Ilari Michele - Psicologo Psicoterapeuta Counselor

Ilari Michele - Psicologo Psicoterapeuta Counselor Percorsi individuali e di gruppo

Qualcosa di me: da sempre interessato alla ricerca spirituale, a insegnamenti sapienziali antichi, a tradizioni orientali ed occidentali di conoscenza ed evoluzione dell'essere umano

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23/04/2026

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Gruppi di Crescita Personale Online e in presenza – Iscrizioni sempre aperte (con lista d’attesa eventuale) By Michele | Febbraio 20, 2025 2 Comments Se stai cercando un modo autentico, profondo e condiviso per lavorare su di te, voglio informarti che sono attivi due Gruppi di Crescita Personale...

20/04/2026

Chi manipola, intenzionalmente o meno, quando l’altra persona inizia a emanciparsi, spesso non riesce a vedere quel cambiamento come una scelta autonoma. Fa fatica a riconoscere che l’altro abbia una volontà propria, pensieri propri, emozioni proprie, e la capacità di scegliere da sé.
Alla base della manipolazione c’è anche una profonda svalutazione dell’altro: l’altro non viene davvero riconosciuto come una persona, con desideri e bisogni propri da ascoltare e rispettare, ma come qualcuno da controllare o da usare per soddisfare i propri. E così, quando finalmente l’altro si libera, chi manipolava tende a pensare che ci debba essere per forza qualcun altro dietro. Non riesce a capacitarsene, tanto è abituato a fare esperienza dell’altro come influenzabile e controllabile.
Non riesce a contemplare davvero che l’altro possa sviluppare una propria capacità di scegliere nonostante le influenze esterne. L’altro viene concepito come se potesse solo stare sotto il controllo di qualcuno. Allora, quando l’altro cambia ed esce dal suo controllo, dev’esserci per forza una spiegazione esterna: la colpa degli amici, di un collega, di una compagna o di un compagno, magari perfino del terapeuta.
Quanto è difficile, a volte, accettare che l’altro non ci appartiene, non ci rispecchia sempre e non è sotto il nostro controllo o la nostra volontà?
Ma se questo passaggio non avviene, ritengo importante chiedersi: chi può restare a lungo in una relazione in cui, al posto dell’incontro autentico, ci sono controllo e svalutazione? E a quale prezzo?
L’altro potrà mai sentirsi davvero valorizzato, riconosciuto e appagato, se viene visto e pensato non come un soggetto, ma come un oggetto, qualcuno da manipolare o da tenere sotto controllo?

[𝐋'𝐀𝐈 𝐏𝐎𝐓𝐑𝐄𝐁𝐁𝐄 𝐏𝐄𝐑𝐅𝐄𝐙𝐈𝐎𝐍𝐀𝐑𝐄 𝐋𝐀 𝐓𝐔𝐀 𝐏𝐑𝐈𝐆𝐈𝐎𝐍𝐄. 𝐋𝐀 𝐓𝐄𝐑𝐀𝐏𝐈𝐀 𝐓𝐈 𝐀𝐈𝐔𝐓𝐀 𝐀 𝐔𝐒𝐂𝐈𝐑𝐍𝐄]𝐐𝐮𝐚𝐧𝐝𝐨 𝐥𝐞 𝐫𝐢𝐬𝐩𝐨𝐬𝐭𝐞 𝐠𝐢𝐮𝐬𝐭𝐞 𝐭𝐢 𝐭𝐞𝐧𝐠𝐨𝐧𝐨 𝐛𝐥𝐨𝐜𝐜𝐚𝐭𝐨...
12/04/2026

[𝐋'𝐀𝐈 𝐏𝐎𝐓𝐑𝐄𝐁𝐁𝐄 𝐏𝐄𝐑𝐅𝐄𝐙𝐈𝐎𝐍𝐀𝐑𝐄 𝐋𝐀 𝐓𝐔𝐀 𝐏𝐑𝐈𝐆𝐈𝐎𝐍𝐄. 𝐋𝐀 𝐓𝐄𝐑𝐀𝐏𝐈𝐀 𝐓𝐈 𝐀𝐈𝐔𝐓𝐀 𝐀 𝐔𝐒𝐂𝐈𝐑𝐍𝐄]
𝐐𝐮𝐚𝐧𝐝𝐨 𝐥𝐞 𝐫𝐢𝐬𝐩𝐨𝐬𝐭𝐞 𝐠𝐢𝐮𝐬𝐭𝐞 𝐭𝐢 𝐭𝐞𝐧𝐠𝐨𝐧𝐨 𝐛𝐥𝐨𝐜𝐜𝐚𝐭𝐨 𝐧𝐞𝐥 𝐩𝐨𝐬𝐭𝐨 𝐬𝐛𝐚𝐠𝐥𝐢𝐚𝐭𝐨.
L'Intelligenza Artificiale (AI, cioè ChatGPT e altre) è straordinaria nel darti risposte. Risposte precise, articolate, personalizzate. Se le chiedi come risolvere un problema, ti offre strategie. Se le chiedi come migliorare qualcosa, ti suggerisce ottimizzazioni. Se le chiedi come ottenere ciò che vuoi, ti fornisce sempre degli spunti eleganti e raffinati. Ma c'è un problema.

