Associazione Sabine

Associazione Sabine L'Associazione Sabine ha sede a Montignoso, in Via Carlo Sforza n. 58.

Il nostro numero di telefono attivo h. 24 é 329.1286257
Orario di apertura: lun 10:30-16:30/ mar 10:30-19:00, mer 10:30-16;30/ giov 10:30-19:30, ven 10:30- 16:30 Associazione Sabine è principalmente uno sportello d’ascolto e un punto di accoglienza per donne e minori vittime di soprusi e abusi. L’attività delle nostre volontarie avviene in stretta collaborazione con i servizi psico-socio-sanitari ed educativi del territorio che sono coordinati da psicologhe, professioniste, legali, assistenti sociali, una ginecologa e una nutrizionista. Offriamo consulenze psicologiche e legali, ascolto telefonico, colloqui su appuntamento, campagne di sensibilizzazione, formazione e aggiornamento, gruppi di aiuto, mediazione linguistica.

25/01/2026

È incredibile doverlo dire nel 2026 ma evidentemente non è ancora chiaro.
Qui non stiamo discutendo di sensibilità diverse o di interpretazioni poetiche della realtà.
Qui si parla di diritti umani, di corpi, di dignità, di violenza.
Fino a poco tempo fa sembrava che qualcosa si fosse finalmente mosso nella direzione giusta. Il Parlamento italiano stava provando a riconoscere una verità semplice, quasi disarmante nella sua chiarezza: se non c’è un sì libero, esplicito e attuale, non può esserci alcun rapporto sessuale. C’è solo violenza.
Non era un’idea radicale né una bandiera ideologica, era l’allineamento alla Convenzione di Istanbul, agli standard europei, a un principio giuridico elementare che spostava finalmente il centro della questione sulla volontà della persona.
Poi è successo qualcosa di profondamente inquietante.
La parola consenso è stata cancellata. Al suo posto è rimasto un concetto vago, scivoloso, pericoloso: il "dissenso da valutare nel contesto". Tradotto significa una cosa sola: se non hai reagito nel modo giusto, se non hai detto no abbastanza forte, se non ti sei difesa come qualcuno si aspettava, allora forse non era davvero violenza.
È una regressione che non ha nulla di tecnico, è unicamente culturale, è politica, è una scelta precisa che rimette sulle spalle delle vittime il peso della prova. Non basta più non volerlo, bisogna dimostrare come e quanto non lo si voleva.
Questa riscrittura porta la firma di Giulia Bongiorno ed è stata depositata in Senato con il sostegno di esponenti della maggioranza. Un testo che stravolge un impianto che alla Camera aveva raccolto consenso unanime e che nasceva da un accordo trasversale. Non un capriccio dunque ma un punto di civiltà condiviso.
In questa nuova versione compaiono anche pene più lievi nei casi definiti di “minore gravità”, un’espressione che suona come un insulto e che mi fa attorcigliare lo stomaco. Non esistono violenze di serie B, non esistono traumi riducibili a percentuale, non esiste un dolore che possa essere pesato con il bilancino del codice penale. La legge dovrebbe proteggere chi è più esposto, non offrire scorciatoie a chi cerca alibi e non dovrebbe chiedere alle vittime, mai, di fare e dire le cose giuste mentre sopravvivono.
