VertiLab - Centro Diagnosi e Cura del Paziente Vertiginoso

VertiLab - Centro Diagnosi e Cura del Paziente Vertiginoso Centro di Alta Specializzazione nella Diagnosi e nella Cura dei Disturbi dell’Equilibrio.

Seguiamo i nostri pazienti dalla valutazione otoneurologica, vestibolare e posturale fino all’impostazione del piano terapeutico e del percorso di riabilitazione.

A beneficio di chi ci segue e desidera conoscerci meglio, condividiamo alcune informazioni su VertiLab – Centro di Diagn...
17/01/2026

A beneficio di chi ci segue e desidera conoscerci meglio, condividiamo alcune informazioni su VertiLab – Centro di Diagnosi e Cura per il Paziente Vertiginoso.

VertiLab è un centro di alta specializzazione dedicato ai disturbi dell’equilibrio. L’attività clinica comprende la valutazione otoneurologica e vestibolare, l’inquadramento posturale e funzionale e la definizione di percorsi diagnostico-terapeutici personalizzati. Il lavoro è svolto da un team di vestibologi, otoneurologi e fisioterapisti altamente specializzati, coordinato dalla dott.ssa Fabrizia de Falco, fondatrice del centro insieme al dott. Antonio D’Angelo, fisioterapista e posturologo, e dalla dott.ssa Daniela Nizzardelli, fisioterapista.

Accanto alla fase diagnostica, VertiLab propone percorsi mirati di riabilitazione vestibolare e rieducazione dell’equilibrio, oltre a trattamenti fisioterapici per le patologie del sistema muscoloscheletrico e funzionale, anche non strettamente vestibolari.

VertiLab è un centro privato non convenzionato con il Servizio Sanitario Nazionale: l’accesso avviene in regime di consulenza privata. La sede è unica, a Napoli, in via Gabriele Jannelli 220; non sono presenti altre sedi. Per i pazienti che risiedono lontano è disponibile anche un servizio di telemedicina, per consulenze online.

Tutti i servizi e le modalità di accesso sono consultabili su www.vertilab.net
oppure contattando la nostra segreteria al 351 4061830, attiva dal lunedì al venerdì dalle 09.00 alle 19.00 e il sabato dalle 09.00 alle 13.00.

Oggi parliamo di ... IPERACUSIA !Il confine sottile tra udito e ipersensibilitàL’ipersensibilità ai rumori è un sintomo ...
16/01/2026

