12/01/2026
Filippo Duse
Non è solo influenza. È il sistema che cede.
Leggere articoli come quello pubblicato dal Mattino di Padova dovrebbe far riflettere tutti, al di là degli schieramenti e delle tifoserie politiche.
I sindacati lanciano l'allarme, ospedali come Schiavonia e Piove di Sacco sono sotto una pressione ormai insostenibile. E no, non è solo un “picco influenzale”. È l’effetto di una carenza cronica di personale che va avanti da anni e che oggi presenta il conto. Il sistema regge solo grazie ai sacrifici di medici, infermieri e operatori sanitari. Persone stremate, che continuano a garantire un servizio pubblico essenziale spesso oltre ogni limite ragionevole. In concreto significa,
barelle nei corridoi, stanze chiuse da anni riaperte in fretta come reparti, talvolta senza dotazioni adeguate, terapie intensive costantemente al limite della capienza. Questa è la fotografia reale di un servizio sanitario sottofinanziato e senza organico strutturale. Un sistema che funziona finché non viene messo alla prova, e che appena arriva uno stress un’influenza, una pandemia, un’emergenza mostra tutte le sue crepe.
La sanità è competenza delle Regioni, è vero. Ma la sanità è anche un grande tema nazionale, finanziamenti, contratti, stipendi, formazione e programmazione del personale si decidono a livello centrale. Pensare di risolvere tutto scaricando responsabilità è comodo, ma non è serio.
Si parla spesso di grandi riforme, di modelli, di annunci. Ma alla base manca ciò che conta davvero, le persone, lungimiranza, coraggio di dire dove si vuole andare....Senza personale non esiste sanità, non esiste prevenzione, non esiste emergenza che tenga. Accanto a questa emergenza silenziosa, lo stesso articolo racconta un’altra storia. Quella di Tiziano Miazzo, maestro per cinquant’anni, testimone della storia, riferimento per intere generazioni. Muore a 92 anni, dopo un’influenza. In un sistema più solido, più presente, più organizzato, la sua ultima malattia sarebbe stata gestita diversamente? Non lo sapremo mai. Ma la domanda resta, ed è legittima.
Sono due storie che si incrociano,
una parla di un presente che non regge più,
l’altra di una memoria che se ne va, quasi in silenzio. E qui serve dirlo con chiarezza, basta con la politica urlata.
La sanità non ha bisogno di slogan, ma di scelte. Non di annunci, ma di fatti.
Non si può più rimandare, né continuare a spingere i cittadini verso il privato perché il pubblico non riesce a reggere. Se c’è da intervenire, si intervenga davvero,
sugli stipendi, per rendere attrattivo il lavoro in sanità, sui percorsi di carriera, introducendo una vera meritocrazia,
sulle assunzioni, con una programmazione seria e non emergenziale.
Forse, invece di dividerci sull’ennesima polemica politica del giorno, dovremmo iniziare a farci tutti, cittadini, media, istituzioni, a livello regionale e nazionale domande più concrete e meno comode,
Perché si arriva sempre all’emergenza prima di intervenire?
Quando si programmeranno assunzioni strutturali nella sanità pubblica?
Come si può continuare a chiedere a chi lavora negli ospedali di fare sempre di più con sempre meno?
La sanità pubblica non è un tema ideologico. È un bene comune.
Vederla in queste condizioni dovrebbe farci arrabbiare, sì. Ma soprattutto dovrebbe spingerci a pretendere responsabilità condivise e azioni concrete, prima che la prossima barella in corridoio possa essere quella di qualcuno che amiamo.
Con rispetto
Filippo Duse