Dott.ssa Mariassunta Pugliese - Psicologa, Psicoterapeuta

Dott.ssa Mariassunta Pugliese - Psicologa, Psicoterapeuta Psicoterapia - Psicogenealogia - 5 leggi biologiche- Meditazione Ciao!

Sono una psicologa, una psicoterapeuta, una mamma e una persona piena di curiosità e di passioni. Svolgo la professione dal 2011 e nel tempo mi sono formata a vari livelli, a seconda dell’interesse del momento. Nel lavoro utilizzo tutto quello che ho appreso, ma ciò che più mi appassiona oggi è lo studio dell’essere umano nel profondo, a livello animico, a livello biologico e a livello genealogico. Siamo esseri in relazione, tutti collegati e interconnessi, dalle interazioni attuali, a quelle con la nostra famiglia di appartenenza, fino a quelle più sottili e universali. Se dovessi definire oggi che tipo di psicoterapia utilizzo in studio direi che si tratta di “Psicoterapia Creativa”, perché il mio lavoro non è solo verbale, anzi! Ritengo che per bypassare la mente e scendere nel profondo di se stessi è necessario lavorare col corpo, con la musica e con l’uso di strumenti immaginali, in modo eclettico.

09/11/2025

DA PLATONE A JAMES HILLMAN: la vocazione dell'anima dal mito di Er alla teoria della ghianda

Il sostantivo “vocazione” deriva dal latino “vocatio”, proveniente dal participio passato di “vocare”, che significa “chiamare”. “Avere una vocazione” nel suo significato letterale vuol dire, dunque, “essere chiamati o guidati da una voce”.
Prima o poi nella propria vita, ognuno di noi ha la sensazione di essere improvvisamente chiamato a percorrere un certo cammino o a fare un’esperienza: sentiamo un’intuizione che ci colpisce affascinandoci, un’immagine innata in noi si fa strada nella nostra vita, un’immagine che era li da sempre, ad aspettare di essere semplicemente vista o ascoltata. “Ecco quello che devo fare. Ecco quello che devo avere. Ecco chi sono”. Così James Hillman (psicanalista e scrittore cui si devono i più importanti contributi alla psicologia di derivazione junghiana) descrive questa vera e propria “chiamata” nel suo best seller “Il codice dell’anima”, una lettura non facilissima ma alla portata di tutti.

In questa opera pilastro della psicologia archetipica e dell’immaginale, Hillman scardina i paradigmi generalmente usati dalla psicologia tradizionale. Secondo Hillman la nostra vita non è determinata dalla nostra infanzia, dall’ambiente socio-culturale in cui nasciamo e dalla relazione con i genitori o chi ci cresce, aspetti sui quali si concentrano tutte le terapie psicologiche moderne. Piuttosto, la nostra vita è determinata dall’immagine innata, dalla “vocazione”, dal carattere che ci accompagnano fin dalla nascita.

Hillman evidenzia come la psicologia tradizionale abbia ridotto la vita umana all’effetto dell’azione combinata tra forze ereditarie (genetica) e forze sociali (famiglia, ambiente). Se la storia di una persona è raccontata solo in base a cosa questa abbia ricevuto dai genitori in termini di geni e di educazione, e di come su di lei abbia influito l’ambiente socio-culturale o economico in cui è cresciuta, quella persona sarà ridotta a vittima di un codice genetico o sociale, di eventi traumatici, non scriverà lei la sua vita ma interpreterà una sceneggiatura già scritta.

Il “vittimismo” è il paradigma dominante della psicologia accademica, di quella scientistica e anche di quella terapeutica perché esse ignorano tutte “il senso della vocazione, il mistero fondamentale che sta al centro di ogni vita umana”, ignorano un fattore che moltissime altre culture considerano il nucleo della personalità, e cioè il fatto che ogni persona sia portatrice, fin dalla nascita, di un’unicità, di un carattere, in sostanza di un’immagine innata che è depositaria del destino e del genio individuali. Questo carattere o vocazione ha assunto il nome di “anima”, di “psiche”, di “daimon” dei greci o “angelo custode” dei cristiani e, paradossalmente, pur essendo l’oggetto centrale della psicologia, questi termini non entrano nei libri dedicati al loro studio!

