psicoterapia-napoli.it - Dott. Massimiliano De Somma

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Studio Sant'Antimo: Via A. Gramsci, 12 Spazio di informazione psicologica e psicoterapeutica del Dott.

Massimiliano De Somma 3387445862

17/01/2026
10/01/2026

Non ti ho mai detto che...

IL LINGUAGGIO CHE CI FORMALe parole che ascoltiamo da bambini non sono semplici suoni: sono codici affettivi, mappe inte...
10/12/2025

IL LINGUAGGIO CHE CI FORMA

Le parole che ascoltiamo da bambini non sono semplici suoni: sono codici affettivi, mappe interiori, impronte che modellano la nostra percezione di noi stessi e del mondo. Il primo elenco — quello delle frasi imperanti, direttive, correttive — riflette un linguaggio orientato al controllo, alla regolazione del comportamento, alla gestione dell’ansia adulta di fronte alla vitalità infantile.

Queste frasi, spesso ripetute in modo automatico, non nascono dalla cattiveria, ma da un sistema educativo che privilegia l’efficienza, la pulizia, la disciplina, la prevedibilità. Il bambino, però, non è un progetto da ottimizzare: è un essere in formazione, che ha bisogno di sentirsi visto, accolto, ascoltato.

Il secondo elenco — quello delle frasi desiderate — è un inno alla presenza affettiva. Qui il linguaggio diventa spazio relazionale, contenitore emotivo, specchio dell’identità. Dire “sei importante”, “mi piace quando ridi”, “dimmi se ho sbagliato” significa riconoscere il bambino come soggetto, non come oggetto da correggere. È il passaggio da una pedagogia del comando a una pedagogia dell’incontro.

Non si tratta di abolire regole o limiti, ma di integrare il linguaggio del cuore con quello della disciplina. Dire “ti voglio bene” non indebolisce l’autorità, la rende più umana.

Dal punto di vista psicologico, questo scarto linguistico incide profondamente sullo sviluppo dell’autostima, della fiducia, della capacità di esprimere emozioni. Le parole affettive non sono solo “belle”: sono necessarie. Costruiscono la base sicura da cui il bambino potrà esplorare il mondo, affrontare le frustrazioni, sviluppare resilienza.

In terapia, spesso si lavora proprio su questo: dare voce a ciò che non è stato detto, offrire uno spazio dove finalmente si può sentire “ti voglio bene”, “sei unico”, “puoi dire tutto quello che vuoi”. È un processo di ri-narrazione, di riscrittura del copione interiore, dove il linguaggio diventa cura.

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Quali parole ti hanno fatto crescere e quali avresti voluto sentire di più?

Tu non mi devi niente… Il giorno in cui la vita ti porterà lontano da me, voglio che tu vada leggero, senza pesi, senza ...
08/12/2025

Tu non mi devi niente… Il giorno in cui la vita ti porterà lontano da me, voglio che tu vada leggero, senza pesi, senza debiti, senza pensare di dovermi qualcosa. Tu non mi devi niente. Io ti ho dato la vita, sì, ma perché l’ho scelto io, perché dal momento in cui seppi della tua esistenza decisi di amarti con tutto ciò che sono. Ti ho nutrito, ti ho accudito, ti ho abbracciato nelle notti stanche e nei giorni interminabili, ma non è mai stato un sacrificio… è stato un dono, il più grande che la vita mi abbia dato. Quando crescerai e sceglierai la tua strada, sii felice senza guardare indietro con colpa. Non temere di lasciarmi, non pensare di dovermi restituire il tempo e ciò che ho fatto per te: l’ho fatto e lo rifarei altre mille volte. L’unica cosa che desidero è che tu sia libero, che viva con intensità, che ami come vuoi amare, che corra verso i tuoi sogni senza catene. E quando penserai a me, che non sia con peso, ma con tenerezza. Se un giorno mi vedrai invecchiare, ricordami che così è la vita, che io ho già vissuto la mia e ora tu hai la tua. La maternità non è un contratto né un debito: è amore infinito che non chiede nulla in cambio.

31/10/2025

Eduardo Freud o Sigmund De Filippo ?

