Rino Mastromauro Osteopata e LM51 in Psicologia Clinica e della Salute

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Rino Mastromauro  Osteopata e LM51 in Psicologia Clinica e della Salute Informazioni di contatto, mappa e indicazioni stradali, modulo di contatto, orari di apertura, servizi, valutazioni, foto, video e annunci di Rino Mastromauro Osteopata e LM51 in Psicologia Clinica e della Salute, Medicina e salute, ACCADEMIA ITALIANA RICERCA DELLA SALUTE in Via Alfredo Baccarini, 14A, Molfetta.

Osteopata -Osteopatia Tradizionale e Osteopatia Biodinamica, Posturologo
Chinesiologo, ISEF, Dottore in Scienze Motorie, Dottore in Scienze e Tecniche Psicologiche, Dottore in Psicologia Clinica e della Salute, Personal Trainer, Formatore dal 1994.

SCLEROSI MULTIPLA: scoperti due diversi profili biologici della malattiaDi Rino Mastromauro La sclerosi multipla (SM) è ...
24/01/2026

SCLEROSI MULTIPLA: scoperti due diversi profili biologici della malattia

Di Rino Mastromauro

La sclerosi multipla (SM) è una malattia cronica del sistema nervoso centrale che non si manifesta nello stesso modo in tutte le persone. A oggi viene classificata principalmente in base ai sintomi e all’andamento clinico nel tempo (forme con ricadute, progressive, ecc.), ma questa distinzione non sempre riflette ciò che accade a livello biologico.
Una recente ricerca ha mostrato che anche pazienti con sintomi simili possono avere meccanismi di danno cerebrale diversi, introducendo una nuova prospettiva sulla SM.
Lo studio ha combinato due strumenti già noti:
la risonanza magnetica cerebrale, per valutare le lesioni;
un semplice esame del sangue.

Analizzando insieme questi dati, i ricercatori hanno identificato due distinti sottotipi biologici di sclerosi multipla, ovvero due diversi “percorsi” con cui la malattia può danneggiare il cervello.
Nel sangue è stata misurata una proteina chiamata neurofilamento leggero (sNfL). Quando le fibre nervose si danneggiano, questa sostanza aumenta nel sangue: valori più alti indicano un danno neuronale più intenso. Il sNfL rappresenta quindi un biomarcatore utile per stimare l’attività biologica della malattia.
I due sottotipi:
1. Danno nervoso precoce (Early-sNfL)
In questo sottotipo il danno inizia molto presto:
il sNfL è elevato già nelle fasi iniziali;
le lesioni cerebrali compaiono più rapidamente alla risonanza;
la malattia tende a essere più aggressiva.�In questi casi potrebbe essere fondamentale intervenire precocemente con terapie più incisive.

2. Danno più lento (Late-sNfL)
Qui la progressione è più graduale:
inizialmente il sNfL resta basso;
l’aumento del biomarcatore avviene più tardi;
l’evoluzione clinica è più lenta e inizialmente “silenziosa”.

Questa scoperta è molto importante perché due persone con la stessa diagnosi di SM possono avere una malattia biologicamente diversa. Questo aiuta a spiegare perché alcuni pazienti peggiorano più rapidamente, perché la risposta ai farmaci varia e perché l’andamento della SM è spesso imprevedibile.
Per i pazienti nel presente non cambia la diagnosi né le terapie standard. In prospettiva, però, un esame del sangue associato alla risonanza magnetica potrebbe permettere di personalizzare davvero le cure, scegliendo fin dall’inizio il trattamento e il monitoraggio più adatti a ciascun paziente.
La sclerosi multipla non è una malattia uguale per tutti. Questa scoperta apre la strada a una medicina più mirata, personalizzata ed efficace.

https://doi.org/10.1093/brain/awaf331

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LA POSTURA NON È UN PROBLEMA MUSCOLARE MA DI INTEGRAZIONE NERVOSADi Rino Mastromauro La gravità è una forza costante e n...
17/01/2026

