Ascolta l'Otologo, a cura della dr.ssa Fabrizia de Falco

Ascolta l'Otologo, a cura della dr.ssa Fabrizia de Falco Pagina a cura della dr.ssa Fabrizia de Falco, specialista in Otorinolaringoiatria, Otoneurologia e Vestibologia.

Titolare di “Studio Medico Silene” e “VertiLab - centro di diagnosi e cura del paziente Vertiginoso” (Napoli) Questa pagina é stata creata dalla Dott.ssa de Falco ed é esclusivamente gestita da lei.

Oggi parliamo di ... IPERACUSIA !Il confine sottile tra udito e ipersensibilitàL’ipersensibilità ai rumori è un sintomo ...
16/01/2026

Oggi parliamo di ... IPERACUSIA !
Il confine sottile tra udito e ipersensibilità

L’ipersensibilità ai rumori è un sintomo estremamente comune e, allo stesso tempo, profondamente frainteso. Molti pazienti la descrivono come “non sopporto più i rumori”, “mi danno fastidio suoni che prima tolleravo”, “alcuni suoni mi fanno quasi male”. Spesso questa esperienza viene genericamente etichettata come iperacusia, ma in realtà sotto questa parola convivono fenomeni diversi, con meccanismi fisiopatologici e implicazioni cliniche non sovrapponibili. Mettere ordine è già, in parte, terapia.

In senso stretto, l’iperacusia è una riduzione della soglia di tolleranza ai suoni: stimoli acustici di intensità normale vengono percepiti come eccessivamente forti, sgradevoli o addirittura dolorosi. Non si tratta di “avere l’udito più fine”, né di una maggiore sensibilità uditiva in senso positivo. È un’alterazione del rapporto tra intensità sonora e percezione soggettiva di comfort, spesso accompagnata da evitamento dei suoni e da un impatto significativo sulla qualità di vita.

È però fondamentale chiarire che non tutta l’intolleranza ai rumori è iperacusia. La letteratura distingue infatti condizioni diverse che vengono spesso confuse. Nell’iperacusia il problema riguarda prevalentemente la percezione del volume: il suono è avvertito come “troppo forte”. Nella fonofobia, invece, domina una risposta di paura o di allarme anticipatorio nei confronti del suono, spesso legata a esperienze precedenti di dolore, vertigine o malessere; qui la componente emotiva e di evitamento è centrale. La misofonia, infine, è caratterizzata da una reazione intensa e selettiva verso specifici suoni – spesso a bassa intensità, come masticare o respirare – che evocano rabbia o disgusto più che fastidio uditivo in senso stretto. Confondere queste condizioni porta facilmente a errori di inquadramento e a strategie terapeutiche inefficaci.

Dal punto di vista fisiopatologico, uno dei modelli più accreditati per spiegare l’iperacusia è quello dell’aumento del cosiddetto guadagno centrale. In presenza di un input uditivo alterato o ridotto, anche in modo lieve o non sempre evidente agli esami audiometrici convenzionali, il sistema uditivo centrale può reagire amplificando il segnale per compensare. Questa amplificazione, che in teoria ha una funzione adattativa, può diventare disfunzionale e tradursi in una percezione abnorme dell’intensità sonora. Non si parla necessariamente di una lesione strutturale, ma di una disregolazione funzionale dei circuiti centrali dell’udito.

L’ipersensibilità ai suoni è frequentemente associata ad altre condizioni otoneurologiche. È molto comune nei pazienti con acufene, tanto che le due condizioni spesso coesistono e si influenzano reciprocamente. Può comparire dopo un trauma acustico, anche in assenza di un calo uditivo clinicamente significativo. È descritta in alcune patologie neurologiche e, soprattutto, è un elemento centrale nel mondo dell’emicrania. Nell’emicrania, la fonofobia rappresenta uno dei criteri diagnostici ufficiali ed esprime una più ampia ipersensibilità sensoriale che può coinvolgere anche luce, odori e movimento. Nei pazienti con emicrania vestibolare non è raro che l’intolleranza ai suoni persista anche al di fuori dell’attacco doloroso, assumendo un andamento fluttuante e difficile da interpretare se non si considera il quadro di base.

