne neurodivergenti crescono sentendosi dire frasi che sembrano innocue, a volte persino rassicuranti. In re...
26/01/2026

Spesso le donne neurodivergenti crescono sentendosi dire frasi che sembrano innocue, a volte persino rassicuranti.
In realtà, sono parole che spostano lo sguardo, allontanano dalla comprensione del funzionamento e aumentano il senso di colpa.

Dire “è solo ansia”, “non sembri autistica”, “devi solo sforzarti di più” o “sei troppo sensibile” non aiuta a stare meglio. Aiuta a nascondersi meglio.
Spinge a mascherare ancora, a compensare di più, a pensare che il problema sia il carattere, la fragilità, la volontà.

Il punto è che la neurodivergenza al femminile è spesso invisibile proprio perché viene tradotta in parole socialmente accettabili. Parole che non parlano di spettro, di ADHD, di sovraccarico, di masking, ma di difetti personali.
E così la fatica diventa privata, silenziosa, cronica. Cambiare linguaggio non è solo una questione di gentilezza.
È una questione di accesso al riconoscimento, al supporto e alla possibilità di smettere di sentirsi sbagliate.

A volte, il primo vero aiuto è semplicemente non dire la cosa sbagliata.

23/01/2026

Molte ragazze e donne neurodivergenti raccontano di trovarsi più a loro agio nelle relazioni con i maschi perché spesso la comunicazione maschile risulta più lineare, diretta e prevedibile. Meno giochi sociali, meno sottointesi, meno dinamiche implicite da decifrare.

Questo significa meno fatica cognitiva: non dover interpretare continuamente ciò che non viene detto, non dover stare allerta per cogliere sfumature, alleanze, cambi di ruolo. Per una persona neurodivergente, tutto questo può fare una grande differenza nel sentirsi a proprio agio.

Al contrario, le dinamiche relazionali tra ragazze — fatte spesso di impliciti, pettegolezzi, equilibri sottili — possono risultare molto più difficili da comprendere e gestire, sia nell’adolescenza che nell’età adulta, anche in contesti lavorativi.

Questo però ha un rovescio della medaglia. Proprio perché la comunicazione diretta è più rassicurante, alcune ragazze neurodivergenti possono risultare più vulnerabili nelle relazioni affettive e sentimentali. Possono prendere alla lettera ciò che viene detto, non cogliere segnali ambigui o manipolatori, fidarsi troppo facilmente, faticare a leggere dinamiche relazionali complesse.
Questa ingenuità sociale non è mancanza di intelligenza, ma un diverso modo di processare le relazioni. Per questo è fondamentale affiancare le ragazze neurodivergenti, soprattutto quando si avvicinano all’adolescenza, con una buona educazione affettiva ed emotiva. Un’educazione che aiuti a riconoscere confini, segnali di rischio, ambiguità relazionali, e che non dia per scontato che “capiranno da sole”.

Non si tratta di renderle diffidenti, si tratta di dare strumenti, così che la loro autenticità non diventi un punto di vulnerabilità.

Puoi vedere l’intera intervista sul profilo di ! 🤩

Quando si parla di neurodivergenze “in famiglia”, molte persone si irrigidiscono subito su una domanda:“Quindi è colpa m...
20/01/2026

Quando si parla di neurodivergenze “in famiglia”, molte persone si irrigidiscono subito su una domanda:
“Quindi è colpa mia?”
No. E questa è la prima cosa da chiarire, con forza.

Quello che la ricerca ci dice da anni, in modo sempre più consistente, è che autismo e ADHD hanno una componente genetica importante: non significa “determinismo”, non significa “destino”, ma significa che certe modalità di funzionamento del cervello tendono a ricorrere nelle famiglie. Gli studi su gemelli e famiglie mostrano infatti una forte ereditarietà per l’autismo.
E per l’ADHD, le meta-analisi sui gemelli indicano un’ereditarietà media intorno a ~74%.

Questa familiarità si vede anche nei dati clinici: gli studi longitudinali sui fratellini/sorelline (“baby siblings”) mostrano che circa 1 su 5 (20,2%) dei fratelli minori di bambini autistici riceve a sua volta una diagnosi di autismo. E questo rischio aumenta se ci sono più fratelli maggiori autistici, arrivando in alcuni campioni sopra un terzo dei casi.
Un dettaglio molto interessante (e spesso poco conosciuto) è che la probabilità di ricorrenza è più alta quando il primo figlio diagnosticato è una femmina, il che è coerente con l’ipotesi del ‘female protective effect’: in sintesi, per molte ragioni (biologiche e statistiche), le femmine tendono a essere diagnosticate meno e più tardi, e quando lo sono, spesso significa che nella famiglia c’è una “quota” di vulnerabilità più alta.

E qui arriviamo alla casistica che in studio vediamo continuamente: madri e padri neurodivergenti, spesso inconsapevoli, che arrivano al sospetto “attraverso” la diagnosi del figlio.

Succede per due motivi principali:
☝🏻Perché i criteri diagnostici storicamente non intercettavano i profili sottili (soprattutto femminili): persone brillanti, iper-adattate, con masking, che “funzionano” fino a quando non crollano.
✌🏻Perché molte donne sono cresciute con etichette alternative (“è solo ansia”, “è fragile”, “è troppo sensibile”), quindi non hanno mai avuto una cornice che spiegasse davvero il loro funzionamento.

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