LA POSTURA NON È UN PROBLEMA MUSCOLARE MA DI INTEGRAZIONE NERVOSA

Di Rino Mastromauro

La gravità è una forza costante e non modulabile. Il corpo umano non può “riposare” dalla gravità: può solo regolarne gli effetti. Questa regolazione non è affidata primariamente ai muscoli, ma a un sistema nervoso centrale efficiente, capace di integrare input sensoriali e produrre risposte posturali adattive.
La postura verticale non rappresenta una condizione statica né un semplice assetto biomeccanico. È una funzione neurologica complessa, che richiede un controllo continuo, anticipatorio e adattativo. Ridurla a un problema di allineamento, forza del core o flessibilità muscolare significa ignorarne la vera natura.
Le neuroscienze cliniche descrivono il controllo posturale come una strategia neurale di gestione della gravità. Il sistema nervoso deve costantemente rilevare le forze gravitazionali, prevederne le conseguenze biomeccaniche, attivare risposte anticipatorie prima del movimento e correggere l’output motorio in tempo reale. Questo processo è centrale per la stabilità, l’economia del movimento e la sicurezza motoria.
Tale regolazione dipende da una rete multisensoriale distribuita, che coinvolge sistema vestibolare, tronco encefalico, cervelletto, midollo spinale, sistema visivo, propriocettivo e interocettivo. La postura emerge quindi come il risultato di una integrazione sensorimotoria continua, non come il semplice prodotto della contrazione muscolare.

Le evidenze attuali mostrano che:
il controllo posturale è prevalentemente anticipatorio
l’efficienza posturale dipende dalla qualità dell’integrazione sensoriale, non dalla forza isolata
quando l’integrazione neurale è compromessa, la postura diventa rigida, compensata o dispendiosa
molte disfunzioni posturali riflettono una disorganizzazione neurologica, più che un deficit muscolo-scheletrico primario

Dal punto di vista clinico, la perdita di un adeguato controllo posturale è frequente in condizioni quali trauma cranico, disfunzioni vestibolari, traumi cervicali, invecchiamento, disfunzioni autonome (incluso Long COVID) e sindromi da dolore cronico con sensibilizzazione centrale.
In questi casi, un intervento centrato esclusivamente su rinforzo e stretching rischia di essere insufficiente. Il problema non è il “muscolo debole”, ma un sistema nervoso che non interpreta correttamente la gravità e non riesce più a organizzare risposte posturali efficaci.
Tutto ciò implica un cambio di paradigma: la postura va letta e trattata come un’espressione della regolazione neuro-sensoriale, non come una semplice questione strutturale, quindi intervenendo con sedute di riequilibrio posturale assolutamente “individuali “!
(Tratto da “Riequilibrio Posturale Psicosomatico-Metodo Rino Mastromauro “ corso di formazione
attualmente in fase di sviluppo, sarà disponibile prossimamente)

Takakusaki K., et al. (2024). Neural mechanisms of postural control and locomotion. Journal of Neural Transmission / Frontiers in Neuroscience

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Il tuo corpo sa già come stare bene.Io lo aiuto a ricordarlo.Trattamenti di Osteopatia Tradizionale e Osteopatia Biodina...
14/01/2026

Il tuo corpo sa già come stare bene.
Io lo aiuto a ricordarlo.
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LA SCIENZA DELL’EREDITÀ EPIGENETICA DELLO STRESS: quando il passato lascia un segnoDi Rino Mastromauro Da oltre vent’ann...
10/01/2026

LA SCIENZA DELL’EREDITÀ EPIGENETICA DELLO STRESS: quando il passato lascia un segno