La teoria della “ghianda” di Hillman, muovendosi agilmente tra i dogmi opposti della scienza e della fede adulati dal pensiero occidentale, rimette al centro della psicologia l’immagine, la forma, l’idea con cui ognuno di noi viene al mondo e dalla quale non si può sfuggire. Questa immagine o daimon ci motiva e ci protegge, è forza del fato, è la guida memore della nostra vocazione e prima o poi si svelerà chiamandoci. E’ come la ghianda nella quale sta tutta l’immagine della futura quercia.

Questa rivoluzionaria teoria ha in realtà origini molto antiche. Platone stesso, alla fine della sua opera principale “La Repubblica”, la racconta il mito di Er.

Il mito narra di Er, valoroso originario della Panfilia, morto in battaglia. Il suo corpo raccolto e portato sul rogo si ridestò dal sonno mortale e raccontò quello che aveva visto nell'aldilà.
La sua anima appena uscita dal corpo si era unita a molte altre e camminando era arrivata in un luogo divino dove i giudici delle anime sedevano tra due coppie di abissi, una diretta in cielo e l'altra nelle profondità della terra. I giudici esaminavano le anime e ponevano sul petto dei giusti e sulle spalle dei malvagi la sentenza ordinando ai primi di salire al cielo e agli altri di andare sotterra. Avevano quindi ordinato a Er di ascoltare e guardare ciò che avveniva in quel luogo per poi raccontarlo.

Le anime rimaste per sette giorni in quel luogo venivano poi costrette a camminare per quattro giorni fino a quando giungevano in vista di una specie di arcobaleno dove a un capo pendeva il fuso, simbolo del destino, posato sulle ginocchia della dea Ananke (Necessità).

Le figlie di Ananke, le tre Moire, sedevano in cerchio poco distanti dalla madre: Cloto, filava e cantava il presente, Lachesi, il passato, e Atropo "colei che non può essere dissuasa", il futuro. Un araldo presentava le anime disposte in fila a Lachesi e dopo aver preso dalle sue ginocchia un gran numero di sorti e modelli di vita procedeva al sorteggio avvertendo che ognuno sarebbe stato responsabile della sua scelta.
Er raccontava poi come le anime commettessero degli errori nello scegliere: ad esempio un'anima che era venuta dall'alto dei cieli e che era stata virtuosa solo per abitudine e che aveva vissuto in una città ben governata, per desiderio di novità aveva scelto frettolosamente la vita di un tiranno per accorgersi poi, rimproverando la sua cattiva sorte, come questa fosse carica di dolori.
Le anime provenienti dal basso invece avevano imparato dalle loro esperienze terrene e avevano scelto con maggiore giudizio. I più però sceglievano seguendo il modo in cui hanno vissuto precedentemente: per esempio, Agamennone aveva scelto di vivere come un'aquila, Odisseo, stanco di rischiose avventure, aveva preferito la vita di un qualsiasi uomo tranquillo.
Dopo aver compiuto la scelta ogni anima riceverà da Lachesi il daimon, il genio tutelare, che avrebbe sorvegliato che si compisse la vita prescelta; quindi l'anima doveva andare da Cloto a confermare il suo destino e infine da Atropo che lo rendeva immutabile.
Le anime poi s'incamminavano attraverso la deserta e calda pianura del Lete e, fermatesi per riposare sulle sponde del fiume Amelete, tutte, tranne Er, furono obbligate a bere l'acqua che dà l'oblio e chi non era saggio ne beveva smoderatamente.
Giunta la notte le anime stavano dormendo quando a mezzanotte un terremoto le gettò nella nuova vita assieme a Er che, svegliatosi sulla pira funebre, poté raccontare come, conservando la memoria dell'esperienza passata, si può vivere serenamente una vita giusta e saggia in questo e nell'altro mondo.