𝐿'𝐴𝐼 𝑟𝑖𝑠𝑝𝑜𝑛𝑑𝑒 𝑎𝑙𝑙𝑎 𝑑𝑜𝑚𝑎𝑛𝑑𝑎 𝑐ℎ𝑒 𝑓𝑎𝑖, 𝑛𝑜𝑛 𝑎𝑙𝑙𝑎 𝑑𝑜𝑚𝑎𝑛𝑑𝑎 𝑐ℎ𝑒 𝑑𝑜𝑣𝑟𝑒𝑠𝑡𝑖 𝑓𝑎𝑟𝑡𝑖.

E se la domanda parte dal binario sbagliato, ogni risposta – per quanto intelligente possa essere – ti porterà sempre più lontano da dove avresti bisogno di arrivare.

𝐈𝐋 𝐁𝐈𝐍𝐀𝐑𝐈𝐎 𝐒𝐁𝐀𝐆𝐋𝐈𝐀𝐓𝐎
Immagina qualcuno che soffre perché nelle sue relazioni usa principalmente forza e controllo. Quando l'altro si allontana, si sente ferito, rifiutato. La sua sofferenza è reale, intensa. E allora cerca risposte. Allora chiede all'AI: "𝐶𝑜𝑚𝑒 𝑝𝑜𝑠𝑠𝑜 𝑓𝑎𝑟 𝑐𝑎𝑝𝑖𝑟𝑒 𝑎𝑙𝑙’𝑎𝑙𝑡𝑟𝑜 𝑐ℎ𝑒 𝑝𝑒𝑟 𝑚𝑒 𝑒̀ 𝑖𝑚𝑝𝑜𝑟𝑡𝑎𝑛𝑡𝑒?" 𝑜𝑝𝑝𝑢𝑟𝑒 "𝐶𝑜𝑚𝑒 𝑝𝑜𝑠𝑠𝑜 𝑒𝑠𝑠𝑒𝑟𝑒 𝑝𝑖𝑢̀ 𝑐𝑜𝑛𝑣𝑖𝑛𝑐𝑒𝑛𝑡𝑒?", 𝑜 𝑎𝑛𝑐𝑜𝑟𝑎 "𝐶𝑜𝑚𝑒 𝑝𝑜𝑠𝑠𝑜 𝑔𝑒𝑠𝑡𝑖𝑟𝑒 𝑚𝑒𝑔𝑙𝑖𝑜 𝑙𝑒 𝑠𝑖𝑡𝑢𝑎𝑧𝑖𝑜𝑛𝑖 𝑑𝑖 𝑐𝑜𝑛𝑓𝑙𝑖𝑡𝑡𝑜 𝑝𝑒𝑟 𝑜𝑡𝑡𝑒𝑛𝑒𝑟𝑒 𝑐𝑖𝑜̀ 𝑐ℎ𝑒 𝑣𝑜𝑔𝑙𝑖𝑜?"

L'AI risponderà. E lo farà bene. Ti darà strategie di comunicazione più efficaci, tecniche per essere più persuasivo, modi per presentare meglio le tue ragioni. Ti aiuterà a diventare un manipolatore più raffinato, un controllore più sofisticato. In sostanza, 𝐭𝐢 𝐝𝐚𝐫𝐚̀ 𝐠𝐥𝐢 𝐬𝐭𝐫𝐮𝐦𝐞𝐧𝐭𝐢 𝐩𝐞𝐫 𝐝𝐢𝐯𝐞𝐧𝐭𝐚𝐫𝐞 𝐩𝐢𝐮̀ 𝐞𝐟𝐟𝐢𝐜𝐚𝐜𝐞... 𝐧𝐞𝐥 𝐟𝐚𝐫𝐞 𝐞𝐬𝐚𝐭𝐭𝐚𝐦𝐞𝐧𝐭𝐞 𝐜𝐢𝐨̀ 𝐜𝐡𝐞 𝐜𝐫𝐞𝐚 𝐢𝐥 𝐩𝐫𝐨𝐛𝐥𝐞𝐦𝐚.

Il problema vero potrebbe essere che 𝐬𝐭𝐚𝐢 𝐜𝐡𝐢𝐞𝐝𝐞𝐧𝐝𝐨 𝐜𝐨𝐦𝐞 𝐚𝐧𝐝𝐚𝐫𝐞 𝐩𝐢𝐮̀ 𝐯𝐞𝐥𝐨𝐜𝐞 𝐬𝐮 𝐮𝐧 𝐛𝐢𝐧𝐚𝐫𝐢𝐨 𝐜𝐡𝐞 𝐧𝐨𝐧 𝐭𝐢 𝐩𝐨𝐫𝐭𝐞𝐫𝐚̀ 𝐦𝐚𝐢 𝐝𝐨𝐯𝐞 𝐯𝐮𝐨𝐢 𝐚𝐫𝐫𝐢𝐯𝐚𝐫𝐞.

Se vuoi essere amato, apprezzato, se vuoi che l'altro si senta bene con te e non in pericolo, il binario non è quello del controllo perfezionato. È quello dell'ascolto, della reciprocità, della cura dell'altro e non solo dei tuoi bisogni.
Ma per vedere questo, per accorgerti che stai sul binario sbagliato, a volte è necessario qualcuno che guardi dall'esterno. Qualcuno che non si limiti a rispondere alla tua domanda, ma che sia in grado di metterla in discussione, correndo il rischio perfino di deluderti non rispondendo alla tua domanda.

