01/04/2026
Ci sono telefonate che, in questo periodo più di altri, arrivano con un tono che riconosco subito. È il tono dei genitori preoccupati davvero, non per un capriccio o una marachella, ma per qualcosa che sentono cambiare sotto i loro occhi e che non riescono più a decifrare.
La domanda è sempre la stessa, anche se detta in mille modi diversi:
“Dottoressa, è adolescenza… oppure c’è qualcosa che non mi piace per niente?”
Ecco, la prima cosa da dire — con chiarezza — è questa: l’adolescenza non è una fase tranquilla. Non lo è mai stata. È fatta di scosse, di contrasti, di eccessi, di chiusure improvvise e di aperture altrettanto improvvise. È il tempo in cui si prova a capire chi si è… spesso facendo anche male, a sé e agli altri.
Ma c’è una linea sottile — e molto importante — tra un ragazzo in difficoltà e un ragazzo che sta iniziando a funzionare in un modo che può diventare pericoloso nelle relazioni.
Non è il singolo episodio a dircelo. Non è la litigata, non è la bugia, non è la porta sbattuta.
È il modo in cui tutto questo si organizza nel tempo.
Ci sono ragazzi che, pur sbagliando, sentono. Si arrabbiano, esagerano, ma poi — magari tardi, magari male — qualcosa si muove dentro: un dubbio, un senso di colpa, una crepa nella loro posizione.
E poi ci sono ragazzi in cui questo movimento non c’è.
E lì bisogna fermarsi a osservare.
Uno degli aspetti che più deve far riflettere è proprio questo: la mancanza di risonanza emotiva. Non la distrazione, non l’egoismo adolescenziale… ma una sorta di freddezza stabile. Feriscono e non si fermano. Umiliano e non si interrogano. Fanno male e non sembra succedere nulla dentro.
Non è rabbia. Non è impulsività.
È assenza.
Un altro segnale importante è il modo in cui usano le parole e i fatti. Non si tratta della bugia “per cavarsela”. Qui siamo su un altro piano: la realtà viene piegata, costruita, manipolata. Le persone vengono messe una contro l’altra. Non per paura, ma per avere controllo.
E quando un ragazzo comincia a usare la relazione come un campo di gestione del potere… non siamo più dentro una semplice fase.
Poi c’è la questione dei limiti. Il “no” in adolescenza dà fastidio, certo. Ma quando il limite viene vissuto come un’umiliazione intollerabile, quando anche una piccola frustrazione scatena reazioni sproporzionate — rabbia fredda, bisogno di vendetta, disprezzo — allora bisogna chiedersi cosa c’è sotto.
Spesso, dietro, troviamo una struttura molto fragile che non regge la minima incrinatura dell’immagine di sé.
E infatti questi ragazzi, in molti casi, oscillano tra due estremi: da una parte si sentono superiori, speciali, intoccabili… dall’altra non tollerano di essere messi in discussione. E chi li contraddice diventa automaticamente un nemico o qualcuno da svalutare.
Le relazioni, a quel punto, non sono più incontri.
Diventano strumenti.
Un altro elemento che non va mai sottovalutato è la ripetizione della crudeltà. Non lo scatto occasionale, ma il comportamento che si ripete: prendere di mira, umiliare, esporre l’altro al ridicolo, con una certa soddisfazione. E senza traccia di dubbio.
Quando manca il rimorso, manca qualcosa di fondamentale nello sviluppo.
La vera differenza, però, non è nei singoli comportamenti. È nella loro stabilità.
Un ragazzo che attraversa una crisi può anche andare molto fuori strada, ma mantiene una possibilità di ritorno. Se lo aiuti, se lo agganci, qualcosa cambia.
Quando invece tutto si irrigidisce — quando non c’è apprendimento, quando non c’è revisione, quando il mondo è sempre colpevole e lui sempre nel giusto — allora non possiamo più aspettare.
E qui arriva il punto più difficile per i genitori: smettere di dirsi “passerà”.
Perché non sempre passa.
Chiedere aiuto, in questi casi, non significa etichettare un figlio.
Significa non lasciarlo solo dentro un funzionamento che rischia di diventare il suo modo stabile di stare al mondo.
Serve uno sguardo competente, capace di distinguere tra tempesta evolutiva e organizzazione più profonda del disagio. Non bastano intuizioni, non bastano rassicurazioni.
Perché ci sono ragazzi che stanno male e lo mostrano male.
E ce ne sono altri che stanno imparando a non sentire, a usare, a dominare.
E il compito dell’adulto — anche quando fa paura — è uno solo:
guardare la realtà per quella che è.
Non per come vorremmo che fosse.
Non per come ci tranquillizza.
Ma per ciò che, giorno dopo giorno, i comportamenti stanno già dicendo.