22/01/2026
Di orfani di femminicidio si parla poco.
Troppo poco. Come se il loro dolore fosse un’appendice fastidiosa, una nota a margine da archiviare in fretta perché disturba la narrazione comoda delle emergenze urlate e delle promesse solenni. Eppure sono lì, bambini e bambine che in un solo istante perdono tutto: la madre, il padre, la casa, la quotidianità, il senso stesso di sicurezza. A volte perdono anche l’infanzia perché assistere alla violenza non è un dettaglio ma una frattura che ti accompagna per la vita intera. Lo Stato li chiama “orfani speciali”. Speciali però solo nel nome, perché nella realtà diventano invisibili.
Non esiste nemmeno un registro che dica chi sono, quanti sono, dove vivono, come stanno. Nessuno sa se le famiglie che li accolgono abbiano i mezzi per mantenerli, se conoscano i loro diritti, se sappiano come affrontare un trauma che non assomiglia a nessun altro. Nessuno controlla se ricevono aiuto psicologico, se qualcuno li accompagna nel dolore.
Il paradosso è feroce: chi uccide può avere accesso a un supporto psicologico, chi resta no. Le vittime collaterali devono arrangiarsi, pagare, anticipare, sperare in un rimborso che arriva solo “fino a esaurimento fondi”. Come se il trauma avesse una scadenza di bilancio.
La psicoterapia dovrebbe essere il minimo, invece diventa un privilegio.
Prima devi trovare da solo uno specialista, poi devi pagarlo, poi devi conservare gli scontrini, poi devi aspettare..... e se non hai soldi da anticipare semplicemente resti senza cure. Se vivi in un territorio dove non ci sono professionisti formati sul trauma da femminicidio resti comunque solo. Intanto quei bambini crescono con domande enormi, con notti che non dormono e con paure che nessuno vede.
Non basta “essere seguiti”, serve competenza vera. Eppure molti professionisti non se la sentono di lavorare con questi minori perché fanno paura, perché il dolore che portano è troppo grande. Anche questo è un fallimento collettivo, perché uno Stato degno di questo nome dovrebbe formare, sostenere, costruire équipe specializzate capaci di accompagnarli almeno fino alla maggiore età.
Invece no, si delega tutto alle famiglie, alle nonne, alle zie, agli zii che mentre piangono devono dimostrare di essere forti, stabili, economicamente solidi, emotivamente integri. Devono dimostrare di non essere troppo feriti, di non soffrire “troppo”, come se il dolore fosse una colpa. Persino adottare un bambino rimasto senza madre e senza padre può richiedere anni, anni di perizie, valutazioni, attese estenuanti anche quando chi chiede di accoglierlo è un familiare, anche quando quel bambino non ha più nulla. La vittima deve provare di non essere vittima. Questo è forse l’aspetto più crudele. E mentre si parla di tutela, le famiglie si trovano davanti a scene che non dovrebbero mai esistere. Dover pagare persino per ripulire il sangue. Dover trasformare l’orrore in una fattura. Come se la violenza non fosse già abbastanza. Ogni femminicidio accende per qualche giorno l’indignazione pubblica. Politici che invocano pene più dure, slogan, proclami. Poi il silenzio. Nessun investimento reale sulla prevenzione, nessuna educazione strutturale, nessun lavoro profondo sulle radici culturali della violenza. Perché la violenza maschile contro le donne non nasce dal nulla ma V ive in una cultura che la normalizza ogni giorno, nelle disuguaglianze, nel possesso, nell’idea che una donna sia ancora qualcosa da controllare. Dentro questo contesto alcuni uomini sviluppano veri e propri crolli psichici. Non sono mostri, non folli nel senso cinematografico, ma persone che non hanno mai imparato a separarsi, a reggere la perdita, a stare nel limite. Quando la donna dice “basta” per loro è un collasso identitario. E così uccidono.
A pagare però non sono solo le donne ma anche i figli, sempre loro, i più silenziosi, i P iù dimenticati. Eppure quelle ferite possono essere curate, con tempo, con presenza, con ascolto, con verità. Perché ai bambini la verità va detta, con parole adatte all’età ma senza menzogne. Tutti devono stare dentro la stessa storia. Le storie spezzate generano solo altra solitudine. Molti di questi bambini crescono troppo in fretta. Diventano incredibilmente maturi, saggi loro malgrado. Portano sulle spalle domande che nessun bambino dovrebbe avere. Il lavoro è aiutarli a integrare ciò che è successo nella loro vita senza esserne schiacciati, senza cancellarlo, senza far finta che non sia mai esistito. Trovare un equilibrio fragile tra un prima e un dopo.
Questo dovrebbe fare lo Stato.
Proteggere. Accompagnare. Restare.
Invece troppo spesso si volta dall’altra parte. E allora restiamo noi: le famiglie, i centri antiviolenza, le reti informali, le persone che non accettano l’idea che questi bambini siano solo un effetto collaterale. Gli orfani di femminicidio non sono il futuro. Sono il presente che stiamo tradendo ogni giorno. E finché continueremo a dimenticarli, nessuna legge potrà dirsi davvero giusta.