Stefania Pagliazzo, Studio di Psicologia Psicoterapia - Modica

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Stefania Pagliazzo, Studio di Psicologia Psicoterapia - Modica D.ssa Stefania Pagliazzo
PSICOLOGA
PSICOTERAPEUTA
Riceve per appuntamento Via Nuova S. Antonio, 105

30/07/2025

CONTRO L’ABUSO DELLA PSICOTERAPIA

La psicoterapia è un atto di cura: silenzioso, complesso, trasformativo. Implica rispetto per la soggettività e per i tempi della psiche. Ma oggi questo spazio “sacro” è spesso travolto da logiche di mercato, potere, narcisismo e spettacolo. Occorre ricordare cosa la psicoterapia è e cosa non deve mai diventare.

1. Non è una merce.
Quando è confezionata come prodotto, venduta con slogan, pacchetti o “risultati garantiti”, la psicoterapia perde la sua anima. La cura non è consumo: non si misura in efficienza né in stelle su una piattaforma.

2. Non è una chiesa.
Le scuole che si chiudono in dogmi e carismi tradiscono il pensiero clinico. La clinica viva non ripete formule: interroga, ascolta, si trasforma.

3. Non è esercizio di potere.
Chi cura non domina, accompagna. Non offre soluzioni preconfezionate, ma sostiene la soggettivazione. Ogni sfruttamento, anche sottile, è abuso.

4. Non è un surrogato affettivo.
La relazione terapeutica non sostituisce legami mancati: li elabora. Se resta nella fusione idealizzante, produce dipendenza, non libertà.

5. Non conferma l’Io: lo interroga.
La psicoterapia non adatta, non potenzia. Non promette benessere o successo, ma consente di abitare la propria verità, anche scomoda.

6. Non è uno spettacolo.
La narrazione clinica non è materiale da brand. Esibire il dolore altrui o il proprio ruolo di “guaritore” è una violazione etica.

7. Non deve servire il dominio.
La cura psichica non normalizza, non addomestica. Interroga i codici del potere, non li conferma.

8. Richiede pensiero e formazione continua.
Non basta un titolo. Serve un percorso personale, una supervisione costante, una responsabilità etica attiva.

9. È sempre un atto etico.
Curare è sostenere il soggetto, non la prestazione. È tollerare il silenzio, custodire l’invisibile, resistere alla semplificazione.

Chi cura deve proteggere il confine tra parola e potere, tra incontro e invasione, tra cura e dominio.

G.R.

"Per risolvere un problema non basta identificarlo. Non serve a niente essere consapevoli se non si passa all'azione", h...
17/02/2025

"Per risolvere un problema non basta identificarlo. Non serve a niente essere consapevoli se non si passa all'azione", ha scritto Alejandro Jodorowsky.
"La gente desidera smettere di soffrire, è vero, ma non è disposta a pagarne il prezzo, a cambiare, a cessare di definirsi in funzione delle sue adorate sofferenze".
Siamo affezionati ai nostri dolori e alle nostra mediocrità, e viviamo sperando che niente ci costringa a disfarcene.

Prendi la responsabilità di un'azione concreta con cui dire a te e al mondo "io sono una poesia, e la poesia è azione".

Carə colleghə, nel mio studio a Modica da settembre 2023 si libera una stanza.Lo studio ha due stanze per le terapie, un...
29/08/2023

Carə colleghə, nel mio studio a Modica da settembre 2023 si libera una stanza.
Lo studio ha due stanze per le terapie, un’ampia stanza che può essere usata come sala d’attesa o come stanza per attività di gruppo, una stanza con cucina e il bagno.
Si trova in un appartamento molto tranquillo al primo piano, è facile da raggiungere e c’è la possibilità di trovare facilmente parcheggio.
I costi sono moderati, che non guasta!

Se siete interessatə contattatemi o fate girare!

🌻

Ai colleghi, ma soprattutto a tutti gli altri e le altre…                                  ROTTA                     di ...
22/05/2023

Ai colleghi, ma soprattutto a tutti gli altri e le altre…
ROTTA
di Stefania Pagliazzo

