Rino Mastromauro Osteopata e LM51 in Psicologia Clinica e della Salute

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Rino Mastromauro  Osteopata e LM51 in Psicologia Clinica e della Salute Informazioni di contatto, mappa e indicazioni stradali, modulo di contatto, orari di apertura, servizi, valutazioni, foto, video e annunci di Rino Mastromauro Osteopata e LM51 in Psicologia Clinica e della Salute, Medicina e salute, ACCADEMIA ITALIANA RICERCA DELLA SALUTE in Via Alfredo Baccarini, 14A, Molfetta.

Osteopata -Osteopatia Tradizionale e Osteopatia Biodinamica, Posturologo
Chinesiologo, ISEF, Dottore in Scienze Motorie, Dottore in Scienze e Tecniche Psicologiche, Dottore in Psicologia Clinica e della Salute, Personal Trainer, Formatore dal 1994.

ALLENAMENTO CON I PESI: STRATEGIA DI PREVENZIONE NEURODEGENERATIVADi Rino MastromauroNegli ultimi anni la ricerca in amb...
07/03/2026

ALLENAMENTO CON I PESI: STRATEGIA DI PREVENZIONE NEURODEGENERATIVA

Di Rino Mastromauro

Negli ultimi anni la ricerca in ambito geroscientifico ha iniziato a chiarire un punto cruciale: l’allenamento con i pesi non agisce solo su muscoli e metabolismo, ma può influenzare direttamente la biologia cerebrale. Un esempio rilevante è lo studio randomizzato controllato pubblicato su Geroscience da Vints e colleghi (2024), che ha indagato l’impatto di 12 settimane di allenamento di resistenza su marcatori ematici, neurometaboliti e volumetria ippocampale in adulti tra 60 e 85 anni.

L’ippocampo è una struttura chiave per memoria e apprendimento ed è particolarmente vulnerabile all’invecchiamento. Nel trial, 70 partecipanti sono stati assegnati a un programma di resistance training progressivo per gli arti inferiori oppure a un gruppo di controllo sedentario. Prima e dopo l’intervento sono stati misurati biomarcatori nel sangue (IGF-1, IL-6, chinurenina), volumi delle sottoregioni ippocampali tramite risonanza magnetica e neurometaboliti cerebrali mediante spettroscopia protonica (¹H-MRS) (Vints et al., 2024).

Un dato significativo riguarda la chinurenina (KYN), molecola associata a processi neuroinfiammatori: i soggetti con maggiore rischio di lieve decadimento cognitivo (MCI), identificati tramite MoCA, presentavano livelli più elevati di KYN e un volume ridotto del subiculum ippocampale rispetto ai soggetti a basso rischio. Questo conferma il legame tra infiammazione sistemica e vulnerabilità cerebrale nell’invecchiamento (Vints et al., 2024).

Sebbene il confronto diretto tra gruppo allenato e controllo non abbia mostrato aumenti volumetrici globali statisticamente robusti, emergono risultati biologicamente rilevanti. Nel gruppo che si è allenato si è osservata una correlazione significativa tra variazioni del volume della regione CA1 e modifiche del rapporto tNAA/mIns, un indicatore del bilanciamento tra integrità neuronale e attività gliale. Tale associazione suggerisce che l’allenamento di forza moduli la relazione tra metabolismo neuronale e plasticità strutturale, influenzando processi microcellulari prima ancora che si manifestino cambiamenti volumetrici macroscopici evidenti.

Questi risultati si inseriscono in un quadro più ampio. Meta-analisi recenti indicano che l’allenamento di resistenza migliora memoria di lavoro, memoria verbale e funzione cognitiva globale negli anziani, con effetti clinicamente significativi (Wu et al., 2025). Dal punto di vista meccanicistico, il training di forza stimola il rilascio di fattori neurotrofici come IGF-1, modula la via della chinurenina e contribuisce alla regolazione dell’infiammazione sistemica, tutti processi implicati nella resilienza cerebrale (Azevedo et al., 2023).

In termini divulgativi, parlare di “ringiovanimento del cervello” è una semplificazione. Più correttamente, l’evidenza suggerisce che l’allenamento con i pesi possa rallentare alcuni processi biologici associati all’invecchiamento cerebrale, sostenendo plasticità e integrità neuronale. Con programmi di 2–3 sessioni settimanali, progressivi e supervisionati da Personal Trainer Professionisti, l’attività di resistenza si configura quindi non solo come intervento muscolo-scheletrico, ma come potenziale strategia di prevenzione neurodegenerativa.

