11/01/2026
[𝐂𝐇𝐀𝐓𝐆𝐏𝐓 𝐓𝐈 𝐂𝐀𝐏𝐈𝐒𝐂𝐄. 𝐋𝐀 𝐓𝐄𝐑𝐀𝐏𝐈𝐀 𝐓𝐈 𝐓𝐑𝐀𝐒𝐅𝐎𝐑𝐌𝐀]
𝐃𝐨𝐯𝐞 𝐥'𝐀𝐈 𝐬𝐢 𝐟𝐞𝐫𝐦𝐚, 𝐥𝐚 𝐭𝐞𝐫𝐚𝐩𝐢𝐚 𝐩𝐫𝐨𝐟𝐨𝐧𝐝𝐚 𝐜𝐨𝐦𝐢𝐧𝐜𝐢𝐚.
ChatGpt, Gemini, Grok, e molte altre. Ora si parla anche di ChatGpt Salute, ed è proprio di intelligenza artificiale (AI), di salute - mentale - e di terapia che voglio parlare qui.
𝐋’𝐀𝐈 𝐧𝐨𝐧 𝐬𝐜𝐫𝐢𝐯𝐞 𝐜𝐨𝐬𝐞 𝐢𝐧𝐬𝐞𝐧𝐬𝐚𝐭𝐞.
Conferma, rispecchia, rassicura. E tutto questo è molto bello, utile e importante.
È progettata per capirti, e spesso lo fa anche molto bene. Ma difficilmente contraddice, non entra davvero nei punti di crisi, non apre quei varchi che possono davvero mettere in discussione ciò che già pensiamo di sapere. Tende a evitare il contatto diretto con le ferite.
𝐋𝐚 𝐭𝐞𝐫𝐚𝐩𝐢𝐚 𝐞̀ 𝐮𝐧’𝐚𝐥𝐭𝐫𝐚 𝐜𝐨𝐬𝐚.
Non nasce per consolare, anche se ci possono essere anche la consolazione e la conferma. E questo è bello e anche utile. Ma la terapia nasce per accompagnare processi di trasformazione, che non sono sempre lineari, prevedibili da un algoritmo, o piacevoli. Il suo senso ultimo non è “darti ragione” o confermarti, ma aiutarti a trovare un tuo benessere ed equilibrio e questo, quasi sempre passa per l'incontrare parti sofferenti di te che ancora non sono riuscite a trovare spazio, ascolto, incontro. Quando si soffre e si cerca sull’AI o si va in terapia, in fondo si cerca un cambiamento, una novità, una differenza da ciò che già si conosce e si manifesta.
𝐈𝐥 𝐩𝐫𝐨𝐛𝐥𝐞𝐦𝐚, 𝐧𝐨𝐧 𝐞̀ 𝐜𝐡𝐢𝐞𝐝𝐞𝐫𝐞 𝐚𝐥𝐥’𝐀𝐈.
Il problema è cosa succede quando la si usa al posto del confronto reale, dell’incontro con un altro essere umano, della relazione viva.
C’è una frase attribuita a 𝑊𝑖𝑛𝑛𝑖𝑐𝑜𝑡𝑡 che dice più o meno così:
"𝑈𝑛 𝑝𝑎𝑧𝑖𝑒𝑛𝑡𝑒 𝑐ℎ𝑒 𝑛𝑜𝑛 ℎ𝑎 𝑚𝑎𝑖 𝑜𝑑𝑖𝑎𝑡𝑜 𝑖𝑙 𝑠𝑢𝑜 𝑡𝑒𝑟𝑎𝑝𝑒𝑢𝑡𝑎 𝑒̀ 𝑢𝑛 𝑝𝑎𝑧𝑖𝑒𝑛𝑡𝑒 𝑑𝑒𝑟𝑢𝑏𝑎𝑡𝑜"
Perché una terapia viva non è fatta solo di comprensione e rispecchiamento. Abbraccia anche differenze, possibili attriti, momenti in cui l’altro non conferma, non consola, non “ti dà ragione”. E in quei momenti possono emergere frustrazione, dolore, rabbia. Ma è proprio lì che qualcosa di profondo può accadere e trasformarsi.
La terapia - come sostenuto da molti autori e approcci - non avviene infatti solo grazie alla comprensione cognitiva, al sapere, o nella conferma continua, ma nella possibilità di attraversare rotture relazionali e di viverne poi la riparazione. Avviene con - e in presenza di - un altro essere umano con il suo sguardo, con le sue emozioni e con l'incontro.
Quei momenti di rottura relazionale che possono accadere in terapia, non sono un incidente del percorso, non accadono perché non si è stati bravi pazienti e non sono necessariamente un errore del terapeuta, ma è qualcosa di profondamente atteso (dal terapeuta) proprio laddove esistono ferite di cui è necessario prendersi.