Di Rino Mastromauro

Da oltre vent’anni la biologia sta scoprendo qualcosa che, fino a poco tempo fa, sarebbe sembrato vicino al mito: alcune tracce dello stress vissuto da una generazione potrebbero influenzare la successiva. Non si parla di mutazioni del DNA – quelle richiedono tempi evolutivi – ma di epigenetica, un insieme di meccanismi che regolano l’attività dei geni senza modificarne la sequenza. L’idea dell’“epigenetic trauma”, o eredità epigenetica dello stress, nasce proprio da qui.
Quando un organismo vive un’esperienza stressante intensa e prolungata, il corpo risponde modificando l’espressione di geni chiave, in particolare quelli legati al sistema endocrino e alla risposta agli ormoni dello stress, come il cortisolo. Queste modifiche avvengono attraverso segnali chimici – gruppi metilici che si attaccano al DNA, o modifiche agli istoni, le proteine che lo impacchettano. La funzione di questi segni è adattativa: aiutare l’organismo a reagire più rapidamente o in modo più efficiente a un ambiente percepito come minaccioso.
La domanda cruciale è: questi segni possono essere trasmessi ai figli? Negli animali la risposta è “sì”, almeno in parte. Studi su roditori esposti a stress intensi – come odori associati a pericoli, traumi o malnutrizione – mostrano che la prole può manifestare maggiore reattività allo stress, alterazioni metaboliche o modifiche comportamentali, senza aver vissuto direttamente l’esperienza dei genitori.
Nel caso umano, il quadro è più complesso. La biologia umana è molto più difficile da controllare sperimentalmente e gli effetti transgenerazionali sono difficili da distinguere da fattori culturali, psicologici e sociali. Tuttavia, alcune ricerche hanno rilevato particolari configurazioni epigenetiche in persone i cui genitori o nonni hanno vissuto eventi traumatici estremi: carestie, persecuzioni, guerre. Questi studi non dimostrano un’eredità diretta e meccanica, ma suggeriscono che l’ambiente di vita di una generazione possa lasciare un’impronta che influisce sulla vulnerabilità o sulla resilienza di quella successiva.
È importante sottolineare che l’epigenoma non è un destino. Le modifiche epigenetiche sono dinamiche e reversibili: stile di vita, alimentazione, attività fisica, supporto sociale e contesto ambientale possono rimodellarle nel corso della vita. L’epigenetica, più che raccontare la fatalità del trauma ereditato, ci mostra la straordinaria plasticità dell’essere umano.
L’eredità epigenetica dello stress rappresenta quindi un ponte tra biologia e ambiente, tra esperienza soggettiva e memoria cellulare. Non ci dice che portiamo sulle spalle i traumi dei nostri antenati, ma che la nostra biologia è più sensibile – e più capace di adattamento – di quanto avessimo immaginato. Conoscere questi processi non significa accettarli come immutabili: al contrario, apre spazi nuovi per comprendere come la scienza, la psicologia e la società possano collaborare per trasformare l’impronta del passato in una risorsa per il futuro.

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31/12/2025
MYODURAL BRIDGE: il ruolo dei muscoli suboccipitali nella regolazione neuro-meccanica cervicaleDi Rino Mastromauro Nel p...
20/12/2025

MYODURAL BRIDGE: il ruolo dei muscoli suboccipitali nella regolazione neuro-meccanica cervicale

Di Rino Mastromauro

Nel panorama dell’osteopatia, il corpo umano è visto come una rete integrata di sistemi che dialogano costantemente tra loro. Tra le connessioni più affascinanti e delicate vi è il Ponte Miodurale (MDB, Myodural Bridge), un fascio di tessuto fibroso che collega direttamente i muscoli suboccipitali — piccolo gruppo muscolare situato alla base del cranio — alla dura madre cervicale, la membrana più esterna che avvolge il midollo spinale.
I muscoli suboccipitali, come il re**us capitis posterior minor e gli altri muscoli di questa regione, non hanno solo la funzione di stabilizzare e muovere la testa; attraverso l’MDB, essi agiscono come trasmettitori di tensione verso le meningi cervicali. In pratica, ogni contrazione o rigidità di questi muscoli può influenzare direttamente la mobilità della dura madre, e quindi la dinamica del liquido cerebrospinale e la funzione nervosa. Questo ponte meccanico permette al sistema muscolare e a quello nervoso di “dialogare” in modo immediato e continuo.
Dal punto di vista clinico, la disfunzione di questo sistema può manifestarsi con cefalea tensiva, rigidità cervicale, vertigini o sensazioni di pressione alla base del cranio. In osteopatia, non si tratta semplicemente di manipolare la rigidità muscolare, ma di ristabilire l’equilibrio della tensione lungo l’MDB. Tecniche dolci, come il lavoro cranio-sacrale o il rilascio miofasciale dei muscoli suboccipitali, utilizzando anche l’Osteopatia Biodinamica, permettono di normalizzare la trasmissione delle forze e migliorare la mobilità delle meningi.
Studi recenti (vedi bibliografia ) hanno confermato che il MDB non è un mero attacco muscolare alla dura madre, ma una struttura altamente organizzata che contribuisce alla stabilità cranio-cervicale e alla protezione neurologica. In altre parole, i muscoli suboccipitali, tramite il MDB, partecipano attivamente alla regolazione del movimento, della postura e del liquido cerebrospinale.
Comprendere il ruolo del Ponte Miodurale significa quindi riconoscere che la salute del collo e del cranio non dipende solo dai muscoli o dalle ossa, ma anche dalla loro interazione diretta con il sistema nervoso centrale. L’osteopatia, attraverso un approccio dolce e globale, mira a ripristinare questa armonia, restituendo equilibrio e funzionalità a tutto il corpo.