Bibliografia

Azevedo, C. V., et al. (2023). Resistance exercise effects on memory and neuroprotection: A review. Frontiers in Aging Neuroscience.

Vints, W. A. J., et al. (2024). Resistance exercise effects on hippocampal subfield volumes and biomarkers of neuroplasticity and neuroinflammation in older adults. Geroscience.

Wu, J., et al. (2025). Effects of resistance training on cognitive function in older adults: A systematic review and meta-analysis. Ageing Research Reviews.

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Personal Trainer Professionista A.I.R.S.
Formatore A.I.R.S.

04/03/2026
I SEGNALI CARDIACI MODELLANO LA PERCEZIONE Di Rino Mastromauro Quando pensiamo alla percezione, immaginiamo il cervello ...
28/02/2026

I SEGNALI CARDIACI MODELLANO LA PERCEZIONE

Di Rino Mastromauro

Quando pensiamo alla percezione, immaginiamo il cervello come un sistema che riceve informazioni dal mondo esterno e le interpreta. Tuttavia, le neuroscienze hanno dimostrato che questa visione è incompleta. Il cervello non elabora soltanto segnali provenienti dall’esterno, ma integra continuamente anche informazioni provenienti dall’interno del corpo, in particolare dal cuore. Questo processo, noto come interocezione, consente al sistema nervoso di monitorare lo stato fisiologico dell’organismo e di utilizzarlo per modulare percezione, emozioni e comportamento (Craig, 2002; Critchley & Garfinkel, 2018).
Ogni battito cardiaco genera segnali meccanici che vengono rilevati da recettori specializzati, i barocettori, situati nelle arterie. Questi recettori inviano informazioni al cervello riguardo alla pressione sanguigna e al ritmo cardiaco. Durante la sistole, la fase in cui il cuore si contrae e spinge il sangue nel sistema circolatorio, questi segnali aumentano e influenzano direttamente l’attività di regioni cerebrali coinvolte nella percezione, come l’insula e la corteccia cingolata anteriore (Craig, 2009).
Uno degli effetti più sorprendenti di questo meccanismo riguarda la sensibilità agli stimoli esterni. Esperimenti hanno dimostrato che durante la sistole le persone hanno una minore probabilità di percepire stimoli deboli, come un leggero tocco sulla pelle o un segnale visivo appena percepibile (Garfinkel et al., 2014). In termini pratici, questo significa che il cervello “abbassa temporaneamente il volume” delle informazioni esterne mentre elabora i segnali provenienti dal corpo.
Questo fenomeno è evidente anche nella vita quotidiana. Ad esempio, durante uno sforzo fisico intenso, come correre o salire rapidamente le scale, il battito cardiaco accelera e la percezione dell’ambiente può diventare meno precisa. È più difficile notare dettagli visivi sottili o stimoli deboli, perché il cervello sta dando priorità alla regolazione dello stato fisiologico interno.
Tuttavia, esiste un’importante eccezione: gli stimoli associati al pericolo. In questi casi, il cervello mostra l’effetto opposto. Studi sperimentali hanno dimostrato che i volti con espressioni di paura o altri segnali minacciosi vengono percepiti come più intensi durante la sistole (Azevedo et al., 2017). Questo suggerisce che il cervello utilizza i segnali cardiaci come un contesto fisiologico per aumentare la sensibilità alle potenziali minacce.
Un esempio concreto si verifica quando una persona cammina da sola di notte e sente un rumore improvviso. Se il cuore sta già battendo velocemente, il cervello interpreta più facilmente lo stimolo come pericoloso, anche se potrebbe trattarsi semplicemente di un oggetto caduto o di un movimento innocuo. In questo modo, il corpo contribuisce attivamente alla costruzione della percezione della realtà.
Questo meccanismo può essere spiegato attraverso il modello del cervello predittivo, secondo cui il cervello genera continuamente previsioni sugli eventi futuri e utilizza i segnali corporei per aggiornare queste previsioni (Friston, 2010; Seth & Friston, 2016). Il battito cardiaco fornisce informazioni sullo stato fisiologico generale, aiutando il cervello a stimare il livello di rischio dell’ambiente.
Questa interazione tra cuore e cervello ha implicazioni importanti per la comprensione dei disturbi d’ansia. In questi individui, una maggiore sensibilità ai segnali cardiaci può portare a interpretare più facilmente gli stimoli come minacciosi, contribuendo a stati di ipervigilanza e paura persistente (Paulus & Stein, 2010). Ad esempio, una persona con ansia può interpretare un semplice aumento del battito cardiaco come un segnale di pericolo imminente, innescando un circolo vizioso tra attivazione fisiologica e percezione della minaccia.
Nel complesso, queste scoperte dimostrano che la percezione non è un processo puramente cerebrale, ma emerge dall’interazione continua tra cervello e corpo. Il cuore non si limita a rispondere alle emozioni, ma contribuisce attivamente a modellarle. La realtà che percepiamo è quindi il risultato di una costruzione dinamica, influenzata non solo dal mondo esterno, ma anche dal ritmo interno del nostro organismo.