PSICOTERAPIA IN PRESENZA: IL VALORE INSOSTITUIBILE DELLO STARE INSIEME NELLA STANZA DELLE PAROLENegli ultimi anni la psi...
21/09/2025

PSICOTERAPIA IN PRESENZA: IL VALORE INSOSTITUIBILE DELLO STARE INSIEME NELLA STANZA DELLE PAROLE

Negli ultimi anni la psicoterapia online ha avuto una diffusione enorme, soprattutto come risposta alle necessità imposte dalla pandemia. È innegabile che rappresenti uno strumento utile, capace di abbattere distanze geografiche e rendere accessibile il sostegno psicologico anche a chi non può muoversi da casa. Tuttavia, c’è un aspetto fondamentale che rischiamo di dimenticare: la psicoterapia nasce e vive nel cuore della relazione, e questa relazione trova la sua massima profondità nello spazio condiviso della stanza di terapia.

Sedersi uno di fronte all’altro, guardarsi negli occhi, respirare lo stesso ritmo emotivo: sono esperienze che non possono essere replicate attraverso uno schermo. La presenza fisica permette al terapeuta e al paziente di cogliere sfumature sottili, vibrazioni corporee, micro-espressioni facciali e pause del respiro che costituiscono parte integrante del processo terapeutico. Sono questi dettagli a rivelare verità emotive che le parole da sole non possono raccontare.

Il contatto reale non è soltanto una questione di percezione visiva o acustica, ma un campo vivo in cui le emozioni si trasmettono e si modulano reciprocamente. Entrare nella stanza di terapia significa varcare una soglia: lasciare fuori il rumore del mondo e concedersi di abitare uno spazio sicuro, protetto, dedicato solo all’incontro autentico con se stessi e con l’altro.

Nella psicoterapia in presenza, il corpo parla quanto la voce. Il silenzio condiviso, un respiro che si fa più lento o più agitato, uno sguardo che si abbassa o che finalmente osa incontrare quello dell’altro: tutti questi elementi sono parte attiva della cura. È un linguaggio silenzioso che nutre, rispecchia, sostiene e accompagna il processo di trasformazione.

L’online può essere una soluzione pratica e talvolta necessaria, ma non potrà mai sostituire completamente la dimensione incarnata della relazione terapeutica. La psicoterapia in presenza non è solo “parlare con qualcuno”: è vivere un incontro. È il coraggio di lasciarsi vedere davvero, di condividere emozioni nello stesso spazio, di respirare insieme.

Per questo motivo, tornare a scegliere la terapia in presenza non significa rifiutare la modernità, ma ricordare che il cuore del processo terapeutico non è la tecnologia, bensì la relazione. Una relazione che, nello spazio condiviso della stanza, può farsi carne, voce e respiro.

La psicoterapia non è solo scambio di parole. È relazione viva, incarnata, costruita momento per momento attraverso il corpo, lo sguardo, il respiro condiviso. E questo, lo schermo non potrà mai offrirlo.

1. Lo sguardo non filtrato
Nella stanza di terapia ci si guarda negli occhi, senza mediazioni digitali. Lo schermo appiattisce, ritarda, a volte distorce. Non restituisce la profondità di un volto, la vibrazione di una micro-espressione, la sincerità di una lacrima che scende. Lo sguardo è contatto, è conferma: “Ti vedo, sono qui con te”. Online diventa più fragile, più sfuggente.

2. Il respiro condiviso
In presenza si respira insieme. Si avverte l’agitazione dell’altro, il sollievo che arriva dopo un pianto, il ritmo che cambia quando una verità difficile viene pronunciata. Nella stanza si crea un campo comune, un’onda emotiva che attraversa entrambi. Attraverso lo schermo, quel campo si spezza: il respiro non arriva, resta solo il suono di una voce.

3. Il corpo come messaggio
Il corpo parla, sempre. Una postura che cede, una mano che si stringe, un tremito che non si riesce a contenere: sono segnali preziosi che in presenza emergono e possono essere accolti. Online spesso scompaiono, tagliati fuori dall’inquadratura o nascosti dietro la tentazione di mostrarsi “a posto”. Ma la terapia vive proprio di ciò che non è a posto.

4. Lo spazio sacro della stanza
Entrare nello studio del terapeuta significa entrare in un luogo protetto, separato dal resto della vita. È una soglia simbolica: qui posso fermarmi, qui posso essere autentico, qui posso lasciar cadere le maschere. La terapia online, invece, rischia di mescolarsi al quotidiano: il computer sul tavolo di cucina, il telefono che vibra, il rumore in sottofondo. Non c’è la stessa qualità di presenza.