𝐋𝐀 𝐒𝐎𝐋𝐈𝐓𝐔𝐃𝐈𝐍𝐄 𝐏𝐄𝐑𝐅𝐄𝐙𝐈𝐎𝐍𝐀𝐓𝐀
C'è anche un altro motivo per cui l'AI può diventare molto pericoloso: 𝐫𝐚𝐟𝐟𝐨𝐫𝐳𝐚 𝐥'𝐢𝐥𝐥𝐮𝐬𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐝𝐢 𝐩𝐨𝐭𝐞𝐫 𝐟𝐚𝐫𝐞 𝐭𝐮𝐭𝐭𝐨 𝐝𝐚 𝐬𝐨𝐥𝐢
in chi già tende nevroticamente a farlo, 𝐩𝐮𝐫 𝐝𝐢 𝐞𝐯𝐢𝐭𝐚𝐫𝐞 𝐢𝐥 𝐜𝐨𝐧𝐭𝐚𝐭𝐭𝐨 𝐞 𝐥’𝐚𝐩𝐞𝐫𝐭𝐮𝐫𝐚 𝐚𝐮𝐭𝐞𝐧𝐭𝐢𝐜𝐚 𝐜𝐨𝐧 𝐥’𝐚𝐥𝐭𝐫𝐨. Anzi, spesso proprio chi ha questa tendenza è chi ricorre maggiormente all’AI pur di evitare quello che un lavoro terapeutico comporta: l’𝐢𝐧𝐜𝐨𝐧𝐭𝐫𝐨 𝐜𝐨𝐧 𝐥’𝐚𝐥𝐭𝐫𝐨. Infatti, proprio per chi vive con molta paura, vergogna o imbarazzo l’idea di andare in terapia e coinvolgersi in una relazione autentica con l’altro, l’AI può apparire illusoriamente un valido sostituto. Ma proprio chi vorrebbe tanto evitare questo, sarebbe in realtà chi ne avrebbe più bisogno e chi potrebbe essere maggiormente danneggiato proprio dal ricorrere all’AI.

So bene che, per chi ha difficoltà relazionali, per chi ha vissuto fin da piccolo esperienze ripetute in cui chiedere aiuto è stato frustrante o perfino pericoloso, per chi fidarsi dell’altro ha portato solo delusioni, può essersi sviluppata la credenza che nella vita è meglio arrangiarsi da soli. Per questo l'AI può sembrare la soluzione “perfetta”.

Niente giudizio, niente sguardo che mette a disagio, niente bisogno di esporsi davvero. Niente attesa, niente frustrazione e paura di dipendere da qualcuno.

Così la nevrosi del "𝑓𝑎𝑐𝑐𝑖𝑜 𝑡𝑢𝑡𝑡𝑜 𝑑𝑎 𝑠𝑜𝑙𝑜" non solo viene confermata, ma viene perfezionata. Diventa più efficiente, più raffinata, più invisibile e più cristallizzata.

La persona migliora nelle strategie di isolamento, diventa più brava a gestire tutto in autonomia, più capace di evitare il contatto profondo con gli altri. E questo, paradossalmente, la allontana ancora di più da ciò di cui avrebbe davvero bisogno: 𝐥'𝐞𝐬𝐩𝐞𝐫𝐢𝐞𝐧𝐳𝐚 𝐝𝐢 𝐩𝐨𝐭𝐞𝐫𝐬𝐢 𝐟𝐢𝐝𝐚𝐫𝐞, 𝐝𝐢 𝐞𝐬𝐬𝐞𝐫𝐞 𝐯𝐢𝐬𝐭𝐢, 𝐝𝐢 𝐧𝐨𝐧 𝐝𝐨𝐯𝐞𝐫 𝐟𝐚𝐫𝐞 𝐭𝐮𝐭𝐭𝐨 𝐝𝐚 𝐬𝐨𝐥𝐢.

L'AI finisce così di fatto per darti soluzioni su come ottimizzare la tua solitudine, ma non si porrebbe neanche il problema di esplorare se stai soffrendo proprio perché sei solo.

𝐐𝐔𝐀𝐍𝐃𝐎 𝐋𝐀 "𝐑𝐈𝐒𝐏𝐎𝐒𝐓𝐀 𝐆𝐈𝐔𝐒𝐓𝐀" 𝐏𝐔𝐎' 𝐄𝐒𝐒𝐄𝐑𝐄 𝐋𝐀 𝐂𝐎𝐒𝐀 𝐒𝐁𝐀𝐆𝐋𝐈𝐀𝐓𝐀
Quello che rende l'AI così efficace è anche ciò che la rende limitata: 𝐫𝐢𝐬𝐩𝐨𝐧𝐝𝐞 𝐩𝐞𝐫𝐟𝐞𝐭𝐭𝐚𝐦𝐞𝐧𝐭𝐞 𝐚𝐥𝐥𝐚 𝐝𝐨𝐦𝐚𝐧𝐝𝐚 𝐜𝐡𝐞 𝐥𝐞 𝐩𝐨𝐧𝐢, 𝐬𝐞𝐧𝐳𝐚 𝐚𝐯𝐞𝐫𝐞 𝐦𝐞𝐳𝐳𝐢 𝐚𝐟𝐟𝐢𝐝𝐚𝐛𝐢𝐥𝐢 𝐩𝐞𝐫 𝐜𝐡𝐢𝐞𝐝𝐞𝐫𝐬𝐢 𝐬𝐞 𝐪𝐮𝐞𝐥𝐥𝐚 𝐬𝐢𝐚 𝐝𝐚𝐯𝐯𝐞𝐫𝐨 𝐥𝐚 𝐝𝐨𝐦𝐚𝐧𝐝𝐚 𝐠𝐢𝐮𝐬𝐭𝐚.