Un capitolo a parte riguarda il fenomeno di recruitment, spesso confuso con l’iperacusia ma concettualmente distinto. Il recruitment è tipico delle ipoacusie neurosensoriali di origine cocleare ed è particolarmente caratteristico della malattia di Ménière. In questa condizione, la crescita della sensazione sonora è anomala: i suoni deboli possono essere percepiti poco o per nulla, mentre piccoli incrementi di intensità vengono avvertiti come improvvisamente molto forti. Il risultato soggettivo può essere un marcato fastidio per i suoni intensi, ma il meccanismo non è una ridotta tolleranza globale al rumore; è piuttosto una compressione dinamica patologica legata al danno cocleare. È quindi corretto dire che il paziente con Ménière può riferire “ipersensibilità”, ma spesso ciò che sperimenta è recruitment e non iperacusia in senso stretto.

Questa distinzione non è solo teorica, perché ha ricadute diagnostiche concrete. Esistono infatti test audiologici oggettivi che aiutano a orientarsi nella valutazione dell’ipersensibilità sonora. Il test di Metz, ad esempio, consente di identificare il recruitment attraverso il riscontro di riflessi stapediali presenti a soglie insolitamente basse rispetto alla soglia uditiva. La misurazione delle soglie di fastidio (Loudness Discomfort Levels, LDL) permette inoltre di quantificare la tolleranza ai suoni e di distinguere, almeno in parte, tra iperacusia vera e alterazioni della percezione dell’intensità secondarie a danno periferico. Nessun test, da solo, consente una diagnosi definitiva: la letteratura è concorde nel sottolineare come l’inquadramento corretto derivi sempre dall’integrazione tra dati oggettivi, profilo audiologico, contesto clinico e vissuto del paziente.

Una domanda frequente è se l’ipersensibilità ai rumori debba spaventare. Nella maggior parte dei casi non si tratta di un sintomo pericoloso in sé, ma è comunque un segnale che merita attenzione clinica. È corretto non minimizzare quando l’esordio è improvviso e marcato, soprattutto se monolaterale, o quando si associa a calo uditivo, vertigine acuta, dolore, acufene pulsante, autofonia importante o altri segni neurologici: in questi casi è necessario un inquadramento specialistico tempestivo.

Un ruolo cruciale è svolto dalla connessione tra ansia, stress, sonno e ipervigilanza. Parlare di questo aspetto non significa affermare che “sia tutto psicologico”. La letteratura mostra chiaramente come i sistemi sensoriali ed emotivi siano strettamente interconnessi. Quando un suono viene associato a un’esperienza negativa, il cervello può imparare a reagire in anticipo, mantenendo uno stato di allerta costante. Questa ipervigilanza sensoriale abbassa ulteriormente la soglia di tolleranza e alimenta un circolo vizioso fatto di anticipazione, evitamento e progressiva riduzione dell’esposizione sonora. Con il tempo, paradossalmente, il sistema uditivo diventa ancora meno tollerante.

Per questo motivo, l’uso indiscriminato e continuativo di protezioni acustiche nella vita quotidiana, se non specificamente indicato, può risultare controproducente. L’isolamento sonoro cronico favorisce la disabituazione e può rinforzare il problema invece di risolverlo. Gli approcci moderni alla gestione dell’ipersensibilità sonora prevedono una valutazione accurata del tipo di intolleranza, dell’eventuale patologia associata e del peso della componente emotiva, integrando quando necessario strategie di rieducazione alla tolleranza sonora, esposizione graduale e interventi mirati sui meccanismi di paura e ipervigilanza.

Il messaggio finale è questo: l’ipersensibilità ai rumori non va né drammatizzata né banalizzata. Non è un capriccio, non è “nella testa” in senso riduttivo, ma neppure è solo un problema dell’orecchio. È un sintomo di confine tra orecchio e cervello, tra percezione sensoriale e regolazione centrale, tra stimolo e risposta emotiva. Capire che cosa intende davvero il paziente quando dice “non sopporto i rumori” è il primo passo per costruire un percorso terapeutico efficace e realmente personalizzato.

