03/01/2026
Noi adulti abbiamo il dovere di chiederci cosa sta accadendo e cosa non stiamo vedendo... Mi trova d'accordossimo con queste parole...
"Quei ragazzi non sono “la società che va male”, sono il sintomo di una società che non ha insegnato a stare nel pericolo senza dissociarsi. E non servono prediche, ma adulti che insegnino presenza, contatto, regolazione, responsabilità reale.
Perché non si nasce capaci di “stare” dentro una tragedia, soprattutto a quell'età ed in un momento di festa. Lo si può imparare, ma solo se qualcuno ce lo mostra."
Cosa sta accadendo.. È la relazione che sta venendo meno.. Con tutte le conseguenze che porta
Questa immagine, e i testi che puntano il dito che ho letto in questi giorni tragici di quanto successo e sta accadendo al Crans-Montana, ci colpiscono perché sembrano raccontare quella che sembra essere una “scelta morale” di un giovane ragazzo. Ma dal punto di vista psicologico, racconta soprattutto di un riflesso che è neurobiologico. Quando un adolescente si trova davanti a un pericolo improvviso, il cervello non “ragiona”, non attiva il pensiero etico, non valuta le conseguenze. Si accende il sistema di sopravvivenza. L’amigdala prende il comando. Il corpo entra in modalità di allarme. Il tempo si deforma. La coscienza si restringe. E il gesto che emerge non è quello “giusto”, è quello automatico.
C'è da riconoscerlo, per molti ragazzi di oggi, il telefono non è solo un oggetto è una protesi di regolazione emotiva. È il modo con cui tengono insieme l’ansia, le tensioni, le emozioni forti. È lo strumento che crea distanza dal terrore. Filmando, il cervello crea uno schermo tra sé e l’evento. Non per cattiveria. Ma per non crollare. Questo non rende quel gesto “giusto”. Ma lo rende comprensibile e di sicuro più umano.
Il ragazzo che tenta di spegnere l’incendio e quello che riprende non sono due umanità diverse. Sono due sistemi nervosi che reagiscono in modo differente allo stesso trauma. Uno va verso, l'altro si protegge.
Ed è proprio qui che sta la responsabilità adulta. Non nel puntare il dito, ma nel chiederci che tipo di sicurezza stiamo insegnando? Che tipo di presenza? Che tipo di contatto con la realtà?
Il rischio di messaggi come questo è che trasformano una reazione traumatica in un atto etico, e così facendo spostano la colpa sulle persone invece che sul vuoto educativo, emotivo e relazionale in cui questi ragazzi sono cresciuti. Quei ragazzi non sono “la società che va male”, sono il sintomo di una società che non ha insegnato a stare nel pericolo senza dissociarsi. E non servono prediche, ma adulti che insegnino presenza, contatto, regolazione, responsabilità reale.
Perché non si nasce capaci di “stare” dentro una tragedia, soprattutto a quell'età ed in un momento di festa. Lo si può imparare, ma solo se qualcuno ce lo mostra.