12/04/2025
Quando un nuovo paziente decide di entrare nella stanza della terapia, è come se sentisse il bisogno di lasciarsi alle spalle la solitudine della propria trama.
La psicoterapia rappresenta il luogo di incontro con l’altro, in cui poter portare silenzi, sospiri, sguardi, timori, lacrime, risate, gesti, espressioni e parole. Attraverso la parola si narra la propria storia di vita, si guarda se stessi, ripercorriamo dolori, difficoltà, conflitti, riaffiorano ricordi, luoghi, persone, ferite, bisogni frustrati e bisogni soddisfatti, portiamo la visione di sé, dell’altro, del gruppo come insieme, che sia quello della famiglia, della scuola, del mondo sportivo. Sulla poltrona di fronte a noi si trova il terapeuta, una persona curiosa, attenta, rispettosa, calma, empatica, offre ascolto e pone domande, che ci accompagnano a narrare se stessi e la propria storia.
Questa non è una cronaca dei fatti accaduti ma un processo di rielaborazione del proprio passato, processo che ha come obiettivo quello di conservare e sviluppare una storia e un’identità coerente.
Raccontandosi, ognuno di noi si racconta la propria identità: si guarda come il protagonista di un racconto significativo che non passa in rassegna una sequenza di fatti ma se li racconta con un ordine. Infatti, se vogliamo scrivere la nostra autobiografia o raccontare a qualcuno tutta la nostra vita, non facciamo mai una selezione casuale delle nostre esperienze, ma scegliamo certi eventi perché ci descrivono, dicono che tipo di persona siamo, oppure perché li sentiamo particolarmente significativi o perché ci aiutano a comunicare un’immagine della nostra vita coerente e accettabile.
Quando raccontiamo gli eventi della nostra vita scegliamo una versione, in una costruzione narrativa, che è sempre soggettiva.
James Hillman scriveva “non è tanto importante come abbiamo vissuto la nostra infanzia ma come l'abbiamo immaginata..."
Quando ascolto la maggior parte delle persone raccontarmi delle loro relazioni, posso vederle nel ruolo di “vittima” o di “carnefice” o di “salvatore”, questo vale anche per l’altro coinvolto nella dinamica.
E se io narro la mia versione soggettiva e l’altro ha la propria versione da raccontare?
Questo succede perché se è vero che gli eventi che ci accadono sono oggettivi, possiamo descriverli, il modo in cui li raccontiamo sono sempre frutto di una costruzione narrativa, una trama, che noi ricamiamo e amplifichiamo interpretando gli eventi.
Come esseri umani raccontiamo la nostra autobiografia partendo da dati oggettivi -gli eventi- ma aggiungendo un'interpretazione soggettiva.
Se ci ascoltiamo e ci osserviamo da fuori possiamo notare quali storie ci raccontiamo e raccontiamo agli altri, perché queste narrazioni influenzano la nostra vita e le nostre relazioni.
Le cose che ci accadono sono fatti oggettivi che creano la nostra realtà psicologica in base al racconto che noi scegliamo di farne.
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