Oggi parliamo di... Cervicale!Chi si occupa di vestibologia e otoneurologia si confronta quasi quotidianamente con un gr...
15/01/2026

Oggi parliamo di... Cervicale!

Chi si occupa di vestibologia e otoneurologia si confronta quasi quotidianamente con un grande “mito” dell’immaginario collettivo: la cervicale come origine di tutti i mali. Vertigini, instabilità, nausea, senso di testa vuota, oscillazioni… molto spesso tutto viene ricondotto, in modo automatico, al collo. La realtà clinica e scientifica è più complessa, e merita alcune precisazioni.
È vero che esistono vie di comunicazione ben documentate tra vestibolo, collo e tronco. La letteratura scientifica descrive in modo chiaro i riflessi vestibolo-collici e vestibolo-spinali, cioè quei circuiti neurofisiologici attraverso cui il sistema vestibolare dialoga con la muscolatura cervicale e con la muscolatura assiale per stabilizzare capo e postura nello spazio. Il vestibolo non serve solo a “sentire la vertigine”, ma contribuisce in modo fondamentale al controllo del tono muscolare, dell’equilibrio e dell’orientamento corporeo.
Quando si parla della cosiddetta “vertigine cervicogenica”, però, è necessario essere molto cauti. Le evidenze disponibili suggeriscono che, nella maggior parte dei casi, non si tratti di una vera vertigine rotatoria, ma piuttosto di una forma di dizziness: una sensazione di instabilità, di disorientamento spaziale, di testa leggera o di difficoltà nel controllo posturale. Non a caso, anche nelle revisioni più accreditate, la diagnosi di vertigine cervicogenica è considerata una diagnosi di esclusione e rimane oggetto di dibattito.
Dal punto di vista otoneurologico, uno dei motivi principali per cui il paziente associa la vertigine alla cervicale è un fraintendimento fisiologico comprensibile. Quando muoviamo il collo, ruotiamo o incliniamo la testa, non stiamo “attivando la cervicale” in senso causale, ma stiamo stimolando i recettori vestibolari dei canali semicircolari. È il movimento della testa nello spazio a generare l’informazione vestibolare. Se questo movimento scatena una vertigine rotatoria, la causa è vestibolare, non cervicale. La cervicale entra in gioco come struttura che accompagna il movimento, non come generatore primario del sintomo. Ma il paziente che avverte la vertigine nel muovere capo e collo chiaramente interpreta la sensazione di "giramento di testa" come conseguenza diretta della sollecitazione della cervicale, senza ovviamente pensare al fatto che in realtà "sta muovendo" il labirinto (anche perchè in pochi sanno che è cosí)... ed ecco il tranello: "Dottoressa, quando giro la testa, quando mi stendo, quando mi giro e muovo il collo...mi gira, tutto, ma io lo so...si è infiammata la cervicale!".
Un altro aspetto fondamentale riguarda la postura e la propriocezione. In presenza di qualsiasi disturbo dell’equilibrio, inclusi quelli di origine vestibolare, il corpo mette in atto strategie di evitamento. Il paziente impara, spesso inconsapevolmente, a ridurre i movimenti che percepisce come pericolosi. Nel tempo questo porta a rigidità, riduzione della mobilità cervicale e del tronco, aumento delle tensioni muscolari e alterazione degli schemi posturali. È un adattamento difensivo del sistema nervoso, non la causa iniziale del problema.
Per questo motivo il paziente vertiginoso o instabile beneficia quasi sempre, in parallelo alla riabilitazione vestibolare, di un lavoro sulla postura e sul recupero del range of motion, cioè dell’ampiezza e della qualità del movimento articolare. Recuperare il range of motion significa restituire al corpo la possibilità di muoversi in modo fluido, simmetrico e sicuro nello spazio.
Esiste però un timing preciso. Pretendere di lavorare sulla mobilità cervicale in una fase acuta di vertigine è spesso improponibile e, in alcuni casi, controproducente. In quella fase il sistema nervoso è in allarme, ipersensibile, e forzare il movimento può amplificare i sintomi. Prima è necessario correggere gli schemi corporei disfunzionali, rieducare il sistema vestibolare e centrale a riconoscere il movimento come non pericoloso, ridurre la risposta di allarme.
Quando questo passaggio è avvenuto, il fisioterapista trova finalmente un terreno fertile per intervenire anche sulla mobilità cervicale e globale. A quel punto il lavoro posturale non solo è tollerato, ma diventa estremamente efficace. Il paziente recupera sicurezza nel movimento, riduce rigidità e tensioni e sperimenta un beneficio reale e globale, a 360 gradi.
In vestibologia la cervicale non è un capro espiatorio, ma una parte di un sistema complesso. Capirne il ruolo, senza semplificazioni né scorciatoie, è ciò che fa la differenza tra spiegazioni rassicuranti ma fuorvianti e un percorso terapeutico realmente efficace.
In conclusione, è proprio da questa visione complessa e integrata che nasce il modo di lavorare di VertiLab. L’equilibrio non viene mai ridotto a un singolo distretto né a una spiegazione semplificata: lo studiamo come un senso a tutti gli effetti, diffuso, sofisticato, che coinvolge vestibolo, sistema nervoso centrale, postura, propriocezione, visione e movimento. Inquadrare un paziente vertiginoso o instabile significa osservare questo sistema da ogni prospettiva possibile, comprendere come i diversi segnali dialogano tra loro e intervenire nel momento giusto, con gli strumenti giusti. È solo così che l’equilibrio smette di essere un sintomo isolato e torna a essere ciò che dovrebbe sempre essere: una funzione integrata, silenziosa e stabile al servizio della vita quotidiana.

