22/05/2023
Ai colleghi, ma soprattutto a tutti gli altri e le altre…
ROTTA
di Stefania Pagliazzo
Mi sento rotta. Ci sono tante tipologie di “rotti”, io mi sento rotta e sento di rappresentare un modo specifico di esserlo.
Il percorso di una vita che nasce, cresce e muore dovrebbe essere per sua natura fluido, dritto, senza interruzioni per definirsi sano (intero). Sano (intero) è esattamente il contrario di rotto. Tra le interruzioni di vita una delle più gravi è la mancanza di amore, o meglio è l’impossibilità di sentirsi interessanti in un particolare momento di vita o in più momenti di vita. Quando non ci si sente interessanti, o si percepisce l’esperienza del sentirsi soli e/o abbandonati, o di sentirsi in un angolo senza essere cercati e visti, si percepisce una rottura.
Le rotture possono essere molteplici: immaginate una pianta che cresce; visualizziamo per istinto uno stelo uniforme che volge verso l’alto, che si eleva fino alla fioritura e, chiunque, con un minimo di esperienza agricola o di pollice verde, farebbe in modo che quello stelo non abbia imperfezioni e rotture durante la crescita. Quando ad una vita si spezza lo stelo, la vita per continuare a crescere deve ricreare, per sopravvivere e continuare ad andare su, una interruzione fatta di cicatrici che si rimarginano, si creano punti di interruzioni che vanno riparati: una specie di groviglio di carne, piastrine, rigidità muscolari che possano permettere di sanare ciò che è stato rotto.
Spesso, la psicologia ottimista o le filosofie new age di ultima generazione, raccontano le rotture come forme di bellezza. Siamo saturi di immagini e frasi fatte che ci raccontano che il vaso rotto diventa più bello se si vedono le riparazioni che lo hanno rimesso in sesto. Posso dire che è una grande fandonia e non solo perché mi sembrerebbe utile chiedere al vaso come si sente una volta che da ridotto in cocci viene incollato nuovamente. Difficilmente nella mia esperienza sono riuscita a vedere la sofferenza trasformata in bellezza. Ci si prova nelle nostre vite e ci proviamo nei nostri studi come terapeuti con i nostri pazienti ma difficilmente ci si riesce. Perché, lasciatemelo dire, questa psicologia ottimista, ha fatto sperimentare un vissuto estremante fallimentare a molte persone che della loro sofferenza non sono riuscite a ricavarne bellezza. Chi si sente rotto fa una fatica enorme a sopravvivere come chi rotto non è.
La mancanza di percezione di sentirsi amati e interessanti non avrà solo a che fare con la sofferenza nelle relazioni che sono state la causa dei tali sentimenti, mi riferisco alle figure genitoriali o alle esperienze significative, ma continuerà nella vita attuale e con le relazioni attuali. Questo male si insinuerà anche nella possibilità di vivere la solitudine con pienezza e farà percepire l’esistenza colpevole, vuota o mancante di qualcosa, sempre. Le rotture spesso diventano desideri mancati, obiettivi non raggiunti, relazioni fallimentari, “giradischi rotti” in cui si mettono in atto dinamiche antiche che non hanno soluzione.
Chi non si è sentito amato nel modo sano (cioè amato nel modo che lo avrebbe fatto sentire intero) dalle figure di riferimento sperimenterà una mancanza inconsapevole che lo porterà a sentire ansia nell’attesa, cioè a sentire enorme stress nello sperimentare la possibilità di stare fermo e sicuro ad aspettare e potrà, o decidere di stare fermo a sentire la depressione di chi non è raggiunto, o muoversi in maniera sgraziata a cercare di riparare la ferita attivandosi al posto dell’Altro. In entrambe le situazioni sperimenterà dolore e insoddisfazione.
E’ chiaro che la psicologia ottimista sia incapace di dare soluzioni a questi disperati perché solo l’esperienza ripara. Ma quale esperienza?
Esiste veramente un’esperienza relazionale che permetta di riparare ciò che è stato rotto? Gli amici psicoanalitici ci direbbero che inconsciamente si mettono in atto esattamente le esperienze relazionali che conosciamo e quindi banalmente si cercano partners relazionali che non ci amano per dimostrare la teoria iniziale; altri, che non amano le teorie sull’inconscio, ci dicono che tendiamo a perpetuare tutto ciò che non si completa.
Ma come si fa a completare? Come si fa a far tornare sano ciò che si è rotto? Io credo che bisogni, prima di tutto, essere chiari e dire che un’esperienza che è andata male non potrà diventare una bella esperienza e che il danno se c’è rimane. Dopodiché un terapeuta serio può rimanere col dolore dell’Altro, lasciare che si impasti con il proprio, e aspettare con lui che qualcosa accada.
Come scriveva Josephine Hart nel suo romanzo “Il danno” da cui è stato tratto un bellissimo film omonimo: “Le persone danneggiate sono pericolose. Sanno di poter sopravvivere”. Nel suo romanzo, le “rotture”, i “danni” non sono di certo diventati bellezza ma sono divenuti sopravvivenza a scapito di altri.
Ora, cercate di riempire i vostri studi con altre promesse.