18/04/2026
Oggi mi sono imbattuta in una frase di Khalil Gibram “I vostri figli non sono i vostri figli. Sono i figli e le figlie della brama che la Vita ha di sé. Essi non provengono da voi, ma per tramite vostro, e benché stiano con voi non vi appartengono”
È una frase che può spiazzare.
Perché tocca qualcosa di molto profondo.
Un figlio nasce molto prima di ve**re al mondo. Nasce nel momento in cui lo immaginiamo, lo desideriamo, lo pensiamo.
Poi c’è l’attesa, la gravidanza, il tempo che lo porta verso di noi.
E infine la nascita.
E allora viene quasi naturale chiedersi:
come può non essere “nostro”?
Eppure, come scrive Khalil Gibran,
“non vi appartengono.”
Possiamo amarli.
Sostenerli.
Accompagnarli.
Ma non possiamo pensare al posto loro.
Non possiamo vivere al posto loro.
“Potete dar loro il vostro amore ma non i vostri pensieri.”
Forse è proprio qui il passaggio più delicato:
accettare che abbiano una strada che non coincide con la nostra.
Che crescano, cambino, si allontanino.
Perché il processo di crescita non riguarda solo i figli.
Riguarda anche i genitori.
Il processo di individuazione e separazione è reciproco: mentre il figlio diventa sé stesso, il genitore impara, poco alla volta, a lasciarlo andare.
E forse è proprio questo il movimento più difficile… e più necessario.