Bibliografia:
Wang, C., Li, J., Zhao, X., Zhang, B., Yu, S. B., & Zheng, N. (2023). The growth and development of the myodural bridge and its associated structures in the human fetus. Journal of Anatomy, 243(3), 454–465. https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/37591924/

Sato, F., Zhang, B., Yu, S. B., & Sui, H. (2025). Morphogenesis of myodural bridges: A histological study in human fetuses. Cells Tissues Organs. https://karger.com/cto/article-abstract/doi/10.1159/000549273/938267/

Yu, S. B., Wang, C., Zhang, B., et al. (2023). The suboccipital cavernous sinus and its association with the myodural bridge complex. Journal of Anatomy. https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/37096831/

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NEL SILENZIO DELLA PAURA: ritrovare voce e respiro lungo il percorso oncologicoDi Rino Mastromauro In oncologia non è su...
13/12/2025

NEL SILENZIO DELLA PAURA: ritrovare voce e respiro lungo il percorso oncologico

Di Rino Mastromauro

In oncologia non è sufficiente curare il corpo. Una diagnosi apre un territorio emotivo complesso, fatto di paura, disorientamento e profonda fragilità. È uno spazio che la medicina riconosce ma che non può governare completamente, perché riguarda la sfera dell’esperienza interiore, delle reazioni psicologiche, del senso di identità che cambia improvvisamente.
Quando una persona scopre di avere una malattia oncologica, non affronta soltanto un percorso di cure: entra in un vortice emotivo che può includere ansia intensa, ipercontrollo, sensazione di dover essere forte o positiva a tutti i costi, timore di deludere gli altri, confusione nel comunicare con familiari e colleghi. Molti si sentono “in dovere” di apparire sempre lucidi, sempre resilienti, sempre capaci di rassicurare chi li circonda. Questo crea un sovraccarico psicologico che consuma energie, indebolisce le capacità decisionali e può ostacolare l’aderenza ai trattamenti.
Pur essendo seguiti dal punto di vista clinico, molti pazienti sperimentano un profondo senso di solitudine emotiva. Questa solitudine può influenzare la percezione di sé, la qualità della vita e la capacità di collaborare serenamente con l’équipe sanitaria. Ignorare la sofferenza psicologica significa lasciare scoperta una parte rilevante del percorso di cura.
Un aspetto spesso dimenticato riguarda la condizione del caregiver: la persona che assiste il malato. Il caregiver affronta un carico emotivo altrettanto impegnativo, fatto di responsabilità, paura e costante stato di allerta. Talvolta si sente obbligato a essere sempre presente, sempre disponibile, sempre forte. Questa pressione può portare a esaurimento emotivo, difficoltà relazionali e una minore capacità di sostenere il paziente. Tutelare la salute psicologica del caregiver è essenziale per preservare l’equilibrio dell’intero sistema familiare.
Lo psicologo clinico e della salute interviene proprio in questo spazio fragile e spesso invisibile. Aiuta la persona a riconoscere le proprie emozioni senza giudizio, a regolare l’ansia, a dare un significato più chiaro all’esperienza, a ridurre la ruminazione mentale. Supporta nella costruzione di una comunicazione autentica, non basata sulla performance della “forza a tutti i costi”, ma su ciò che è sostenibile e reale. Accompagna il paziente a legittimare i propri bisogni, a rallentare, a trovare momenti di respiro.
Questo lavoro psicologico non è un dettaglio secondario del percorso oncologico: è parte integrante della cura. Migliora la qualità della vita, favorisce una maggiore aderenza terapeutica, aiuta nelle decisioni, rafforza la relazione con i professionisti sanitari e crea un contesto emotivo più stabile per affrontare ciò che segue la diagnosi. A tutto ció si puó affiancare anche l’Osteopatia Biodinamica che con le sue sedute contribuisce a ristabilire l’equilibrio psicofisico.
Tra la malattia e il modo in cui viene vissuta esiste uno spazio decisivo. Lo psicologo clinico e della salute opera esattamente lì, aiutando la persona — e chi le sta accanto — a non essere sola in quel luogo di vulnerabilità, ma a trasformarlo in un terreno più umano, più sostenibile, più abitabile.