Mi sento rotta. Ci sono tante tipologie di “rotti”, io mi sento rotta e sento di rappresentare un modo specifico di esserlo.
Il percorso di una vita che nasce, cresce e muore dovrebbe essere per sua natura fluido, dritto, senza interruzioni per definirsi sano (intero). Sano (intero) è esattamente il contrario di rotto. Tra le interruzioni di vita una delle più gravi è la mancanza di amore, o meglio è l’impossibilità di sentirsi interessanti in un particolare momento di vita o in più momenti di vita. Quando non ci si sente interessanti, o si percepisce l’esperienza del sentirsi soli e/o abbandonati, o di sentirsi in un angolo senza essere cercati e visti, si percepisce una rottura.
Le rotture possono essere molteplici: immaginate una pianta che cresce; visualizziamo per istinto uno stelo uniforme che volge verso l’alto, che si eleva fino alla fioritura e, chiunque, con un minimo di esperienza agricola o di pollice verde, farebbe in modo che quello stelo non abbia imperfezioni e rotture durante la crescita. Quando ad una vita si spezza lo stelo, la vita per continuare a crescere deve ricreare, per sopravvivere e continuare ad andare su, una interruzione fatta di cicatrici che si rimarginano, si creano punti di interruzioni che vanno riparati: una specie di groviglio di carne, piastrine, rigidità muscolari che possano permettere di sanare ciò che è stato rotto.
Spesso, la psicologia ottimista o le filosofie new age di ultima generazione, raccontano le rotture come forme di bellezza. Siamo saturi di immagini e frasi fatte che ci raccontano che il vaso rotto diventa più bello se si vedono le riparazioni che lo hanno rimesso in sesto. Posso dire che è una grande fandonia e non solo perché mi sembrerebbe utile chiedere al vaso come si sente una volta che da ridotto in cocci viene incollato nuovamente. Difficilmente nella mia esperienza sono riuscita a vedere la sofferenza trasformata in bellezza. Ci si prova nelle nostre vite e ci proviamo nei nostri studi come terapeuti con i nostri pazienti ma difficilmente ci si riesce. Perché, lasciatemelo dire, questa psicologia ottimista, ha fatto sperimentare un vissuto estremante fallimentare a molte persone che della loro sofferenza non sono riuscite a ricavarne bellezza. Chi si sente rotto fa una fatica enorme a sopravvivere come chi rotto non è.
La mancanza di percezione di sentirsi amati e interessanti non avrà solo a che fare con la sofferenza nelle relazioni che sono state la causa dei tali sentimenti, mi riferisco alle figure genitoriali o alle esperienze significative, ma continuerà nella vita attuale e con le relazioni attuali. Questo male si insinuerà anche nella possibilità di vivere la solitudine con pienezza e farà percepire l’esistenza colpevole, vuota o mancante di qualcosa, sempre. Le rotture spesso diventano desideri mancati, obiettivi non raggiunti, relazioni fallimentari, “giradischi rotti” in cui si mettono in atto dinamiche antiche che non hanno soluzione.
Chi non si è sentito amato nel modo sano (cioè amato nel modo che lo avrebbe fatto sentire intero) dalle figure di riferimento sperimenterà una mancanza inconsapevole che lo porterà a sentire ansia nell’attesa, cioè a sentire enorme stress nello sperimentare la possibilità di stare fermo e sicuro ad aspettare e potrà, o decidere di stare fermo a sentire la depressione di chi non è raggiunto, o muoversi in maniera sgraziata a cercare di riparare la ferita attivandosi al posto dell’Altro. In entrambe le situazioni sperimenterà dolore e insoddisfazione.
E’ chiaro che la psicologia ottimista sia incapace di dare soluzioni a questi disperati perché solo l’esperienza ripara. Ma quale esperienza?
Esiste veramente un’esperienza relazionale che permetta di riparare ciò che è stato rotto? Gli amici psicoanalitici ci direbbero che inconsciamente si mettono in atto esattamente le esperienze relazionali che conosciamo e quindi banalmente si cercano partners relazionali che non ci amano per dimostrare la teoria iniziale; altri, che non amano le teorie sull’inconscio, ci dicono che tendiamo a perpetuare tutto ciò che non si completa.
Ma come si fa a completare? Come si fa a far tornare sano ciò che si è rotto? Io credo che bisogni, prima di tutto, essere chiari e dire che un’esperienza che è andata male non potrà diventare una bella esperienza e che il danno se c’è rimane. Dopodiché un terapeuta serio può rimanere col dolore dell’Altro, lasciare che si impasti con il proprio, e aspettare con lui che qualcosa accada.
Come scriveva Josephine Hart nel suo romanzo “Il danno” da cui è stato tratto un bellissimo film omonimo: “Le persone danneggiate sono pericolose. Sanno di poter sopravvivere”. Nel suo romanzo, le “rotture”, i “danni” non sono di certo diventati bellezza ma sono divenuti sopravvivenza a scapito di altri.
Ora, cercate di riempire i vostri studi con altre promesse.

18/05/2023
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27/04/2023

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Certo la cura richiede uno sforzo considerevole: significa doverne riconoscere la necessità, scendere a compromessi, par...
05/12/2022

Certo la cura richiede uno sforzo considerevole: significa doverne riconoscere la necessità, scendere a compromessi, partecipare attivamente. Non basta nemmeno stare con le persone: bisogna fare insieme. Le comunità, infatti, rischiano di essere luoghi esclusivi creati basandosi solo sul criterio della similitudine, ma riscoprire il valore sovversivo e radicale della cura per rimetterlo al centro del nostro agire comporta impegnarsi ad andare oltre. Significa, cioè, avviare un movimento di avvicinamento reciproco che faccia superare la paura, scoprire cosa ci unisce e saper apprezzare le differenze, assumendosi, però, il rischio del conflitto insito nell’incontro con l’Altro, riscoprendolo come una parte imprescindibile dello stare in società e come motore del cambiamento. Una trasformazione che non implica il dover essere amici di tutti, ma riconoscere per ciascuno lo stesso diritto alla dignità, al dare e ricevere cura come vorremmo fosse per noi. Significa, infine, saper ammettere che spesso ciò che è meglio per la collettività non è ciò che sarebbe meglio per noi. La famiglia, quindi, deve sempre più essere concepita, come un insieme di persone che partecipano intimamente gli uni alle vite degli altri; una costruzione sociale e culturale che potremmo provare a basare non sull’amore di coppia ma sulla cura reciproca. Il problema è che oggi, soprattutto nelle grandi metropoli, sembra essersi sviluppata una sorta di paura di entrare nello spazio altrui – e di lasciar penetrare l’Altro nel nostro.

Oggi siamo nel pieno di una crisi di solitudine globale. Oltre all'intervento statale, anche noi dobbiamo fare la nostra parte creando nuovi legami.

Indirizzo

Nuova Sant'Antonio, 105
Modica
97015

Orario di apertura

Lunedì 09:00 - 19:00
Martedì 09:00 - 19:00
Mercoledì 09:00 - 19:00
Giovedì 09:00 - 19:00
Venerdì 09:00 - 19:00

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