Riferimenti
Craig, A. D. (2002). Nature Reviews Neuroscience, 3(8), 655–666.
Craig, A. D. (2009). Nature Reviews Neuroscience, 10(1), 59–70.
Critchley, H. D., & Garfinkel, S. N. (2018). Current Opinion in Behavioral Sciences, 19, 13–18.
Friston, K. (2010). Nature Reviews Neuroscience, 11(2), 127–138.
Garfinkel, S. N., et al. (2014). Journal of Neuroscience, 34(19), 6573–6582.
Paulus, M. P., & Stein, M. B. (2010). Brain Structure and Function, 214, 451–463.
Seth, A. K., & Friston, K. J. (2016). Neuroscience & Biobehavioral Reviews, 69, 242–253.

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IL LATTE MATERNO: un linguaggio biologico adattativoDi Rino Mastromauro Per lungo tempo, la ricerca biologica ha conside...
21/02/2026

IL LATTE MATERNO: un linguaggio biologico adattativo

Di Rino Mastromauro

Per lungo tempo, la ricerca biologica ha considerato il latte materno principalmente come nutrimento. Tuttavia, negli ultimi decenni questo fluido è stato reinterpretato come un sistema di comunicazione dinamico tra madre e neonato. Le ricerche della biologa evoluzionista Katie Hinde e di altri studiosi hanno messo in luce che il latte materno è molto di più di un semplice alimento: esso trasmette segnali immunitari, ormonali e microbiologici, rispondendo continuamente alle esigenze fisiologiche del bambino.
Gli studi pionieristici di Hinde su primati non umani mostrarono che la composizione del latte varia in modi sofisticati; ad esempio, i cuccioli maschi ricevono latte con maggiore densità energetica, mentre le femmine ottengono latte con concentrazioni diverse di minerali e nutrienti (Hinde, 2009). Questa plasticità è coerente con l’idea che le madri modulino la produzione lattea in base a fattori biologici e ambientali (Hinde & German, 2012).
Una delle scoperte più affascinanti riguarda il flusso retrogrado: durante l’allattamento, piccole quantità di saliva del neonato possono risalire nei dotti mammari, consentendo alla ghiandola di “leggere” segnali immunitari e biologici e di adattare la composizione del latte di conseguenza (Guillén-Morales, 2025). Questo può tradursi, in pochi giorni, in un aumento mirato di anticorpi specifici o di fattori anti-infettivi in risposta a segnali di infezione o stress nel bambino, un fenomeno che sottolinea il ruolo attivo del neonato nella modulazione lattea.
Oltre ai segnali immunitari, il latte materno ospita una complessa comunità microbica che contribuisce alla colonizzazione del tratto gastrointestinale del neonato. Studi metagenomici recenti hanno mostrato forme di condivisione di ceppi batterici tra latte materno e microbioma intestinale infantile, suggerendo che il latte non solo trasferisce nutrienti, ma anche componenti microbiche che influenzano lo sviluppo dell’ecosistema intestinale nei primi mesi di vita (Ferretti et al., 2025). La trasmissione di batteri come Bifidobacterium longum è associata a una maggiore stabilità del microbioma neonatale e a potenziali effetti positivi sulla salute immunitaria.
Questo quadro è sostenuto da numerose evidenze che mostrano come la composizione lattea vari non solo con l’età del neonato, ma anche con il contesto fisiologico e immunologico della madre e la durata dell’allattamento (Smith et al., 2025). La letteratura scientifica contemporanea enfatizza anche come componenti anti-infiammatori e bioattivi nel latte possano modulare le risposte immunitarie nei neonati, adattandosi ai bisogni individuali (Anti-inflammatory agents in breast milk, 2025).
In sintesi, il latte materno rappresenta un sistema biologico adattativo che integra nutrizione, immunità e comunicazione interorganismo. La ricerca moderna conferma che esso è una forma di “messaggio” vivente, capace di rispondere con precisione alle condizioni interne ed esterne che influenzano madre e bambino. Sebbene molte domande restino aperte, l’evidenza scientifica attuale suggerisce che il latte materno è alimento, medicina e messaggio in continua evoluzione.

