Accademia Italiana Ricerca della Salute

Accademia Italiana Ricerca della Salute Il Corpo possiede tutti gli strumenti per autocorreggersi, per attuare una naturale guarigione, compito dell'uomo è trovare i metodi per utilizzarli!

Ricerca e Pratica delle modalità per far emergere la Salute attraverso l'attivazione naturale di meccanismi di autocorrezione che il corpo possiede, utilizzando l'Osteopatia, la Psicologia, la Posturologia, l’Attività Fisica. The English version and German version comes right after the Italian one

La finalità dell’Accademia Italiana Ricerca della Salute è quella di promuovere un’educazione alla prevenzione e ricercare le modalità per potenziare o far emergere la Salute attivando meccanismi di autocorrezione attraverso interventi naturali legati al mondo dell'Osteopatia, Psicologia, Posturologia, alla sana alimentazione e ad una corretta ed individualizzata attività fisica di Wellness, il tutto in ossequio al pensiero di Andrew Taylor Still, padre dell’Osteopatia, il quale affermava che…”Il compito del medico è cercare la Salute, tutti sanno trovare la malattia”. Le informazioni saranno divulgate attraverso articoli che tratterranno argomenti di Osteopatia,Osteopatia Biodinamica (Movimento Presente e Quiete), Fisica Quantistica, Psicologia, Attività Olistiche, Wellness. Il credo che ha portato alla nascita dell’A.I.R.S. è che Mente,Corpo e Spirito, sono un’unica dimensione, ed il Corpo è “Uno” nel suo funzionamento nonostante formato da varie parti anatomiche, ed il tutto è integrato nell’Ambiente che lo circonda e che quindi lo condiziona; la Salute è l’equilibrio del corpo in relazione all’Ambiente, quando questo equilibrio si rompe si manifesta la Malattia. L’ “Accademia Italiana Ricerca della Salute” riserva ai propri soci attività e servizi per migliorare la salute ed organizza seminari, corsi di aggiornamento e consulenze individualizzato per privati, aziende e centri fitness/Wellness. L' A.I.R.S. si avvale della collaborazione di professionisti del settore dell'Osteopatia, Posturologia, Psicologia e del Fitness/Wellness

Le attività dell' A.I.R.S sono riservate ai suoi soci e sono coordinate dal dott. Rino Mastromauro - Osteopata
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ITALIAN ACADEMY for RESEARCH in HEALTH

The purpose of the Italian Academy for Research in Health is essentially to promote awareness in the prevention of health and find ways of enhancing it or making it emerge by activating mechanisms of self-correction through natural interventions related to the world of alternative medicine such as a healthy diet and a correct psycho-physical, or better, holistic activity, all in accordance with the thought of Andrew Taylor Still, the father of Osteopathy, who said that ... "The doctor's job was to seek Health, everyone knows how to find an illness." Information will spread through articles related to Osteopathy, Biodynamic Osteopathy (Present Movement and Quiet), Quantum Physics, Psychology, Nutrition, Biology, Traditional Chinese Medicine, Alternative Medicine, Holistic activities and physical activities. The ideology that brought about AIRS, is that mind and body are one dimension, and the Body is "One" in the way it functions despite the fact that it is made up of various body parts. The Body is all integrated with the Environment that surrounds and influences it; Health is the body’s balance in relation to the environment and when this balance breaks, illnesses arise. The body has all the right tools to self-correct or to heal itself in a natural way, man's job is to find ways to use them! Doctor Rino Mastromauro
Founder and President of A.I.R.S. (Italian Academy for Research in Health)
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Dr. Rino Mastromauro is available for meetings regarding single matter topics or Seminars, held in English or German with the help of native speaker assistants who work alongside him.
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Italienische Akademie für Gesundheitsforschung
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Gesundheitsforschung hat sich im Wesentlichen zum Ziel gesetzt, eine korrekte Verhaltensweise zur Prävention von Krankheiten zu fördern und Methoden zu erforschen, um die Gesundheit zu stärken oder herbeizuführen. Dies soll durch die Aktivierung von Selbstheilungsmechanismen geschehen, die im Rahmen natürlicher Methoden wie alternative Medizin, gesunde Ernährung und eine korrekte körperlich-geistige bzw. ganzheitliche Aktivität eingebunden werden. Dieses Konzept beruht auf dem Leitgedanken des Gründers der Osteopathie, Andrew Taylor Still, der beteuert: "Die Aufgabe eines Arztes ist es, die Gesundheit des Patienten zu suchen, denn die Krankheit kann jeder finden." Alle Informationen zu den Themen Osteopathie, biodynamische Osteopathie (aktive und ruhige Bewegung), Quantenphysik, Psychologie, Ernährung, Biologie, traditionelle chinesische Medizin, alternative Medizin, ganzheitliche und körperliche Aktivität werden in Form von Artikeln bekannt gegeben. Das Kredo, dass zur Gründung dieser Akademie A.I.R.S geführt hat, beruht auf dem Konzept, dass Körper und Geist eine einzige Dimension sind. Der Körper ist "eins" in seiner Funktion. Obwohl er aus anatomischer Sicht aus verschiedenen Teilen besteht, ist er als "Ganzes" in ein Umfeld integriert, welches ihn umgibt und folglich konditioniert. Gesundheit bezeichnet das Gleichgewicht des Körpers im Verhältnis zu seiner Umwelt und wenn dieses Gleichwicht nicht mehr gegeben ist, manifestieren sich Krankheiten. Der Körper besitzt alle Instrumente, die für eine Autokorrektur notwendig sind, um eine natürliche Heilung herbeizuführen. Die Aufgabe des Menschen ist es, die richtige Methode zu finden und diese anzuwenden! Herr Doktor Rino Mastromauro hält nach Terminabsprache Vorträge oder Seminare in deutscher und englischer Sprache dank der Kollaboration mit deutschen und englischen Muttersprachlern. Doktor Rino Mastromauro
Gründer und Präsident der Akademie A.I.R.S
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IL FENOMENO DEL PHUBBING: implicazioni psicologiche e relazionali nell’era digitaleDi Rino Mastromauro Negli ultimi anni...
11/04/2026