Oggi parliamo di ... IPERACUSIA !
Il confine sottile tra udito e ipersensibilità
L’ipersensibilità ai rumori è un sintomo estremamente comune e, allo stesso tempo, profondamente frainteso. Molti pazienti la descrivono come “non sopporto più i rumori”, “mi danno fastidio suoni che prima tolleravo”, “alcuni suoni mi fanno quasi male”. Spesso questa esperienza viene genericamente etichettata come iperacusia, ma in realtà sotto questa parola convivono fenomeni diversi, con meccanismi fisiopatologici e implicazioni cliniche non sovrapponibili. Mettere ordine è già, in parte, terapia.
In senso stretto, l’iperacusia è una riduzione della soglia di tolleranza ai suoni: stimoli acustici di intensità normale vengono percepiti come eccessivamente forti, sgradevoli o addirittura dolorosi. Non si tratta di “avere l’udito più fine”, né di una maggiore sensibilità uditiva in senso positivo. È un’alterazione del rapporto tra intensità sonora e percezione soggettiva di comfort, spesso accompagnata da evitamento dei suoni e da un impatto significativo sulla qualità di vita.
È però fondamentale chiarire che non tutta l’intolleranza ai rumori è iperacusia. La letteratura distingue infatti condizioni diverse che vengono spesso confuse. Nell’iperacusia il problema riguarda prevalentemente la percezione del volume: il suono è avvertito come “troppo forte”. Nella fonofobia, invece, domina una risposta di paura o di allarme anticipatorio nei confronti del suono, spesso legata a esperienze precedenti di dolore, vertigine o malessere; qui la componente emotiva e di evitamento è centrale. La misofonia, infine, è caratterizzata da una reazione intensa e selettiva verso specifici suoni – spesso a bassa intensità, come masticare o respirare – che evocano rabbia o disgusto più che fastidio uditivo in senso stretto. Confondere queste condizioni porta facilmente a errori di inquadramento e a strategie terapeutiche inefficaci.
Dal punto di vista fisiopatologico, uno dei modelli più accreditati per spiegare l’iperacusia è quello dell’aumento del cosiddetto guadagno centrale. In presenza di un input uditivo alterato o ridotto, anche in modo lieve o non sempre evidente agli esami audiometrici convenzionali, il sistema uditivo centrale può reagire amplificando il segnale per compensare. Questa amplificazione, che in teoria ha una funzione adattativa, può diventare disfunzionale e tradursi in una percezione abnorme dell’intensità sonora. Non si parla necessariamente di una lesione strutturale, ma di una disregolazione funzionale dei circuiti centrali dell’udito.
L’ipersensibilità ai suoni è frequentemente associata ad altre condizioni otoneurologiche. È molto comune nei pazienti con acufene, tanto che le due condizioni spesso coesistono e si influenzano reciprocamente. Può comparire dopo un trauma acustico, anche in assenza di un calo uditivo clinicamente significativo. È descritta in alcune patologie neurologiche e, soprattutto, è un elemento centrale nel mondo dell’emicrania. Nell’emicrania, la fonofobia rappresenta uno dei criteri diagnostici ufficiali ed esprime una più ampia ipersensibilità sensoriale che può coinvolgere anche luce, odori e movimento. Nei pazienti con emicrania vestibolare non è raro che l’intolleranza ai suoni persista anche al di fuori dell’attacco doloroso, assumendo un andamento fluttuante e difficile da interpretare se non si considera il quadro di base.
Un capitolo a parte riguarda il fenomeno di recruitment, spesso confuso con l’iperacusia ma concettualmente distinto. Il recruitment è tipico delle ipoacusie neurosensoriali di origine cocleare ed è particolarmente caratteristico della malattia di Ménière. In questa condizione, la crescita della sensazione sonora è anomala: i suoni deboli possono essere percepiti poco o per nulla, mentre piccoli incrementi di intensità vengono avvertiti come improvvisamente molto forti. Il risultato soggettivo può essere un marcato fastidio per i suoni intensi, ma il meccanismo non è una ridotta tolleranza globale al rumore; è piuttosto una compressione dinamica patologica legata al danno cocleare. È quindi corretto dire che il paziente con Ménière può riferire “ipersensibilità”, ma spesso ciò che sperimenta è recruitment e non iperacusia in senso stretto.
Questa distinzione non è solo teorica, perché ha ricadute diagnostiche concrete. Esistono infatti test audiologici oggettivi che aiutano a orientarsi nella valutazione dell’ipersensibilità sonora. Il test di Metz, ad esempio, consente di identificare il recruitment attraverso il riscontro di riflessi stapediali presenti a soglie insolitamente basse rispetto alla soglia uditiva. La misurazione delle soglie di fastidio (Loudness Discomfort Levels, LDL) permette inoltre di quantificare la tolleranza ai suoni e di distinguere, almeno in parte, tra iperacusia vera e alterazioni della percezione dell’intensità secondarie a danno periferico. Nessun test, da solo, consente una diagnosi definitiva: la letteratura è concorde nel sottolineare come l’inquadramento corretto derivi sempre dall’integrazione tra dati oggettivi, profilo audiologico, contesto clinico e vissuto del paziente.
Una domanda frequente è se l’ipersensibilità ai rumori debba spaventare. Nella maggior parte dei casi non si tratta di un sintomo pericoloso in sé, ma è comunque un segnale che merita attenzione clinica. È corretto non minimizzare quando l’esordio è improvviso e marcato, soprattutto se monolaterale, o quando si associa a calo uditivo, vertigine acuta, dolore, acufene pulsante, autofonia importante o altri segni neurologici: in questi casi è necessario un inquadramento specialistico tempestivo.
Un ruolo cruciale è svolto dalla connessione tra ansia, stress, sonno e ipervigilanza. Parlare di questo aspetto non significa affermare che “sia tutto psicologico”. La letteratura mostra chiaramente come i sistemi sensoriali ed emotivi siano strettamente interconnessi. Quando un suono viene associato a un’esperienza negativa, il cervello può imparare a reagire in anticipo, mantenendo uno stato di allerta costante. Questa ipervigilanza sensoriale abbassa ulteriormente la soglia di tolleranza e alimenta un circolo vizioso fatto di anticipazione, evitamento e progressiva riduzione dell’esposizione sonora. Con il tempo, paradossalmente, il sistema uditivo diventa ancora meno tollerante.
Per questo motivo, l’uso indiscriminato e continuativo di protezioni acustiche nella vita quotidiana, se non specificamente indicato, può risultare controproducente. L’isolamento sonoro cronico favorisce la disabituazione e può rinforzare il problema invece di risolverlo. Gli approcci moderni alla gestione dell’ipersensibilità sonora prevedono una valutazione accurata del tipo di intolleranza, dell’eventuale patologia associata e del peso della componente emotiva, integrando quando necessario strategie di rieducazione alla tolleranza sonora, esposizione graduale e interventi mirati sui meccanismi di paura e ipervigilanza.
Il messaggio finale è questo: l’ipersensibilità ai rumori non va né drammatizzata né banalizzata. Non è un capriccio, non è “nella testa” in senso riduttivo, ma neppure è solo un problema dell’orecchio. È un sintomo di confine tra orecchio e cervello, tra percezione sensoriale e regolazione centrale, tra stimolo e risposta emotiva. Capire che cosa intende davvero il paziente quando dice “non sopporto i rumori” è il primo passo per costruire un percorso terapeutico efficace e realmente personalizzato.