Ricollegandosi al mito di Er raccontato da Platone, così scrive Hillman ne “Il codice dell’anima”: “Prima della nascita, l’anima di ciascuno di noi sceglie un’immagine o disegno che poi vivremo sulla terra, e riceve un compagno che ci guidi quassù, un daimon, che è unico e tipico nostro. Tuttavia, nel ve**re al mondo, dimentichiamo tutto questo e crediamo di esserci venuti vuoti. E il daimon che ricorda il contenuto della nostra immagine, gli elementi del disegno prescelto, è lui il portatore del nostro destino. Secondo Plotino (205-270 d.C.), il maggiore dei filosofi neoplatonici, noi ci siamo scelti il corpo, i genitori, il luogo e la situazione di vita adatti all’anima e corrispondenti, come racconta il mito, alla sua necessità. Come a dire che la mia situazione di vita, compresi il mio corpo e i miei genitori che magari adesso vorrei ripudiare, è stata scelta direttamente dalla mia anima, e se ora la scelta mi sembra incomprensibile, è perché ho dimenticato. E Platone racconta quel mito affinché non dimentichiamo; infatti salvando il mito potremmo salvare noi stessi e prosperare. Il mito svolge, insomma, una funzione psicologica di redenzione, e una psicologia derivata dal mito può ispirare una vita fondata su di esso”.

(articolo di Simona Trabucco, pubblicato su il Giornale di Latina nel dicembre 2015)

07/11/2025

Il tradimento fa male, ma non tutti i tradimenti nascono dallo stesso luogo dell’anima.
Non hanno la stessa qualità, né portano lo stesso destino.

Possiamo distinguere 3 forme di tradimento

1. Il tradimento distruttivo
È quello che nasce dalla ferita dell’ego, non dall’amore.
Chi tradisce vuole sentirsi importante, confermato, desiderato.
Mente, manipola, usa l’altro come oggetto.

Qui non c’è verità.
Non c’è eros.
Non c’è trasformazione.

È un tradimento che lascia macerie e basta.
La relazione non cresce: si ammala.

2. Il tradimento anestetico
È quello che nasce dalla paura.
La persona tradisce perché ha paura di essere lasciata, di non valere, di restare sola.
Cerca un analgesico emotivo, non un incontro vero.

Non dice la verità.
Nasconde.
Si sente in colpa ma non cambia nulla.

È un tradimento che tiene in vita la relazione… ma la tiene morta.
Serve solo a non sentire il vuoto.

3. Il tradimento archetipico
È raro, ma accade.
Non nasce dalla ferita, ma dall’eros vivo che non può più essere negato.

Succede quando la relazione è diventata un guscio: abitudine, silenzio, convenienza.
L’anima sente che è finito, ma nessuno lo dice.

Allora il tradimento arriva come forza di verità:
non per distruggere, ma per disvelare.

Qui chi tradisce non resta nell’ombra:
dice la verità,
si assume la responsabilità,
non usa l’altro per fuggire,
non vuole ferire.

Vuole vivere.

Può portare alla separazione o a una rinascita della coppia.
Ma in entrambi i casi: trasforma.

Il tradimento archetipico non è contro qualcuno.
È a favore della vita che preme per essere vissuta.

E’ l’inizio di una vita più vera.

09/10/2025

L’empatia è una connessione compassionevole con ciò che gli altri stanno vivendo. Richiede uno dei doni più preziosi che un essere umano possa fare a un altro: la nostra piena presenza a ciò che è vivo in un’altra persona quando ci parla. Tale presenza richiede di rimandare l’offerta di consigli, rassicurazioni, correzioni, spiegazioni o la ricerca di soluzioni fino a quando l’altra persona non conferma che ciò che è stato comunicato è stato ricevuto in modo accurato e compassionevole.

Consiglio di lasciare agli altri l’opportunità di esprimersi pienamente, prima di rivolgere la nostra attenzione alle soluzioni o alle richieste di sollievo. Quando reagiamo troppo rapidamente a ciò che le persone potrebbero chiedere, potremmo non trasmettere il nostro genuino interesse per i loro sentimenti e bisogni; al contrario, potrebbero avere l’impressione che abbiamo fretta di liberarci di loro o di risolvere il loro problema. Inoltre, un messaggio iniziale è spesso come la punta di un iceberg: può essere seguito da sentimenti ancora inespressi, ma collegati e spesso più forti. Mantenendo la nostra attenzione su ciò che accade all’interno degli altri, offriamo loro la possibilità di esplorare ed esprimere pienamente il loro io interiore. Soffocheremmo questo flusso se spostassimo troppo rapidamente l’attenzione sulla loro richiesta o sul nostro desiderio di esprimerci.