IL FENOMENO DEL PHUBBING: implicazioni psicologiche e relazionali nell’era digitale

Di Rino Mastromauro

Negli ultimi anni la diffusione capillare degli smartphone ha trasformato profondamente le modalità di interazione sociale. In questo contesto è emerso il fenomeno del phubbing (da phone e snubbing), che indica l’atto di ignorare un interlocutore durante un’interazione faccia a faccia per prestare attenzione al proprio dispositivo mobile. Dal punto di vista psicologico, il phubbing rappresenta una forma di micro-esclusione sociale che altera i processi comunicativi e la qualità delle relazioni interpersonali.
La letteratura scientifica recente evidenzia come questo comportamento sia sempre più diffuso, in particolare tra adolescenti e giovani adulti. Uno studio pubblicato su Frontiers in Psychology (2024) ha rilevato un’alta prevalenza di phubbing tra i soggetti tra i 12 e i 21 anni, con correlazioni significative con bassa autostima e uso problematico di Internet. Questo suggerisce che il comportamento non sia soltanto un’abitudine tecnologica, ma possa rappresentare anche un indicatore di vulnerabilità psicologica e di difficoltà nella regolazione dell’attenzione sociale.
Numerose ricerche hanno inoltre analizzato l’impatto del phubbing nelle relazioni affettive. Studi empirici pubblicati su International Journal of Environmental Research and Public Health (2023) mostrano che l’uso dello smartphone durante le interazioni con il partner è associato a una diminuzione della qualità della comunicazione, della soddisfazione relazionale e del benessere individuale. In termini psicodinamici, la persona che subisce il comportamento – definita phubbee – può interpretare tale atteggiamento come un segnale di disinteresse o di svalutazione relazionale, con conseguenti sentimenti di rifiuto e frustrazione.
Ulteriori evidenze indicano che il phubbing è collegato a variabili emotive e psicopatologiche. Alcuni studi pubblicati su Acta Psychologica (2024) hanno riscontrato una correlazione positiva tra phubbing e sintomi depressivi, nonché livelli più elevati di distress psicologico, soprattutto tra i giovani adulti. Parallelamente, fattori come la Fear of Missing Out (FoMO) e la dipendenza da smartphone sembrano agire come meccanismi di mantenimento del comportamento: l’ansia di perdere aggiornamenti sociali porta gli individui a controllare compulsivamente il dispositivo, anche durante interazioni sociali significative. Una revisione sistematica pubblicata nel 2023 conferma la forte associazione tra FoMO, uso problematico dello smartphone e comportamenti di phubbing.
Dal punto di vista teorico, il phubbing può essere interpretato come una forma di interferenza tecnologica nelle relazioni (technoference), concetto introdotto nella letteratura psicologica contemporanea e approfondito in diversi studi negli ultimi anni (McDaniel & Coyne, 2016; ricerche successive 2020-2023). Tale dinamica interrompe i processi di attenzione condivisa e riduce la qualità della comunicazione empatica, elementi fondamentali per la costruzione del legame sociale.
Il phubbing rappresenta un fenomeno emblematico delle trasformazioni relazionali indotte dalle tecnologie digitali. Sebbene gli smartphone offrano importanti opportunità di connessione, il loro uso disfunzionale può compromettere la qualità delle relazioni interpersonali e il benessere psicologico. Per questo motivo, la ricerca contemporanea sottolinea la necessità di sviluppare programmi di educazione digitale e strategie di autoregolazione dell’uso dello smartphone, al fine di preservare la centralità delle interazioni umane nella vita sociale.

Dott. Rino Mastromauro
Osteopata - Psicologo Clinico e della Salute - Posturologo - Personal Trainer Professionista A.I.R.S. - Docenza trentennale nei corsi di formazione.