Oggi parliamo di ... IPERACUSIA !
Il confine sottile tra udito e ipersensibilità

L’ipersensibilità ai rumori è un sintomo estremamente comune e, allo stesso tempo, profondamente frainteso. Molti pazienti la descrivono come “non sopporto più i rumori”, “mi danno fastidio suoni che prima tolleravo”, “alcuni suoni mi fanno quasi male”. Spesso questa esperienza viene genericamente etichettata come iperacusia, ma in realtà sotto questa parola convivono fenomeni diversi, con meccanismi fisiopatologici e implicazioni cliniche non sovrapponibili. Mettere ordine è già, in parte, terapia.

In senso stretto, l’iperacusia è una riduzione della soglia di tolleranza ai suoni: stimoli acustici di intensità normale vengono percepiti come eccessivamente forti, sgradevoli o addirittura dolorosi. Non si tratta di “avere l’udito più fine”, né di una maggiore sensibilità uditiva in senso positivo. È un’alterazione del rapporto tra intensità sonora e percezione soggettiva di comfort, spesso accompagnata da evitamento dei suoni e da un impatto significativo sulla qualità di vita.

È però fondamentale chiarire che non tutta l’intolleranza ai rumori è iperacusia. La letteratura distingue infatti condizioni diverse che vengono spesso confuse. Nell’iperacusia il problema riguarda prevalentemente la percezione del volume: il suono è avvertito come “troppo forte”. Nella fonofobia, invece, domina una risposta di paura o di allarme anticipatorio nei confronti del suono, spesso legata a esperienze precedenti di dolore, vertigine o malessere; qui la componente emotiva e di evitamento è centrale. La misofonia, infine, è caratterizzata da una reazione intensa e selettiva verso specifici suoni – spesso a bassa intensità, come masticare o respirare – che evocano rabbia o disgusto più che fastidio uditivo in senso stretto. Confondere queste condizioni porta facilmente a errori di inquadramento e a strategie terapeutiche inefficaci.

