14/01/2026
Ci sono situazioni in cui una persona fa qualcosa nei nostri confronti e il pensiero che emerge non è solo dolore o rabbia, ma soprattutto incomprensione:
“Non riesco proprio a capire come sia possibile che tu abbia fatto questo”.
Dal punto di vista psicologico, questo tipo di reazione è molto interessante.
Quando non riusciamo a comprendere un comportamento altrui, spesso non è perché ci manca empatia, ma perché quel comportamento è fuori dal nostro sistema di valori, di regolazione emotiva e di funzionamento relazionale.
In termini clinici, il nostro cervello utilizza continuamente modelli interni (schemi, valori, rappresentazioni) per prevedere e interpretare le azioni degli altri.
Se un comportamento risulta “impensabile”, significa che non è disponibile nel nostro repertorio comportamentale: non è qualcosa che faremmo, nemmeno sotto stress, nemmeno come difesa primaria.
Questo accade spesso nelle persone con:
un forte orientamento alla cura dell’altro
una buona responsabilità emotiva
un bisogno di chiarezza relazionale
un senso interno di coerenza e rispetto dei legami
Il punto cruciale è che, dopo aver subito un gesto incomprensibile, molte persone iniziano a dubitare di sé:
sono troppo sensibile? chiedo troppo? sono ingenuo/a?
In realtà, molto spesso quella distanza che senti non è fragilità, ma differenza di funzionamento.
Tu non riesci a capire perché per te sparire, ferire, ignorare o essere poco attenti non è una strategia disponibile.
Questo non rende l’esperienza meno dolorosa, ma è importante riconoscerlo: non tutto ciò che fa male indica una tua mancanza.
A volte indica semplicemente chi sei e cosa per te non è negoziabile.
Riconoscere questo non serve a giustificare l’altro, ma a smettere di svalutare te.