25/01/2026
È incredibile doverlo dire nel 2026 ma evidentemente non è ancora chiaro.
Qui non stiamo discutendo di sensibilità diverse o di interpretazioni poetiche della realtà.
Qui si parla di diritti umani, di corpi, di dignità, di violenza.
Fino a poco tempo fa sembrava che qualcosa si fosse finalmente mosso nella direzione giusta. Il Parlamento italiano stava provando a riconoscere una verità semplice, quasi disarmante nella sua chiarezza: se non c’è un sì libero, esplicito e attuale, non può esserci alcun rapporto sessuale. C’è solo violenza.
Non era un’idea radicale né una bandiera ideologica, era l’allineamento alla Convenzione di Istanbul, agli standard europei, a un principio giuridico elementare che spostava finalmente il centro della questione sulla volontà della persona.
Poi è successo qualcosa di profondamente inquietante.
La parola consenso è stata cancellata. Al suo posto è rimasto un concetto vago, scivoloso, pericoloso: il "dissenso da valutare nel contesto". Tradotto significa una cosa sola: se non hai reagito nel modo giusto, se non hai detto no abbastanza forte, se non ti sei difesa come qualcuno si aspettava, allora forse non era davvero violenza.
È una regressione che non ha nulla di tecnico, è unicamente culturale, è politica, è una scelta precisa che rimette sulle spalle delle vittime il peso della prova. Non basta più non volerlo, bisogna dimostrare come e quanto non lo si voleva.
Questa riscrittura porta la firma di Giulia Bongiorno ed è stata depositata in Senato con il sostegno di esponenti della maggioranza. Un testo che stravolge un impianto che alla Camera aveva raccolto consenso unanime e che nasceva da un accordo trasversale. Non un capriccio dunque ma un punto di civiltà condiviso.
In questa nuova versione compaiono anche pene più lievi nei casi definiti di “minore gravità”, un’espressione che suona come un insulto e che mi fa attorcigliare lo stomaco. Non esistono violenze di serie B, non esistono traumi riducibili a percentuale, non esiste un dolore che possa essere pesato con il bilancino del codice penale. La legge dovrebbe proteggere chi è più esposto, non offrire scorciatoie a chi cerca alibi e non dovrebbe chiedere alle vittime, mai, di fare e dire le cose giuste mentre sopravvivono.
Chi ha lottato per il principio del sì non ha chiesto privilegi, ma ha chiesto una regola chiara, comprensibile, umanamente giusta. Sostituire il consenso con il dissenso non è un compromesso politico, è una resa, è dire alle donne e alle persone vulnerabili che non basta dire no, che devono farlo nel modo corretto, con il tono giusto, nel momento giusto, che quel no lo devono dimostrare, che poi qualcuno valuterà il contesto, proprio come è già successo troppe volte con l’abbigliamento, con la vita privata, con le abitudini.
Ed è qui che cade ogni maschera.
Perché questa non è una legge difficile da capire. È una clamorosa caxxata proprio perché è chiarissima nelle sue conseguenze. Senza un sì esplicito non dovrebbe esistere alcun dubbio. Tutto il resto è violenza. Tutto il resto dovrebbe essere punito senza ambiguità.
Senza quel principio non siamo nella giustizia.
E allora una domanda diventa inevitabile.
Dove sono finite tutte quelle persone che fino a ieri ridevano del consenso. Quelle che ironizzavano chiedendo se servisse un contratto firmato, una dichiarazione autenticata, una marca da bollo prima di un rapporto. Ridevano. Minimizzavano. Trasformavano una questione di diritti in una battuta da bar.
Oggi quel paradosso è diventato realtà.
Non serve più dimostrare il sì. Ora bisogna dimostrare il no.
Alle donne stuprate viene chiesto di rendere visibile il proprio dissenso, di provarlo, di renderlo conforme alle aspettative di chi giudica. Non basta non volere. Bisogna dimostrarlo bene.
Mi chiedo se davvero vi rassicura un sistema in cui il corpo di una donna non è più tutelato da un principio chiaro ma affidato a una valutazione successiva, a un dubbio, a un’interpretazione.
Servirà un registratore? Un video? Una prova audio? Una chat salvata in tempo reale mentre si ha paura, mentre il corpo si blocca, mentre la mente entra in quella paralisi che la psicologia conosce perfettamente ma che il diritto continua ostinatamente a ignorare?
Perché il punto è questo ed è brutale nella sua semplicità. Chi subisce violenza spesso non urla, non reagisce, non scappa.
Il silenzio non è consenso, talvolta è solo sopravvivenza, talvolta è solo terrore.
Una legge fondata sul dissenso non tutela. Espone.
Non protegge. Interroga.
Non crede. Sospetta.
Questo non è progresso.
È un passo indietro rumoroso, pericoloso, profondamente ingiusto. Lo ha detto con lucidità anche il presidente del Tribunale di Milano Fabio Roia: questo testo mortifica le vittime e rappresenta un arretramento culturale e nella tutela reale.
E quando una legge smette di proteggere chi subisce e inizia a tranquillizzare chi teme di essere chiamato a rispondere, allora non è più una legge giusta. È solo l’ennesima occasione persa.
Questa non è prudenza giuridica.
È arretramento culturale e istituzionale.
Perché senza un sì chiaro non c’è libertà.
Senza consenso non c’è scelta.
E quando lo Stato smette di dirlo con forza, sta scegliendo da che parte stare.......E non è dalla parte delle vittime.
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