04/04/2026
ATTIVITÀ FISICA E PSICHIATRIA: un alleato terapeutico per le malattie mentali graviDi Rino Mastromauro Le persone affett...
28/03/2026

ATTIVITÀ FISICA E PSICHIATRIA: un alleato terapeutico per le malattie mentali gravi

Di Rino Mastromauro

Le persone affette da gravi disturbi mentali – tra cui schizofrenia, disturbo bipolare e depressione maggiore – rappresentano una delle popolazioni più vulnerabili dal punto di vista sanitario. Oltre al carico clinico associato ai sintomi psichiatrici, questi pazienti presentano infatti un’aspettativa di vita significativamente ridotta rispetto alla popolazione generale, con una differenza stimata tra i 10 e i 20 anni. La principale causa di tale divario non è rappresentata direttamente dalla patologia psichiatrica, ma dall’elevata incidenza di malattie cardiometaboliche, spesso associate a sedentarietà, stili di vita non salutari e agli effetti metabolici di alcuni trattamenti farmacologici.
In questo contesto, una recente analisi pubblicata su JAMA Psychiatry ha evidenziato il potenziale ruolo dell’attività fisica come componente strutturale nei programmi di trattamento per le persone con gravi malattie mentali. Gli autori sottolineano come l’integrazione sistematica dell’esercizio fisico all’interno dei percorsi terapeutici possa produrre benefici clinicamente rilevanti su più livelli: sintomatologico, cognitivo e metabolico.
Dal punto di vista psichiatrico, l’attività fisica appare associata a una riduzione significativa dei sintomi depressivi e a un miglioramento generale del benessere psicologico. Diversi studi inclusi nella letteratura analizzata suggeriscono che programmi di esercizio strutturato, in particolare quelli di tipo aerobico o combinati con esercizi di resistenza, possono contribuire a migliorare la regolazione emotiva, la qualità del sonno e la percezione della qualità della vita. Tali effetti risultano particolarmente rilevanti in pazienti nei quali i sintomi residui persistono nonostante la terapia farmacologica.
Un ulteriore aspetto evidenziato dalla ricerca riguarda l’impatto dell’attività fisica sulle funzioni cognitive. Le persone con disturbi mentali gravi presentano frequentemente deficit cognitivi che coinvolgono memoria, attenzione e funzioni esecutive, compromettendo significativamente l’autonomia e il funzionamento sociale. L’esercizio fisico regolare sembra favorire un miglioramento di queste funzioni, probabilmente attraverso meccanismi neurobiologici che includono l’aumento della neuroplasticità e la modulazione di fattori neurotrofici coinvolti nella salute cerebrale.
Accanto ai benefici psicologici e cognitivi, l’attività fisica svolge un ruolo cruciale nella riduzione del rischio cardiometabolico. L’esercizio contribuisce infatti al miglioramento della capacità cardiorespiratoria, al controllo del peso corporeo e alla regolazione dei principali parametri metabolici, tra cui glicemia, pressione arteriosa e profilo lipidico. Considerando che le malattie cardiovascolari rappresentano una delle principali cause di mortalità prematura nelle persone con disturbi mentali gravi, l’integrazione dell’attività fisica nei programmi di cura assume una rilevanza clinica particolarmente significativa.
Nonostante le crescenti evidenze scientifiche, l’attività fisica è ancora raramente integrata in modo sistematico nei servizi di salute mentale. Tra le principali barriere vi sono la carenza di programmi strutturati, la limitata formazione specifica degli operatori sanitari e le difficoltà legate all’aderenza dei pazienti. Gli autori dello studio sottolineano pertanto la necessità di promuovere modelli di intervento multidisciplinari che coinvolgano professionisti della salute mentale, specialisti dell’esercizio e operatori della riabilitazione.
Nel complesso, le evidenze disponibili suggeriscono che l’attività fisica non dovrebbe essere considerata un semplice complemento alle terapie tradizionali, ma un vero e proprio intervento terapeutico integrato. L’inclusione sistematica dell’esercizio nei percorsi di cura psichiatrica potrebbe infatti contribuire in modo sostanziale al miglioramento degli esiti clinici e alla riduzione della mortalità prematura nelle persone con gravi disturbi mentali.

Dott.Rino Mastromauro
Osteopata - LM51 in Psicologia Clinica e della Salute - Tirocinante di Psicologia - Posturologo - Personal Trainer Professionista -Docenza trentennale nei corsi di formazione

PENSARE È QUASI FARE: come l’immaginazione modifica il cervello e le nostre scelteDí Rino Mastromauro Un recente studio ...
21/03/2026

PENSARE È QUASI FARE: come l’immaginazione modifica il cervello e le nostre scelte