12/01/2026

Buon inizio 2026 a tutti!
Approfitto di questo spazio per una comunicazione importante rivolta ai miei pazienti che seguono queste pagine, sia su Instagram sia su Facebook.

Questi canali nascono e restano dedicati alla divulgazione e all’informazione di carattere generale. Non sono pensati, né possono esserlo, per la gestione di situazioni cliniche personali. Per questo motivo, da questo momento in avanti non saranno accettati né presi in considerazione messaggi inviati tramite i social che riguardino terapie in corso, risposte ai farmaci, modifiche di posologia o indicazioni su come proseguire un trattamento.

Quando un paziente è in cura, soprattutto in presenza di condizioni croniche o di quadri che richiedono follow-up, il percorso assistenziale prevede – come è corretto che sia – visite di controllo dedicate. Questi incontri non hanno una funzione meramente burocratica, ma rappresentano un momento fondamentale di confronto diretto per valutare l’andamento della terapia e l’eventuale necessità di aggiustamenti, sulla base di una valutazione clinica completa; salvo diversa indicazione (che sarò io a stabilire e specificare), ciò richiede che ci si riveda in studio.

Non è quindi corretto né appropriato chiedere o ricevere indicazioni terapeutiche attraverso le chat di Facebook/Instagram, che non garantiscono riservatezza, tracciabilità, continuità assistenziale né un’adeguata tutela per il paziente e per il medico. A ciò si aggiunge l’elevato numero di messaggi che quotidianamente transitano sui social, incompatibile con una gestione sicura e responsabile di richieste sanitarie personali.

Oggi i social network danno spesso l’illusione di accorciare le distanze e di adattarsi a qualunque contesto, arrivando talvolta a trasformare un atto medico, come l’aggiornamento di una terapia in corso, in un banale e potenzialmente rischioso scambio di messaggi in chat. Questa apparente immediatezza, che può sembrare più comoda e pratica, finisce però per svuotare di significato e di tutela un gesto clinico che richiede responsabilità, metodo e contesto, e rischia di calpestare i principi deontologici e il rispetto dell’esercizio professionale, che deve essere preservato ed esercitato esclusivamente nelle sedi appropriate.

Invito pertanto i miei pazienti a utilizzare esclusivamente i canali ufficiali, forniti sempre al termine della visita insieme alla relazione medica. Se qualcuno li avesse smarriti, può scrivermi qui in privato e verranno nuovamente comunicati.

