16/01/2026
Oggi parliamo di ... IPERACUSIA !
Il confine sottile tra udito e ipersensibilità
L’ipersensibilità ai rumori è un sintomo estremamente comune e, allo stesso tempo, profondamente frainteso. Molti pazienti la descrivono come “non sopporto più i rumori”, “mi danno fastidio suoni che prima tolleravo”, “alcuni suoni mi fanno quasi male”. Spesso questa esperienza viene genericamente etichettata come iperacusia, ma in realtà sotto questa parola convivono fenomeni diversi, con meccanismi fisiopatologici e implicazioni cliniche non sovrapponibili. Mettere ordine è già, in parte, terapia.
In senso stretto, l’iperacusia è una riduzione della soglia di tolleranza ai suoni: stimoli acustici di intensità normale vengono percepiti come eccessivamente forti, sgradevoli o addirittura dolorosi. Non si tratta di “avere l’udito più fine”, né di una maggiore sensibilità uditiva in senso positivo. È un’alterazione del rapporto tra intensità sonora e percezione soggettiva di comfort, spesso accompagnata da evitamento dei suoni e da un impatto significativo sulla qualità di vita.
È però fondamentale chiarire che non tutta l’intolleranza ai rumori è iperacusia. La letteratura distingue infatti condizioni diverse che vengono spesso confuse. Nell’iperacusia il problema riguarda prevalentemente la percezione del volume: il suono è avvertito come “troppo forte”. Nella fonofobia, invece, domina una risposta di paura o di allarme anticipatorio nei confronti del suono, spesso legata a esperienze precedenti di dolore, vertigine o malessere; qui la componente emotiva e di evitamento è centrale. La misofonia, infine, è caratterizzata da una reazione intensa e selettiva verso specifici suoni – spesso a bassa intensità, come masticare o respirare – che evocano rabbia o disgusto più che fastidio uditivo in senso stretto. Confondere queste condizioni porta facilmente a errori di inquadramento e a strategie terapeutiche inefficaci.
Dal punto di vista fisiopatologico, uno dei modelli più accreditati per spiegare l’iperacusia è quello dell’aumento del cosiddetto guadagno centrale. In presenza di un input uditivo alterato o ridotto, anche in modo lieve o non sempre evidente agli esami audiometrici convenzionali, il sistema uditivo centrale può reagire amplificando il segnale per compensare. Questa amplificazione, che in teoria ha una funzione adattativa, può diventare disfunzionale e tradursi in una percezione abnorme dell’intensità sonora. Non si parla necessariamente di una lesione strutturale, ma di una disregolazione funzionale dei circuiti centrali dell’udito.
L’ipersensibilità ai suoni è frequentemente associata ad altre condizioni otoneurologiche. È molto comune nei pazienti con acufene, tanto che le due condizioni spesso coesistono e si influenzano reciprocamente. Può comparire dopo un trauma acustico, anche in assenza di un calo uditivo clinicamente significativo. È descritta in alcune patologie neurologiche e, soprattutto, è un elemento centrale nel mondo dell’emicrania. Nell’emicrania, la fonofobia rappresenta uno dei criteri diagnostici ufficiali ed esprime una più ampia ipersensibilità sensoriale che può coinvolgere anche luce, odori e movimento. Nei pazienti con emicrania vestibolare non è raro che l’intolleranza ai suoni persista anche al di fuori dell’attacco doloroso, assumendo un andamento fluttuante e difficile da interpretare se non si considera il quadro di base.
Un capitolo a parte riguarda il fenomeno di recruitment, spesso confuso con l’iperacusia ma concettualmente distinto. Il recruitment è tipico delle ipoacusie neurosensoriali di origine cocleare ed è particolarmente caratteristico della malattia di Ménière. In questa condizione, la crescita della sensazione sonora è anomala: i suoni deboli possono essere percepiti poco o per nulla, mentre piccoli incrementi di intensità vengono avvertiti come improvvisamente molto forti. Il risultato soggettivo può essere un marcato fastidio per i suoni intensi, ma il meccanismo non è una ridotta tolleranza globale al rumore; è piuttosto una compressione dinamica patologica legata al danno cocleare. È quindi corretto dire che il paziente con Ménière può riferire “ipersensibilità”, ma spesso ciò che sperimenta è recruitment e non iperacusia in senso stretto.
Questa distinzione non è solo teorica, perché ha ricadute diagnostiche concrete. Esistono infatti test audiologici oggettivi che aiutano a orientarsi nella valutazione dell’ipersensibilità sonora. Il test di Metz, ad esempio, consente di identificare il recruitment attraverso il riscontro di riflessi stapediali presenti a soglie insolitamente basse rispetto alla soglia uditiva. La misurazione delle soglie di fastidio (Loudness Discomfort Levels, LDL) permette inoltre di quantificare la tolleranza ai suoni e di distinguere, almeno in parte, tra iperacusia vera e alterazioni della percezione dell’intensità secondarie a danno periferico. Nessun test, da solo, consente una diagnosi definitiva: la letteratura è concorde nel sottolineare come l’inquadramento corretto derivi sempre dall’integrazione tra dati oggettivi, profilo audiologico, contesto clinico e vissuto del paziente.