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COME RIDURRE LO STRESS PRE-NATALIZIO: consigli pratici per le mamme (e non solo!)Di Rino Mastromauro Il periodo che prec...
06/12/2025

COME RIDURRE LO STRESS PRE-NATALIZIO: consigli pratici per le mamme (e non solo!)

Di Rino Mastromauro

Il periodo che precede il Natale è spesso carico di aspettative, liste infinite di cose da fare e una certa pressione emotiva che pesa in modo particolare sulle mamme. Tra regali, decorazioni, impegni scolastici dei bambini e preparativi vari, il rischio è di arrivare alle feste già esauste. Eppure, con qualche accorgimento semplice e alla portata di tutti, è possibile trasformare questo momento in un’occasione per riscoprire calma e piacere.
Uno dei primi alleati è il respiro. Bastano due minuti di respirazione diaframmatica per ridurre la tensione: inspira profondamente dal naso, lascia che l’aria riempia l’addome, poi espira lentamente dalla bocca. Ripetere per 5–6 cicli aiuta a rallentare il battito cardiaco e a ritrovare lucidità.
A questo si può aggiungere un po’ di stretching dolce, anche solo al mattino o prima di andare a dormire. Allungare la schiena, mobilizzare il collo e aprire le spalle scioglie tensioni accumulate, soprattutto per chi passa molto tempo davanti a schermi o in movimento continuo con i bambini.
Un altro strumento sorprendentemente efficace è la musica a 432 Hz, una frequenza che molte persone percepiscono come particolarmente armonizzante. Ascoltarla mentre si prepara la cena o durante una breve pausa può creare un’atmosfera distensiva che cambia la qualità dell’intera giornata.
Non va sottovalutato il potere di una tisana rilassante. Camomilla, melissa, tiglio o una miscela con fiori d’arancio possono diventare un piccolo rituale serale: una tazza calda, sorseggiata lentamente, dà al cervello il segnale che è tempo di rallentare.
Oltre a queste pratiche, è utile imparare a “delegare”. Non tutto deve essere perfetto, e non tutto deve farlo una sola persona. Coinvolgere partner e bambini nei preparativi — dalla scelta delle decorazioni a piccoli compiti domestici — non solo alleggerisce il carico mentale, ma trasforma i doveri in momenti di condivisione.
Infine, ricordati di ritagliarti dieci minuti solo per te: leggere qualche pagina di un libro, fare una breve passeggiata o semplicemente sederti in silenzio. Non è tempo sottratto agli altri, ma energia che restituisci alla tua famiglia in forma di serenità.
Con piccoli gesti quotidiani, lo stress pre-natalizio può trasformarsi in un’occasione per coltivare equilibrio e benessere, perché una mamma più calma vive — e fa vivere — un Natale decisamente più sereno.

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DEPRESSIONE MASCHERATA : riconoscere il dolore nascosto e prendersi cura di séDi Rino Mastromauro Quando pensiamo alla d...
29/11/2025

DEPRESSIONE MASCHERATA : riconoscere il dolore nascosto e prendersi cura di sé

Di Rino Mastromauro

Quando pensiamo alla depressione, immaginiamo spesso una persona triste, apatica o isolata. Ma non sempre è così. Esiste una forma più insidiosa: la depressione mascherata, che si nasconde dietro sintomi fisici o comportamenti quotidiani, rendendola difficile da individuare.
Chi soffre di depressione mascherata può apparire irritabile, ansioso o eccessivamente perfezionista. I sintomi principali si manifestano spesso nel corpo: mal di testa frequenti, dolori muscolari, problemi digestivi, insonnia o stanchezza persistente. In pratica, il corpo “parla” mentre l’anima tace. Questo meccanismo può essere visto come una forma di protezione: la sofferenza emotiva viene spostata su segnali fisici, perché la persona teme il giudizio o non sa come esprimere il proprio dolore.
Il problema principale è la diagnosi. Molti pazienti vengono inizialmente visitati per disturbi fisici, senza mai sospettare un disagio emotivo sottostante. Studi stimano che fino al 40% dei casi venga diagnosticato in ritardo o confuso con disturbi somatici o d’ansia. Il rischio? Peggioramento dei sintomi, isolamento sociale, difficoltà sul lavoro e, nei casi più gravi, comportamenti autolesivi.
Il trattamento della depressione mascherata non si limita alla sola psicoterapia o ai farmaci. Un approccio integrato può includere:

