09/01/2026
La discussione dei casi clinici precede le scuole, i manuali, le tassonomie. Costituisce il gesto originario della medicina e della psicologia: sostare davanti a una vita concreta e consentire che sia essa a mettere in tensione il sapere. Ogni caso espone una teoria, ne misura la tenuta, ne incrina le certezze, induce il pensiero a rallentare.
In un presente segnato dall’urgenza della risposta e dall’efficienza dell’esecuzione, questo gesto richiede una scelta consapevole. Il tempo dell’ascolto domanda spazio, l’incertezza diventa materia di lavoro, l’esperienza clinica riacquista spessore. In questo punto di sospensione prende forma una trasmissione che passa meno per l’istruzione e più per l’esercizio dello sguardo, dell’attenzione, della responsabilità.
Questi incontri nascono da questa fedeltà e avranno continuità nel tempo, con regolarità, come pratica di lavoro ogni volta riorientata da un caso concreto. Uno spazio sobrio e rigoroso in cui il pensiero clinico si forma attraverso l’esposizione diretta all’esperienza, restituendo densità a ciò che, troppo spesso, si consuma come addestramento privo di sedimentazione.
Una pratica che accompagna il tempo della formazione e quello della maturità clinica.
Qui il sapere prende forma nel confronto, si affina nell’ascolto, si trasmette come esercizio vivo.