Dí Rino Mastromauro

Un recente studio pubblicato su Nature Communications il 10 dicembre dimostra che l’immaginazione non è un semplice esercizio mentale, ma un processo capace di rimodellare in modo misurabile le rappresentazioni neurali associate alle persone e alle esperienze sociali (Max Planck Society, 2024). La ricerca, condotta da neuroscienziati cognitivi dell’Università del Colorado Boulder e del Max Planck Institute for Human Cognitive and Brain Sciences, mostra che immaginare un incontro positivo con qualcuno può aumentare la simpatia verso quella persona, coinvolgendo circuiti cerebrali deputati all’apprendimento e alla formazione delle L’immaginazione sociale attiva meccanismi di “simulazione mentale” che condividono basi neurali con l’esperienza reale. Quando i partecipanti allo studio visualizzavano un’interazione positiva con uno sconosciuto, si osservava l’attivazione di aree implicate nella memoria episodica e nella valutazione affettiva, tra cui l’ippocampo e la corteccia prefrontale mediale. Queste regioni sono centrali nei processi di apprendimento associativo e nel consolidamento delle informazioni sociali.
In termini neurocognitivi, il cervello integra l’evento immaginato in reti mnestiche esistenti, modificando la “traccia” neurale associata a quella persona. L’effetto non si limita a una valutazione superficiale: l’immaginazione positiva sembra alterare il modo in cui le informazioni vengono codificate e recuperate successivamente. In altre parole, l’“occhio della mente” non riproduce soltanto scenari ipotetici, ma contribuisce a ristrutturare le rappresentazioni interne.
I risultati suggeriscono che le preferenze sociali emergono dall’interazione tra sistemi di memoria e circuiti di valutazione. Quando un incontro positivo viene immaginato, il cervello attiva reti coinvolte nel reinforcement learning, come quelle che includono lo striato ventrale, tradizionalmente associate alla codifica del valore e della ricompensa. L’immaginazione, dunque, funge da esperienza “simulata” capace di generare segnali di valore simili a quelli prodotti da esperienze reali.
Questo dato rafforza modelli teorici secondo cui la mente utilizza la simulazione per anticipare esiti e ottimizzare decisioni sociali. Le rappresentazioni mentali non sono statiche: sono continuamente aggiornate attraverso un processo predittivo che integra memoria, emozione e valutazione.
Le implicazioni sono rilevanti in ambito clinico e prestazionale. In psicoterapia, tecniche basate sull’immaginazione guidata potrebbero favorire la ristrutturazione di schemi negativi o pregiudizi interpersonali, sfruttando la plasticità dei circuiti di apprendimento. In ambito sportivo, la visualizzazione di performance positive potrebbe rafforzare reti neurali legate alla fiducia e alla motivazione, consolidando aspettative di successo.
Più in generale, lo studio evidenzia come l’immaginazione rappresenti uno strumento cognitivo potente, capace di influenzare atteggiamenti, memoria e preferenze. L’“occhio della mente” non è un semplice teatro interno: è un laboratorio neurale in cui il cervello sperimenta, apprende e cambia.

Dott. Rino Mastromauro
Osteopata - LM51 in Psicologia Clinica e della Salute - Tirocinante di Psicologia - Posturologo - Personal Trainer Professionista -Docente nei corsi di formazione

Riferimenti
Max Planck Society. (2024). Il tuo cervello sull’immaginazione: lo studio rivela come l’occhio della mente ci aiuta a imparare e cambiare.
Autori dello studio. (2024). Articolo originale. Nature Communications.

QUANDO IL SINTOMO SERVE : le resistenze inconsce alla guarigioneDi Rino Mastromauro Nella pratica clinica è relativament...
14/03/2026

QUANDO IL SINTOMO SERVE : le resistenze inconsce alla guarigione

Di Rino Mastromauro

Nella pratica clinica è relativamente frequente osservare pazienti che, pur dichiarando il desiderio di migliorare, mettono in atto comportamenti che ostacolano il processo terapeutico. Questo fenomeno non indica necessariamente una volontà conscia di rimanere malati; più spesso riflette dinamiche psicologiche complesse in cui il sintomo svolge una funzione adattiva o protettiva. In letteratura tali dinamiche sono descritte attraverso concetti come resistenza terapeutica, guadagno secondario della malattia e funzione difensiva del sintomo.
La tradizione psicoanalitica ha introdotto il concetto di resistenza, intesa come l’insieme dei processi inconsci che impediscono al paziente di confrontarsi con contenuti emotivi conflittuali o dolorosi. Secondo Freud, i sintomi psicologici rappresentano spesso un compromesso tra impulsi, emozioni e difese interne (Freud, 1926). In questo senso il sintomo non è soltanto un segno di patologia, ma anche un meccanismo che protegge l’individuo da un’angoscia percepita come più minacciosa.
Un altro concetto rilevante è quello di guadagno secondario, che indica i benefici indiretti che una persona può ottenere dalla propria condizione di malattia. Tali benefici possono includere maggiore attenzione da parte degli altri, riduzione delle responsabilità sociali o lavorative, oppure la possibilità di evitare situazioni percepite come stressanti (American Psychiatric Association, 2022). Anche quando questi vantaggi non sono consapevoli, possono contribuire al mantenimento del disturbo.
Sebbene questi concetti siano stati sviluppati principalmente nell’ambito della psicologia e della psichiatria, fenomeni simili sono osservabili anche in altri contesti clinici. Professionisti della riabilitazione, della fisioterapia e dell’osteopatia riportano talvolta situazioni in cui il miglioramento fisico del paziente incontra resistenze implicite. In tali casi, il sintomo corporeo può assumere un ruolo nella regolazione di dinamiche personali o relazionali. Ad esempio, un dolore cronico può diventare, inconsciamente, una modalità per legittimare il riposo, ottenere supporto sociale o evitare attività percepite come eccessivamente impegnative.
Dal punto di vista cognitivo-comportamentale, questi fenomeni possono essere interpretati anche attraverso il rinforzo negativo. Un individuo che evita una situazione che gli provoca dolore o ansia sperimenta un sollievo immediato; tale sollievo rafforza il comportamento di evitamento, contribuendo alla persistenza del problema nel tempo (Beck, 2011). Questo meccanismo può essere presente sia nei disturbi psicologici sia nelle condizioni dolorose croniche.
Un ulteriore fattore riguarda l’identità personale. Quando un disturbo o un sintomo persiste per lunghi periodi, può integrarsi nella rappresentazione che la persona ha di sé. L’idea della guarigione implica allora un cambiamento identitario e relazionale che può generare incertezza o timore.
Comprendere queste dinamiche è fondamentale per tutti i professionisti della salute. Piuttosto che interpretare la mancata adesione al trattamento come semplice opposizione, molti approcci clinici contemporanei suggeriscono di esplorare la funzione che il sintomo svolge nella vita del paziente. Solo quando emergono strategie psicologiche e relazionali alternative diventa possibile ridurre la necessità del sintomo e favorire un cambiamento stabile.