Psicoterapia: tecniche cognitivo-comportamentali aiutano a riconoscere e gestire le emozioni nascoste, migliorando la consapevolezza dei sintomi.
Attività fisica: esercizi regolari, come camminate, yoga o nuoto, favoriscono la produzione di endorfine e migliorano l’umore. Anche attività di resistenza moderata possono ridurre stress, ansia e tensioni muscolari associate ai sintomi somatici.
Approcci olistici: tecniche di meditazione, respirazione consapevole, mindfulness e rilassamento guidato aiutano a gestire lo stress, favoriscono il sonno e riducono la percezione del dolore fisico.
Osteopatia e trattamenti manuali: sedute di osteopatia possono alleviare tensioni muscolari, migliorare la postura e ridurre dolori ricorrenti, creando un effetto benefico sul benessere psicologico. Spesso il sollievo fisico facilita l’apertura emotiva e la consapevolezza dei propri stati interiori.
Sostegno sociale: familiari, amici e gruppi di supporto contribuiscono a creare un ambiente sicuro, in cui la persona si sente compresa e può affrontare il dolore nascosto senza paura di giudizi.

Riconoscere la depressione mascherata significa guardare oltre la superficie. Un mal di testa o una stanchezza persistente possono essere segnali di un disagio emotivo profondo. Approcci integrati che combinano psicoterapia, movimento, tecniche olistiche e cure manuali offrono un percorso completo di supporto, favorendo il recupero del benessere psicofisico.

In sintesi, la depressione mascherata ci ricorda che non sempre chi sorride è felice. Prendersi cura di mente e corpo in modo armonico permette di ascoltare i segnali nascosti, ridurre il dolore e costruire strategie concrete per ritrovare equilibrio e serenità.

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È morto PAUL EKMAN: l’uomo che leggeva le emozioniDi Rino Mastromauro Immaginate di guardare qualcuno negli occhi per po...
22/11/2025

È morto PAUL EKMAN: l’uomo che leggeva le emozioni

Di Rino Mastromauro

Immaginate di guardare qualcuno negli occhi per pochi secondi e riuscire a capire se sta mentendo, se è spaventato o arrabbiato, anche se sorride. Questa capacità, apparentemente straordinaria, porta la firma di Paul Ekman (1934- 17 novembre 2025), psicologo e ricercatore statunitense che ha dedicato la vita a studiare le emozioni e il linguaggio silenzioso del volto umano.
Ekman ha rivoluzionato la psicologia con una semplice intuizione: alcune emozioni sono universali, radicate nella nostra biologia e indipendenti dalla cultura. Rabbia, paura, felicità, tristezza, disgusto, sorpresa e disprezzo si leggono nello stesso modo a New York come in Papua Nuova Guinea, nei sorrisi, nelle rughe della fronte o nei movimenti degli occhi.
Ma il suo vero colpo di genio sono state le microespressioni. Si tratta di lampi brevissimi sul volto, durano meno di un secondo, ma rivelano ciò che una persona prova davvero, anche se cerca di nasconderlo. Un sorriso che non raggiunge gli occhi può tradire un falso entusiasmo; una lieve contrazione delle labbra può segnalare rabbia o frustrazione. Ekman ha trasformato l’osservazione di questi dettagli in strumenti pratici, usati da psicologi, investigatori, agenti della CIA e dell’FBI, persino in ambito aziendale.
La sua passione per comprendere il comportamento umano lo ha portato a scrivere libri famosi come Telling Lies ed Emotions Revealed, dove racconta come interpretare le emozioni attraverso i gesti e il volto. Ha fondato il Paul Ekman Group, per formare professionisti in tutto il mondo, e ha ispirato la serie TV Lie to Me, dove le tecniche di microespressione diventano detective story per milioni di spettatori.
Oltre a studiare i segnali invisibili del volto, Ekman ha esplorato il lato umano delle emozioni: ha dimostrato quanto siano fondamentali per la comunicazione, la comprensione reciproca e persino per la giustizia, perché chi mente o nasconde emozioni lascia tracce involontarie. La sua ricerca ha influenzato psicologia clinica, criminologia, media e comunicazione, rendendo scientificamente misurabile ciò che prima sembrava intangibile: il linguaggio del cuore e della mente.
Paul Ekman ci ha insegnato che il volto umano è una mappa da leggere con attenzione. Grazie a lui, oggi possiamo cogliere emozioni nascoste, capire meglio gli altri e, forse, anche noi stessi. Ogni sguardo, ogni sorriso impercettibile, ogni microespressione porta con sé una storia: Ekman ci ha insegnato a leggerla.