Una 𝐟𝐞𝐫𝐢𝐭𝐚 𝐫𝐞𝐥𝐚𝐳𝐢𝐨𝐧𝐚𝐥𝐞 nasce, per definizione, da una rottura: da un incontro mancato, da una svalutazione dura e sistematica, da un bisogno mai visto, da un’esperienza in cui è stato necessario ritirarsi per sopravvivere, e in ultima analisi, nasce sempre da una 𝐬𝐨𝐟𝐟𝐞𝐫𝐞𝐧𝐳𝐚 𝐭𝐫𝐨𝐩𝐩𝐨 𝐢𝐧𝐭𝐞𝐧𝐬𝐚, in quel momento, 𝐩𝐞𝐫 𝐩𝐨𝐭𝐞𝐫 𝐞𝐬𝐬𝐞𝐫𝐞 𝐭𝐨𝐥𝐥𝐞𝐫𝐚𝐭𝐚. Quando quel dolore riemerge, soprattutto in una relazione significativa come quella terapeutica, è naturale che si riattivino gli stessi movimenti: il ritiro, la chiusura, la distanza, l'attacco o la fuga o altre reazioni di questo tipo. È ciò che allora è stato salvifico, necessario, perfino eroico a volte! E sono questi i movimenti che tenderanno a ripetersi anche con il terapeuta quando la ferita sarà nuovamente lì, nella relazione o attivata dalla relazione.
Proprio per questo, una 𝐭𝐞𝐫𝐚𝐩𝐢𝐚 𝐩𝐫𝐨𝐟𝐨𝐧𝐝𝐚 𝐧𝐨𝐧 𝐩𝐮𝐨̀ limitarsi a 𝐞𝐯𝐢𝐭𝐚𝐫𝐞 𝐪𝐮𝐞𝐬𝐭𝐞 𝐟𝐚𝐬𝐢, ma 𝐝𝐞𝐯𝐞 𝐩𝐨𝐭𝐞𝐫𝐥𝐞 𝐚𝐭𝐭𝐫𝐚𝐯𝐞𝐫𝐬𝐚𝐫𝐞. Deve poter reggere il momento in cui il legame si incrina, in cui il paziente si ritira, dubita, si allontana o si arrabbia o se ne vorrebbe andare. È nella possibilità di restare presenti anche lì - per poco a poco ricucire ciò che si è strappato - che qualcosa di antico può finalmente trasformarsi.
Questo è qualcosa che l’AI – per fortuna – non potrà fare e non farà mai (o almeno lo spero, per gli utilizzatori!).
Non perché sul piano tecnologico non possa essere progettata per cogliere eventuali ferite. Sono certo che già sia in grado di coglierle bene, e che eviti accuratamente di toccarle nel modo in cui si relaziona a te. Comunque sarà progettata, 𝐥’𝐀𝐈 𝐧𝐨𝐧 𝐬𝐚𝐫𝐚̀ 𝐦𝐚𝐢 𝐥𝐢̀ 𝙥𝙧𝙚𝙨𝙚𝙣𝙩𝙚 𝐜𝐨𝐧 𝐭𝐞, non potrà mai farti sentire com’è avere un essere umano affianco a te, in alcuni momenti delicati, così come non potrà mai cogliere il tuo non verbale quando magari scrivi “ho capito” mentre ti struggi dentro, non potrà mai percepire le tue emozioni, l’impatto emotivo che hai sull’altro quando comunichi, l’effetto del tuo tono di voce su di te o sull’altro, l’aria che si respira mentre è insieme a te quando tocchi un tema e come questa cambia quando cambi tema. Non potrà mai cogliere quando le esperienze difficili stanno essendo per te tollerabili - e quindi integrabili, assimilabili e divenire così fonte di apprendimento e crescita - o quando stanno divenendo per te intollerabili e pericolose, non integrabili e quindi non solo inutili, ma perfino dannose.
E in questo spazio, tra l’umano e l’AI, vi sarà sempre una differenza decisiva e incolmabile: la possibilità di essere accompagnati da qualcuno che non si limita a comprendere o a rispondere in modo appropriato, ma che è coinvolto, esposto, presente. Qualcuno che può sentire quando è il momento di rallentare, quando è il momento di restare, quando è necessario fare un passo indietro o, al contrario, non sottrarsi, nonostante le difficoltà e i territori difficili che si incontrano, qualcuno vulnerabile e fallibile, proprio come te.
La trasformazione non avviene solo perché qualcosa viene compreso, ma perché viene vissuto insieme nell'𝐢𝐧𝐜𝐨𝐧𝐭𝐫𝐨, in una relazione che può reggere l’incertezza, il non sapere e la complessità di ciò che emerge e, con tutto questo, ci si può incontrare lo stesso.
La 𝐭𝐞𝐫𝐚𝐩𝐢𝐚 è infatti un 𝐢𝐧𝐜𝐨𝐧𝐭𝐫𝐨 𝐫𝐞𝐚𝐥𝐞 𝐜𝐡𝐞 𝐬𝐨𝐩𝐫𝐚𝐯𝐯𝐢𝐯𝐞 𝐚𝐥𝐥𝐞 𝐝𝐢𝐟𝐟𝐞𝐫𝐞𝐧𝐳𝐞.
Ed è spesso lì, in quello spazio vivo, umano e imperfetto, che possono avvenire i cambiamenti più profondi.
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