Bibliografia
Anti-inflammatory agents in breast milk. (2025). Wikipedia.
Ferretti, P., et al. (2025). Assembly of the infant gut microbiome and resistome are influenced by maternal milk microbiome.* Nature Communications.
Guillén-Morales, D.J. (2025). A novel perspective on the newborn’s role in protecting mammary homeostasis. MDPI.
Hinde, K. (2009). Richness of milk: Adaptation and variation in mother’s milk. American Journal of Human Biology, 21(5).
Hinde, K., & German, J.B. (2012). Food in an evolutionary context: Insights from mother’s milk. Journal of the Science of Food and Agriculture.

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19/02/2026

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AMARE FA BENE!Di Rino Mastromauro Ho sempre considerato l’amore una funzione regolativa complessa che va oltre la coppia...
14/02/2026

AMARE FA BENE!

Di Rino Mastromauro

Ho sempre considerato l’amore una funzione regolativa complessa che va oltre la coppia romantica. Amare una persona, un figlio, un animale o un’attività significativa attiva reti neurali convergenti, capaci di migliorare l’efficienza fisiologica dell’organismo.
Gli studi di neuroimaging mostrano che l’amore romantico stimola l’area tegmentale ventrale e il nucleo accumbens, nodi del circuito dopaminergico della ricompensa (Acevedo et al., 2012). La dopamina incrementa motivazione, energia e orientamento all’obiettivo. Tuttavia, dinamiche simili emergono anche quando interagiamo con animali domestici o svolgiamo attività intrinsecamente gratificanti: il sistema mesolimbico risponde alla percezione di significato e connessione, non esclusivamente alla relazione di coppia.
Un ruolo centrale è svolto dall’ossitocina, prodotta dall’ipotalamo. Questo neuropeptide facilita l’attaccamento sociale, inclusa la relazione uomo–animale, e modula l’asse ipotalamo-ipofisi-surrene riducendo il cortisolo (Carter, 2014). L’interazione con un cane, ad esempio, può aumentare i livelli di ossitocina sia nell’umano sia nell’animale, con effetti benefici su pressione arteriosa e frequenza cardiaca. La riduzione cronica del cortisolo implica minore carico allostatico e migliore funzione immunitaria.
L’amore per attività significative – musica, sport, volontariato – attiva meccanismi analoghi. Le esperienze di “flow” sono associate a regolazione dopaminergica efficiente e a maggiore coerenza tra corteccia prefrontale e sistemi limbici, migliorando la regolazione emotiva e la resilienza allo stress. La connessione sociale e il senso di scopo sono inoltre correlati a minore infiammazione sistemica e a una migliore espressione genica immunitaria (Cole et al., 2015). Meta-analisi longitudinali confermano che relazioni sociali di qualità riducono il rischio di mortalità, con un effetto comparabile a fattori di rischio comportamentali maggiori (Holt-Lunstad et al., 2010).
L’amore – inteso come legame, cura o coinvolgimento profondo verso persone, animali o attività – agisce come modulatore neuroendocrino integrato. Ottimizza dopamina e ossitocina, attenua la risposta allo stress e sostiene l’equilibrio immunitario. Dal punto di vista biologico, amare significa sincronizzare cervello e corpo verso uno stato di maggiore efficienza e salute.