5. La relazione incarnata
La psicoterapia non è solo tecnica: è incontro. È due esseri umani che condividono un pezzo di strada, occhi negli occhi, cuore con cuore. La tecnologia può ridurre la distanza, ma non potrà mai sostituire il calore di un silenzio condiviso, il sentirsi davvero “accanto” a qualcuno.

La psicoterapia online è utile, certo. Può essere un ponte quando l’incontro fisico è impossibile. Ma resta un surrogato.
La vera trasformazione avviene nella stanza di terapia, quando ci si lascia toccare dalla presenza reale dell’altro.
Perché la cura non passa solo dalle parole: passa dallo sguardo, dal respiro, dal contatto. Passa dalla vita che vibra tra due persone sedute una di fronte all’altra.

17/09/2025

EMOTIONAL RELEASE

La rabbia (come tutte le emozioni primarie) è un movimento di energia che nasce nel corpo e tende verso un’azione: difendersi, proteggere i propri confini, affermarsi.
Se non viene riconosciuta ed espressa in modo adeguato, quell’energia resta bloccata, trasformandosi in tensione muscolare, sintomi psicosomatici o in una rabbia che “ristagna” e si manifesta indirettamente (irritabilità, freddo distacco, passivo-aggressività, scoppi improvvisi).

Ecco perché è importante rilasciarla:

1) Per il corpo → trattenere la rabbia significa mantenere contratti muscoli, respiro e sistema nervoso. Esprimendola (anche solo immaginando di gridare, colpire un cuscino o parlare a chi ci ha ferito) il corpo scarica tensione e ritrova fluidità.

2) Per la psiche → dare forma alla rabbia la rende pensabile e non più solo un magma caotico dentro. L’immaginazione è uno strumento sicuro che permette di viverla senza fare danni reali.

3) Per le relazioni → se non troviamo modi simbolici e creativi per esprimerla, la rabbia può “esplodere” contro gli altri o implodere contro di noi (colpa, depressione, autodenigrazione). Lavorarla in immaginazione permette di preparare espressioni più sane nella vita reale.

4) Per l’integrazione → esprimere la rabbia non significa distruggere, ma recuperare la sua funzione vitale: proteggerci, affermarci, tracciare confini. È un passaggio necessario per integrarla come risorsa, non solo come minaccia.

In Gestalt spesso si usano esperimenti immaginativi (come la sedia vuota) proprio per dare voce e corpo alla rabbia: l’immaginazione crea uno spazio intermedio tra ciò che proviamo e ciò che possiamo agire, dove possiamo esplorarla senza rischi.

In sintesi: la rabbia va rilasciata perché è energia vitale congelata. L’immaginazione è un canale protetto che permette di liberarla, trasformarla e integrarla, senza reprimerla né danneggiare noi stessi o gli altri.

Immagina di essere il mare.La riva è il punto in cui incontri la terra: lì non sei più solo acqua, ma non sei ancora ter...
14/09/2025

Immagina di essere il mare.
La riva è il punto in cui incontri la terra: lì non sei più solo acqua, ma non sei ancora terra. Sei onda che accarezza, rompe, si ritira, ritorna. Questo è il confine-contatto: il luogo dove tu e il mondo vi toccate, vi trasformate a vicenda.

Ora, la Gestalt dice: la psicoterapia non è dentro la persona né dentro il terapeuta, ma in quel bordo, in quella linea viva tra i due. È un po’ come dire che il senso della musica non è nello spartito né nel silenzio, ma nell’atto stesso del suonare.

Pensa a un alveare. Ogni ape non ha senso da sola: la danza delle api non comunica nulla se non c’è un alveare intero che la riceve. Così, il nostro modo di essere non si manifesta “dentro di noi”, ma al confine con l’altro. Io divento “io” solo perché tu sei lì a specchiarmi, a reagire, a rispondermi.

Il problema psicologico nasce quando quel confine si irrigidisce o si dissolve:

Se si irrigidisce, è come un muro: il mare non incontra più la riva, non nasce nessun movimento, nessuna trasformazione. È il caso della persona che “non sente” o che si chiude.