Dal punto di vista fisiopatologico, uno dei modelli più accreditati per spiegare l’iperacusia è quello dell’aumento del cosiddetto guadagno centrale. In presenza di un input uditivo alterato o ridotto, anche in modo lieve o non sempre evidente agli esami audiometrici convenzionali, il sistema uditivo centrale può reagire amplificando il segnale per compensare. Questa amplificazione, che in teoria ha una funzione adattativa, può diventare disfunzionale e tradursi in una percezione abnorme dell’intensità sonora. Non si parla necessariamente di una lesione strutturale, ma di una disregolazione funzionale dei circuiti centrali dell’udito.

L’ipersensibilità ai suoni è frequentemente associata ad altre condizioni otoneurologiche. È molto comune nei pazienti con acufene, tanto che le due condizioni spesso coesistono e si influenzano reciprocamente. Può comparire dopo un trauma acustico, anche in assenza di un calo uditivo clinicamente significativo. È descritta in alcune patologie neurologiche e, soprattutto, è un elemento centrale nel mondo dell’emicrania. Nell’emicrania, la fonofobia rappresenta uno dei criteri diagnostici ufficiali ed esprime una più ampia ipersensibilità sensoriale che può coinvolgere anche luce, odori e movimento. Nei pazienti con emicrania vestibolare non è raro che l’intolleranza ai suoni persista anche al di fuori dell’attacco doloroso, assumendo un andamento fluttuante e difficile da interpretare se non si considera il quadro di base.

Un capitolo a parte riguarda il fenomeno di recruitment, spesso confuso con l’iperacusia ma concettualmente distinto. Il recruitment è tipico delle ipoacusie neurosensoriali di origine cocleare ed è particolarmente caratteristico della malattia di Ménière. In questa condizione, la crescita della sensazione sonora è anomala: i suoni deboli possono essere percepiti poco o per nulla, mentre piccoli incrementi di intensità vengono avvertiti come improvvisamente molto forti. Il risultato soggettivo può essere un marcato fastidio per i suoni intensi, ma il meccanismo non è una ridotta tolleranza globale al rumore; è piuttosto una compressione dinamica patologica legata al danno cocleare. È quindi corretto dire che il paziente con Ménière può riferire “ipersensibilità”, ma spesso ciò che sperimenta è recruitment e non iperacusia in senso stretto.

Questa distinzione non è solo teorica, perché ha ricadute diagnostiche concrete. Esistono infatti test audiologici oggettivi che aiutano a orientarsi nella valutazione dell’ipersensibilità sonora. Il test di Metz, ad esempio, consente di identificare il recruitment attraverso il riscontro di riflessi stapediali presenti a soglie insolitamente basse rispetto alla soglia uditiva. La misurazione delle soglie di fastidio (Loudness Discomfort Levels, LDL) permette inoltre di quantificare la tolleranza ai suoni e di distinguere, almeno in parte, tra iperacusia vera e alterazioni della percezione dell’intensità secondarie a danno periferico. Nessun test, da solo, consente una diagnosi definitiva: la letteratura è concorde nel sottolineare come l’inquadramento corretto derivi sempre dall’integrazione tra dati oggettivi, profilo audiologico, contesto clinico e vissuto del paziente.

Una domanda frequente è se l’ipersensibilità ai rumori debba spaventare. Nella maggior parte dei casi non si tratta di un sintomo pericoloso in sé, ma è comunque un segnale che merita attenzione clinica. È corretto non minimizzare quando l’esordio è improvviso e marcato, soprattutto se monolaterale, o quando si associa a calo uditivo, vertigine acuta, dolore, acufene pulsante, autofonia importante o altri segni neurologici: in questi casi è necessario un inquadramento specialistico tempestivo.

Un ruolo cruciale è svolto dalla connessione tra ansia, stress, sonno e ipervigilanza. Parlare di questo aspetto non significa affermare che “sia tutto psicologico”. La letteratura mostra chiaramente come i sistemi sensoriali ed emotivi siano strettamente interconnessi. Quando un suono viene associato a un’esperienza negativa, il cervello può imparare a reagire in anticipo, mantenendo uno stato di allerta costante. Questa ipervigilanza sensoriale abbassa ulteriormente la soglia di tolleranza e alimenta un circolo vizioso fatto di anticipazione, evitamento e progressiva riduzione dell’esposizione sonora. Con il tempo, paradossalmente, il sistema uditivo diventa ancora meno tollerante.