Bibliografia
Acevedo, B. P., Aron, A., Fisher, H. E., & Brown, L. L. (2012). Neural correlates of long-term intense romantic love. Social Cognitive and Affective Neuroscience, 7(2), 145–159.
Carter, C. S. (2014). Oxytocin pathways and the evolution of human behavior. Annual Review of Psychology, 65, 17–39.
Cole, S. W., et al. (2015). Loneliness, eudaimonia, and the human conserved transcriptional response to adversity. PNAS, 112(49), 15142–15147.
Holt-Lunstad, J., Smith, T. B., & Layton, J. B. (2010). Social relationships and mortality risk. PLoS Medicine, 7(7), e1000316.

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PROCRASTINAZIONE: perché rimandiamo e come riprendere il controllo Di Rino MastromauroLa procrastinazione non è semplice...
07/02/2026

PROCRASTINAZIONE: perché rimandiamo e come riprendere il controllo

Di Rino Mastromauro

La procrastinazione non è semplice “pigrizia”. È un fenomeno psicologico complesso, radicato nei meccanismi emotivi e cognitivi che regolano la motivazione, l’autocontrollo e la percezione del tempo. Deriva dal latino pro crastinus, “rimandare a domani”, ma in realtà è un modo con cui la mente cerca di proteggersi dal disagio.
Procrastinare significa scegliere il sollievo immediato di evitare un compito a fronte di una maggiore sofferenza futura. Alla base vi è spesso un conflitto interno tra il Sé razionale — che riconosce l’importanza dell’azione — e il Sé emotivo — che teme l’insuccesso o il giudizio.�Le neuroscienze mostrano che durante la procrastinazione si attiva l’amigdala, area del cervello associata alla paura e allo stress, mentre la corteccia prefrontale (responsabile della pianificazione) perde momentaneamente predominanza. In altre parole, procrastinare è una risposta emotiva, non un difetto morale.

Le cause principali:
Perfezionismo: il bisogno di fare tutto “alla perfezione” blocca l’inizio.
Bassa autostima: chi non crede nelle proprie capacità tende a rimandare.
Scarsa regolazione emotiva:difficoltà nel gestire stress, noia o frustrazione.
Sovraccarico cognitivo: troppe decisioni da prendere riducono la capacità di concentrazione.

La cura della procrastinazione parte dalla consapevolezza. Riconoscere il meccanismo è il primo passo per disinnescarlo. In psicoterapia cognitivo-comportamentale, ad esempio, si lavora sulla ristrutturazione dei pensieri disfunzionali (“se non è perfetto, è inutile”) e sull’esposizione graduale alle attività evitate. Tecniche di mindfulness aiutano a riportare l’attenzione al momento presente, riducendo la fuga emotiva.
Spesso dimentichiamo che la procrastinazione non è solo mentale: è anche corporea. Quando il corpo è in tensione, il cervello fatica a mantenere chiarezza e motivazione. Qui entrano in gioco discipline come l’osteopatia e l’attività fisica.
L’osteopatia lavora sul rilascio delle tensioni muscolari e fasciali che, se croniche, amplificano lo stress e la percezione di “blocco”. Migliorando la circolazione e la respirazione, si favorisce una migliore ossigenazione cerebrale e un senso di radicamento che riduce l’ansia da prestazione. Molti pazienti riferiscono, dopo alcune sedute, una sensazione di maggiore leggerezza e capacità di azione.
L’attività fisica, a sua volta, regola il sistema dopaminergico, migliorando la motivazione e la capacità di concentrazione. Anche 20 minuti di camminata quotidiana stimolano endorfine e serotonina, creando un circolo virtuoso tra benessere fisico e chiarezza mentale.
Affrontare la procrastinazione in modo efficace richiede un approccio integrato. Psicoterapia, movimento e cura del corpo non sono strade parallele ma parti di un unico percorso. La mente trova equilibrio quando il corpo è libero e il corpo si rilassa quando la mente è consapevole.
Il vero antidoto alla procrastinazione non è “fare di più”, ma imparare a sentire meglio: ascoltare ciò che ci blocca, accettarlo e procedere con gentilezza verso l’azione.