Ricordo infine che i pazienti VertiLab possono contattarmi personalmente all’indirizzo info@vertilab.net
e che per informazioni e prenotazioni è attiva la segreteria al 345 7076573.

Grazie per la comprensione!

L’equilibrio è probabilmente il più complesso e il più invisibile dei nostri sensi.Non ha un organo unico e riconoscibil...
10/01/2026

L’equilibrio è probabilmente il più complesso e il più invisibile dei nostri sensi.
Non ha un organo unico e riconoscibile come l’occhio o l’orecchio, non produce una percezione “netta” come un suono o un’immagine. Eppure governa ogni nostro gesto. Ce ne accorgiamo solo quando qualcosa smette di funzionare.

Dal punto di vista neurofisiologico, l’equilibrio nasce dall’integrazione continua e automatica di tre grandi sistemi: vestibolare, visivo e propriocettivo. Il cervello non li valuta separatamente, ma li mette costantemente a confronto, alla ricerca di coerenza. Finché le informazioni concordano, il sistema è stabile. Quando una di queste fonti diventa rumorosa, imprecisa o incoerente, compare il sintomo.

Il sistema muscolo-scheletrico non è un semplice “esecutore” passivo. Muscoli, tendini, articolazioni e fascia costituiscono un’enorme rete di sensori: i propriocettori. Ogni muscolo, ogni tendine, ogni capsula articolare invia al cervello informazioni sulla posizione del corpo nello spazio, sulla tensione, sulla velocità e sulla direzione del movimento. Questa informazione sale continuamente dalla pianta dei piedi fino alla testa, passando per ginocchia, bacino, colonna, cingolo scapolare e cervicale.

La testa, a sua volta, è un nodo cruciale. Il collo rappresenta uno dei distretti più densamente innervati dal punto di vista propriocettivo: i muscoli cervicali forniscono informazioni fondamentali sulla posizione del capo rispetto al tronco. Non è un caso che il cervello utilizzi queste afferenze per “calibrare” ciò che vede e ciò che percepisce dal vestibolo. Esistono riflessi specifici, come quelli vestibolo-collici, che servono proprio a stabilizzare il capo nello spazio, e riflessi vestibolo-spinali che modulano il tono posturale di tutto il corpo.

Gli occhi non sono spettatori esterni. Il sistema visivo dialoga in modo continuo con il vestibolo e con la postura. Ogni movimento oculare è accompagnato da un aggiustamento del capo e del tronco, e viceversa. Per questo gli ambienti visivamente complessi, i supermercati, le strade affollate o gli schermi in movimento possono diventare estremamente disturbanti per chi ha un sistema dell’equilibrio fragile: il cervello riceve troppi segnali difficili da integrare.

Quando un ingranaggio si altera – una patologia vestibolare, un periodo di instabilità, un trauma, un dolore persistente – il sistema cerca soluzioni. Riduce il movimento, irrigidisce alcuni distretti, modifica l’assetto posturale. Sono strategie intelligenti, spesso efficaci nel breve termine. Ma se diventano croniche possono trasformarsi in una nuova fonte di disturbo.

È così che nasce quella dizziness difficile da spiegare: non una vertigine rotatoria franca, ma una sensazione di instabilità, di testa pesante, di disagio al movimento, di nausea sottile ma persistente. Il paziente spesso fatica a trovare le parole giuste, perché il problema non è in un singolo punto, ma nella comunicazione tra più sistemi.

In questo contesto, rigidità cervicali importanti, disordini temporomandibolari, alterazioni delle catene muscolari o dell’appoggio possono agire come amplificatori. Non “creano” la vertigine, ma mantengono un rumore di fondo che impedisce al cervello di ritrovare una integrazione fluida. Quando questi distretti vengono trattati con una fisioterapia mirata, il paziente spesso descrive un sollievo sorprendente: la testa più leggera, il movimento meno nauseante, lo spazio nuovamente abitabile.