L’AI infatti non può guardarti, respirare l’atmosfera che si crea nella relazione quando affronti determinati temi, cogliere le eventuali distonie tra ciò che dici e ciò che esprimi, né molti altri aspetti relazionali. Per questo non potrà mai avere i mezzi che un essere umano può avere per far emergere quali siano, per te, le domande più profonde e terapeutiche. Senza considerare che, in terapia, domande e risposte non sono neanche l’elemento più importante.
Perché la domanda utile non è "𝑐𝑜𝑚𝑒 𝑝𝑜𝑠𝑠𝑜 𝑐𝑜𝑛𝑣𝑖𝑛𝑐𝑒𝑟𝑒 𝑚𝑒𝑔𝑙𝑖𝑜 𝑙’𝑎𝑙𝑡𝑟𝑜?" o “𝑐𝑜𝑚𝑒 𝑝𝑜𝑠𝑠𝑜 𝑓𝑎𝑟𝑔𝑙𝑖 𝑐𝑎𝑝𝑖𝑟𝑒 𝑚𝑒𝑔𝑙𝑖𝑜 𝑙𝑒 𝑚𝑖𝑒 𝑟𝑎𝑔𝑖𝑜𝑛𝑖?”, ma, domande ben più importanti potrebbero essere: "𝑃𝑒𝑟𝑐ℎ𝑒́ ℎ𝑜 𝑐𝑜𝑠𝑖̀ 𝑏𝑖𝑠𝑜𝑔𝑛𝑜 𝑑𝑖 𝑎𝑣𝑒𝑟𝑒 𝑟𝑎𝑔𝑖𝑜𝑛𝑒? 𝐶𝑜𝑠𝑎 𝑠𝑢𝑐𝑐𝑒𝑑𝑒𝑟𝑒𝑏𝑏𝑒 𝑠𝑒 𝑙'𝑎𝑙𝑡𝑟𝑜 𝑎𝑣𝑒𝑠𝑠𝑒 𝑟𝑎𝑔𝑖𝑜𝑛𝑒? 𝐶𝑜𝑠𝑎 𝑐'𝑒̀ 𝑑𝑖 𝑐𝑜𝑠𝑖̀ 𝑠𝑝𝑎𝑣𝑒𝑛𝑡𝑜𝑠𝑜 𝑛𝑒𝑙 𝑐𝑒𝑑𝑒𝑟𝑒, 𝑛𝑒𝑙𝑙'𝑎𝑠𝑐𝑜𝑙𝑡𝑎𝑟𝑒 𝑑𝑎𝑣𝑣𝑒𝑟𝑜, 𝑛𝑒𝑙 𝑙𝑎𝑠𝑐𝑖𝑎𝑟𝑒 𝑠𝑝𝑎𝑧𝑖𝑜 𝑎𝑙𝑙'𝑎𝑙𝑡𝑟𝑜?"

Ma queste domande non possono nascere da un algoritmo. Nascono da un 𝐢𝐧𝐜𝐨𝐧𝐭𝐫𝐨 𝐫𝐞𝐚𝐥𝐞. Da qualcuno che ti guarda e vede non solo ciò che dici, ma anche come lo dici e ciò che non dici. Che nota quando ti contrai, quando e come eviti, dove ti irrigidisci, ma anche cosa ti fa alleggerire, cosa ti distende, cosa ti fa respirare a pieni polmoni e di fronte a cosa magari ti “paralizzi”, ti blocchi.

