03/01/2026
Dal web. ✒️ Dr. Carlo D’Angelo | Voce delle Soglie
EVITANTE: Mi avvicino, poi sparisco: ma senza colpa - Il legame interrotto senza responsabilità
Ti sento, poi scompaio
Il dramma silenzioso dell’evitamento affettivo
Il dramma principale per una struttura evitante non è il ritiro in sé.
È l’assenza di responsabilità rispetto alla propria danza relazionale. L’evitante entra in contatto, spesso in modo intenso, a volte seduttivo, a volte profondamente umano.
Attiva legame, attiva speranza, attiva presenza. Poi, quando il contatto comincia a chiedere realtà, continuità, esposizione emotiva, si ritrae. Il punto clinico non è il ritrarsi. È ritrarsi senza riconoscere l’effetto che questo ha sull’altro.
L’evitante spesso vive il ritiro come protezione legittima di sé, come bisogno personale, come diritto inviolabile.
Ma non vede o non vuole vedere che quel movimento non è neutro: è un atto relazionale che produce ferita, confusione, senso di colpa nell’altro.
In terapia, la soglia vera è questa:
passare da “mi chiudo perché ne ho bisogno”
a “mi chiudo e questo ha conseguenze, e me ne assumo la responsabilità”. Finché questo passaggio non avviene, l’evitante resta in una posizione infantile mascherata da autonomia:
entra quando vuole, esce quando vuole,
ma senza mai sostare nel peso etico del legame che ha attivato. La guarigione non è diventare più presenti a tutti i costi.
È diventare responsabili del proprio entrare e del proprio andarsene. Assumersi la responsabilità significa poter dire:
Sono entrato, e questo ha significato qualcosa per te.”
Mi ritiro, e so che questo può farti male.”
Non ti chiedo di capire per non sentire. Quando l’evitante comincia a sentire questo, non diventa improvvisamente più stabile.
Diventa però adulto. E solo lì la terapia smette di girare in tondo e comincia davvero a trasformare.