Comunicazione Non Violenta
Marshall Rosemberg

26/09/2025

🌸 3 livelli dell’Amore

🍼 1. Amore-Bisogno (infantile):
Spesso gli amori iniziano da qui, dal bisogno o dalla ferita infantile di essere visti:
- Chi ama? la Bambina / il Bambino interiore.
- Qual è la motivazione? “Ti amo perché tu mi vedi, tu mi salvi, tu mi riempi.”
- Qual è la dinamica? proiezione, dipendenza, paura dell’abbandono.
- Qual è il rischio? accontentarsi di briciole, svuotarsi, rivivere sempre la ferita.

💫 2. Amore-Coscienza (trasformativo)
- Chi ama? l’Adulto interiore che ha riconosciuto il proprio Bambino e quello dell’altro
- Qual è motivazione? “Ti amo perché insieme vediamo le ferite e impariamo a guarirle.”
- Qual è la dinamica? Ci si fa da specchio, si ritirano le proiezioni delle ombre e si pratica l’integrazione.
- Qual è il rischio? a volte è molto doloroso, perché l’altro diventa “il maestro” che ti mostra le tue ombre e viene visto come nemico, diventa quasi insopportabile, qui spesso si scappa, si può arrivare a lasciarsi e non procedere al livello successivo

🌈 3. Amore-Dono (maturo)
- Chi ama? l’Anima intera, che integra Bambino e Adulto.
- Qual è la motivazione? “Ti amo non per bisogno, ma perché la mia abbondanza trabocca. Io so amarmi, so amare il mio bambino, non chiedo a te di farlo. Condivido con te l’amore in più.”
- Qual è la dinamica? incontro tra due esseri che scelgono liberamente di condividere luce, ombre, crescita.
- Qual è il frutto? non briciole, ma nutrimento reciproco, fiducia, radicamento.

Tutti iniziamo dal livello 1
Insieme però si può crescere, se si entra nell’idea che la coppia serve proprio a questo, se ci si incontra, evidentemente, l’uno fa da specchio all’altro per ombre fino ad allora nascoste e che l’altro ci consente di guardare.

❤️‍🩹

07/09/2025

" Se si cerca sicurezza nel legame, questo diventa un investimento per ottenere conforto, quindi un’illusione. I rapporti sono molto incerti, questa è la loro grandezza; se vi cerchiamo sicurezza, ne ostacoliamo la funzione, con le relative conseguenze e disgrazie.” (J. Krishnamurti)

Molte persone entrano in una relazione con la speranza di trovare una sicurezza definitiva: qualcuno che non le abbandoni, che colmi ogni vuoto, che diventi garanzia contro la solitudine. È un desiderio umano e comprensibile. Tuttavia, come sottolinea Krishnamurti, quando trasformiamo la relazione in un mezzo per “ottenere sicurezza”, essa diventa un’illusione.
Ogni legame umano è per sua natura incerto: non possiamo prevedere il futuro né controllare i sentimenti e i comportamenti dell’altro. Questa incertezza, lungi dall’essere un difetto, rappresenta la grandezza del rapporto, perché lo rende vivo, dinamico, aperto al cambiamento.
Se cerchiamo in esso un’assicurazione contro la paura, rischiamo di soffocarlo con aspettative irrealistiche e di trasformarlo in una fonte continua di ansia.
La teoria dell’attaccamento ci aiuta a comprendere meglio questo processo. Secondo la teoria dell’attaccamento (Bowlby, Ainsworth e successivi):

●Attaccamento sicuro: nasce da esperienze infantili di cura coerente e affidabile. Chi lo sviluppa riesce a vedere la relazione come un luogo di sostegno reciproco, senza che essa diventi dipendenza.