𝐂𝐎𝐒𝐀 𝐅𝐀 𝐋𝐀 𝐃𝐈𝐅𝐅𝐄𝐑𝐄𝐍𝐙𝐀 𝐍𝐄𝐋𝐋𝐀 𝐓𝐄𝐑𝐀𝐏𝐈𝐀
In terapia, quando una persona porta un problema, il terapeuta non si limita a rispondere alla domanda posta e a volte non è neanche detto che sia bene che lo faccia.
Ascolta la domanda. La accoglie. Ma poi 𝐠𝐮𝐚𝐫𝐝𝐚 𝐚𝐧𝐜𝐡𝐞 𝐚𝐥 𝐛𝐢𝐧𝐚𝐫𝐢𝐨 su cui quella domanda si muove. Così, potrebbe dire: "𝐶𝑎𝑝𝑖𝑠𝑐𝑜 𝑐ℎ𝑒 𝑞𝑢𝑒𝑠𝑡𝑎 𝑠𝑖𝑎 𝑙𝑎 𝑡𝑢𝑎 𝑑𝑜𝑚𝑎𝑛𝑑𝑎. 𝑀𝑎 𝑎𝑠𝑐𝑜𝑙𝑡𝑎𝑛𝑑𝑜𝑡𝑖 𝑒 𝑡𝑒𝑛𝑒𝑛𝑑𝑜 𝑐𝑜𝑛𝑡𝑜 𝑑𝑒𝑙𝑙𝑎 𝑠𝑖𝑡𝑢𝑎𝑧𝑖𝑜𝑛𝑒 𝑐ℎ𝑒 𝑠𝑡𝑎𝑖 𝑣𝑖𝑣𝑒𝑛𝑑𝑜, 𝑎 𝑚𝑒 𝑟𝑖𝑠𝑢𝑜𝑛𝑎 𝑓𝑜𝑟𝑡𝑒 𝑢𝑛’𝑎𝑙𝑡𝑟𝑎 𝑑𝑜𝑚𝑎𝑛𝑑𝑎".
Oppure: "𝑁𝑜𝑡𝑜 𝑐ℎ𝑒 𝑐𝑜𝑛𝑡𝑖𝑛𝑢𝑖 𝑎 𝑐𝑒𝑟𝑐𝑎𝑟𝑒 𝑚𝑜𝑑𝑖 𝑝𝑒𝑟 𝑐𝑜𝑛𝑡𝑟𝑜𝑙𝑙𝑎𝑟𝑒 𝑚𝑒𝑔𝑙𝑖𝑜. 𝑀𝑖 𝑐ℎ𝑖𝑒𝑑𝑜 𝑠𝑒 𝑝𝑒𝑟 𝑡𝑒 𝑒̀ 𝑑𝑖𝑓𝑓𝑖𝑐𝑖𝑙𝑒 𝑡𝑜𝑙𝑙𝑒𝑟𝑎𝑟𝑒 𝑠𝑖𝑡𝑢𝑎𝑧𝑖𝑜𝑛𝑖 𝑖𝑛 𝑐𝑢𝑖 𝑛𝑜𝑛 𝑡𝑖 𝑠𝑒𝑛𝑡𝑖 𝑖𝑛 𝑝𝑖𝑒𝑛𝑜 𝑐𝑜𝑛𝑡𝑟𝑜𝑙𝑙𝑜”.

A volte, la cosa più preziosa che può fare è mostrare il 𝐜𝐢𝐫𝐜𝐨𝐥𝐨 𝐯𝐢𝐳𝐢𝐨𝐬𝐨. Oppure semplicemente restare lì, presente, mentre tu cerchi risposte, e permettere che emerga il dolore più profondo: la paura di non essere amato se non hai il controllo, la paura del vuoto che potresti incontrare, il terrore di essere vulnerabile o la convinzione antica che non puoi mai fidarti.

𝐿'𝐴𝐼 𝑡𝑖 𝑑𝑎̀ 𝑙𝑒 𝑟𝑖𝑠𝑝𝑜𝑠𝑡𝑒 𝑐ℎ𝑒 𝑐ℎ𝑖𝑒𝑑𝑖.
𝐿𝑎 𝑡𝑒𝑟𝑎𝑝𝑖𝑎 𝑡𝑖 𝑎𝑖𝑢𝑡𝑎 𝑎 𝑠𝑐𝑜𝑝𝑟𝑖𝑟𝑒 𝑙𝑒 𝑑𝑜𝑚𝑎𝑛𝑑𝑒 𝑐ℎ𝑒 𝑛𝑜𝑛 𝑠𝑎𝑝𝑒𝑣𝑖 𝑑𝑖 𝑑𝑜𝑣𝑒𝑟𝑡𝑖 𝑓𝑎𝑟𝑒.

𝐈𝐋 𝐑𝐈𝐒𝐂𝐇𝐈𝐎 𝐈𝐍𝐕𝐈𝐒𝐈𝐁𝐈𝐋𝐄
Come a questo punto immagino potrebbe esserti più chiaro, il rischio più grande di affidarsi solamente all’AI per stare meglio, non è quello che ti dia risposte sbagliate. È che dia risposte perfette alle domande sbagliate.
E nel farlo, ti rassicuri. Ti senti capito. Ti senti supportato nel percorso che stai facendo. Ma quel percorso potrebbe essere esattamente ciò che ti tiene bloccato, ciò che ti allontana da un benessere più profondo.

Potresti infatti diventare sempre più bravo a manipolare, sempre più efficiente nel controllare, sempre più sofisticato nell'𝐞𝐯𝐢𝐭𝐚𝐫𝐞 𝐢𝐥 𝐜𝐨𝐧𝐭𝐚𝐭𝐭𝐨 𝐩𝐫𝐨𝐟𝐨𝐧𝐝𝐨 𝐜𝐨𝐧 𝐥’𝐚𝐥𝐭𝐫𝐨. E l'AI ti aiuterà a farlo sempre meglio.
E se la tua sofferenza originasse proprio da questa mancanza? La sofferenza resterà. Perché – in questi casi - “grazie” all’AI, non starai davvero risolvendo il problema. Stai solo perfezionando il modo in cui lo crei.