Dott Rino Mastromauro
Osteopata - LM51 in Psicologia Clinica e della Salute - Tirocinante di Psicologia - Posturologo - Personal Trainer Professionista -Docenza trentennale nei corsi di formazione

Bibliografia
American Psychiatric Association. (2022). Diagnostic and statistical manual of mental disorders (5th ed., text rev.; DSM-5-TR).

Beck, J. S. (2011). Cognitive behavior therapy: Basics and beyond (2nd ed.). Guilford Press.

Freud, S. (1926). Inhibitions, symptoms and anxiety.

Gabbard, G. O. (2014). Psychodynamic psychiatry in clinical practice (5th ed.). American Psychiatric Publishing.

ALLENAMENTO CON I PESI: STRATEGIA DI PREVENZIONE NEURODEGENERATIVADi Rino MastromauroNegli ultimi anni la ricerca in amb...
07/03/2026

ALLENAMENTO CON I PESI: STRATEGIA DI PREVENZIONE NEURODEGENERATIVA

Di Rino Mastromauro

Negli ultimi anni la ricerca in ambito geroscientifico ha iniziato a chiarire un punto cruciale: l’allenamento con i pesi non agisce solo su muscoli e metabolismo, ma può influenzare direttamente la biologia cerebrale. Un esempio rilevante è lo studio randomizzato controllato pubblicato su Geroscience da Vints e colleghi (2024), che ha indagato l’impatto di 12 settimane di allenamento di resistenza su marcatori ematici, neurometaboliti e volumetria ippocampale in adulti tra 60 e 85 anni.

L’ippocampo è una struttura chiave per memoria e apprendimento ed è particolarmente vulnerabile all’invecchiamento. Nel trial, 70 partecipanti sono stati assegnati a un programma di resistance training progressivo per gli arti inferiori oppure a un gruppo di controllo sedentario. Prima e dopo l’intervento sono stati misurati biomarcatori nel sangue (IGF-1, IL-6, chinurenina), volumi delle sottoregioni ippocampali tramite risonanza magnetica e neurometaboliti cerebrali mediante spettroscopia protonica (¹H-MRS) (Vints et al., 2024).

Un dato significativo riguarda la chinurenina (KYN), molecola associata a processi neuroinfiammatori: i soggetti con maggiore rischio di lieve decadimento cognitivo (MCI), identificati tramite MoCA, presentavano livelli più elevati di KYN e un volume ridotto del subiculum ippocampale rispetto ai soggetti a basso rischio. Questo conferma il legame tra infiammazione sistemica e vulnerabilità cerebrale nell’invecchiamento (Vints et al., 2024).

Sebbene il confronto diretto tra gruppo allenato e controllo non abbia mostrato aumenti volumetrici globali statisticamente robusti, emergono risultati biologicamente rilevanti. Nel gruppo che si è allenato si è osservata una correlazione significativa tra variazioni del volume della regione CA1 e modifiche del rapporto tNAA/mIns, un indicatore del bilanciamento tra integrità neuronale e attività gliale. Tale associazione suggerisce che l’allenamento di forza moduli la relazione tra metabolismo neuronale e plasticità strutturale, influenzando processi microcellulari prima ancora che si manifestino cambiamenti volumetrici macroscopici evidenti.

Questi risultati si inseriscono in un quadro più ampio. Meta-analisi recenti indicano che l’allenamento di resistenza migliora memoria di lavoro, memoria verbale e funzione cognitiva globale negli anziani, con effetti clinicamente significativi (Wu et al., 2025). Dal punto di vista meccanicistico, il training di forza stimola il rilascio di fattori neurotrofici come IGF-1, modula la via della chinurenina e contribuisce alla regolazione dell’infiammazione sistemica, tutti processi implicati nella resilienza cerebrale (Azevedo et al., 2023).

