22/02/2026
Hanno già scritto in molti delle glorie e delle cadute (anche in senso letterale) delle olimpiadi appena terminate. Perché allora aggiungere queste righe? Perché non intendo parlare (solo) di sport, ma invitare a riflettere su qualcosa che accade sempre più spesso a tanti giovani, anche al di fuori dei luoghi in cui si gareggia, ma che sembrano diventati contesti in cui ciò che più conta è, comunque, primeggiare. La singola prestazione eccellente conta più del percorso e, in certi casi, della persona. Gli adolescenti, i giovani, sono talmente investiti da desideri, aspirazioni, bisogni degli adulti, da non sapere più chi sono. Per questo si sentono spesso vuoti, perché devono conformarsi alle aspettative di genitori, insegnanti, istruttori, allenatori e non possono cercare di capire chi siano davvero. Si definiscono attraverso dei voti, delle prestazioni, delle medaglie, ma non hanno modo di scoprire e coltivare il proprio Sé. E quando i voti, i risultati, non sono eccellenti? Quella volta che la tensione fa commettere un errore, o che ci si mette di traverso anche l'inconscio, a farli sbagliare? Il rischio è il crollo, l'implosione. E non tanto perché siano vuoti davvero, o perché non siano in grado di ridimensionare un insuccesso, ma perché spesso non possono permettersi di deludere gli adulti, di dire loro: esisto anche se arrivo secondo. E guardando questa immagine, che sembra diventata simbolica, di uno dei più bravi giovani pattinatori del mondo, il cui padre è anche suo allenatore, mi viene in mente l'immagine di un altro figlio, caduto, cacciato dal paradiso paterno, che si copre il volto per la vergogna di aver ferito e deluso il genitore