𝐋'𝐈𝐍𝐂𝐎𝐍𝐓𝐑𝐎 𝐂𝐇𝐄 𝐈𝐍𝐓𝐄𝐑𝐑𝐎𝐌𝐏𝐄 𝐈𝐋 𝐂𝐈𝐑𝐂𝐎𝐋𝐎 𝐕𝐈𝐙𝐈𝐎𝐒𝐎
C'è una differenza fondamentale tra chiedere aiuto a un'AI e chiedere aiuto a un terapeuta.
𝐋'𝐀𝐈 𝐥𝐚𝐯𝐨𝐫𝐚 𝐝𝐞𝐧𝐭𝐫𝐨 𝐢𝐥 𝐭𝐮𝐨 𝐬𝐢𝐬𝐭𝐞𝐦𝐚 𝐝𝐢 𝐫𝐢𝐟𝐞𝐫𝐢𝐦𝐞𝐧𝐭𝐨, 𝐝𝐞𝐧𝐭𝐫𝐨 𝐢 𝐭𝐮𝐨𝐢 𝐬𝐜𝐡𝐞𝐦𝐢. Ti aiuta a ottimizzare ciò che già fai, a migliorare le strategie che già usi, a diventare più efficace nel percorso che stai già seguendo.
𝐋𝐚 𝐭𝐞𝐫𝐚𝐩𝐢𝐚 𝐥𝐚𝐯𝐨𝐫𝐚 𝐬𝐮 𝐮𝐧 𝐩𝐢𝐚𝐧𝐨 𝐩𝐢𝐮̀ 𝐚𝐦𝐩𝐢𝐨 𝐞 𝐩𝐫𝐨𝐟𝐨𝐧𝐝𝐨. Non mira a migliorare il tuo modo di controllare, ma ad esempio può aiutarti a renderti conto che stai controllando e a sviluppare la flessibilità e capacità di scegliere se e quando farlo, con la consapevolezza di cosa puoi ottenere e quali rischi corri. Non ti rende necessariamente più bravo a manipolare, ma ti rende più solido nella possibilità di non ricorrere a tali modalità, soprattutto nelle situazioni in cui il ricorrerci aumenterebbe la tua sofferenza. Non perfeziona la tua solitudine, ma ti accompagna nell'incontro con l’altro.

E questo accade perché in terapia non sei solo con le tue domande. C'è un altro essere umano, con il suo sguardo, la sua presenza, il suo sentire e le sue competenze.
Quando manipoli, il terapeuta lo può sentire. Quando controlli, può accorgersene. Quando eviti il contatto, ne è consapevole.
E proprio perché è lì, presente, coinvolto, può mostrarti ciò che da solo potresti non vedere e neanche pensare. Può dirti: "𝑄𝑢𝑒𝑙𝑙𝑜 𝑐ℎ𝑒 𝑠𝑡𝑎 𝑠𝑢𝑐𝑐𝑒𝑑𝑒𝑛𝑑𝑜 𝑞𝑢𝑖, 𝑜𝑟𝑎, 𝑡𝑟𝑎 𝑚𝑒 𝑒 𝑡𝑒, 𝑒̀ 𝑞𝑢𝑎𝑙𝑐𝑜𝑠𝑎 𝑐ℎ𝑒 𝑡𝑖 𝑎𝑐𝑐𝑎𝑑𝑒 𝑎𝑛𝑐ℎ𝑒 𝑓𝑢𝑜𝑟𝑖?"

A volte potrebbe anche restare fermo quando tu vorresti che si muovesse secondo il tuo copione, i tuoi schemi. Potrebbe non confermarti quando tu cerchi conferma. Potrebbe offrirti una relazione diversa da quelle che hai sempre costruito.
E in quello spazio – a volte anche scomodo, frustrante o imprevedibile – può accadere qualcosa che l'AI non potrà mai offrirti: l'𝐞𝐬𝐩𝐞𝐫𝐢𝐞𝐧𝐳𝐚 𝐝𝐢 𝐮𝐧 𝐛𝐢𝐧𝐚𝐫𝐢𝐨 𝐝𝐢𝐯𝐞𝐫𝐬𝐨.

𝐋𝐚 𝐭𝐞𝐫𝐚𝐩𝐢𝐚 non ti perfeziona nei tuoi schemi di sofferenza, consolidandoli e rafforzandoli. Ti aiuta a non ripeterli automaticamente e ad aprirti a modi diversi di stare con te stesso e con l’altro. Per questo 𝐞̀ 𝐭𝐫𝐚𝐬𝐟𝐨𝐫𝐦𝐚𝐭𝐢𝐯𝐚.