Chi ha lottato per il principio del sì non ha chiesto privilegi, ma ha chiesto una regola chiara, comprensibile, umanamente giusta. Sostituire il consenso con il dissenso non è un compromesso politico, è una resa, è dire alle donne e alle persone vulnerabili che non basta dire no, che devono farlo nel modo corretto, con il tono giusto, nel momento giusto, che quel no lo devono dimostrare, che poi qualcuno valuterà il contesto, proprio come è già successo troppe volte con l’abbigliamento, con la vita privata, con le abitudini.
Ed è qui che cade ogni maschera.
Perché questa non è una legge difficile da capire. È una clamorosa caxxata proprio perché è chiarissima nelle sue conseguenze. Senza un sì esplicito non dovrebbe esistere alcun dubbio. Tutto il resto è violenza. Tutto il resto dovrebbe essere punito senza ambiguità.
Senza quel principio non siamo nella giustizia.
E allora una domanda diventa inevitabile.
Dove sono finite tutte quelle persone che fino a ieri ridevano del consenso. Quelle che ironizzavano chiedendo se servisse un contratto firmato, una dichiarazione autenticata, una marca da bollo prima di un rapporto. Ridevano. Minimizzavano. Trasformavano una questione di diritti in una battuta da bar.
Oggi quel paradosso è diventato realtà.
Non serve più dimostrare il sì. Ora bisogna dimostrare il no.
Alle donne stuprate viene chiesto di rendere visibile il proprio dissenso, di provarlo, di renderlo conforme alle aspettative di chi giudica. Non basta non volere. Bisogna dimostrarlo bene.
Mi chiedo se davvero vi rassicura un sistema in cui il corpo di una donna non è più tutelato da un principio chiaro ma affidato a una valutazione successiva, a un dubbio, a un’interpretazione.
Servirà un registratore? Un video? Una prova audio? Una chat salvata in tempo reale mentre si ha paura, mentre il corpo si blocca, mentre la mente entra in quella paralisi che la psicologia conosce perfettamente ma che il diritto continua ostinatamente a ignorare?
Perché il punto è questo ed è brutale nella sua semplicità. Chi subisce violenza spesso non urla, non reagisce, non scappa.
Il silenzio non è consenso, talvolta è solo sopravvivenza, talvolta è solo terrore.
Una legge fondata sul dissenso non tutela. Espone.
Non protegge. Interroga.
Non crede. Sospetta.
Questo non è progresso.
È un passo indietro rumoroso, pericoloso, profondamente ingiusto. Lo ha detto con lucidità anche il presidente del Tribunale di Milano Fabio Roia: questo testo mortifica le vittime e rappresenta un arretramento culturale e nella tutela reale.
E quando una legge smette di proteggere chi subisce e inizia a tranquillizzare chi teme di essere chiamato a rispondere, allora non è più una legge giusta. È solo l’ennesima occasione persa.
Questa non è prudenza giuridica.
È arretramento culturale e istituzionale.
Perché senza un sì chiaro non c’è libertà.
Senza consenso non c’è scelta.
E quando lo Stato smette di dirlo con forza, sta scegliendo da che parte stare.......E non è dalla parte delle vittime.