●Attaccamento ansioso: porta a cercare nell’altro continue rassicurazioni. Qui la relazione diventa un terreno di paura: “ho bisogno di te per sentirmi al sicuro, ma non mi sento mai davvero tranquillo”. È esattamente ciò che Krishnamurti descrive:
" Quando l’insicurezza si trasforma in dipendenza… non esiste la sicurezza in un rapporto e la dipendenza genera solo timore.”

●Attaccamento evitante: per paura della dipendenza, si evita l’intimità e si rifugia nell’autonomia assoluta, privandosi della possibilità di un legame autentico.

●Attaccamento disorganizzato: l’esperienza di traumi porta a desiderare e temere al tempo stesso la vicinanza, generando relazioni contraddittorie e dolorose.
Krishnamurti aggiunge:
“ Senza la comprensione del processo della sicurezza e della paura, il legame diviene un ostacolo vincolante, un cammino verso l’ignoranza e, di conseguenza, tutta l’esistenza diviene lotta e dolore…”

Dal punto di vista psicologico, questo significa che se non riconosciamo i nostri schemi di attaccamento e i nostri meccanismi di paura, rischiamo di trasformare il legame in una prigione. La relazione non è più luogo di crescita, ma terreno di lotta continua.
Diventa dunque importante e fondamentale lavorare su questi schemi. La psicoterapia, la riflessione personale e l’educazione emotiva aiutano a:
■riconoscere i propri bisogni di attaccamento (paura dell’abbandono, difficoltà a fidarsi, bisogno eccessivo di conferme).

■Imparare a regolare le emozioni senza aspettare che l’altro le plachi.

■Trasformare la relazione da gabbia a spazio di incontro autentico.
✅️Quando costruiamo un senso di sicurezza interiore, la relazione smette di essere un’illusione e diventa un luogo in cui possiamo crescere insieme.
la sicurezza assoluta non esiste in nessun legame. Ciò che possiamo coltivare, invece, è una base sicura dentro di noi, fatta di autoconsapevolezza, fiducia e capacità di affrontare la paura.
Paradossalmente, solo quando smettiamo di chiedere alla relazione di proteggerci dall’incertezza, siamo davvero liberi di viverla.

🥴 Gastrite? Per la Nuova Medicina Germanica è il conflitto del boccone indigesto: una situazione che proprio non va giù....
21/08/2025

🥴 Gastrite? Per la Nuova Medicina Germanica è il conflitto del boccone indigesto: una situazione che proprio non va giù. Il corpo non è rotto. È perfetto. Ti sta parlando.

🌀 Non sei la tua emozione. Sei lo spazio che la attraversa. E che, attraversandola, si trasforma 💫
16/08/2025

🌀 Non sei la tua emozione. Sei lo spazio che la attraversa. E che, attraversandola, si trasforma 💫

💥 "C’è rabbia in me, ma non sono la mia rabbia." Diventa spazio che accoglie, non reazione che esplode. 🌿
08/08/2025

💥 "C’è rabbia in me, ma non sono la mia rabbia."
Diventa spazio che accoglie, non reazione che esplode. 🌿

L’Orfano vive in noi ogni volta che ci sentiamo trascurati. Anche da adulti. 👶🏻
26/07/2025

L’Orfano vive in noi ogni volta che ci sentiamo trascurati. Anche da adulti. 👶🏻

21/07/2025

𝐂𝐎𝐌𝐄 𝐅𝐀𝐑𝐄 𝐓𝐄𝐑𝐀𝐏𝐈𝐀
Risolvere nella vita pratica la situazione che ha scatenato la malattia o lavorare sulle emozioni per non recidivare

𝐋𝐚 𝐌𝐞𝐝𝐢𝐜𝐢𝐧𝐚 𝐆𝐞𝐫𝐦𝐚𝐧𝐢𝐜𝐚: 𝐈𝐥 𝐦𝐚𝐥𝐚𝐭𝐨 𝐜𝐨𝐦𝐞 𝐮𝐧𝐢𝐜𝐨 𝐭𝐞𝐫𝐚𝐩𝐞𝐮𝐭𝐚 𝐝𝐢 𝐬é 𝐬𝐭𝐞𝐬𝐬𝐨

Secondo la MEDICINA GERMANICA c'è un solo modo per fare terapia: risolvere il conflitto biologico che ha dato il via alla malattia.
È il soggetto e nessun altro che ha dato vita nel suo corpo alla malattia. Il soggetto attraverso le sue emozioni - di rabbia, di paura, di scontentezza - comunica al suo cervello che la situazione di vita che si sta trovando a vivere è insostenibile, superiore alle sue forze e alle sue capacità di sopportazione.

