18/12/2021
(✏️ Alice D'Este) Lo ha aiutato a ricordare, prima di tutto. E poi anche a vestirsi, lavarsi, mangiare. Ha preso le sue mani e lo ha guardato negli occhi quando non lo riconosceva: «Papà, sono io», diceva. E ha affrontato tutto senza che questo gli togliesse il fiato. Mattia Piccoli oggi a Roma riceverà l’attestato d’onore come Alfiere della Repubblica italiana dal presidente Sergio Mattarella. La nomina è arrivata qualche mese fa. Mattia ha 12 anni e suo padre si è ammalato quando ne aveva 6. «Mio marito ha cominciato ad avere i primi segnali della malattia a 40 anni — spiega Michela Morutto, la moglie di Paolo Piccoli di Concordia Sagittaria — abbiamo visto il primo neurologo a 43 anni, la diagnosi è arrivata quando Paolo ne aveva 45, Mattia quasi 7 e Andrea, il fratello più piccolo, solo 3. Per loro insomma questa è la normalità. Io se non avessi avuto loro due per cui combattere non so dove sarei ora».
Michela Morutto è una donna diretta. Che ha fatto della malattia anche l’occasione di una battaglia sociale. Perché dietro ai riconoscimenti e alle storie raccontate ci sono le storie vere, la vita che, messo giù il telefono, rimane. «Sono rimasta a casa 20 mesi — dice Morutto — ho fatto la mamma, la moglie, la badante. È una cosa che ti devasta. Malattie come queste prendono chi si ammala ma anche tutto il nucleo che assiste il malato. Sei 24 ore su 24 a disposizione di una persona che non può più, suo malgrado, essere la stessa di sempre». Mattia era alle elementari. E anche lui insieme alla mamma è stato accanto al papà. Come può fare un bambino: semplicemente. Dandogli da mangiare, aiutandolo ad infilarsi la felpa. Ricordandogli che «no, papà, la canottiera va sotto la camicia». E un passo alla volta ha imparato a conoscere questa malattia. A capire che non passa. A capire che papà non tornerà. «Mio figlio piccolo me lo chiede ancora — spiega Michela Morutto — Mattia ha smesso. Ormai lo sa». Leggi l'articolo completo su Corriere 👉