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22/01/2026

Di orfani di femminicidio si parla poco.
Troppo poco. Come se il loro dolore fosse un’appendice fastidiosa, una nota a margine da archiviare in fretta perché disturba la narrazione comoda delle emergenze urlate e delle promesse solenni. Eppure sono lì, bambini e bambine che in un solo istante perdono tutto: la madre, il padre, la casa, la quotidianità, il senso stesso di sicurezza. A volte perdono anche l’infanzia perché assistere alla violenza non è un dettaglio ma una frattura che ti accompagna per la vita intera. Lo Stato li chiama “orfani speciali”. Speciali però solo nel nome, perché nella realtà diventano invisibili.
Non esiste nemmeno un registro che dica chi sono, quanti sono, dove vivono, come stanno. Nessuno sa se le famiglie che li accolgono abbiano i mezzi per mantenerli, se conoscano i loro diritti, se sappiano come affrontare un trauma che non assomiglia a nessun altro. Nessuno controlla se ricevono aiuto psicologico, se qualcuno li accompagna nel dolore.
Il paradosso è feroce: chi uccide può avere accesso a un supporto psicologico, chi resta no. Le vittime collaterali devono arrangiarsi, pagare, anticipare, sperare in un rimborso che arriva solo “fino a esaurimento fondi”. Come se il trauma avesse una scadenza di bilancio.
La psicoterapia dovrebbe essere il minimo, invece diventa un privilegio.
Prima devi trovare da solo uno specialista, poi devi pagarlo, poi devi conservare gli scontrini, poi devi aspettare..... e se non hai soldi da anticipare semplicemente resti senza cure. Se vivi in un territorio dove non ci sono professionisti formati sul trauma da femminicidio resti comunque solo. Intanto quei bambini crescono con domande enormi, con notti che non dormono e con paure che nessuno vede.
Non basta “essere seguiti”, serve competenza vera. Eppure molti professionisti non se la sentono di lavorare con questi minori perché fanno paura, perché il dolore che portano è troppo grande. Anche questo è un fallimento collettivo, perché uno Stato degno di questo nome dovrebbe formare, sostenere, costruire équipe specializzate capaci di accompagnarli almeno fino alla maggiore età.
Invece no, si delega tutto alle famiglie, alle nonne, alle zie, agli zii che mentre piangono devono dimostrare di essere forti, stabili, economicamente solidi, emotivamente integri. Devono dimostrare di non essere troppo feriti, di non soffrire “troppo”, come se il dolore fosse una colpa. Persino adottare un bambino rimasto senza madre e senza padre può richiedere anni, anni di perizie, valutazioni, attese estenuanti anche quando chi chiede di accoglierlo è un familiare, anche quando quel bambino non ha più nulla. La vittima deve provare di non essere vittima. Questo è forse l’aspetto più crudele. E mentre si parla di tutela, le famiglie si trovano davanti a scene che non dovrebbero mai esistere. Dover pagare persino per ripulire il sangue. Dover trasformare l’orrore in una fattura. Come se la violenza non fosse già abbastanza. Ogni femminicidio accende per qualche giorno l’indignazione pubblica. Politici che invocano pene più dure, slogan, proclami. Poi il silenzio. Nessun investimento reale sulla prevenzione, nessuna educazione strutturale, nessun lavoro profondo sulle radici culturali della violenza. Perché la violenza maschile contro le donne non nasce dal nulla ma V ive in una cultura che la normalizza ogni giorno, nelle disuguaglianze, nel possesso, nell’idea che una donna sia ancora qualcosa da controllare. Dentro questo contesto alcuni uomini sviluppano veri e propri crolli psichici. Non sono mostri, non folli nel senso cinematografico, ma persone che non hanno mai imparato a separarsi, a reggere la perdita, a stare nel limite. Quando la donna dice “basta” per loro è un collasso identitario. E così uccidono.
A pagare però non sono solo le donne ma anche i figli, sempre loro, i più silenziosi, i P iù dimenticati. Eppure quelle ferite possono essere curate, con tempo, con presenza, con ascolto, con verità. Perché ai bambini la verità va detta, con parole adatte all’età ma senza menzogne. Tutti devono stare dentro la stessa storia. Le storie spezzate generano solo altra solitudine. Molti di questi bambini crescono troppo in fretta. Diventano incredibilmente maturi, saggi loro malgrado. Portano sulle spalle domande che nessun bambino dovrebbe avere. Il lavoro è aiutarli a integrare ciò che è successo nella loro vita senza esserne schiacciati, senza cancellarlo, senza far finta che non sia mai esistito. Trovare un equilibrio fragile tra un prima e un dopo.
Questo dovrebbe fare lo Stato.
Proteggere. Accompagnare. Restare.
Invece troppo spesso si volta dall’altra parte. E allora restiamo noi: le famiglie, i centri antiviolenza, le reti informali, le persone che non accettano l’idea che questi bambini siano solo un effetto collaterale. Gli orfani di femminicidio non sono il futuro. Sono il presente che stiamo tradendo ogni giorno. E finché continueremo a dimenticarli, nessuna legge potrà dirsi davvero giusta.

"Noi, un gruppo di femministe iraniane, in un momento in cui la Repubblica Islamica ha interrotto internet e tutti i can...
18/01/2026