La terapia offre qualcosa che l'AI non potrà mai darti: 𝐮𝐧 𝐢𝐧𝐜𝐨𝐧𝐭𝐫𝐨 𝐫𝐞𝐚𝐥𝐞, 𝐜𝐨𝐧 𝐮𝐧 𝐚𝐥𝐭𝐫𝐨 𝐞𝐬𝐬𝐞𝐫𝐞 𝐮𝐦𝐚𝐧𝐨, 𝐜𝐡𝐞 𝐧𝐨𝐧 𝐬𝐢 𝐥𝐢𝐦𝐢𝐭𝐚 𝐚 𝐜𝐨𝐧𝐟𝐞𝐫𝐦𝐚𝐫𝐞 𝐢𝐥 𝐭𝐮𝐨 𝐩𝐞𝐫𝐜𝐨𝐫𝐬𝐨 𝐦𝐚 𝐞̀ 𝐝𝐢𝐬𝐩𝐨𝐬𝐭𝐨 𝐚𝐝 𝐚𝐜𝐜𝐨𝐦𝐩𝐚𝐠𝐧𝐚𝐫𝐭𝐢 𝐨𝐥𝐭𝐫𝐞.
Serve qualcuno che sappia dire: "𝐶𝑎𝑝𝑖𝑠𝑐𝑜 𝑐ℎ𝑒 𝑡𝑢 𝑣𝑜𝑔𝑙𝑖𝑎 𝑎𝑛𝑑𝑎𝑟𝑒 𝑝𝑖𝑢̀ 𝑣𝑒𝑙𝑜𝑐𝑒 𝑠𝑢 𝑞𝑢𝑒𝑠𝑡𝑜 𝑏𝑖𝑛𝑎𝑟𝑖𝑜. 𝑀𝑎 𝑓𝑜𝑟𝑠𝑒 𝑒̀ 𝑖𝑙 𝑚𝑜𝑚𝑒𝑛𝑡𝑜 𝑑𝑖 𝑠𝑐𝑒𝑛𝑑𝑒𝑟𝑒 𝑒 𝑐𝑒𝑟𝑐𝑎𝑟𝑛𝑒 𝑢𝑛 𝑎𝑙𝑡𝑟𝑜. 𝐼𝑛𝑠𝑖𝑒𝑚𝑒. 𝐸 𝑖𝑜 𝑡𝑖 𝑎𝑐𝑐𝑜𝑚𝑝𝑎𝑔𝑛𝑜 𝑛𝑒𝑙𝑙’𝑖𝑔𝑛𝑜𝑡𝑜, 𝑟𝑒𝑠𝑡𝑎𝑛𝑑𝑜𝑡𝑖 𝑎𝑓𝑓𝑖𝑎𝑛𝑐𝑜 𝑛𝑒𝑙𝑙𝑒 𝑝𝑎𝑢𝑟𝑒 𝑒 𝑛𝑒𝑙𝑙𝑒 𝑖𝑛𝑐𝑒𝑟𝑡𝑒𝑧𝑧𝑒 𝑐ℎ𝑒 𝑖𝑛𝑐𝑜𝑛𝑡𝑟𝑒𝑟𝑒𝑚𝑜, 𝑐𝑜𝑛 𝑖𝑙 𝑚𝑖𝑜 𝑠𝑔𝑢𝑎𝑟𝑑𝑜 𝑒 𝑙𝑒 𝑐𝑜𝑚𝑝𝑒𝑡𝑒𝑛𝑧𝑒 𝑐ℎ𝑒 𝑎𝑓𝑓𝑖𝑎𝑛𝑐ℎ𝑒𝑟𝑎𝑛𝑛𝑜 𝑙𝑒 𝑡𝑢𝑒".

La terapia è l’esperienza di qualcuno che resti lì con te, anche quando è difficile, anche quando resisti, anche quando vorresti tornare al vecchio binario perché almeno quello lo conosci, anche se ti fa soffrire.
Per questo si potrebbe dire che, a volte, 𝐥'𝐀𝐈 𝐩𝐞𝐫𝐟𝐞𝐳𝐢𝐨𝐧𝐚 𝐥𝐚 𝐭𝐮𝐚 𝐩𝐫𝐢𝐠𝐢𝐨𝐧𝐞, 𝐞 𝐥𝐚 𝐭𝐞𝐫𝐚𝐩𝐢𝐚 𝐭𝐢 𝐚𝐢𝐮𝐭𝐚 𝐚 𝐮𝐬𝐜𝐢𝐫𝐧𝐞.
E, a volte, la differenza nasce da una domanda che non avresti mai pensato di farti né di chiedere all’AI.

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Ilari Michele, Psicologo Psicoterapeuta e Counselor
Email: info@micheleilaripsicologo.com
Terapia Individuale per adulti, online e in presenza
Terapia di Gruppo, online e in presenza

[𝐋𝐚 𝐩𝐫𝐞𝐬𝐞𝐧𝐳𝐚 𝐭𝐞𝐫𝐚𝐩𝐞𝐮𝐭𝐢𝐜𝐚 𝐧𝐞𝐥 𝐥𝐚𝐯𝐨𝐫𝐨 𝐬𝐮𝐥 𝐭𝐫𝐚𝐮𝐦𝐚]Se ti sei perso la diretta, o se vuoi farti un’idea più rapida dei conten...
07/04/2026

[𝐋𝐚 𝐩𝐫𝐞𝐬𝐞𝐧𝐳𝐚 𝐭𝐞𝐫𝐚𝐩𝐞𝐮𝐭𝐢𝐜𝐚 𝐧𝐞𝐥 𝐥𝐚𝐯𝐨𝐫𝐨 𝐬𝐮𝐥 𝐭𝐫𝐚𝐮𝐦𝐚]
Se ti sei perso la diretta, o se vuoi farti un’idea più rapida dei contenuti, qui trovi una sintesi di 5 minuti del mio intervento per EMI ITALY.

Questo video di sintesi è stato realizzato con il supporto dell’intelligenza artificiale, a partire dal mio intervento reale, quindi può contenere alcune semplificazioni o piccole imperfezioni.

Nel mio intervento parlo del ruolo della Presenza Terapeutica nel lavoro sul trauma, della sua importanza nel setting clinico e nella relazione terapeutica, e dei suoi fondamenti neurobiologici, con particolare attenzione alla teoria polivagale.

Questo tema è stato anche al centro del mio lavoro di tesi di specializzazione, in cui ho integrato presenza terapeutica e compassione, arrivando a una prima formulazione del campo compassionevole.