Per questo motivo, l’uso indiscriminato e continuativo di protezioni acustiche nella vita quotidiana, se non specificamente indicato, può risultare controproducente. L’isolamento sonoro cronico favorisce la disabituazione e può rinforzare il problema invece di risolverlo. Gli approcci moderni alla gestione dell’ipersensibilità sonora prevedono una valutazione accurata del tipo di intolleranza, dell’eventuale patologia associata e del peso della componente emotiva, integrando quando necessario strategie di rieducazione alla tolleranza sonora, esposizione graduale e interventi mirati sui meccanismi di paura e ipervigilanza.

Il messaggio finale è questo: l’ipersensibilità ai rumori non va né drammatizzata né banalizzata. Non è un capriccio, non è “nella testa” in senso riduttivo, ma neppure è solo un problema dell’orecchio. È un sintomo di confine tra orecchio e cervello, tra percezione sensoriale e regolazione centrale, tra stimolo e risposta emotiva. Capire che cosa intende davvero il paziente quando dice “non sopporto i rumori” è il primo passo per costruire un percorso terapeutico efficace e realmente personalizzato.

oggi parliamo di... Cervicale!Chi si occupa di vestibologia e otoneurologia si confronta quasi quotidianamente con un gr...
15/01/2026

oggi parliamo di... Cervicale!

Chi si occupa di vestibologia e otoneurologia si confronta quasi quotidianamente con un grande “mito” dell’immaginario collettivo: la cervicale come origine di tutti i mali. Vertigini, instabilità, nausea, senso di testa vuota, oscillazioni… molto spesso tutto viene ricondotto, in modo automatico, al collo. La realtà clinica e scientifica è più complessa, e merita alcune precisazioni.

È vero che esistono vie di comunicazione ben documentate tra vestibolo, collo e tronco. La letteratura scientifica descrive in modo chiaro i riflessi vestibolo-collici e vestibolo-spinali, cioè quei circuiti neurofisiologici attraverso cui il sistema vestibolare dialoga con la muscolatura cervicale e con la muscolatura assiale per stabilizzare capo e postura nello spazio. Il vestibolo non serve solo a “sentire la vertigine”, ma contribuisce in modo fondamentale al controllo del tono muscolare, dell’equilibrio e dell’orientamento corporeo.
Quando si parla della cosiddetta “vertigine cervicogenica”, però, è necessario essere molto cauti. Le evidenze disponibili suggeriscono che, nella maggior parte dei casi, non si tratti di una vera vertigine rotatoria, ma piuttosto di una forma di dizziness: una sensazione di instabilità, di disorientamento spaziale, di testa leggera o di difficoltà nel controllo posturale. Non a caso, anche nelle revisioni più accreditate, la diagnosi di vertigine cervicogenica è considerata una diagnosi di esclusione e rimane oggetto di dibattito.

Dal punto di vista otoneurologico, uno dei motivi principali per cui il paziente associa la vertigine alla cervicale è un fraintendimento fisiologico comprensibile. Quando muoviamo il collo, ruotiamo o incliniamo la testa, non stiamo “attivando la cervicale” in senso causale, ma stiamo stimolando i recettori vestibolari dei canali semicircolari. È il movimento della testa nello spazio a generare l’informazione vestibolare. Se questo movimento scatena una vertigine rotatoria, la causa è vestibolare, non cervicale. La cervicale entra in gioco come struttura che accompagna il movimento, non come generatore primario del sintomo. Ma il paziente che avverte la vertigine nel muovere capo e collo chiaramente interpreta la sensazione di "giramento di testa" come conseguenza diretta della sollecitazione della cervicale, senza ovviamente pensare al fatto che in realtà "sta muovendo" il labirinto (anche perchè in pochi sanno che è cosí)... ed ecco il tranello: "Dottoressa, quando giro la testa, quando mi stendo, quando mi giro e muovo il collo...mi gira, tutto, ma io lo so...si è infiammata la cervicale!".