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TATTO IN OSTEOPATIA: dall’intervento sul paziente all’esperienza dell’operatoreDi Rino Mastromauro In osteopatia il tatt...
31/01/2026

TATTO IN OSTEOPATIA: dall’intervento sul paziente all’esperienza dell’operatore

Di Rino Mastromauro

In osteopatia il tatto non è esclusivamente uno strumento diagnostico o terapeutico rivolto al paziente, ma un’esperienza percettiva complessa che coinvolge profondamente anche l’operatore. Quando l’osteopata poggia le mani sul corpo del paziente, si attiva un processo bidirezionale in cui il sistema nervoso dell’operatore è continuamente coinvolto nella percezione, integrazione e regolazione degli stimoli.
Dal punto di vista sensoriale, l’operatore utilizza una raffinata integrazione tra afferente cutanea, propriocettiva e interocettiva. Le informazioni tattili provenienti dalle mani vengono elaborate non solo a livello somatosensoriale primario, ma integrate con segnali interni come il respiro, il tono posturale e lo stato autonomico dell’operatore stesso. Questa integrazione consente la percezione di variazioni di tono, ritmo e qualità tissutale, spesso descritte come “ascolto palpatorio”.
Sul piano neuropsicofisiologico, la pratica del tatto lento e intenzionale sembra favorire uno stato di regolazione parasimpatica nell’operatore. Studi sul tatto affettivo indicano che il contatto prolungato e non invasivo può modulare l’attività del sistema nervoso autonomo, riducendo l’arousal e promuovendo stati di attenzione calma e focalizzata (McGlone et al., 2014). Questo stato è compatibile con una maggiore attivazione delle reti interocettive, in particolare dell’insula, coinvolta nella consapevolezza corporea e nella regolazione emotiva.
Nell’Osteopatia Biodinamica, tale condizione è spesso descritta come stato di “neutralità” o presenza centrata. Da un punto di vista neurocognitivo, questo può essere interpretato come una riduzione del controllo motorio top-down e una maggiore apertura ai segnali bottom-up, consentendo all’operatore di percepire micro-variazioni senza intervenire in modo direttivo. Modelli teorici basati sull’active inference suggeriscono che questa modalità riduca l’errore predittivo, favorendo una percezione più stabile e meno reattiva (Friston, 2010).
È importante sottolineare che il tatto dell’operatore non è neutro: stati di stress, aspettative o iper-controllo possono alterare la sensibilità palpatoria inficiandone il risultato.
Quando l’osteopata poggia le mani sul paziente, entra in uno stato neuropsicofisiologico specifico caratterizzato da attenzione interocettiva, regolazione autonoma e presenza intenzionale. Il tatto diventa così un processo percettivo incarnato che coinvolge l’operatore tanto quanto il paziente, rappresentando un elemento centrale della pratica osteopatica e in particolare nell’Osteopatia Biodinamica.

Riferimenti
Friston, K. (2010). The free-energy principle: A unified brain theory? Nature Reviews Neuroscience, 11(2), 127–138.

McGlone, F., Wessberg, J., & Olausson, H. (2014). Discriminative and affective touch: Sensing and feeling. Neuron, 82(4), 737–755.

Cerritelli, F., Chiacchiaretta, P., Gambi, F., Perrucci, M. G., Barassi, G., Visciano, C., Bellomo, R. G., & Pizzolorusso, G. (2020). Effect of osteopathic manipulative treatment on brain correlates of interoception: An fMRI study. Scientific Reports, 10, 3216.

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SCLEROSI MULTIPLA: scoperti due diversi profili biologici della malattiaDi Rino Mastromauro La sclerosi multipla (SM) è ...
24/01/2026

SCLEROSI MULTIPLA: scoperti due diversi profili biologici della malattia

Di Rino Mastromauro

La sclerosi multipla (SM) è una malattia cronica del sistema nervoso centrale che non si manifesta nello stesso modo in tutte le persone. A oggi viene classificata principalmente in base ai sintomi e all’andamento clinico nel tempo (forme con ricadute, progressive, ecc.), ma questa distinzione non sempre riflette ciò che accade a livello biologico.
Una recente ricerca ha mostrato che anche pazienti con sintomi simili possono avere meccanismi di danno cerebrale diversi, introducendo una nuova prospettiva sulla SM.
Lo studio ha combinato due strumenti già noti:
la risonanza magnetica cerebrale, per valutare le lesioni;
un semplice esame del sangue.

