09/11/2025
DA PLATONE A JAMES HILLMAN: la vocazione dell'anima dal mito di Er alla teoria della ghianda
Il sostantivo “vocazione” deriva dal latino “vocatio”, proveniente dal participio passato di “vocare”, che significa “chiamare”. “Avere una vocazione” nel suo significato letterale vuol dire, dunque, “essere chiamati o guidati da una voce”.
Prima o poi nella propria vita, ognuno di noi ha la sensazione di essere improvvisamente chiamato a percorrere un certo cammino o a fare un’esperienza: sentiamo un’intuizione che ci colpisce affascinandoci, un’immagine innata in noi si fa strada nella nostra vita, un’immagine che era li da sempre, ad aspettare di essere semplicemente vista o ascoltata. “Ecco quello che devo fare. Ecco quello che devo avere. Ecco chi sono”. Così James Hillman (psicanalista e scrittore cui si devono i più importanti contributi alla psicologia di derivazione junghiana) descrive questa vera e propria “chiamata” nel suo best seller “Il codice dell’anima”, una lettura non facilissima ma alla portata di tutti.
In questa opera pilastro della psicologia archetipica e dell’immaginale, Hillman scardina i paradigmi generalmente usati dalla psicologia tradizionale. Secondo Hillman la nostra vita non è determinata dalla nostra infanzia, dall’ambiente socio-culturale in cui nasciamo e dalla relazione con i genitori o chi ci cresce, aspetti sui quali si concentrano tutte le terapie psicologiche moderne. Piuttosto, la nostra vita è determinata dall’immagine innata, dalla “vocazione”, dal carattere che ci accompagnano fin dalla nascita.
Hillman evidenzia come la psicologia tradizionale abbia ridotto la vita umana all’effetto dell’azione combinata tra forze ereditarie (genetica) e forze sociali (famiglia, ambiente). Se la storia di una persona è raccontata solo in base a cosa questa abbia ricevuto dai genitori in termini di geni e di educazione, e di come su di lei abbia influito l’ambiente socio-culturale o economico in cui è cresciuta, quella persona sarà ridotta a vittima di un codice genetico o sociale, di eventi traumatici, non scriverà lei la sua vita ma interpreterà una sceneggiatura già scritta.
Il “vittimismo” è il paradigma dominante della psicologia accademica, di quella scientistica e anche di quella terapeutica perché esse ignorano tutte “il senso della vocazione, il mistero fondamentale che sta al centro di ogni vita umana”, ignorano un fattore che moltissime altre culture considerano il nucleo della personalità, e cioè il fatto che ogni persona sia portatrice, fin dalla nascita, di un’unicità, di un carattere, in sostanza di un’immagine innata che è depositaria del destino e del genio individuali. Questo carattere o vocazione ha assunto il nome di “anima”, di “psiche”, di “daimon” dei greci o “angelo custode” dei cristiani e, paradossalmente, pur essendo l’oggetto centrale della psicologia, questi termini non entrano nei libri dedicati al loro studio!
La teoria della “ghianda” di Hillman, muovendosi agilmente tra i dogmi opposti della scienza e della fede adulati dal pensiero occidentale, rimette al centro della psicologia l’immagine, la forma, l’idea con cui ognuno di noi viene al mondo e dalla quale non si può sfuggire. Questa immagine o daimon ci motiva e ci protegge, è forza del fato, è la guida memore della nostra vocazione e prima o poi si svelerà chiamandoci. E’ come la ghianda nella quale sta tutta l’immagine della futura quercia.
Questa rivoluzionaria teoria ha in realtà origini molto antiche. Platone stesso, alla fine della sua opera principale “La Repubblica”, la racconta il mito di Er.
Il mito narra di Er, valoroso originario della Panfilia, morto in battaglia. Il suo corpo raccolto e portato sul rogo si ridestò dal sonno mortale e raccontò quello che aveva visto nell'aldilà.