Un altro aspetto fondamentale riguarda la postura e la propriocezione. In presenza di qualsiasi disturbo dell’equilibrio, inclusi quelli di origine vestibolare, il corpo mette in atto strategie di evitamento. Il paziente impara, spesso inconsapevolmente, a ridurre i movimenti che percepisce come pericolosi. Nel tempo questo porta a rigidità, riduzione della mobilità cervicale e del tronco, aumento delle tensioni muscolari e alterazione degli schemi posturali. È un adattamento difensivo del sistema nervoso, non la causa iniziale del problema.

Per questo motivo il paziente vertiginoso o instabile beneficia quasi sempre, in parallelo alla riabilitazione vestibolare, di un lavoro sulla postura e sul recupero del range of motion, cioè dell’ampiezza e della qualità del movimento articolare. Recuperare il range of motion significa restituire al corpo la possibilità di muoversi in modo fluido, simmetrico e sicuro nello spazio.

Esiste però un timing preciso. Pretendere di lavorare sulla mobilità cervicale in una fase acuta di vertigine è spesso improponibile e, in alcuni casi, controproducente. In quella fase il sistema nervoso è in allarme, ipersensibile, e forzare il movimento può amplificare i sintomi. Prima è necessario correggere gli schemi corporei disfunzionali, rieducare il sistema vestibolare e centrale a riconoscere il movimento come non pericoloso, ridurre la risposta di allarme.

Quando questo passaggio è avvenuto, il fisioterapista trova finalmente un terreno fertile per interve**re anche sulla mobilità cervicale e globale. A quel punto il lavoro posturale non solo è tollerato, ma diventa estremamente efficace. Il paziente recupera sicurezza nel movimento, riduce rigidità e tensioni e sperimenta un beneficio reale e globale, a 360 gradi.

In vestibologia la cervicale non è un capro espiatorio, ma una parte di un sistema complesso. Capirne il ruolo, senza semplificazioni né scorciatoie, è ciò che fa la differenza tra spiegazioni rassicuranti ma fuorvianti e un percorso terapeutico realmente efficace.

In conclusione, è proprio da questa visione complessa e integrata che nasce il modo di lavorare di VertiLab. L’equilibrio non viene mai ridotto a un singolo distretto né a una spiegazione semplificata: lo studiamo come un senso a tutti gli effetti, diffuso, sofisticato, che coinvolge vestibolo, sistema nervoso centrale, postura, propriocezione, visione e movimento. Inquadrare un paziente vertiginoso o instabile significa osservare questo sistema da ogni prospettiva possibile, comprendere come i diversi segnali dialogano tra loro e interve**re nel momento giusto, con gli strumenti giusti. È solo così che l’equilibrio smette di essere un sintomo isolato e torna a essere ciò che dovrebbe sempre essere: una funzione integrata, silenziosa e stabile al servizio della vita quotidiana.

Equilibrio e postura non sono due mondi separati. Al contrario, dialogano continuamente attraverso un sistema complesso ...
10/01/2026

Equilibrio e postura non sono due mondi separati. Al contrario, dialogano continuamente attraverso un sistema complesso che coinvolge apparato vestibolare, vista, propriocettori muscolo-articolari e sistema nervoso centrale. Quando uno di questi elementi perde armonia, l’equilibrio ne risente, anche in assenza di vere vertigini.

Una postura alterata può modificare le informazioni propriocettive che arrivano al cervello, generando instabilità, senso di insicurezza nella deambulazione, affaticamento e compensi inefficaci. Allo stesso modo, un disturbo dell’equilibrio protratto nel tempo induce adattamenti posturali disfunzionali, creando un circolo vizioso che va riconosciuto e trattato in modo mirato.

È qui che la figura del posturologo diventa determinante. La valutazione posturale non è una semplice “analisi dell’appoggio”, ma uno studio globale dell’organizzazione del corpo nello spazio, delle catene muscolari e delle strategie di compenso. In ambito vestibolare, questo approccio è fondamentale per completare l’inquadramento clinico e impostare un percorso riabilitativo realmente efficace.