In natura l'animale ha solo il suo corpo per far fronte alle varie situazioni di vita, per sfuggire ai pericoli o per superare i vari ostacoli che la vita gli pone di fronte.
Avendo l'animale solo il suo corpo per uscire indenne da situazioni minacciose o pericolose per la sua sopravvivenza - l'animale tramite le sue emozioni (rabbia, paura, scontentezza, ecc) comunica al suo cervello e quindi al suo corpo che le sue qualità fisiche del momento non sono sufficienti per uscire indenne, per cavarsela senza gravi conseguenze dalla situazione di estremo pericolo in cui al momento si trova impigliato.

Il cervello ricevuto il messaggio dalla psiche ("il mio corpo non è abbastanza potente o non è adatto per affrontare con successo questa situazione di vita pericolosa") - messaggio che arriva al cervello sotto forma di potenti emozioni quali la rabbia, il rancore, la paura, la scontentezza, il malumore, la tristezza, ecc. - il cervello prontamente reagisce ordinando al corpo di trasformarsi, di alterarsi per dar modo all'animale, al soggetto, di avere uno strumento - il suo corpo - quanto più adatto, più idoneo possibile per affrontare e superare la situazione di pericolo, di minaccia alla sua sopravvivenza.
Il cervello quindi ordina all'organo, al tessuto corporeo, di potenziarsi, di migliorare la sua funzione, la sua prestazione, per permettere all'animale di combattere, di affrontare la situazione di pericolo che lo minaccia con più forza, con più energia in corpo.
Ovvero, il cervello in alcuni casi ordina al corpo di ridurre la sua funzione, di depotenziarsi, per non fare avvertire (non fare vedere, non fare sentire, non fare percepire) al soggetto una realtà che lo infastidisce, che non riesce a sopportare, che lo fa troppo soffrire (ad esempio attraverso la miopia, attraverso l'annebbiamento del corpo vitreo mediante cui il soggetto non vede più o non vede più distintamente una realtà che lo spaventa).

Riassumendo: il soggetto si trova ad affrontare una situazione di vita che non sa come risolvere, come fronteggiare (non si sente abbastanza forte o capace per fronteggiare una certa situazione di vita). Questa incapacità, questa inidoneità viene vissuta, viene esperita dal soggetto sottoforma di potenti emozioni: rabbia, paura, scontentezza, tristezza....tutti sentimenti che comunicano al cervello l'impotenza, l'incapacità del soggetto di reagire di fronte alla realtà che lo minaccia.

Ricevuto il messaggio il cervello si adopera per trasformare organi e tessuti del nostro corpo per adattarli alla nuova situazione di pericolo, di minaccia che stiamo vivendo.

Gli organi e i tessuti del nostro corpo - attraverso perdita cellulare o aumento cellulare - vengono quindi trasformati o alterati. Questa trasformazione ci permetterà - avendo adesso un corpo potenziato o riadattato alla nuova situazione - di affrontare con successo la situazione di pericolo che minaccia la nostra integrità o la nostra sopravvivenza.

Siamo stati noi a richiedere - attraverso le nostre emozioni - al nostro corpo di trasformarsi, di fare perdita cellulare (ulcera) o di fare aumento cellulare (tumore).

Non c'è stato indebolimento o fallimento del presunto sistema immunitario, non c'è stato impazzimento di cellule o assalto di agenti patogeni (presunti virus o batteri) al nostro organismo. La malattia siamo stati noi a richiederla al nostro corpo attraverso le nostre emozioni. Il corpo trasformandosi ha cercato di esaudire le nostre richieste, ha cercato di accontentarci potenziando o migliorando le funzioni dei nostri organi e tessuti.