Se si dissolve, è come una diga che crolla: il mare invade la terra senza misura, o la terra inghiotte il mare. È la fusione, la perdita di sé nei bisogni dell’altro.

Il lavoro gestaltico non è allora “curare dentro”, ma ri-educare la danza del confine, rendere la riva capace di respirare con le onde, momento dopo momento.

E qui viene il punto più raffinato, che spesso sfugge persino agli esperti:
il confine-contatto non è un luogo fisso, ma un evento estetico. È come guardare una scultura di luce: esiste solo mentre la luce incontra la superficie. Il terapeuta e il paziente non sono due entità chiuse che dialogano, ma due raggi che diventano visibili solo nell’interferenza.

In altre parole: la terapia è un’opera d’arte che non lascia residui, ma trasforma chi la vive.
Ogni seduta è una “scultura temporanea di presenza”.

02/09/2025

Incontri nella Sintonia

C’era una volta, in un piccolo villaggio, una giovane donna di nome Elena. Da quindici anni, Elena custodiva un vaso di ...
29/08/2025

C’era una volta, in un piccolo villaggio, una giovane donna di nome Elena. Da quindici anni, Elena custodiva un vaso di terracotta. Era un vaso grande, forte e lucido, che un giorno un uomo le aveva regalato dicendole: "Questo vaso è per te. Custodiscilo, perché con lui potrai dissetarti ogni volta che avrai sete." E così fece. Ogni giorno, Elena riempiva il vaso d’acqua fresca, lo proteggeva dal sole, lo riparava dalla pioggia. Lo teneva sempre accanto a sé. Perché dentro quel vaso, credeva, c’era la sua vita. Passarono le stagioni, gli anni, e il vaso era sempre lì. Elena si era abituata a vederlo accanto a sé quando si svegliava e quando andava a dormire. Credeva che sarebbe rimasto con lei per sempre. Ma un giorno, senza preavviso, l’uomo che glielo aveva donato tornò e disse: "Devo portare via il vaso."
Elena lo guardò incredula. "Come portarlo via? Ma… è il mio vaso. Ci ho messo dentro la mia acqua, il mio tempo, la mia vita." Lui scosse la testa, con gli occhi bassi: "No, Elena. Era solo in prestito." E, senza voltarsi, lo prese e se ne andò. I primi giorni, Elena camminava come un’ombra. La gola era secca, la pelle bruciava sotto il sole. Si sentiva vuota. "Non posso vivere senza il mio vaso," pensava. "Tutto ciò che ero, tutto ciò che avevo, era lì dentro." Una notte, mentre vagava per i campi, si sdraiò sull’erba e, guardando il cielo, lasciò finalmente che le lacrime uscissero. Pianse tanto da sentire il terreno sotto di lei ba****si. Quando aprì gli occhi, notò qualcosa che non aveva mai visto prima. Poco lontano, tra le pietre, scorreva un piccolo rivolo d’acqua. Si avvicinò incuriosita e vi immerse le mani.
L’acqua era fresca, viva, infinita. Sedette accanto a quel ruscello e rimase in silenzio, finché una vecchia del villaggio, che aveva osservato la scena, si avvicinò e le disse: "Sai, Elena… tu hai creduto per anni che la tua acqua fosse nel vaso. Ma l’acqua non apparteneva al vaso. L’acqua era sempre qui. L’acqua sei tu."
Elena rimase in silenzio. Le parole le scivolarono dentro come gocce di pioggia che bagnano un terreno arido. Capì che il vaso era solo un contenitore. L’amore che dava, la dedizione, la cura, la vita che pulsava in lei… non erano mai state dentro di lui. Erano sempre state dentro di lei. Col tempo, Elena imparò a bere da quel fiume. Imparò a riempire nuove coppe, a ba****si il viso, a lasciarsi scorrere addosso la freschezza di una sorgente che non si esaurisce. Ogni giorno, guardando il corso d’acqua, ricordava che nessuno può portarti via ciò che sei. I vasi possono rompersi, perdersi o essere portati via… ma la sorgente resta. E la sorgente, scoprì, era inesauribile.

Indirizzo

Via Santo Strato 14 (Posillipo)
Naples
80123

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Spunti di riflessione del Dott. Massimiliano De Somma 3387445862