Nel team VertiLab, coordinati dal dott. Antonio D’Angelo e dalla Dott.ssa Daniela Nizzardelli, fisioterapisti e posturologi lavorano in stretta integrazione con il vestibologo. La collaborazione tra competenze diverse consente di affrontare i disturbi dell’equilibrio in modo globale, personalizzato e basato su evidenze cliniche.

02/12/2025

Durante un esame vestibolare, e chi ne ha fatto uno se lo ricorderà benissimo, c’è una frase che risuona senza sosta: “Non chiuda gli occhi… occhi aperti!”.
Non è un ritornello per richiamare l’attenzione, né un modo per distrarre il paziente. È una necessità diagnostica precisa.

Nelle labirintolitiasi, infatti, l’intera valutazione si basa sull’osservazione del nistagmo, il movimento involontario degli occhi che riflette in tempo reale ciò che accade nel labirinto. La direzione, l’intensità e l’evoluzione del nistagmo permettono di capire quale canale è coinvolto, da quale lato e quale manovra risulterà realmente efficace. Se la palpebra si abbassa, anche solo in parte, il movimento oculare diventa difficile da visualizzare e molte informazioni fondamentali si perdono. È ciò che nel video emerge chiaramente: per buona parte dell’esame l’interpretazione risulta più complessa proprio perché gli occhi non restano completamente aperti, e il quadro clinico diventa meno leggibile.

È del tutto naturale che il paziente senta l’impulso di chiudere le palpebre. La stimolazione vestibolare evoca sensazioni simili a quelle delle giostre o di un mezzo in movimento, e il cervello tende istintivamente a ridurre l’input visivo per proteggersi. Tuttavia, durante il test è necessario compiere lo sforzo opposto: mantenere gli occhi aperti e affidarsi alla guida dell’operatore, che osserva ciò che accade istante per istante e può modulare i movimenti successivi, anticipare eventuali reazioni e rassicurare il paziente mentre tutto si svolge.

In pratica, tenere gli occhi aperti non è un dettaglio, ma la condizione che permette allo specialista di leggere il comportamento del labirinto in modo chiaro e di scegliere la manovra corretta con la massima precisione e sicurezza.
È proprio questo semplice gesto – gli occhi aperti nel momento in cui verrebbe spontaneo chiuderli – che spesso fa la differenza tra un esame difficile e una diagnosi realmente efficace.

É stato caricato sul canale YouTube della Fondazione Salutogenesi la registrazione del webinar della dott.ssa de Falco, ...
20/11/2025

É stato caricato sul canale YouTube della Fondazione Salutogenesi la registrazione del webinar della dott.ssa de Falco, un incontro a cui teniamo molto.

Direttamente dalla pagina Ascolta l'Otologo, a cura della dr.ssa Fabrizia de Falco :

“Desidero ringraziare ancora una volta Nadia Gaggioli, che mi ha affidato l’incarico di affrontare questo argomento così ricco di sfumature. Siamo partiti dall’acufene per poi allargarci a quel vasto mondo di suoni “strani” e talvolta inquietanti che ciascuno di noi può sentire. Ho cercato di spiegare che non sono tutti campanelli d’allarme: alcuni, paradossalmente, sono proprio la prova che tutto sta funzionando come dovrebbe.

Ho provato a guidarvi dentro la complessa anatomia dell’orecchio e dei suoi dintorni, proponendo di interpretare la visita un po’ come farebbe un meccanico di fronte a un’automobile rumorosa: procedendo con calma, compartimento dopo compartimento, senza dare nulla per scontato. È un modo diverso di ascoltare il sintomo, e spesso proprio così emergono dettagli preziosi che nella corsa quotidiana passano inosservati.

Quando si osserva l’orecchio con questo sguardo più attento, ci si accorge che l’acufene non coincide automaticamente con una malattia e che, con una diagnosi davvero approfondita, possono ve**re alla luce aspetti importanti e interventi utili che troppo spesso restano in ombra.