Per questo, nel mio approccio, l’equilibrio non può essere ridotto a un solo esame o a un solo organo. L’inquadramento vestibolare e otoneurologico è fondamentale, ma deve procedere insieme a una valutazione globale dell’organizzazione posturale, dalla testa ai piedi, dalla bocca alla punta dell’alluce. Perché l’equilibrio è un sistema: se anche un solo anello è fuori asse, l’intera catena ne risente.

È un senso silenzioso finché funziona.
Ed è proprio per questo che, quando si rompe, richiede ascolto, competenza e uno sguardo capace di vedere l’insieme, non solo le singole parti.

Equilibrio e postura non sono due mondi separati. Al contrario, dialogano continuamente attraverso un sistema complesso che coinvolge apparato vestibolare, vista, propriocettori muscolo-articolari e sistema nervoso centrale. Quando uno di questi elementi perde armonia, l’equilibrio ne risente, anche in assenza di vere vertigini.

Una postura alterata può modificare le informazioni propriocettive che arrivano al cervello, generando instabilità, senso di insicurezza nella deambulazione, affaticamento e compensi inefficaci. Allo stesso modo, un disturbo dell’equilibrio protratto nel tempo induce adattamenti posturali disfunzionali, creando un circolo vizioso che va riconosciuto e trattato in modo mirato.

È qui che la figura del posturologo diventa determinante. La valutazione posturale non è una semplice “analisi dell’appoggio”, ma uno studio globale dell’organizzazione del corpo nello spazio, delle catene muscolari e delle strategie di compenso. In ambito vestibolare, questo approccio è fondamentale per completare l’inquadramento clinico e impostare un percorso riabilitativo realmente efficace.

Nel team VertiLab, coordinati dal dott. Antonio D’Angelo e dalla Dott.ssa Daniela Nizzardelli, fisioterapisti e posturologi lavorano in stretta integrazione con il vestibologo. La collaborazione tra competenze diverse consente di affrontare i disturbi dell’equilibrio in modo globale, personalizzato e basato su evidenze cliniche.

25/12/2025

Cari tutte/i 🤍,
le festività sono spesso presentate come un tempo di leggerezza. Ma chi convive con sintomi che riguardano respiro, voce, equilibrio, udito o dolore lo sa: il corpo non fa pausa solo perché il calendario lo chiede.

Con questo pensiero, il mio augurio è semplice e concreto. Che il nuovo anno vi porti giornate in cui il corpo non si faccia sentire, perché sta bene. Giornate in cui respirare sia immediato, ascoltare non richieda sforzo, il mondo non giri, la voce non bruci, il sonno arrivi e sia ristoratore.
E quando questo non accadrà, che possiate trovare risposte, e non solitudine.

Vi auguro un anno in cui la salute vi permetta di essere presenti: nelle conversazioni, nel lavoro, nelle relazioni, in voi stessi.
Presenza: è questo il mio augurio più sincero.

Buon Natale 🤍 🎄

25/12/2025

Cari tutte/i 🤍,
le festività sono spesso presentate come un tempo di leggerezza. Ma chi convive con sintomi che riguardano respiro, voce, equilibrio, udito o dolore lo sa: il corpo non fa pausa solo perché il calendario lo chiede.

Con questo pensiero, il mio augurio è semplice e concreto. Che il nuovo anno vi porti giornate in cui il corpo non si faccia sentire, perché sta bene. Giornate in cui respirare sia immediato, ascoltare non richieda sforzo, il mondo non giri, la voce non bruci, il sonno arrivi e sia ristoratore.
E quando questo non accadrà, che possiate trovare risposte, e non solitudine.

Vi auguro un anno in cui la salute vi permetta di essere presenti: nelle conversazioni, nel lavoro, nelle relazioni, in voi stessi.
Presenza: è questo il mio augurio più sincero.

Buon Natale 🤍 🎄

Ascolta l'Otologo, a cura della dr.ssa Fabrizia de Falco

🥰 aiutateci a difendere il sistema sanitario nazionale!
05/12/2025

🥰 aiutateci a difendere il sistema sanitario nazionale!