Analizzando insieme questi dati, i ricercatori hanno identificato due distinti sottotipi biologici di sclerosi multipla, ovvero due diversi “percorsi” con cui la malattia può danneggiare il cervello.
Nel sangue è stata misurata una proteina chiamata neurofilamento leggero (sNfL). Quando le fibre nervose si danneggiano, questa sostanza aumenta nel sangue: valori più alti indicano un danno neuronale più intenso. Il sNfL rappresenta quindi un biomarcatore utile per stimare l’attività biologica della malattia.
I due sottotipi:
1. Danno nervoso precoce (Early-sNfL)
In questo sottotipo il danno inizia molto presto:
il sNfL è elevato già nelle fasi iniziali;
le lesioni cerebrali compaiono più rapidamente alla risonanza;
la malattia tende a essere più aggressiva.�In questi casi potrebbe essere fondamentale intervenire precocemente con terapie più incisive.

2. Danno più lento (Late-sNfL)
Qui la progressione è più graduale:
inizialmente il sNfL resta basso;
l’aumento del biomarcatore avviene più tardi;
l’evoluzione clinica è più lenta e inizialmente “silenziosa”.

Questa scoperta è molto importante perché due persone con la stessa diagnosi di SM possono avere una malattia biologicamente diversa. Questo aiuta a spiegare perché alcuni pazienti peggiorano più rapidamente, perché la risposta ai farmaci varia e perché l’andamento della SM è spesso imprevedibile.
Per i pazienti nel presente non cambia la diagnosi né le terapie standard. In prospettiva, però, un esame del sangue associato alla risonanza magnetica potrebbe permettere di personalizzare davvero le cure, scegliendo fin dall’inizio il trattamento e il monitoraggio più adatti a ciascun paziente.
La sclerosi multipla non è una malattia uguale per tutti. Questa scoperta apre la strada a una medicina più mirata, personalizzata ed efficace.

https://doi.org/10.1093/brain/awaf331

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LA POSTURA NON È UN PROBLEMA MUSCOLARE MA DI INTEGRAZIONE NERVOSADi Rino Mastromauro La gravità è una forza costante e n...
17/01/2026

LA POSTURA NON È UN PROBLEMA MUSCOLARE MA DI INTEGRAZIONE NERVOSA

Di Rino Mastromauro

La gravità è una forza costante e non modulabile. Il corpo umano non può “riposare” dalla gravità: può solo regolarne gli effetti. Questa regolazione non è affidata primariamente ai muscoli, ma a un sistema nervoso centrale efficiente, capace di integrare input sensoriali e produrre risposte posturali adattive.
La postura verticale non rappresenta una condizione statica né un semplice assetto biomeccanico. È una funzione neurologica complessa, che richiede un controllo continuo, anticipatorio e adattativo. Ridurla a un problema di allineamento, forza del core o flessibilità muscolare significa ignorarne la vera natura.
Le neuroscienze cliniche descrivono il controllo posturale come una strategia neurale di gestione della gravità. Il sistema nervoso deve costantemente rilevare le forze gravitazionali, prevederne le conseguenze biomeccaniche, attivare risposte anticipatorie prima del movimento e correggere l’output motorio in tempo reale. Questo processo è centrale per la stabilità, l’economia del movimento e la sicurezza motoria.
Tale regolazione dipende da una rete multisensoriale distribuita, che coinvolge sistema vestibolare, tronco encefalico, cervelletto, midollo spinale, sistema visivo, propriocettivo e interocettivo. La postura emerge quindi come il risultato di una integrazione sensorimotoria continua, non come il semplice prodotto della contrazione muscolare.

Le evidenze attuali mostrano che:
il controllo posturale è prevalentemente anticipatorio
l’efficienza posturale dipende dalla qualità dell’integrazione sensoriale, non dalla forza isolata
quando l’integrazione neurale è compromessa, la postura diventa rigida, compensata o dispendiosa
molte disfunzioni posturali riflettono una disorganizzazione neurologica, più che un deficit muscolo-scheletrico primario