Una domanda frequente è se l’ipersensibilità ai rumori debba spaventare. Nella maggior parte dei casi non si tratta di un sintomo pericoloso in sé, ma è comunque un segnale che merita attenzione clinica. È corretto non minimizzare quando l’esordio è improvviso e marcato, soprattutto se monolaterale, o quando si associa a calo uditivo, vertigine acuta, dolore, acufene pulsante, autofonia importante o altri segni neurologici: in questi casi è necessario un inquadramento specialistico tempestivo.
Un ruolo cruciale è svolto dalla connessione tra ansia, stress, sonno e ipervigilanza. Parlare di questo aspetto non significa affermare che “sia tutto psicologico”. La letteratura mostra chiaramente come i sistemi sensoriali ed emotivi siano strettamente interconnessi. Quando un suono viene associato a un’esperienza negativa, il cervello può imparare a reagire in anticipo, mantenendo uno stato di allerta costante. Questa ipervigilanza sensoriale abbassa ulteriormente la soglia di tolleranza e alimenta un circolo vizioso fatto di anticipazione, evitamento e progressiva riduzione dell’esposizione sonora. Con il tempo, paradossalmente, il sistema uditivo diventa ancora meno tollerante.
Per questo motivo, l’uso indiscriminato e continuativo di protezioni acustiche nella vita quotidiana, se non specificamente indicato, può risultare controproducente. L’isolamento sonoro cronico favorisce la disabituazione e può rinforzare il problema invece di risolverlo. Gli approcci moderni alla gestione dell’ipersensibilità sonora prevedono una valutazione accurata del tipo di intolleranza, dell’eventuale patologia associata e del peso della componente emotiva, integrando quando necessario strategie di rieducazione alla tolleranza sonora, esposizione graduale e interventi mirati sui meccanismi di paura e ipervigilanza.
Il messaggio finale è questo: l’ipersensibilità ai rumori non va né drammatizzata né banalizzata. Non è un capriccio, non è “nella testa” in senso riduttivo, ma neppure è solo un problema dell’orecchio. È un sintomo di confine tra orecchio e cervello, tra percezione sensoriale e regolazione centrale, tra stimolo e risposta emotiva. Capire che cosa intende davvero il paziente quando dice “non sopporto i rumori” è il primo passo per costruire un percorso terapeutico efficace e realmente personalizzato.
Oggi parliamo di ... IPERACUSIA !
Il confine sottile tra udito e ipersensibilità
L’ipersensibilità ai rumori è un sintomo estremamente comune e, allo stesso tempo, profondamente frainteso. Molti pazienti la descrivono come “non sopporto più i rumori”, “mi danno fastidio suoni che prima tolleravo”, “alcuni suoni mi fanno quasi male”. Spesso questa esperienza viene genericamente etichettata come iperacusia, ma in realtà sotto questa parola convivono fenomeni diversi, con meccanismi fisiopatologici e implicazioni cliniche non sovrapponibili. Mettere ordine è già, in parte, terapia.
In senso stretto, l’iperacusia è una riduzione della soglia di tolleranza ai suoni: stimoli acustici di intensità normale vengono percepiti come eccessivamente forti, sgradevoli o addirittura dolorosi. Non si tratta di “avere l’udito più fine”, né di una maggiore sensibilità uditiva in senso positivo. È un’alterazione del rapporto tra intensità sonora e percezione soggettiva di comfort, spesso accompagnata da evitamento dei suoni e da un impatto significativo sulla qualità di vita.
È però fondamentale chiarire che non tutta l’intolleranza ai rumori è iperacusia. La letteratura distingue infatti condizioni diverse che vengono spesso confuse. Nell’iperacusia il problema riguarda prevalentemente la percezione del volume: il suono è avvertito come “troppo forte”. Nella fonofobia, invece, domina una risposta di paura o di allarme anticipatorio nei confronti del suono, spesso legata a esperienze precedenti di dolore, vertigine o malessere; qui la componente emotiva e di evitamento è centrale. La misofonia, infine, è caratterizzata da una reazione intensa e selettiva verso specifici suoni – spesso a bassa intensità, come masticare o respirare – che evocano rabbia o disgusto più che fastidio uditivo in senso stretto. Confondere queste condizioni porta facilmente a errori di inquadramento e a strategie terapeutiche inefficaci.
Dal punto di vista fisiopatologico, uno dei modelli più accreditati per spiegare l’iperacusia è quello dell’aumento del cosiddetto guadagno centrale. In presenza di un input uditivo alterato o ridotto, anche in modo lieve o non sempre evidente agli esami audiometrici convenzionali, il sistema uditivo centrale può reagire amplificando il segnale per compensare. Questa amplificazione, che in teoria ha una funzione adattativa, può diventare disfunzionale e tradursi in una percezione abnorme dell’intensità sonora. Non si parla necessariamente di una lesione strutturale, ma di una disregolazione funzionale dei circuiti centrali dell’udito.