Il video fa parte delle lezioni della Scuola sulla Malattia di Ménière promossa da Salutogenesi ed è ora disponibile su YouTube.
Spero che possiate ritrovarci qualcosa di utile, e magari anche un po’ di sollievo. Buona visione.”

Quando l'Orecchio parla. Non tutti i suoni sono acufeni.Relazione della Dott.ssa Fabrizia de Falco, Specialista in Otorinolaringoiatria

16/11/2025

Dove 👂🏻
Le manovre fanno parte dell’esame vestibolare, ma rappresentano solo una frazione di tutto ciò che viene valutato. Si collocano all’interno dell’indagine dedicata ai disturbi posizionali del sistema dell’equilibrio, e vengono eseguite dopo aver identificato il canale semicircolare coinvolto e verificato la presenza di un nistagmo coerente con una dislocazione otolitica.

Come 💡
Gli otoliti sono normali strutture dell’orecchio interno: piccolissimi cristalli di carbonato di calcio che ci permettono di percepire accelerazioni e inclinazioni. Il problema non è averli, ma averli nel posto sbagliato. Quando migrano in un canale semicircolare alterano il movimento della endolinfa e scatenano vertigini caratteristiche.
Le manovre servono proprio a riportarli nella loro sede naturale. A seconda del canale coinvolto esistono procedure diverse, ognuna con una logica biomeccanica precisa. Durante l’esecuzione è frequente avvertire un giro di testa: è la risposta fisiologica che conferma il corretto coinvolgimento del sistema semicircolare.

Quando 🪄
Si utilizzano quando la sintomatologia è compatibile con una vertigine posizionale parossistica benigna: episodi brevi, intensi, scatenati da movimenti specifici della testa (alzarsi dal letto, girarsi nel sonno, guardare verso l’alto). In queste situazioni la manovra è, per definizione, parte della terapia stessa. Non va però eseguita nei casi di vertigine non posizionale, nei disturbi centrali o nelle instabilità croniche: in questi contesti l’esame vestibolare richiede test completamente diversi.

Perché🔍
La finalità è semplice e specifica: riposizionare gli otoliti e interrompere il meccanismo che genera la vertigine. La manovra funziona perché sfrutta la gravità e il movimento guidato della testa per accompagnare i cristalli fuori dal canale in cui sono entrati. Da qui deriva un’altra curiosità: è una delle rare situazioni mediche in cui è necessario provocare una vertigine controllata per ottenere un beneficio immediato.

E per una volta, senza assumere medicinali…
Lo sapevi ?
🤍

14/11/2025

VertiLab è un luogo di cura, ma ha l’atmosfera di una casa. Accogliamo ogni paziente come si accoglie un ospite: con tempo, con una lunga chiacchierata che ci permette di entrare davvero nel suo vissuto e capire il percorso che lo ha portato a noi, cercando aiuto. A questo momento di ascolto segue il lavoro della nostra tecnologia: strumentazione moderna, completa, precisa, insieme ad un team intero che partecipa alla visita e analizza ogni dettaglio con attenzione assoluta. Ogni caso viene letteralmente rivoltato come un calzino, finché non abbiamo raccolto tutti gli elementi necessari per formulare una diagnosi solida, avanzare ipotesi sensate ed elaborare un piano terapeutico costruito per quella persona.

Dal momento in cui si entra nelle mura di VertiLab si diventa parte di un percorso che seguiamo passo dopo passo. Il nostro unico scopo è aiutare a ritrovare l’equilibrio perduto, un impegno che prendiamo sul serio e che lavoriamo ogni giorno per mantenere.

VertiLab è il punto di partenza per ritrovarti.

Siamo a Napoli, in via Gabriele Jannelli 220.
☎️ +39 351 4061830
www.vertilab.net

Indirizzo

Via Gabriele Jannelli N. 220
Naples
80131

Orario di apertura

Lunedì 09:00 - 20:00
Martedì 09:00 - 20:00
Mercoledì 09:00 - 20:00
Giovedì 09:00 - 20:00
Venerdì 09:00 - 20:00
Sabato 09:00 - 13:00

Telefono

+393514061830

Sito Web

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