08/01/2026
“Sono uscito. E ho capito che non potevo restare fuori.”
A Crans-Montana, nella notte che tutti chiamano festa, c’è stato un momento in cui il tempo si è spezzato.
Ferdinand Du Beaudiez aveva 19 anni, un telefono in mano e la vita davanti. Come tanti era lì per salutare l’anno nuovo. Nessuno entra in un locale pensando che dovrà lottare per respirare.
Quando il fuoco ha iniziato a correre, non ha filmato per spettacolo. Ha acceso la videocamera perché l’istinto gli ha detto: qualcosa non va. Quelle immagini oggi servono alle indagini, ma non raccontano la parte più difficile.
Ferdinand non è scappato subito. Ha provato a spegnere. Ha cercato di aprire passaggi. Ha spinto fuori la sua fidanzata. È caduto. Ha tossito. Ha avuto paura, quella vera, che stringe il petto e fa tremare le gambe.
È riuscito a uscire. E per un istante ha respirato.
Fuori c’era l’aria. Fuori c’era la salvezza. Fuori c’era la vita.
Ma dentro c’erano ancora gli altri.
Ed è lì che ha fatto qualcosa che non nasce dall’eroismo, ma da un legame invisibile: è tornato indietro. Non perché fosse invincibile. Ma perché non riusciva ad accettare l’idea di andarsene sapendo che qualcuno restava.
Ha cercato amici. Ha chiamato nomi. Ha aiutato finché il corpo ha retto. Poi si è fermato, perché anche chi ama ha un limite fisico, non morale.
Quella notte non ci ha lasciato solo un video. Ci ha lasciato una domanda scomoda.
Tu, quando sei salvo… riesci a voltarti dall’altra parte?