In termini divulgativi, parlare di “ringiovanimento del cervello” è una semplificazione. Più correttamente, l’evidenza suggerisce che l’allenamento con i pesi possa rallentare alcuni processi biologici associati all’invecchiamento cerebrale, sostenendo plasticità e integrità neuronale. Con programmi di 2–3 sessioni settimanali, progressivi e supervisionati da Personal Trainer Professionisti, l’attività di resistenza si configura quindi non solo come intervento muscolo-scheletrico, ma come potenziale strategia di prevenzione neurodegenerativa.

Bibliografia

Azevedo, C. V., et al. (2023). Resistance exercise effects on memory and neuroprotection: A review. Frontiers in Aging Neuroscience.

Vints, W. A. J., et al. (2024). Resistance exercise effects on hippocampal subfield volumes and biomarkers of neuroplasticity and neuroinflammation in older adults. Geroscience.

Wu, J., et al. (2025). Effects of resistance training on cognitive function in older adults: A systematic review and meta-analysis. Ageing Research Reviews.

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I SEGNALI CARDIACI MODELLANO LA PERCEZIONE Di Rino Mastromauro Quando pensiamo alla percezione, immaginiamo il cervello ...
28/02/2026

I SEGNALI CARDIACI MODELLANO LA PERCEZIONE

Di Rino Mastromauro

Quando pensiamo alla percezione, immaginiamo il cervello come un sistema che riceve informazioni dal mondo esterno e le interpreta. Tuttavia, le neuroscienze hanno dimostrato che questa visione è incompleta. Il cervello non elabora soltanto segnali provenienti dall’esterno, ma integra continuamente anche informazioni provenienti dall’interno del corpo, in particolare dal cuore. Questo processo, noto come interocezione, consente al sistema nervoso di monitorare lo stato fisiologico dell’organismo e di utilizzarlo per modulare percezione, emozioni e comportamento (Craig, 2002; Critchley & Garfinkel, 2018).
Ogni battito cardiaco genera segnali meccanici che vengono rilevati da recettori specializzati, i barocettori, situati nelle arterie. Questi recettori inviano informazioni al cervello riguardo alla pressione sanguigna e al ritmo cardiaco. Durante la sistole, la fase in cui il cuore si contrae e spinge il sangue nel sistema circolatorio, questi segnali aumentano e influenzano direttamente l’attività di regioni cerebrali coinvolte nella percezione, come l’insula e la corteccia cingolata anteriore (Craig, 2009).
Uno degli effetti più sorprendenti di questo meccanismo riguarda la sensibilità agli stimoli esterni. Esperimenti hanno dimostrato che durante la sistole le persone hanno una minore probabilità di percepire stimoli deboli, come un leggero tocco sulla pelle o un segnale visivo appena percepibile (Garfinkel et al., 2014). In termini pratici, questo significa che il cervello “abbassa temporaneamente il volume” delle informazioni esterne mentre elabora i segnali provenienti dal corpo.
Questo fenomeno è evidente anche nella vita quotidiana. Ad esempio, durante uno sforzo fisico intenso, come correre o salire rapidamente le scale, il battito cardiaco accelera e la percezione dell’ambiente può diventare meno precisa. È più difficile notare dettagli visivi sottili o stimoli deboli, perché il cervello sta dando priorità alla regolazione dello stato fisiologico interno.
Tuttavia, esiste un’importante eccezione: gli stimoli associati al pericolo. In questi casi, il cervello mostra l’effetto opposto. Studi sperimentali hanno dimostrato che i volti con espressioni di paura o altri segnali minacciosi vengono percepiti come più intensi durante la sistole (Azevedo et al., 2017). Questo suggerisce che il cervello utilizza i segnali cardiaci come un contesto fisiologico per aumentare la sensibilità alle potenziali minacce.
Un esempio concreto si verifica quando una persona cammina da sola di notte e sente un rumore improvviso. Se il cuore sta già battendo velocemente, il cervello interpreta più facilmente lo stimolo come pericoloso, anche se potrebbe trattarsi semplicemente di un oggetto caduto o di un movimento innocuo. In questo modo, il corpo contribuisce attivamente alla costruzione della percezione della realtà.
Questo meccanismo può essere spiegato attraverso il modello del cervello predittivo, secondo cui il cervello genera continuamente previsioni sugli eventi futuri e utilizza i segnali corporei per aggiornare queste previsioni (Friston, 2010; Seth & Friston, 2016). Il battito cardiaco fornisce informazioni sullo stato fisiologico generale, aiutando il cervello a stimare il livello di rischio dell’ambiente.
Questa interazione tra cuore e cervello ha implicazioni importanti per la comprensione dei disturbi d’ansia. In questi individui, una maggiore sensibilità ai segnali cardiaci può portare a interpretare più facilmente gli stimoli come minacciosi, contribuendo a stati di ipervigilanza e paura persistente (Paulus & Stein, 2010). Ad esempio, una persona con ansia può interpretare un semplice aumento del battito cardiaco come un segnale di pericolo imminente, innescando un circolo vizioso tra attivazione fisiologica e percezione della minaccia.
Nel complesso, queste scoperte dimostrano che la percezione non è un processo puramente cerebrale, ma emerge dall’interazione continua tra cervello e corpo. Il cuore non si limita a rispondere alle emozioni, ma contribuisce attivamente a modellarle. La realtà che percepiamo è quindi il risultato di una costruzione dinamica, influenzata non solo dal mondo esterno, ma anche dal ritmo interno del nostro organismo.