Le attese si allungano, aumentano le rinunce alle cure e i costi per le famiglie; i lavoratori vivono incertezza; il territorio si svuota di servizi, trasformando un’emergenza sanitaria in una ferita sociale ed economica difficilmente sanabile.

Ci sono momenti che sfuggono a qualsiasi protocollo, a qualsiasi distanza professionale, a qualsiasi frase di rito. Mome...
04/12/2025

Ci sono momenti che sfuggono a qualsiasi protocollo, a qualsiasi distanza professionale, a qualsiasi frase di rito. Momenti che non si programmano e non si spiegano a tavolino.
Nella foto si vede solo un abbraccio, ma chi fa il nostro lavoro sa che a volte quell’abbraccio è l’ultimo tratto di un percorso molto più lungo del tracciato che abbiamo appena letto.

La paziente era arrivata con il fiato corto della paura: quella paura sorda, corrosiva, che chi convive con un disturbo dell’equilibrio conosce fin troppo bene. L’esame è andato bene, l’esito era buono, tecnicamente potrei dire che lì si sarebbe potuto chiudere tutto. E invece no. Invece, all’improvviso, le braccia che tremavano sono diventate un ponte: un gesto che non cercava conforto, ma restituzione di fiducia.

Ci sono giorni in cui il contatto va misurato, mantenuto sul limite necessario. E poi ci sono istanti che irrompono senza chiedere permesso, in cui la distanza si scioglie perché la terapia non passa solo attraverso i parametri e i grafici, ma attraverso la possibilità di sentirsi al sicuro, anche solo per un secondo, tra due persone che stanno facendo di tutto per riportarti in piedi, letteralmente e metaforicamente.

Quell’abbraccio non racconta la fragilità: racconta la consegna. La consegna della propria paura, del proprio sollievo, della speranza che qualcuno possa finalmente vedere davvero ciò che si sente da mesi, a volte da anni.

E noi, in quell’istante, diventiamo il posto dove quella paura può posarsi senza vergogna. Un onore che nessun referto, nessuna procedura, nessuna diagnosi potrà mai descrivere del tutto.

🤍

Durante un esame vestibolare (e chi ne ha fatto uno se lo ricorderà benissimo) c’è una frase che risuona senza sosta: “N...
02/12/2025

Durante un esame vestibolare (e chi ne ha fatto uno se lo ricorderà benissimo) c’è una frase che risuona senza sosta: “Non chiuda gli occhi… occhi aperti!”.
Non è un ritornello per richiamare l’attenzione, né un modo per distrarre il paziente. È una necessità diagnostica precisa.

Nelle labirintolitiasi, infatti, l’intera valutazione si basa sull’osservazione del nistagmo, il movimento involontario degli occhi che riflette in tempo reale ciò che accade nel labirinto. La direzione, l’intensità e l’evoluzione del nistagmo permettono di capire quale canale è coinvolto, da quale lato e quale manovra risulterà realmente efficace. Se la palpebra si abbassa, anche solo in parte, il movimento oculare diventa difficile da visualizzare e molte informazioni fondamentali si perdono. È ciò che nel video emerge chiaramente: per buona parte dell’esame l’interpretazione risulta più complessa proprio perché gli occhi non restano completamente aperti, e il quadro clinico diventa meno leggibile.

È del tutto naturale che il paziente senta l’impulso di chiudere le palpebre. La stimolazione vestibolare evoca sensazioni simili a quelle delle giostre o di un mezzo in movimento, e il cervello tende istintivamente a ridurre l’input visivo per proteggersi. Tuttavia, durante il test è necessario compiere lo sforzo opposto: mantenere gli occhi aperti e affidarsi alla guida dell’operatore, che osserva ciò che accade istante per istante e può modulare i movimenti successivi, anticipare eventuali reazioni e rassicurare il paziente mentre tutto si svolge.

