24/04/2026
Dopo mesi di insegnamento in sala la pratica all’aperto cambia la qualità dell’esperienza in modo radicale.
Certo i giardini di Villa Petretti affacciati sul magnifico paesaggio delle Forre sono ideali per lo yoga ma non si tratta di una questione estetica né romantica: è una diversa modalità di percezione.
Quando insegno fuori, mi accorgo che il corpo degli allievi smette più facilmente di “rappresentare” la posizione.
In uno spazio chiuso c’è sempre, anche senza volerlo, una tendenza alla forma: il gesto che vuole essere corretto, riconoscibile, quasi osservabile.
All’aperto questa tensione si allenta. Non perché ci sia meno attenzione, ma perché si allarga a comprendere l'ambiente.
Nel contesto dello yoga del Kashmir, questo è essenziale. Non si tratta di "costruire" nulla, ma di riconoscere ciò che è già presente nello spazio della coscienza.
Un luogo all'aperto facilita questo passaggio: i suoni non sono "fuori", il respiro non è "dentro", lo sguardo, anche ad occhi chiusi, sente la vastità del cielo, arrivano con la brezza il profumo dei pini e dell'alloro. L'erba appena tagliata è soffice al tatto.
L'invito è a riconoscere tutte le sensazioni, senza tracciare confini: il vento, un insetto, un rumore lontano non interrompono la pratica, ne fanno parte. Non c’è più un dentro da proteggere e un fuori da escludere.
Anche il corpo cambia. Il contatto con il suolo non è mediato solo dal tappetino, ma dalla percezione più ampia della terra, con le sua irregolarità e freschezza.
Le micro-variazioni di temperatura, l’umidità, la luce: tutto diventa informazione.
In termini kashmiri, potremmo dire che la vibrazione vitale (spanda) è più facilmente percepibile, non come concetto, ma come esperienza diretta.
Da insegnante, questo mi porta a semplificare. Meno indicazioni tecniche, più silenzio. Non “cosa fare”, ma cosa sentire.
La cosa più interessante è che, alla fine della pratica, non c’è quella sensazione di aver “fatto bene yoga”. Piuttosto, emerge una qualità della presenza meno definibile, più stabile.
Come se il confine tra pratica e non pratica si fosse assottigliato.
E forse è proprio questo il punto: all’aperto si coglie con maggiore chiarezza che lo yoga non coincide con il raggiungimento di un qualche risultato, ma rende più percepibile lo stato di non separazione che a volte, nella pratica al chiuso, gioca a nascondino.🙏😊