24/02/2026
Gli eventi non sono buoni o cattivi, tollerabili o traumatici: è il significato che diamo loro a fare la differenza.
Due persone vivono la stessa esperienza: una la considera una sfida. L’altra la vive come una tragedia.
Cos’è che cambia? Non è l’evento in sé ad avere una connotazione positiva o negativa ma il significato che gli attribuiamo.
Lo psicologo Richard Lazarus, con la sua teoria dello stress appraisal, ha dimostrato che non è l’evento a generare automaticamente stress, ma la valutazione che ne facciamo:
Valutazione primaria → “È una minaccia o una sfida?”
Valutazione secondaria → “Ho le risorse per affrontarla?”
Se percepisco di non avere risorse, l’evento diventa schiacciante. Se sento di poterlo gestire, può persino diventare occasione di crescita.
Secondo Aaron T. Beck non sono i fatti a determinare le nostre emozioni, ma le interpretazioni che ne diamo:
Non è “mi hanno criticato” → mi sento inutile.
È “se mi criticano significa che valgo poco” → ecco che nasce la sofferenza.
Anche nel campo del trauma si parla di soggettività, a livello di tolleranza e risorse e motive, ad esempio. Bessel van der Kolk, autore di The Body Keeps the Score, spiega che un evento diventa traumatico quando supera la nostra capacità di integrazione emotiva.
Non esiste quindi una lista universale di eventi traumatici né tantomeno un “traumometro”
Conta: la storia personale, le risorse cognitive ed emotive, le esperienze pregresse, il supporto ricevuto – soprattutto nell’età dello sviluppo -
Quindi tutto è relativo? No, quanto detto fin ora non significa negare l’esistenza di eventi oggettivamente gravi.
Significa riconoscere che la risposta psicologica è sempre mediata dalla nostra storia, dalla nostra personalità e dalle nostre risorse.
L’evento è il fatto. Il significato è la narrazione che costruiamo. E quella narrazione può essere compresa, esplorata e, in parte, trasformata.
Ti è mai capitato di riguardare un evento del passato e attribuirgli oggi un significato completamente diverso?