15/12/2022
L’11 ottobre, alla fine di un martedì di lavoro come tanti, i Vigili del Fuoco hanno suonato il campanello del mio appartamento e hanno invitato me e la mia paziente presente a lasciare l’appartamento.
Da quel momento al momento del rientro sono passati 56 giorni.
Non mi soffermerò sul disagio profondo e personale che ho vissuto per questa vicenda, ci vorrebbe un capitolo a parte, quanto piuttosto sulla fatica del simbolismo del potenziale crollo dello spazio destinato alla terapia.
Una stanza. Una stanza che ha mille porte e mille finestre, mille colori e mille arredamenti che sono quelli che ciascuno porta con sè quando ci entra e lascia fluire, racconta, vive, sperimenta.
Molto di più che un mero contenitore, è il luogo sicuro. È casa. È familiare.
E luogo sicuro fa a cazzotti con un’evacuazione per un rischio di crollo.
Simbolicamente è destabilizzante.
Quel luogo riceve un attentato proprio alla sua caratteristica principe: la sicurezza.
Questo vale per ogni paziente a modo proprio ma vale anche per la psicoterapeuta, per me.
Perché in quella stanza ci sono due individui (almeno) e una relazione.
Una folla.
E allora, forse, senza la forza e la potenza della relazione terapeutica sarebbe stato impossibile farcela. Per chi si è dato a quel luogo sicuro e per me.
Ogni paziente, a modo proprio, ha contribuito a costruire ancora, a difendere la sicurezza interna, a offrirsi come riparo e a cercare ancora affidamento.
Grazie, è tempo di tornare nel nostro luogo sicuro. ✨