Riferimenti
Craig, A. D. (2002). Nature Reviews Neuroscience, 3(8), 655–666.
Craig, A. D. (2009). Nature Reviews Neuroscience, 10(1), 59–70.
Critchley, H. D., & Garfinkel, S. N. (2018). Current Opinion in Behavioral Sciences, 19, 13–18.
Friston, K. (2010). Nature Reviews Neuroscience, 11(2), 127–138.
Garfinkel, S. N., et al. (2014). Journal of Neuroscience, 34(19), 6573–6582.
Paulus, M. P., & Stein, M. B. (2010). Brain Structure and Function, 214, 451–463.
Seth, A. K., & Friston, K. J. (2016). Neuroscience & Biobehavioral Reviews, 69, 242–253.

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IL LATTE MATERNO: un linguaggio biologico adattativoDi Rino Mastromauro Per lungo tempo, la ricerca biologica ha conside...
21/02/2026

IL LATTE MATERNO: un linguaggio biologico adattativo

Di Rino Mastromauro

Per lungo tempo, la ricerca biologica ha considerato il latte materno principalmente come nutrimento. Tuttavia, negli ultimi decenni questo fluido è stato reinterpretato come un sistema di comunicazione dinamico tra madre e neonato. Le ricerche della biologa evoluzionista Katie Hinde e di altri studiosi hanno messo in luce che il latte materno è molto di più di un semplice alimento: esso trasmette segnali immunitari, ormonali e microbiologici, rispondendo continuamente alle esigenze fisiologiche del bambino.
Gli studi pionieristici di Hinde su primati non umani mostrarono che la composizione del latte varia in modi sofisticati; ad esempio, i cuccioli maschi ricevono latte con maggiore densità energetica, mentre le femmine ottengono latte con concentrazioni diverse di minerali e nutrienti (Hinde, 2009). Questa plasticità è coerente con l’idea che le madri modulino la produzione lattea in base a fattori biologici e ambientali (Hinde & German, 2012).
Una delle scoperte più affascinanti riguarda il flusso retrogrado: durante l’allattamento, piccole quantità di saliva del neonato possono risalire nei dotti mammari, consentendo alla ghiandola di “leggere” segnali immunitari e biologici e di adattare la composizione del latte di conseguenza (Guillén-Morales, 2025). Questo può tradursi, in pochi giorni, in un aumento mirato di anticorpi specifici o di fattori anti-infettivi in risposta a segnali di infezione o stress nel bambino, un fenomeno che sottolinea il ruolo attivo del neonato nella modulazione lattea.
Oltre ai segnali immunitari, il latte materno ospita una complessa comunità microbica che contribuisce alla colonizzazione del tratto gastrointestinale del neonato. Studi metagenomici recenti hanno mostrato forme di condivisione di ceppi batterici tra latte materno e microbioma intestinale infantile, suggerendo che il latte non solo trasferisce nutrienti, ma anche componenti microbiche che influenzano lo sviluppo dell’ecosistema intestinale nei primi mesi di vita (Ferretti et al., 2025). La trasmissione di batteri come Bifidobacterium longum è associata a una maggiore stabilità del microbioma neonatale e a potenziali effetti positivi sulla salute immunitaria.
Questo quadro è sostenuto da numerose evidenze che mostrano come la composizione lattea vari non solo con l’età del neonato, ma anche con il contesto fisiologico e immunologico della madre e la durata dell’allattamento (Smith et al., 2025). La letteratura scientifica contemporanea enfatizza anche come componenti anti-infiammatori e bioattivi nel latte possano modulare le risposte immunitarie nei neonati, adattandosi ai bisogni individuali (Anti-inflammatory agents in breast milk, 2025).
In sintesi, il latte materno rappresenta un sistema biologico adattativo che integra nutrizione, immunità e comunicazione interorganismo. La ricerca moderna conferma che esso è una forma di “messaggio” vivente, capace di rispondere con precisione alle condizioni interne ed esterne che influenzano madre e bambino. Sebbene molte domande restino aperte, l’evidenza scientifica attuale suggerisce che il latte materno è alimento, medicina e messaggio in continua evoluzione.

Bibliografia
Anti-inflammatory agents in breast milk. (2025). Wikipedia.
Ferretti, P., et al. (2025). Assembly of the infant gut microbiome and resistome are influenced by maternal milk microbiome.* Nature Communications.
Guillén-Morales, D.J. (2025). A novel perspective on the newborn’s role in protecting mammary homeostasis. MDPI.
Hinde, K. (2009). Richness of milk: Adaptation and variation in mother’s milk. American Journal of Human Biology, 21(5).
Hinde, K., & German, J.B. (2012). Food in an evolutionary context: Insights from mother’s milk. Journal of the Science of Food and Agriculture.