L’ipersensibilità ai suoni è frequentemente associata ad altre condizioni otoneurologiche. È molto comune nei pazienti con acufene, tanto che le due condizioni spesso coesistono e si influenzano reciprocamente. Può comparire dopo un trauma acustico, anche in assenza di un calo uditivo clinicamente significativo. È descritta in alcune patologie neurologiche e, soprattutto, è un elemento centrale nel mondo dell’emicrania. Nell’emicrania, la fonofobia rappresenta uno dei criteri diagnostici ufficiali ed esprime una più ampia ipersensibilità sensoriale che può coinvolgere anche luce, odori e movimento. Nei pazienti con emicrania vestibolare non è raro che l’intolleranza ai suoni persista anche al di fuori dell’attacco doloroso, assumendo un andamento fluttuante e difficile da interpretare se non si considera il quadro di base.
Un capitolo a parte riguarda il fenomeno di recruitment, spesso confuso con l’iperacusia ma concettualmente distinto. Il recruitment è tipico delle ipoacusie neurosensoriali di origine cocleare ed è particolarmente caratteristico della malattia di Ménière. In questa condizione, la crescita della sensazione sonora è anomala: i suoni deboli possono essere percepiti poco o per nulla, mentre piccoli incrementi di intensità vengono avvertiti come improvvisamente molto forti. Il risultato soggettivo può essere un marcato fastidio per i suoni intensi, ma il meccanismo non è una ridotta tolleranza globale al rumore; è piuttosto una compressione dinamica patologica legata al danno cocleare. È quindi corretto dire che il paziente con Ménière può riferire “ipersensibilità”, ma spesso ciò che sperimenta è recruitment e non iperacusia in senso stretto.
Questa distinzione non è solo teorica, perché ha ricadute diagnostiche concrete. Esistono infatti test audiologici oggettivi che aiutano a orientarsi nella valutazione dell’ipersensibilità sonora. Il test di Metz, ad esempio, consente di identificare il recruitment attraverso il riscontro di riflessi stapediali presenti a soglie insolitamente basse rispetto alla soglia uditiva. La misurazione delle soglie di fastidio (Loudness Discomfort Levels, LDL) permette inoltre di quantificare la tolleranza ai suoni e di distinguere, almeno in parte, tra iperacusia vera e alterazioni della percezione dell’intensità secondarie a danno periferico. Nessun test, da solo, consente una diagnosi definitiva: la letteratura è concorde nel sottolineare come l’inquadramento corretto derivi sempre dall’integrazione tra dati oggettivi, profilo audiologico, contesto clinico e vissuto del paziente.
Una domanda frequente è se l’ipersensibilità ai rumori debba spaventare. Nella maggior parte dei casi non si tratta di un sintomo pericoloso in sé, ma è comunque un segnale che merita attenzione clinica. È corretto non minimizzare quando l’esordio è improvviso e marcato, soprattutto se monolaterale, o quando si associa a calo uditivo, vertigine acuta, dolore, acufene pulsante, autofonia importante o altri segni neurologici: in questi casi è necessario un inquadramento specialistico tempestivo.
Un ruolo cruciale è svolto dalla connessione tra ansia, stress, sonno e ipervigilanza. Parlare di questo aspetto non significa affermare che “sia tutto psicologico”. La letteratura mostra chiaramente come i sistemi sensoriali ed emotivi siano strettamente interconnessi. Quando un suono viene associato a un’esperienza negativa, il cervello può imparare a reagire in anticipo, mantenendo uno stato di allerta costante. Questa ipervigilanza sensoriale abbassa ulteriormente la soglia di tolleranza e alimenta un circolo vizioso fatto di anticipazione, evitamento e progressiva riduzione dell’esposizione sonora. Con il tempo, paradossalmente, il sistema uditivo diventa ancora meno tollerante.
Per questo motivo, l’uso indiscriminato e continuativo di protezioni acustiche nella vita quotidiana, se non specificamente indicato, può risultare controproducente. L’isolamento sonoro cronico favorisce la disabituazione e può rinforzare il problema invece di risolverlo. Gli approcci moderni alla gestione dell’ipersensibilità sonora prevedono una valutazione accurata del tipo di intolleranza, dell’eventuale patologia associata e del peso della componente emotiva, integrando quando necessario strategie di rieducazione alla tolleranza sonora, esposizione graduale e interventi mirati sui meccanismi di paura e ipervigilanza.
Il messaggio finale è questo: l’ipersensibilità ai rumori non va né drammatizzata né banalizzata. Non è un capriccio, non è “nella testa” in senso riduttivo, ma neppure è solo un problema dell’orecchio. È un sintomo di confine tra orecchio e cervello, tra percezione sensoriale e regolazione centrale, tra stimolo e risposta emotiva. Capire che cosa intende davvero il paziente quando dice “non sopporto i rumori” è il primo passo per costruire un percorso terapeutico efficace e realmente personalizzato.