"Noi, un gruppo di femministe iraniane, in un momento in cui la Repubblica Islamica ha interrotto internet e tutti i canali di comunicazione con il mondo esterno, mentre porta avanti un massacro brutale di manifestanti, tendiamo le nostre mani alle femministe in tutto il mondo.
Chiediamo alla società civile globale e alle femministe di essere al fianco del Popolo iraniano e di usare tutti i mezzi indipendenti nazionali e internazionali disponibili per fermare la macchina di morte e repressione del regime.
Nel dicembre 2025, il Popolo iraniano è sceso nelle strade non solo per protestare contro la devastante situazione economica del Paese, ma anche per rifiutare l'autoritarismo del regime al potere. Il Popolo iraniano ha a lungo dichiarato che un genuino cambiamento è impossibile senza una trasformazione delle strutture politiche del Paese. Ha preteso chiaramente e coraggiosamente il rovesciamento della Repubblica Islamica.
Molte della manifestanti di oggi sono Ie stesse persone che sono scese nelle strade durante la rivolta "Donna, Vita, Libertà" del 2022, così come nelle precedenti manifestazioni pacifiche nel 2017 e 2019, durante le quali hanno avanzato le medesime richieste.
Nonostante l'interruzione a livello nazionale di internet e l'isolamento del Paese, le notizie dall'interno dell'iran parlano di uccisioni diffuse e arresti di massa di manifestanti in diverse città. Sebbene il numero esatto delle vittime resti sconosciuto, le testimonianze di pesanti sparatorie sulla manifestanti, di corpi accumulati nelle strade, e dello stato di sovraffollamento degli ospedali e degli obitori, rivelano l'entità del massacro in corso.
Secondo i media e le organizzazionı delle società civili iraniane, il numero di persone uccise nelle proteste è nell'ordine di migliaia.
Le forze di sicurezza hanno fatto irruzione negli ospedali, rapito manifestanti feriti e rifiutato di consegnare i corpi delle persone uccise alle famiglie; questi atti
smascherano la nuda violenza del governo iraniano. Nel mentre, minacce ufficiali da parte delle autorità statali hanno fatto temere esecuzioni extragiudiziali su larga scala dei detenuti e delle detenute.
Mentre la violenta repressione continua, siamo profondamente preoccupate che le voci delle persone manifestanti vengano silenziate. Sebbene le potenze internazionali e alcuni gruppi di opposizione politica agiscano ciascuno secondo le proprie priorità e interpretazioni degli "interessi del
Popolo iraniano" è fondamentale
restituire la diversità e la molteplicità delle voci nella società iraniana.
Amplificare queste diverse prospettive è essenziale nella lotta per la realizzazione delle richieste del Popolo.
Come femministe, ci opponiamo fermamente a qualsiasi tentativo organizzato, specialmente violento, di imporre una singola visione sul presente e sul futuro dell'lran. Crediamo che la strada verso una società libera passi solo attraverso l'ascolto e l'accettazione della pluralità delle voci del nostro Paese.
Alziamo le nostre voci per affermare che il movimento nato nel 2022 - sotto lo slogan progressista "Donna, Vita, Libertà", un movimento che ha unito la emarginata e la silenziata al crocevia dell'oppressione, é ancora vivo.
Come parte della società civile iraniana, ci immaginiamo un futuro che sia libero, inclusivo, prospero, democratico, laico e impegnato a favore della giustizia, dei diritti umani e dell'uguaglianza di genere. Speriamo in uno spazio in cui tutta la popolazione iraniana possa esprimere liberamente le proprie rivendicazioni e aspirazioni per il futuro del proprio Paese, e in cui possa finalmente avvenire una transizione pacifica e democratica lontana dal regime repressivo della Repubblica Islamica.
Affinché questa transizione democratica diventi realtà, immaginiamo voi - tutte le femministe del mondo - unire le vostre forze con noi in un orizzonte che sia il più ampio possibile, uno spazio talmente esteso da includere l'intera umanità, così da non essere lasciata sola in questa lotta.
Vi chiediamo di:
• esercitare una costante pressione sulla politica per il rispetto dei diritti umani e per fermare immediatamente le uccisioni e la repressione in Iran.
• richiedere urgentemente e con serietà il ripristino dell'accesso illimitato a internet e alle comunicazioni telefoniche per le persone in Iran.
• amplificare le diverse voci della manifestanti, soprattutto delle donne e dei gruppi marginalizzati, in modo più preciso possibile.
Se femminismo significa opporsi alla violenza, alla tirannia e all'ingiustizia, allora oggi l'Iran è uno dei principali terreni di lotta femminista".

Collettivo di Femministe Iraniane della Diaspora.

Nel 1953 un uomo con una tonaca e una linea telefonica fece qualcosa che allora sembrava quasi improprio. Chad Varah, re...
10/01/2026

