15/04/2026
IL MARE DENTRO
(Mal de Débarquement Syndrome)
Marco (nome di fantasia) è un giovane professionista, attento, abituato a gestire la complessità. Fino all’estate scorsa conduceva una vita sostanzialmente normale.
Il 29 agosto 2025, partecipa a un piccolo torneo di freccette. Lo vince. È in perfetto equilibrio, nel senso più letterale del termine. Quella sera prende un traghetto da Pantelleria a Trapani: sette ore di navigazione, mare leggermente mosso, niente di straordinario. Una traversata come tante.
La mattina del 30 agosto scende dalla nave.
E da quel momento, la terra non smette più di muoversi.
La sensazione è difficile da descrivere a chi non l’ha provata: non è vertigine, non è capogiro. È la percezione ostinata, continua, logorante di essere ancora a bordo. Il ponte che ondeggia sotto i piedi. Il corpo che compensa un movimento che non c’è. Marco prova ad aspettare, convinto, come chiunque, che passerà. Passano i giorni. Passano le settimane. Siamo ad aprile, e i sintomi persistono immutati da oltre sette mesi.
Nel frattempo episodi importanti di vomito, difficoltà nel controllo del capo durante i movimenti, incapacità di condurre una vita regolare. Risonanza magnetica encefalica e cervicale negative. Esami strumentali nella norma. La fisioterapia produce scarsi risultati. Una terapia farmacologica gli consente di non vomitare, di mangiare, di camminare, seppur non normalmente.
E poi c’è il peso invisibile: quello di non essere creduto. I sintomi vengono attribuiti ripetutamente all’ansia. Marco sa che non è ansia. Ma spiegarlo, dimostrarlo, trovare qualcuno disposto ad ascoltare diventa una fatica sovrapposta alla malattia stessa. «È stato molto frustrante», scrive, con una misura nelle parole che dice tutto.
La diagnosi arriva infine da un centro specialistico straniero. Un dettaglio clinico la orienta in modo decisivo: i sintomi migliorano durante il movimento passivo (in macchina, in treno, di nuovo in barca). Questo sollievo paradossale, che sembra quasi una beffa, è in realtà la firma di una condizione precisa.
Marco mi scrive per chiedere un teleconsulto, un ulteriore parere, indicazioni per impostare al meglio la riabilitazione. E - lo confessa con una franchezza che mi ha colpita - per la paura che le cose rimangano così per sempre. Ma mi chiede anche qualcosa di più: di aiutarlo a fare in modo che altri pazienti non debbano percorrere lo stesso calvario diagnostico. Che questa condizione smetta di essere invisibile.
Ho scelto di raccogliere questa richiesta, e di raccontare la sua storia perché forse troppi pazienti come lui camminano ancora soli in un labirinto diagnostico che non dovrebbe essere così oscuro.
La condizione di Marco ha un nome: Mal de Débarquement Syndrome, acronimo MdDS. È una sindrome vestibolare caratterizzata dalla percezione persistente di oscillazione, dondolio o rollio (gli stranieri lo chiamano rocking, swaying, bobbing) che insorge tipicamente dopo un’esposizione a movimento passivo (navigazione, volo, viaggio in treno o in auto), ma che può manifestarsi anche spontaneamente, senza un evento scatenante identificabile.
La Bárány Society, massima autorità internazionale nella classificazione dei disturbi vestibolari, ne ha formalizzato i criteri diagnostici nel 2020. Per porre diagnosi di MdDS è necessario che siano soddisfatte tutte le seguenti condizioni:
1. Sensazione non illusoria di movimento del proprio corpo, descritta come oscillazione, dondolio o rollio
2. Durata superiore a 48 ore dopo la cessazione dell’esposizione a movimento passivo
3. Esordio in associazione temporale con un’esposizione a movimento passivo prolungato (forma motion-triggered), oppure insorgenza spontanea (spontaneous onset)
4. Riduzione o scomparsa temporanea dei sintomi durante la ri-esposizione a movimento passivo (il cosiddetto paradosso del movimento, che è al tempo stesso segno diagnostico e crudele ironia clinica)
5. Assenza di un’altra patologia in grado di spiegare meglio il quadro
La fisiopatologia è ancora oggetto di ricerca: l’ipotesi più accreditata chiama in causa un’alterazione dei meccanismi di adattamento oscillatorio nel cervelletto, con un “blocco” del pattern motorio acquisito durante la navigazione che non riesce a essere disattivato una volta tornati a terra.
La buona notizia è che la MdDS non è necessariamente una condanna. Esiste un approccio riabilitativo specifico, sviluppato soprattutto in pochi centri di eccellenza internazionali, basato sulla stimolazione optocinetica: sfrutta il meccanismo del movimento visivo per “resettare” il pattern cerebellare alterato. I risultati, nella letteratura, sono incoraggianti in una quota significativa di pazienti.
Il problema è che questo protocollo è pressoché sconosciuto alla maggior parte dei clinici. La riabilitazione vestibolare standard, quella che Marco sta già eseguendo senza beneficio, non è indicata per la MdDS e in alcuni casi può persino aggravare il quadro, perché agisce su meccanismi completamente diversi.
Prima della riabilitazione, prima della terapia, c’è un passaggio che non dovrebbe essere necessario ma che per quasi tutti i pazienti con MdDS rappresenta il vero ostacolo: ricevere una diagnosi corretta.
Una diagnosi significa non sentirsi dire che è ansia. Significa avere un nome da dare a quello che si vive. Significa che il medico dall’altra parte dello schermo, o del tavolo, ti guarda e dice: ti credo, so di cosa si tratta, possiamo lavorarci insieme.
Marco ha aspettato mesi per arrivarci. E lui, con la sua determinazione, ce l’ha fatta. Ma quanti altri stanno ancora aspettando?
La MdDS è considerata rara, ma probabilmente è sotto-diagnosticata in misura rilevante. Molti pazienti vengono catalogati sotto altre etichette; disturbo somatoforme, ansia, cervicalgia, e non arrivano mai a uno specialista che conosca questa condizione.
Aumentare la consapevolezza, tra i professionisti e tra il pubblico, è il primo atto terapeutico che possiamo compiere.
Per Marco. E per tutti quelli che, in questo momento, sentono il mare muoversi sotto i piedi e non sanno ancora perché.