In pratica, tenere gli occhi aperti non è un dettaglio, ma la condizione che permette allo specialista di leggere il comportamento del labirinto in modo chiaro e di scegliere la manovra corretta con la massima precisione e sicurezza.
È proprio questo semplice gesto – gli occhi aperti nel momento in cui verrebbe spontaneo chiuderli – che spesso fa la differenza tra un esame difficile e una diagnosi realmente efficace.

https://www.vertilab.net/Vi ricordo che è online il nostro sito, per chiunque desiderasse maggiori informazioni su Verti...
29/11/2025

https://www.vertilab.net/

Vi ricordo che è online il nostro sito, per chiunque desiderasse maggiori informazioni su VertiLab - il nostro Centro di Diagnosi e Cura dedicato al Paziente Vertiginoso, ed affetto da disordini dell'Equilibrio 🥰

VertiLab, diretto dalla dott.ssa Fabrizia de Falco e dal dott. Antonio d’Angelo, è l’unico centro in Campania interamente dedicato alla diagnosi e cura di vertigini, instabilità e disturbi dell’equilibrio. Offre valutazioni otoneurologiche complete, esami vestibolari avanzati e programmi di ...

Cari tutte/i 🥰Domani, alle 19, insieme ad Dott. Erasmo Galeno, realizzeremo il primo incontro della nostra rubrica di di...
27/11/2025

Cari tutte/i 🥰

Domani, alle 19, insieme ad Dott. Erasmo Galeno, realizzeremo il primo incontro della nostra rubrica di divulgazione sui disturbi dell’equilibrio.
Si tratta di una diretta - disponibile su Instagram - e l’argomento scelto per questa occasione é il deficit vestibolare. Nella fase finale del nostro incontro resteremo a disposizione di chiunque voglia intervenire per rivolgerci qualche domanda !

Non mancate 🩵

Domani la nostra prima puntata della rubrica:
Vertigini e Disturbi dell’Equilibrio - IL DEFICIT VESTIBOLARE
ssa_fabrizia_de_falco

Indirizzo

Via Vincenzo Tiberio 14, Napoli
Naples
80126

Telefono

+393792220000

Sito Web

https://www.vertilab.net/, https://fabriziadefalco.it/

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Ascolta l’Otologo

La dr.ssa Fabrizia de Falco si é laureata in medicina e chirurgia con lode presso la “Seconda Università degli Studi di Napoli”, discutendo una tesi sperimentale sulle otomastoiditi in età pediatrica. Negli ultimi anni di università e nell’immediato post-laurea, prima di vincere il concorso per entrare in scuola di specializzazione, ha frequentato come medico volontario l’Unità Operativa di Otorinolaringoiatria Pediatrica del Santobono Pausilipon di Napoli e l’U.O.C. di Otorinolaringoiatria dell’Ospedale Monaldi. Successivamente ha conseguito con il massimo dei voti il titolo di specialista in Otorinolaringoiatria e Chirurgia Cervico Facciale presso l’Università di Napoli “Federico”. Il suo percorso di formazione si é arrichito di numerose esperienze, tra cui diversi periodi di frequenza presso prestigiosi istituti di ricerca nazionali ed internazionali, quali il Gruppo Otologico di Piacenza, diretto dal Prof. Mario Sanna, l’House Ear Institute di Los Angeles ed il Massachusetts Eye and Ear Hospital di Boston. E’ sopratutto presso il “Jenks Vestibular lab” diretto dal Prof. Richard Lewis ed il dipartimento di otorinolaringoiatria ed otoneurologia diretto dal Prof. Steven Rauch della Harvard Medical School che ha avuto modo di approfondire le proprie conoscenze nel campo dell’otologia e dei disordini dell’equilibrio, sviluppando in seguito il proprio lavoro di tesi relativo alla diagnosi differenziale tra pazienti affetti da Malattia di Meniere ed Emicrania Vestibolare. Durante tutto il proprio percorso di specializzazione, la dottoressa de Falco ha partecipato a numerosi congressi nazionali ed internazionali; ha inoltre completato svariati corsi di dissezione chirurgica e di perfezionamento per la pratica clinica. E’ attualmente iscritta alla “Audiology Vestibular International Science Academy” ed é membro delle principali società italiane ed internazionali di otologia ed otoneurologia.