Se vuoi invece ascoltare il mio intervento (quasi completo), puoi trovarlo qui:
https://www.youtube.com/watch?v=--HlbGNGS6U&t

Un abbraccio,
Michele

La presenza terapeutica nel lavoro sul trauma: sicurezza, sintonizzazione e relazione terapeutica.Questo video è una sintesi realizzata con il supporto dell’...

04/04/2026

Molti genitori sono così presi dal tentativo di fare la cosa giusta da non contemplare affatto l’idea che molte risorse e capacità nei figli possano svilupparsi proprio a partire ai loro errori

31/03/2026

[PRIMA DELL’ANTISOCIALE, C’È UN SOCIALE CHE HA FALLITO]
Nell’ottica di campo della terapia della Gestalt, non c’è sofferenza antisociale senza un contesto sociale anti-persona, senza una storia di mancato incontro relazionale.

Prima di una persona che rifiuta sistematicamente il sociale, c’è stato un “sociale” (o chi lo ha rappresentato) che non ha saputo incontrare la persona.

E sforzarsi di comprendere non significa giustificare. Anzi: proprio se non si vuole giustificare un comportamento che causa sofferenza agli altri, oltre che a se stessi, occorre riconoscere la propria parte nel campo e assumersene la responsabilità.

Allora lo sforzo di comprendere l’altro, anche quando si tratta di comprendere le possibili motivazioni alla base di comportamenti molto dannosi, non solo non è pericoloso, ma può diventare un atto che apre uno spazio da cui possono nascere nuovi pensieri, nuove emozioni e, di conseguenza, nuovi comportamenti. Perché anche il cambiamento del campo passa da qui: dal fatto che ciascuno faccia la propria parte e porti la sua goccia.

30/03/2026

[NON È LIBERTÀ SE NON È ANCHE FRUSTRANTE]
Non c’è libertà che non comporti anche la capacità di tollerare una certa intensità di frustrazione. Spesso si immagina la libertà come uno spazio illimitato, come assenza di vincoli o come soddisfazione immediata di desideri. Ma la libertà vera è qualcosa di più maturo e profondo.

Essere liberi significa poter scegliere senza essere schiavi di ogni impulso, di ogni paura, di ogni bisogno di sollievo immediato. E questo comporta inevitabilmente anche la capacità di stare nel limite, nell’attesa, nel disagio, nella rinuncia.

Chi non vuole tollerare alcuna frustrazione finisce spesso per dipendere da ciò che promette sollievo rapido: piacere, conferme, evitamenti, reazioni impulsive, compensazioni. In questo senso, l’intolleranza alla frustrazione non aumenta la libertà: la restringe, la limita, la vincola.

La frustrazione non è necessariamente un’esperienza agli antipodi della libertà, anzi. A volte è il prezzo della crescita, della profondità, della responsabilità, del discernimento e di una possibilità di scelta più profonda, più intima: quella di orientarsi verso ciò che per sé ha valore, anche quando questo non comporta un appagamento o un piacere immediato.

Ritengo che la libertà interiore passi anche da qui: dal diventare sempre più capaci di rimanere presenti e di stare con ciò che non ci piace, senza essere costretti a fuggirlo o a evitarlo, cedendo a ciò che offre sollievo o piacere immediato al prezzo di ciò che ha davvero valore per noi.

[LA PRESENZA TERAPEUTICA NEL LAVORO SUL TRAUMA] Nel primo commento il link al mio intervento per EMI Italy 👇
29/03/2026

[LA PRESENZA TERAPEUTICA NEL LAVORO SUL TRAUMA]
Nel primo commento il link al mio intervento per EMI Italy 👇

[LA PRESENZA TERAPEUTICA NEL LAVORO SUL TRAUMA] Qui potete trovare quasi tutto il mio intervento tenuto per EMI ITALY, c...
28/03/2026

[LA PRESENZA TERAPEUTICA NEL LAVORO SUL TRAUMA]
Qui potete trovare quasi tutto il mio intervento tenuto per EMI ITALY, che ringrazio per l’invito.

Un grazie speciale anche a tutti i partecipanti per l’interesse, la partecipazione curiosa, e le domande arricchenti e stimolanti. È stato per me un piacere poter condividere tra colleghi il tema della presenza terapeutica, un tema per me prezioso e che ho molto a cuore 🙏

15 seconds · Clipped by EMI Italy Academy · Original video "La presenza Terapeutica nella cura del Trauma con Michele Ilari" by EMI Italy Academy

13/03/2026

25/02/2026

[LA DIFFICOLTÀ AD AMARSI E PRENDERSI CURA DI SÉ]
Per prendersi cura di sé e amarsi, bisogna metter via la corazza e disarmarsi. Per questo non è facile.
Occorre prendere contatto con le proprie vulnerabilità, con le proprie parti sofferenti e doloranti, con le proprie parti inadeguate, impaurite, tristi, ferite. È ciò che sta sotto la “corazza” che necessita, più di ogni altra cosa, cura e amore.
Amare solo le tue virtù e le tue capacità non ti porterà al benessere. Anzi, rischierà di spingerti a svilupparne ancora di più, nel tentativo di non soffrire. Ma sarebbe come comprare armi nuove e più potenti, e una corazza più solida, a un guerriero ferito e moribondo, e aspettarsi che guarisca.

10/12/2025

Gli autoinganni espongono a divenire vittima di manipolazioni e inganni: cercare sempre la sincerità, almeno con se stessi

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Morrovalle
62010

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