27/02/2026
La scorsa settimana in studio, una persona ha iniziato il colloquio raccontandomi di aver utilizzato ChatGPT come confidente in un momento di solitudine, per confrontarsi su alcune situazioni personali.
È stato un momento intenso.
Mi hanno attraversato emozioni contrastanti: timore, curiosità, perfino una forma di condivisione. Per un istante ho sentito come se qualcosa dentro di me si irrigidisse di fronte alla sensazione – fugace ma potente – di sentirmi sostituibile.
È stato un passaggio rapido, ma significativo.
Poi ho cercato di ritrovare la mia funzione di ascolto e qualcosa è cambiato.
Con questa persona abbiamo lavorato sui suoi “perché”, sui bisogni che l’avevano portata lì, su ciò che quell’esperienza aveva rappresentato per lei.
Ho sentito che non era importante contrapporre umano e tecnologia, ma comprendere cosa aveva cercato, cosa aveva trovato, e cosa invece sentiva ancora mancare.
Durante il resto della giornata ho continuato a riflettere sull’impatto che questo incontro ha avuto su di me, perché l’Intelligenza Artificiale oggi entra nelle case, nelle relazioni, nei momenti di solitudine e inevitabilmente entra anche nei nostri studi.
Credo che, come professionisti, non possiamo sottrarci a riflessioni su questo tema.
Non si tratta di competizione, ma di funzione.
Non si tratta di sostituibilità, ma di specificità.
Che cosa cerca una persona quando si affida a uno strumento digitale?
E che cosa, invece, cerca quando si rivolge a un essere umano?
Qual è la differenza tra ricevere risposte e sentirsi pensati?
Come cambia la nostra identità professionale in un tempo in cui la parola può essere generata, ma la relazione no?
Forse il punto non è se l’Intelligenza Artificiale entrerà nel lavoro clinico — perché è già qui.
La domanda è: come vogliamo starci noi?