Essendo stati noi a chiamare in vita la malattia con le nostre emozioni, comunicando al nostro corpo la nostra impotenza o inadeguatezza di fronte ad una situazione di vita...siamo soltanto noi che possiamo mettere fine alla malattia risolvendo il conflitto, cambiando emozioni, dando alle nostre emozioni un contenuto e una direzione diversi, opposti a quelle che hanno chiamato in vita la malattia.

Nessun medico, nessuna medicina, nessun farmaco, nessuna operazione può combattere o fare sparire la tua malattia. Sei soltanto tu e nessuno altro che può fare sparire la tua malattia. Sei tu che hai chiamato in vita la malattia con le tue emozioni, con la tua rabbia, con il tuo malumore, con le tue paure e insicurezze.

Fin quando queste emozioni continueranno a riempire, a sostare nella tua anima la malattia non sparirà, starà salda al suo posto. Per il nostro cervello ogni nostra emozione è un comando, una richiesta che noi facciamo al nostro corpo. Fin quando nella nostra anima ci saranno le stesse emozioni noi continueremo a fare al nostro corpo le stesse richieste. Le stesse richieste significano le stesse malattie, le stesse trasformazioni fisiche, la stessa alterazione di organi e tessuti.

Soltanto la risoluzione pratica del conflitto o la trasformazione delle nostre emozioni potranno quindi mettere la parola fine alla malattia.
Cambiando emozioni noi comunichiamo al nostro corpo che noi non abbiamo più bisogno delle sue trasformazioni o alterazioni. Che siamo di nuovo in grado di affrontare la realtà che ci destabilizzava. Ovvero che adesso stiamo vivendo un'altra realtà, stiamo vivendo in in nuovo ambiente, ambiente in cui ci troviamo perfettamente a nostro agio.

Una volta risolto il conflitto inizia la fase di riparazione dei nostri organi e tessuti: gli organi e tessuti che si erano alterati - che avevano fatto perdita cellulare o aumento cellulare - per permetterci di affrontare con successo la situazione pericolosa di vita - questi organi e tessuti vanno ora riparati, vanno ricostruiti, vanno reintegrati. I tumori (aumento cellulare) vengono smantellati, vengono degradati ad opera di funghi e micobatteri. Mentre le ulcere vengono riparate, vengono ricostruite.

Questa è la fase di guarigione. Fase che si presenta con dolori e disturbi vari, con febbre e debolezza. Tutti sintomi che indicano un processo di riparazione e quindi di guarigione in corso.

Questa fase - fase piena di dolori, di febbre e di disturbi vari - va affrontata con gioia, con sollievo, con contentezza, con spirito positivo: essa indica soltanto che finalmente ci siamo lasciati alle spalle un problema di vita irrisolvibile, un CONFLITTO che minacciava la nostra esistenza.

Non prendere o non vivere la malattia come qualcosa di positivo ma al contrario con sentimenti di rabbia, di scontentezza o di paura rischia di farci ricadere nel conflitto: significa che noi stiamo di nuovo comunicando al nostro cervello emozioni conflittuali, quelle stesse emozioni che avevano dato il via alla malattia, che avevano dato l'avvio alla trasformazione del nostro corpo.

Come dice il dottor Hamer: "non si può guarire la guarigione". Dolori, febbre e disturbi vari indicano un processo di guarigione in corso. Processo che deve fare il suo corso: gli organi e i tessuti che si erano trasformati durante la fase conflittuale per consentirti di affrontare con successo la situazione minacciosa di vita, adesso vanno riportati al loro stato di normalità, vanno reintegrati, vanno riparati. Questo processo non si può saltare, non si deve interrompere (altrimenti il tumore resterà al suo posto o l'ulcera non verrà riparata).

Nino Niandi

Indirizzo

Via Roma 80
Monopoli
70043

Orario di apertura

Lunedì 09:00 - 13:00
Martedì 15:30 - 19:30
Mercoledì 15:30 - 19:30
Giovedì 15:30 - 19:30
Venerdì 09:00 - 13:00

Telefono

+393408917117

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