04/05/2026
Spesso, durante i miei ritiri, vedo persone che subito dopo una pratica intensa restano immobili sul tappetino. Quel silenzio è prezioso, ma c’è un passaggio tecnico che ritengo fondamentale per non sprecare l'energia mossa: l'uso della penna. Nei giorni che passiamo insieme lontano dalla routine di Napoli, chiedo sempre di avere un quaderno a portata di mano. Non è un vezzo estetico, ma un'ancora necessaria.
Quando pratichiamo yoga o meditiamo profondamente, abbassiamo le difese della mente razionale. Emergono intuizioni, ricordi o piccoli frammenti di consapevolezza che solitamente restano sommersi dallo stress quotidiano. Se non fissiamo queste sensazioni su carta, il rischio è che svaniscano non appena riaccendiamo il cellulare o rientriamo nel traffico della città. Scrivere serve a trasformare un'emozione astratta in un impegno concreto verso se stessi.
Nei momenti di condivisione o di silenzio tra le sessioni, il journaling diventa lo strumento per "seminare" intenzioni reali. Vedo allievi che inizialmente sono scettici, poi riempiono pagine intere. Non cerchiamo la bella scrittura o la prosa raffinata, ma la verità cruda di quel momento. È così che l’esperienza del ritiro smette di essere solo una parentesi di relax e diventa un processo di crescita che porti a casa, nello zaino, insieme ai vestiti da lavare.
Questi momenti di riflessione guidata sono parte integrante del mio approccio, perché credo che la consapevolezza abbia bisogno di radici solide per crescere fuori dal tappetino e sopravvivere al rientro alla vita frenetica.
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