Dal punto di vista clinico, la perdita di un adeguato controllo posturale è frequente in condizioni quali trauma cranico, disfunzioni vestibolari, traumi cervicali, invecchiamento, disfunzioni autonome (incluso Long COVID) e sindromi da dolore cronico con sensibilizzazione centrale.
In questi casi, un intervento centrato esclusivamente su rinforzo e stretching rischia di essere insufficiente. Il problema non è il “muscolo debole”, ma un sistema nervoso che non interpreta correttamente la gravità e non riesce più a organizzare risposte posturali efficaci.
Tutto ciò implica un cambio di paradigma: la postura va letta e trattata come un’espressione della regolazione neuro-sensoriale, non come una semplice questione strutturale, quindi intervenendo con sedute di riequilibrio posturale assolutamente “individuali “!
(Tratto da “Riequilibrio Posturale Psicosomatico-Metodo Rino Mastromauro “ corso di formazione
attualmente in fase di sviluppo, sarà disponibile prossimamente)

Takakusaki K., et al. (2024). Neural mechanisms of postural control and locomotion. Journal of Neural Transmission / Frontiers in Neuroscience

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14/01/2026

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LA SCIENZA DELL’EREDITÀ EPIGENETICA DELLO STRESS: quando il passato lascia un segnoDi Rino Mastromauro Da oltre vent’ann...
10/01/2026

LA SCIENZA DELL’EREDITÀ EPIGENETICA DELLO STRESS: quando il passato lascia un segno

Di Rino Mastromauro

Da oltre vent’anni la biologia sta scoprendo qualcosa che, fino a poco tempo fa, sarebbe sembrato vicino al mito: alcune tracce dello stress vissuto da una generazione potrebbero influenzare la successiva. Non si parla di mutazioni del DNA – quelle richiedono tempi evolutivi – ma di epigenetica, un insieme di meccanismi che regolano l’attività dei geni senza modificarne la sequenza. L’idea dell’“epigenetic trauma”, o eredità epigenetica dello stress, nasce proprio da qui.
Quando un organismo vive un’esperienza stressante intensa e prolungata, il corpo risponde modificando l’espressione di geni chiave, in particolare quelli legati al sistema endocrino e alla risposta agli ormoni dello stress, come il cortisolo. Queste modifiche avvengono attraverso segnali chimici – gruppi metilici che si attaccano al DNA, o modifiche agli istoni, le proteine che lo impacchettano. La funzione di questi segni è adattativa: aiutare l’organismo a reagire più rapidamente o in modo più efficiente a un ambiente percepito come minaccioso.
La domanda cruciale è: questi segni possono essere trasmessi ai figli? Negli animali la risposta è “sì”, almeno in parte. Studi su roditori esposti a stress intensi – come odori associati a pericoli, traumi o malnutrizione – mostrano che la prole può manifestare maggiore reattività allo stress, alterazioni metaboliche o modifiche comportamentali, senza aver vissuto direttamente l’esperienza dei genitori.
Nel caso umano, il quadro è più complesso. La biologia umana è molto più difficile da controllare sperimentalmente e gli effetti transgenerazionali sono difficili da distinguere da fattori culturali, psicologici e sociali. Tuttavia, alcune ricerche hanno rilevato particolari configurazioni epigenetiche in persone i cui genitori o nonni hanno vissuto eventi traumatici estremi: carestie, persecuzioni, guerre. Questi studi non dimostrano un’eredità diretta e meccanica, ma suggeriscono che l’ambiente di vita di una generazione possa lasciare un’impronta che influisce sulla vulnerabilità o sulla resilienza di quella successiva.
È importante sottolineare che l’epigenoma non è un destino. Le modifiche epigenetiche sono dinamiche e reversibili: stile di vita, alimentazione, attività fisica, supporto sociale e contesto ambientale possono rimodellarle nel corso della vita. L’epigenetica, più che raccontare la fatalità del trauma ereditato, ci mostra la straordinaria plasticità dell’essere umano.
L’eredità epigenetica dello stress rappresenta quindi un ponte tra biologia e ambiente, tra esperienza soggettiva e memoria cellulare. Non ci dice che portiamo sulle spalle i traumi dei nostri antenati, ma che la nostra biologia è più sensibile – e più capace di adattamento – di quanto avessimo immaginato. Conoscere questi processi non significa accettarli come immutabili: al contrario, apre spazi nuovi per comprendere come la scienza, la psicologia e la società possano collaborare per trasformare l’impronta del passato in una risorsa per il futuro.

www.rinomastromauro.it

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