02/02/2026
Caro attacco di panico,
ti scrivo mentre mi prendi.
Mentre arrivi senza bussare, senza chiedere permesso, senza avvisare.
Ti presenti come se avessi un diritto su di me, come se fossi tu a comandare.
All’inizio fai sempre la stessa cosa: mi stringi il petto, mi rubi il respiro, mi confondi i pensieri.
Mi fai credere che stia succedendo qualcosa di terribile, che stia per crollare, che non ne uscirò.
Mi parli con la voce dell’urgenza e della paura.
E io, per un attimo, ti credo.
Ma ascoltami bene: ti conosco.
So chi sei.
So come ti muovi.
So che ti piace travestirti da pericolo, ma sei solo un’esplosione di allarme, un incendio senza fiamme.
Tu sei rumore.
Sei un temporale che passa.
Sei un’onda alta che spaventa, ma che non può restare per sempre.
Mi fai tremare, mi fai sudare, mi fai sentire piccolo.
Mi fai pensare: “Sto impazzendo”, “Sto morendo”, “Non ce la faccio”.
E invece no.
Io ce la faccio anche quando non mi sembra.
Perché ogni volta che arrivi… io resto.
E ogni volta che provi a spezzarmi… io resisto.
Tu mi prendi, sì.
Ma non mi possiedi.
E oggi voglio dirtelo chiaramente:
non sei una profezia.
Non sei una verità.
Non sei il mio destino.
Sei solo una reazione del mio corpo che ha imparato a proteggermi nel modo sbagliato.
Sei un messaggio urlato da un sistema che ha paura, anche quando non ce n’è bisogno.
Allora fai pure il tuo spettacolo:
batti forte, stringi, corri, confondi.
Io ti guardo in faccia.
Io resto qui.
Io respiro come posso, anche se sembra poco.
E quel poco basta.
Perché ho imparato una cosa:
non devo vincerti.
Devo solo attraversarti.
E tu, attacco di panico, per quanto ti impegni…
passi sempre.
Quando te ne andrai, come hai sempre fatto, io sarò ancora qui.
Stanco magari.
Scosso, sì.
Ma vivo.
Intero.
E un po’ più forte.
Quindi prendimi pure, se devi.
Ma ricordati:
io non sono la tua vittima.
Sono la persona che sopravvive alla tua tempesta.
E adesso, mentre urli, io ti rispondo piano:
non mi fai paura come prima.
Firmato,
io, che resto.
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