Anna Biancardi - Psicologa

Anna Biancardi - Psicologa Supporto Psicologico Online / Esperto in Tecniche per la Gestione dell'ansia ® / Coaching Relazionale Percorsi Online

Lo so che quella connessione sembra rara. Intensa.E forse lo è davvero.Lo so che lì ti senti in un modo che non trovi fa...
27/03/2026

Lo so che quella connessione sembra rara. Intensa.
E forse lo è davvero.

Lo so che lì ti senti in un modo che non trovi facilmente altrove. Che c’è qualcosa che torna, che vibra, che sembra giusto… anche quando non lo è del tutto.
Ed è proprio questo il punto.

Ci sono connessioni che funzionano perfettamente nel sentire… ma non nella realtà.
Connessioni che esistono nei momenti, negli sguardi, nelle sensazioni — ma non nelle scelte.
E allora restano sospese.
Non abbastanza per costruire qualcosa.
Ma abbastanza per non riuscire a lasciarle andare subito.
E in quello spazio ci si perde facilmente.

Perché continui a sentire qualcosa di vero…
ma non hai niente di stabile a cui appoggiarti.
E più resti lì, più rischi di confondere l’intensità con la direzione. Ma una relazione non si regge su quello che si sente soltanto. Si regge su quello che qualcuno decide di fare con quello che sente.

E quando quella parte manca, anche la connessione più fortenon diventa mai qualcosa in cui restare davvero.

19/03/2026

L'ansia si costruisce nel tempo, spesso al di sotto della soglia consapevole, e quasi sempre noi non la riconosciamo subito per quello che è.

In letteratura questo processo è noto come "kindling ansioso": ogni episodio di attivazione non elaborata abbassa la soglia di risposta successiva. Il sistema nervoso impara, e lo fa velocemente. Questo significa che quello che oggi chiamiamo "un po' di stress" potrebbe essere il sistema che sta già lavorando più del dovuto.

Secondo la teoria polivagale (Porges, 1994), quei segnali precoci che forse già conosci (tensione muscolare, respiro che cambia, pensieri che accelerano) non sono casuali. Sono risposte del sistema nervoso autonomo, ancora lontane dall'allarme pieno, ma già in movimento. Il corpo ti sta parlando, anche quando la mente tende a sorvolare.

Tutto questo ha a che fare con la finestra di tolleranza: finché restiamo al suo interno, il sistema ha risorse per autoregolarsi. Quando usciamo da quella finestra senza accorgercene, il ritorno diventa più faticoso.

La buona notizia è che la consapevolezza interocettiva, cioè la capacità di leggere i segnali del corpo prima che si amplificano, è allenabile. Non è una dote che si ha o non si ha. È una competenza, e come tale si sviluppa nel tempo.
Iniziare a notare come stai, anche solo qualche momento durante la giornata, è già un punto di partenza concreto.

Mettere confini non è mai solo una questione di forza o di “saper dire no”. Spesso dietro la difficoltà a mantenerli ci ...
17/03/2026

Mettere confini non è mai solo una questione di forza o di “saper dire no”. Spesso dietro la difficoltà a mantenerli ci sono esperienze relazionali passate, schemi emotivi profondi e una storia di attaccamento che ci ha insegnato a proteggere il legame a ogni costo.

Dal punto di vista clinico, sappiamo che molti sviluppano una sorta di “iper-responsabilità relazionale”, un meccanismo di adattamento nato da esperienze in cui affetto o accettazione non erano garantiti, ma dovevano essere conquistati costantemente (Bowlby, 1988).

Questo può manifestarsi con paura della reazione dell’altro, senso di colpa, o timore di perdere la relazione stessa. Quello che accade, quindi, non è che non sappiamo fissare un limite: è che anticipiamo già le conseguenze, calcoliamo il “prezzo emotivo” e spesso ci fermiamo prima ancora di provare.

Riconoscerlo è il primo passo: capire che questa dinamica ha senso nella tua storia, ma che oggi puoi osservare con più consapevolezza come ti fa sentire, come limita le tue scelte e quanto spazio ti lascia per essere davvero te stesso (Linehan, 1993; Siegel, 2012).

Non si tratta di giudicare o forzare nulla: si tratta di iniziare a guardare i propri confini con gentilezza e attenzione, per costruire relazioni più rispettose, autentiche e reciproche.

Bowlby, J. (1988). A Secure Base: Parent-Child Attachment and Healthy Human Development.
Linehan, M. M. (1993). Cognitive-Behavioral Treatment of Borderline Personality Disorder.
Siegel, D. J. (2012). The Developing Mind: How Relationships and the Brain Interact to Shape Who We Are.

07/03/2026

Molte persone che vivono relazioni con partner con tratti narcisistici raccontano la stessa esperienza: confusione costante. Non capisci più cosa è normale, cosa dipende da te e cosa è frutto di dinamiche della relazione.

All’esterno, queste persone possono sembrare brillanti, affascinanti, generose… perfette agli occhi di tutti.
Dentro la relazione, però, spesso emergono svalutazione, colpevolizzazione e alternanza tra vicinanza e distanza, dinamiche che ti fanno dubitare della tua percezione.
Capire queste dinamiche non significa giudicare o demonizzare qualcuno.

Il Disturbo Narcisistico di Personalità è un disturbo psicologico complesso (APA, 2022; Kernberg, 2016) e, come ogni disturbo, va trattato con rispetto.
Il vero obiettivo è aiutare chi sta dentro queste relazioni a riconoscere ciò che vive.

