15/08/2023
Molte cose si sono dette di Michela Murgia in questi giorni e credo sia superfluo unirsi al coro di voci che l'hanno descritta. Per me Michela Murgia è stata soprattutto l'autrice di Accabadora, uno dei miei libri preferiti. In quelle pagine emergeva già chiaro e forte il tema del buon morire e si sottolineava come spesso la nostra società tanto evoluta abbia subito in realtà un'involuzione mostrando oggi l'incapacità di trattare temi che in passato sapeva affrontare benissimo, vedi l'eutanasia. Sono corsa in libreria ad acquistare Tre ciotole appena ho saputo della sua morte, spinta dalla necessità di partecipare ad un rituale collettivo a cui non sapevo dare un nome. Probabilmente, a modo mio, volevo salutarla o sentire cosa avesse da dire un'ultima volta.
Tre ciotole intreccia le storie di vari personaggi attraverso un unico filo conduttore: ciascuno di loro sta cercando di affrontare una crisi, un momento di rottura, uno scompenso, un crollo di certezze. Ciascuno si costruisce con i propri strumenti o con l'aiuto delle persone vicine, quelli che l'autrice definisce dei rituali ovvero delle soluzioni, delle vie di fuga, per passare attraverso il dolore e non farsi schiacciare. Così una donna affronta la diagnosi di una malattia incurabile trovandole un nome improbabile e guardandola come parte della propria complessità. Un uomo costretto all'evitamento di tutti i luoghi condivisi con la sua ex inizia a costruire altri ricordi in quelli stessi posti in modo da potersene riappropriare. Una donna ricrea il proprio rapporto con il cibo attraverso nuovi rituali a tavola che includano solo il consumo di tre ciotole. E così ancora per gli altri.
Da queste pagine si vede chiaro il baratro di grande fragilità su cui l'uomo da sempre si trova a fare da equilibrista. Ma il dolore non si giudica: soffriamo tutti per cose diverse e nessuna è meno importante di un'altra, tutte meritano attenzione, tutte meritano aiuto. Ognuno dei personaggi cerca di non restare vittima del pantano in cui è caduto ma si dà uno scopo, cerca di sopravvivere, si inventa modi originali, a volte anche divertenti, per dare voce ai propri bisogni e soddisfarli. Ovviamente anche qui come in Accabadora il tema della morte è predominante ma ciò che ci lascia questo libro è che fino alla fine conta come scegliamo di vivere e cosa scegliamo di essere. Tutti i personaggi si trovano a fare i conti con il senso di precarietà, la solitudine, la difficoltà del cambiamento ma ciascuno si attrezzata come può e alla fine va avanti. Non è forse questa un'esperienza universale? Ciò che ci unisce tutti?
Ed infine in sottofondo emerge il tema delle relazioni: siamo ciò che lasciamo agli altri, siamo la memoria, i ricordi condivisi.
È impossibile leggere Tre ciotole senza legarlo alle vicende personali dell'autrice che, indipendente dalla posizioni politiche che si possano avere, credo che abbia dato a tutti un forte messaggio: si può vivere fino alla fine. Tre ciotole è in conclusione un inno alla vita, a quella capacità che da sempre l'uomo ha di reinventarsi, di evolvere, di cambiare. La vita è sempre più forte e sempre più forti sono le relazioni. Da soli non si vince, da soli non si vive.