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19/02/2026

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AMARE FA BENE!Di Rino Mastromauro Ho sempre considerato l’amore una funzione regolativa complessa che va oltre la coppia...
14/02/2026

AMARE FA BENE!

Di Rino Mastromauro

Ho sempre considerato l’amore una funzione regolativa complessa che va oltre la coppia romantica. Amare una persona, un figlio, un animale o un’attività significativa attiva reti neurali convergenti, capaci di migliorare l’efficienza fisiologica dell’organismo.
Gli studi di neuroimaging mostrano che l’amore romantico stimola l’area tegmentale ventrale e il nucleo accumbens, nodi del circuito dopaminergico della ricompensa (Acevedo et al., 2012). La dopamina incrementa motivazione, energia e orientamento all’obiettivo. Tuttavia, dinamiche simili emergono anche quando interagiamo con animali domestici o svolgiamo attività intrinsecamente gratificanti: il sistema mesolimbico risponde alla percezione di significato e connessione, non esclusivamente alla relazione di coppia.
Un ruolo centrale è svolto dall’ossitocina, prodotta dall’ipotalamo. Questo neuropeptide facilita l’attaccamento sociale, inclusa la relazione uomo–animale, e modula l’asse ipotalamo-ipofisi-surrene riducendo il cortisolo (Carter, 2014). L’interazione con un cane, ad esempio, può aumentare i livelli di ossitocina sia nell’umano sia nell’animale, con effetti benefici su pressione arteriosa e frequenza cardiaca. La riduzione cronica del cortisolo implica minore carico allostatico e migliore funzione immunitaria.
L’amore per attività significative – musica, sport, volontariato – attiva meccanismi analoghi. Le esperienze di “flow” sono associate a regolazione dopaminergica efficiente e a maggiore coerenza tra corteccia prefrontale e sistemi limbici, migliorando la regolazione emotiva e la resilienza allo stress. La connessione sociale e il senso di scopo sono inoltre correlati a minore infiammazione sistemica e a una migliore espressione genica immunitaria (Cole et al., 2015). Meta-analisi longitudinali confermano che relazioni sociali di qualità riducono il rischio di mortalità, con un effetto comparabile a fattori di rischio comportamentali maggiori (Holt-Lunstad et al., 2010).
L’amore – inteso come legame, cura o coinvolgimento profondo verso persone, animali o attività – agisce come modulatore neuroendocrino integrato. Ottimizza dopamina e ossitocina, attenua la risposta allo stress e sostiene l’equilibrio immunitario. Dal punto di vista biologico, amare significa sincronizzare cervello e corpo verso uno stato di maggiore efficienza e salute.

Bibliografia
Acevedo, B. P., Aron, A., Fisher, H. E., & Brown, L. L. (2012). Neural correlates of long-term intense romantic love. Social Cognitive and Affective Neuroscience, 7(2), 145–159.
Carter, C. S. (2014). Oxytocin pathways and the evolution of human behavior. Annual Review of Psychology, 65, 17–39.
Cole, S. W., et al. (2015). Loneliness, eudaimonia, and the human conserved transcriptional response to adversity. PNAS, 112(49), 15142–15147.
Holt-Lunstad, J., Smith, T. B., & Layton, J. B. (2010). Social relationships and mortality risk. PLoS Medicine, 7(7), e1000316.

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The English version and German version comes right after the Italian one. La finalità dell’Accademia Italiana Ricerca della Salute è essenzialmente quella di promuovere un’educazione della prevenzione alla malattia e ricercare le modalità per potenziare o far emergere la Salute attivando meccanismi di autocorrezione attraverso interventi naturali legati al mondo delle medicine alternative, alla sana alimentazione e ad una corretta attività psico-fisica ovvero olistica, il tutto in ossequio al pensiero di Andrew Taylor Still, padre dell’Osteopatia, il quale affermava che…”Il compito del medico è cercare la Salute, tutti sanno trovare la malattia”. Le informazioni saranno divulgate attraverso articoli che tratterranno argomenti di Osteopatia,Osteopatia Biodinamica (Movimento Presente e Quiete), Fisica Quantistica, Psicologia, Alimentazione, Biologia, Medicina Tradizionale Cinese, Medicine Alternative, Attività Olistiche, Wellness. Il credo che ha portato alla nascita dell’A.I.R.S. è che Mente e Corpo sono un’unica dimensione, ed il Corpo è “Uno” nel suo funzionamento nonostante formato da varie parti anatomiche ed il tutto è integrato nell’Ambiente che lo circonda e che quindi lo condiziona; la Salute è l’equilibrio del corpo in relazione all’ambiente, quando questo equilibrio si rompe si manifesta la Malattia. Il Corpo possiede tutti gli strumenti per autocorreggersi, per attuare una naturale guarigione, compito dell'uomo è trovare i metodi per utilizzarli!

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