E riconoscerlo è fondamentale: se ti chiedi continuamente “sarà colpa mia?” o “sto esagerando?”, è un segnale che la relazione non ti sta offrendo uno spazio di reciprocità emotiva.

Conoscere queste dinamiche è il primo passo per capire: come sto io dentro questa relazione?
E se serve, fare scelte più sane per il tuo benessere emotivo.

American Psychiatric Association (2022). DSM-5-TR: Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders.
Kernberg, O. (2016). Narcissistic Personality Disorder and Pathological Narcissism.
Ronningstam, E. (2005). Identifying and Understanding the Narcissistic Personality.
Campbell, W. K., & Miller, J. D. (2011). The Handbook of Narcissism and Narcissistic Personality Disorder.

26/02/2026

La fiducia non è un tratto stabile che alcune persone “hanno” e altre no. È una costruzione progressiva.

In psicologia, Albert Bandura parla di autoefficacia: la convinzione di poter affrontare una determinata situazione. E questa convinzione non nasce dall’incoraggiamento esterno, né da un lavoro puramente cognitivo. Nasce dall’esperienza diretta. Dalle prove raccolte.

Il cervello costruisce l’immagine che hai di te in modo piuttosto pragmatico: osserva ciò che fai, non ciò che pensi di poter fare. Se eviti sistematicamente un contesto che ti mette in difficoltà, il messaggio implicito che si consolida è: “Non sono capace di stare lì dentro.”
Se invece entri, resti, agisci (anche con disagio) introduci un’informazione nuova nel sistema: “Posso tollerare questa situazione.” “Posso imparare.” “Non è stato perfetto, ma è stato possibile.”

È lo stesso principio su cui si fondano molti interventi clinici basati sull’esposizione graduale: non si lavora per eliminare la paura prima dell’azione, ma per modificare la previsione catastrofica attraverso l’esperienza. L’azione diventa correttiva.

La fiducia, quindi, non è uno stato emotivo da aspettare.
È una rappresentazione interna che si aggiorna nel tempo, sulla base dei comportamenti che metti in atto.
Ogni volta che fai qualcosa che oggi ti sembra fuori dalla tua zona di sicurezza, stai ampliando la narrazione che hai su di te. Non con affermazioni positive, ma con dati concreti.

E la mente, ai dati, crede.

29/01/2026

In psicologia sappiamo che le relazioni sentimentali non sono solo incontri tra due persone, ma possono essere contesti di regolazione condivisa, senza che uno sostituisca la stabilità dell'altro.

La teoria dell’attaccamento, a partire da Bowlby, mostra come il legame con l’altro attivi automaticamente il sistema che nel tempo abbiamo usato per cercare sicurezza. Questo significa che, nella relazione, non “portiamo problemi”, ma modalità apprese:
come ci avviciniamo, come reagiamo alla distanza, come gestiamo l’incertezza.

Ainsworth ha descritto bene come queste modalità non siano scelte consapevoli, ma risposte automatiche del sistema nervoso. Dal punto di vista neurofisiologico, come spiega Porges con la teoria polivagale, la relazione è uno dei principali segnali di sicurezza o di attivazione per il corpo. La presenza dell’altro può favorire regolazione, oppure attivare strategie di protezione, senza che questo significhi che la relazione sia “giusta” o “sbagliata”.

Schore e Siegel mostrano come la regolazione emotiva non sia solo un processo interno, ma avvenga anche tra le persone. Nel tempo, esperienze relazionali sufficientemente stabili permettono al sistema nervoso di ampliare le proprie possibilità di risposta.

In questo senso, le relazioni non servono a “guarire qualcuno”, ma possono diventare spazi in cui il corpo impara nuove modalità di contatto, presenza e continuità.

20/01/2026

Quando l’ansia è molto intensa, fisica, o sembra “non ascoltare” il lavoro che stai facendo su di te, vale la pena allargare un po’ lo sguardo. Il sistema nervoso non vive isolato: è immerso in un corpo che risponde allo stress, al sonno, all’alimentazione, agli ormoni.

La ricerca ci mostra che alcuni equilibri biologici — come quelli legati a vitamine, minerali e sistemi di regolazione dello stress — possono influenzare la soglia di attivazione del sistema nervoso. In altre parole: se il corpo è sotto pressione, il cervello può interpretare più facilmente le sensazioni interne come segnali di pericolo, amplificando ansia, tachicardia, insonnia o senso di allarme.

Questo non significa che l’ansia “sia tutta fisica”, né che basti correggere un valore per farla sparire. Il lavoro psicologico resta centrale. Ma in alcuni casi, affiancarlo a una valutazione medica aiuta a creare condizioni più favorevoli perché il sistema nervoso possa davvero calmarsi e imparare nuove modalità di regolazione.

Un approccio integrato non toglie spazio alla psicologia: la rafforza. Perché quando mente e corpo lavorano nella stessa direzione, anche il percorso terapeutico diventa più chiaro e sostenibile.

⚠️ NON PRENDETE INTEGRATORI A CASO! Fare una valutazione con un medica, valutate effettivamente la presenza di carenze e poi, con lui/lei, lavorate sull'integrazione.

📚
• Jacka FN et al., Nutritional psychiatry, The Lancet Psychiatry
• Young SN, Serotonin and brain function, J Psychiatry Neurosci
• Gowda U et al., Vitamin D and anxiety, Nutrients
• Boyle NB et al., Magnesium and anxiety, Nutrients
• Samuels MH, Thyroid function and anxiety,

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