Nel 1953 un uomo con una tonaca e una linea telefonica fece qualcosa che allora sembrava quasi improprio. Chad Varah, rettore di St Stephen Walbrook, mise un numero sul giornale e disse una cosa semplice e scandalosa allo stesso tempo: se stai pensando di farla finita o se non ce la fai più chiama. Parla. Non prometteva soluzioni, non vendeva speranze in saldo. Offriva una voce.
Il telefono fino a quel momento era stato uno strumento per organizzare il mondo, chiamare l’ufficio, la famiglia, il medico. Varah lo piegò in un’altra direzione. Lo trasformò in una fessura nel muro dell’isolamento. Da lì poteva passare qualcosa di minuscolo ma decisivo: essere ascoltati.
Quando i primi volontari iniziarono a rispondere ventiquattr’ore su ventiquattro non sapevano che stavano inaugurando una nuova forma di cura. Nessun camice, nessuna cartella clinica. Solo orecchie, tempo e una disponibilità radicale a restare. A restare anche quando la voce dall’altra parte tremava, si spezzava o non sapeva neppure cosa dire.
È questo che rende quel telefono, oggi al Museo della Scienza, molto più di un oggetto. Non è solo un apparecchio. È una soglia. Ha raccolto segreti, paure, pensieri che non avevano trovato casa altrove. Dentro quelle cornetta c’è passato il lato più fragile e più vero di migliaia di persone. E ogni volta qualcuno dall’altra parte ha detto senza dirlo: io sono qui.
I Samaritani nascono così, da un gesto che sembra piccolo e invece cambia la geografia emotiva di una città e poi di un paese intero. Perché quando sai che esiste un numero che puoi comporre nel cuore della notte qualcosa si sposta. Non sei più solo in modo assoluto. C’è una possibilità, sottile ma reale.
Oggi guardiamo quel telefono come si guarda un reperto. Ma in realtà lui guarda noi. Ci ricorda che la tecnologia non è mai neutra, prende la forma dell’intenzione che la guida. In questo caso è diventata una mano tesa. Una voce che non giudica. Un silenzio che sa accogliere.
Forse è questo il vero miracolo del 1953. Non l’invenzione di un servizio ma l’idea che ascoltare possa salvare. Non sempre la vita, certo, ma almeno quel momento. E a volte un momento è tutto ciò che serve per non scomparire.

09/01/2026
Le donne del 2025...
27/12/2025

Le donne del 2025...

Chi sono le donne che si sono distinte in questo 2025? Il racconto delle giornaliste e dei giornalisti del Corriere della Sera

La violenza di genere non è sempre evidente. Spesso è silenziosa, quotidiana, si insinua nelle relazioni, nel lavoro, ne...
20/12/2025

La violenza di genere non è sempre evidente. Spesso è silenziosa, quotidiana, si insinua nelle relazioni, nel lavoro, negli sguardi e nelle parole. Ci hanno insegnato a sopportare, a tacere, a coprire, a pensare che sia normale. Non lo è.

Se stai vivendo una situazione di violenza da parte dell’uomo che credi di amare, sul lavoro o anche da parte di sconosciuti, sappi che non sei sola. Esiste supporto, esiste ascolto, esiste una via d’uscita. È possibile tornare a respirare.

E se conosci una donna in difficoltà, un’amica, una persona che ami o anche solo qualcuno che sai essere fragile in questo momento, puoi fare la differenza. Il silenzio isola, la rete protegge.

Chiamaci. Insieme possiamo fare molto. Insieme possiamo cambiare le cose.

+39 329 1286257

16/12/2025

🎅 “Non sarò mai abbastanza cinico da smettere di credere che il mondo possa essere migliore di com’è ma non sarò neanche tanto stupido da credere che il mondo possa crescere se non parto da me.” B.S

09/12/2025

Il 5 dicembre, sull’isola di Kish, in Iran, migliaia di persone hanno corso insieme e tra loro duemila donne hanno scelt...
08/12/2025

Il 5 dicembre, sull’isola di Kish, in Iran, migliaia di persone hanno corso insieme e tra loro duemila donne hanno scelto di farlo a testa alta. Molte senza velo, senza paura e senza chiedere il permesso di esistere come vogliono. Hanno trasformato una maratona in un atto di libertà, in un gesto che dice: il corpo è mio, il passo è mio, la strada è mia.
Le autorità hanno reagito come spesso accade quando il coraggio supera i confini imposti. Hanno arrestato un funzionario e un organizzatore, cercando di riportare tutto nel recinto delle “regole tradizionali”.
Ma quello che resta sono le immagini di ragazze che corrono leggere e determinatissime. E quel messaggio arriva forte a tutte noi: ogni volta che una donna sfida un divieto ingiusto, anche dall’altra parte del mondo, allarga un po’ il respiro di tutte.
A volte basta un passo per ricordarci quanto lontano può arrivare una donna quando decide di correre nella direzione della propria libertà.

07/12/2025

Indirizzo

Via Carlo Sforza N. 58
Montignoso
54038

Orario di apertura

Lunedì 10:30 - 16:30
Martedì 10:30 - 15:00
17:30 - 17:00
Mercoledì 10:30 - 17:00
Giovedì 10:30 - 14:30
Venerdì 10:30 - 14:30
16:00 - 20:00

Telefono

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