La sua anima appena uscita dal corpo si era unita a molte altre e camminando era arrivata in un luogo divino dove i giudici delle anime sedevano tra due coppie di abissi, una diretta in cielo e l'altra nelle profondità della terra. I giudici esaminavano le anime e ponevano sul petto dei giusti e sulle spalle dei malvagi la sentenza ordinando ai primi di salire al cielo e agli altri di andare sotterra. Avevano quindi ordinato a Er di ascoltare e guardare ciò che avveniva in quel luogo per poi raccontarlo.
Le anime rimaste per sette giorni in quel luogo venivano poi costrette a camminare per quattro giorni fino a quando giungevano in vista di una specie di arcobaleno dove a un capo pendeva il fuso, simbolo del destino, posato sulle ginocchia della dea Ananke (Necessità).
Le figlie di Ananke, le tre Moire, sedevano in cerchio poco distanti dalla madre: Cloto, filava e cantava il presente, Lachesi, il passato, e Atropo "colei che non può essere dissuasa", il futuro. Un araldo presentava le anime disposte in fila a Lachesi e dopo aver preso dalle sue ginocchia un gran numero di sorti e modelli di vita procedeva al sorteggio avvertendo che ognuno sarebbe stato responsabile della sua scelta.
Er raccontava poi come le anime commettessero degli errori nello scegliere: ad esempio un'anima che era venuta dall'alto dei cieli e che era stata virtuosa solo per abitudine e che aveva vissuto in una città ben governata, per desiderio di novità aveva scelto frettolosamente la vita di un tiranno per accorgersi poi, rimproverando la sua cattiva sorte, come questa fosse carica di dolori.
Le anime provenienti dal basso invece avevano imparato dalle loro esperienze terrene e avevano scelto con maggiore giudizio. I più però sceglievano seguendo il modo in cui hanno vissuto precedentemente: per esempio, Agamennone aveva scelto di vivere come un'aquila, Odisseo, stanco di rischiose avventure, aveva preferito la vita di un qualsiasi uomo tranquillo.
Dopo aver compiuto la scelta ogni anima riceverà da Lachesi il daimon, il genio tutelare, che avrebbe sorvegliato che si compisse la vita prescelta; quindi l'anima doveva andare da Cloto a confermare il suo destino e infine da Atropo che lo rendeva immutabile.
Le anime poi s'incamminavano attraverso la deserta e calda pianura del Lete e, fermatesi per riposare sulle sponde del fiume Amelete, tutte, tranne Er, furono obbligate a bere l'acqua che dà l'oblio e chi non era saggio ne beveva smoderatamente.
Giunta la notte le anime stavano dormendo quando a mezzanotte un terremoto le gettò nella nuova vita assieme a Er che, svegliatosi sulla pira funebre, poté raccontare come, conservando la memoria dell'esperienza passata, si può vivere serenamente una vita giusta e saggia in questo e nell'altro mondo.
Ricollegandosi al mito di Er raccontato da Platone, così scrive Hillman ne “Il codice dell’anima”: “Prima della nascita, l’anima di ciascuno di noi sceglie un’immagine o disegno che poi vivremo sulla terra, e riceve un compagno che ci guidi quassù, un daimon, che è unico e tipico nostro. Tuttavia, nel ve**re al mondo, dimentichiamo tutto questo e crediamo di esserci venuti vuoti. E il daimon che ricorda il contenuto della nostra immagine, gli elementi del disegno prescelto, è lui il portatore del nostro destino. Secondo Plotino (205-270 d.C.), il maggiore dei filosofi neoplatonici, noi ci siamo scelti il corpo, i genitori, il luogo e la situazione di vita adatti all’anima e corrispondenti, come racconta il mito, alla sua necessità. Come a dire che la mia situazione di vita, compresi il mio corpo e i miei genitori che magari adesso vorrei ripudiare, è stata scelta direttamente dalla mia anima, e se ora la scelta mi sembra incomprensibile, è perché ho dimenticato. E Platone racconta quel mito affinché non dimentichiamo; infatti salvando il mito potremmo salvare noi stessi e prosperare. Il mito svolge, insomma, una funzione psicologica di redenzione, e una psicologia derivata dal mito può ispirare una vita fondata su di esso”.
(articolo di Simona Trabucco, pubblicato su il Giornale di Latina nel dicembre 2015)