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I MARCATORI SOMATICI : quando il corpo guida la menteDi Rino Mastromauro Per secoli, la filosofia occidentale ha separat...
15/11/2025

I MARCATORI SOMATICI : quando il corpo guida la mente

Di Rino Mastromauro

Per secoli, la filosofia occidentale ha separato nettamente la mente dal corpo, relegando le emozioni al ruolo di ostacolo per la ragione. Antonio Damasio, neuroscienziato portoghese e professore alla University of Southern California, ha rovesciato questa prospettiva con una teoria destinata a cambiare la nostra comprensione della mente: la teoria dei marcatori somatici.
Formulata negli anni Novanta e descritta nel celebre volume L’errore di Cartesio (1994), la teoria di Damasio sostiene che le emozioni non sono nemiche della razionalità, ma la sua base biologica più profonda. «Non siamo macchine pensanti che si emozionano, ma macchine emotive che pensano», scrive Damasio, sintetizzando l’essenza del suo pensiero.
Secondo il neuroscienziato, quando viviamo un’esperienza significativa, il cervello registra non solo i dati cognitivi, ma anche le sensazioni corporee associate — variazioni del battito cardiaco, della respirazione, della tensione muscolare. Queste risposte fisiologiche vengono memorizzate come marcatori somatici, ossia tracce emotive che restano legate al ricordo dell’evento. Quando ci troviamo a dover prendere una decisione simile in futuro, il cervello richiama automaticamente queste tracce: le sensazioni corporee positive o negative “marcano” le alternative possibili, orientando la scelta verso ciò che in passato è stato vantaggioso o lontano da ciò che è stato dannoso.
È come se il corpo parlasse alla mente con un linguaggio pre-razionale, sintetizzando in un istante ciò che l’esperienza ha insegnato. Questo processo non elimina la riflessione logica, ma la integra, riducendo il carico cognitivo e accelerando le decisioni.
Le prove sperimentali a sostegno della teoria provengono dallo studio di pazienti con lesioni alla corteccia prefrontale ventromediale, area chiave nell’integrazione tra emozione e ragione. Questi pazienti, pur mantenendo intatte le capacità logiche, mostrano gravi difficoltà nel prendere decisioni nella vita reale: incapaci di provare le normali reazioni emotive, non riescono a valutare i rischi o le conseguenze delle proprie scelte.
Damasio ha dimostrato così che l’emozione è un meccanismo evolutivo di sopravvivenza, una guida invisibile che orienta la nostra razionalità. In questa visione, il corpo non è un semplice contenitore della mente, ma un suo interlocutore costante. Come afferma lo stesso Damasio in Emozione e coscienza (1999), «il sentire è la rappresentazione mentale di ciò che accade nel corpo».
Le implicazioni della teoria dei marcatori somatici vanno ben oltre le neuroscienze. Riguardano l’etica, l’educazione, la psicologia e perfino l’intelligenza artificiale, poiché suggeriscono che una mente veramente intelligente deve anche “sentire”. Le emozioni, lungi dall’essere residui irrazionali, sono dunque strumenti cognitivi, mappe corporee che ci permettono di navigare nella complessità del mondo.

In definitiva, la lezione di Damasio è un invito a ripensare l’antico dualismo cartesiano. La mente e il corpo non sono due entità separate, ma due aspetti di un unico processo vitale. E forse, come intuiva Spinoza — filosofo che Damasio cita spesso come ispirazione — comprendere le emozioni significa comprendere noi stessi.

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Riferimenti bibliografici
Damasio, A. R. (1994). Descartes’ Error: Emotion, Reason, and the Human Brain. New York: G.P. Putnam’s Sons.
Damasio, A. R. (1999). The Feeling of What Happens: Body and Emotion in the Making of Consciousness. New York: Harcourt Brace.
Damasio, A. R. (2003). Looking for Spinoza: Joy, Sorrow, and the Feeling Brain. New York: Harcourt.
Bechara, A., Damasio, H., & Damasio, A. R. (2000). “Emotion, decision making and the orbitofrontal cortex.” Cerebral Cortex, 10(3), 295–307.

Indirizzo

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Molfetta
70056

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