Dr.ssa Elisa Scala - Psicoterapia Medica Olistica

Dr.ssa Elisa Scala - Psicoterapia Medica Olistica Quando la psicoterapia tradizionale non basta, la soluzione olistica di un medico può fare la differenza. Risultato?

Offro un approccio integrato che non si limita all'ascolto. Percorsi più brevi (a partire da 10-12 sedute) e maggiormente mirati. La Psicoterapia Medica Olistica nasce come approccio breve, di durata inferiore alla media degli altri percorsi di psicoterapia. Rispetto alla psicoanalisi, invece, oltre a risultare molto più focalizzato si discosta anche come metodologia di lavoro applicata. Dopo la p

rima seduta con me, presenterò una diagnosi specifica del lavoro da svolgere, condividendo gli obiettivi del percorso terapeutico più idoneo. Se l'obiettivo da risolvere è singolo e non eccessivamente complesso, un ciclo di 10 sedute è sufficiente per registrare dei miglioramenti misurabili nella qualità della propria vita, sia interiore che esteriore.

𝗤𝘂𝗲𝗹𝗹𝗼 𝗰𝗵𝗲 𝗶𝗹 𝘁𝘂𝗼 𝗰𝗼𝗿𝗽𝗼 𝗰𝗲𝗿𝗰𝗮 𝗱𝗶 𝗱𝗶𝗿𝘁𝗶 (𝗲 𝗽𝗲𝗿𝗰𝗵𝗲́ 𝗻𝗼𝗻 𝗿𝗶𝗲𝘀𝗰𝗲)Ogni sintomo psicologico come una compulsione, la depressio...
29/04/2026

𝗤𝘂𝗲𝗹𝗹𝗼 𝗰𝗵𝗲 𝗶𝗹 𝘁𝘂𝗼 𝗰𝗼𝗿𝗽𝗼 𝗰𝗲𝗿𝗰𝗮 𝗱𝗶 𝗱𝗶𝗿𝘁𝗶 (𝗲 𝗽𝗲𝗿𝗰𝗵𝗲́ 𝗻𝗼𝗻 𝗿𝗶𝗲𝘀𝗰𝗲)

Ogni sintomo psicologico come una compulsione, la depressione, l'ansia cronica, l'inibizione o la deflessione non è un'entità autonoma, ma il risultato di un conflitto irrisolto tra un'emozione autentica e le forze che ne impediscono l'accesso conscio.

Il triangolo del conflitto è lo strumento concettuale fondamentale dell'ISTDP e non è solo uno schema descrittivo, ma una mappa di intervento momento per momento in corso di seduta.

Il sintomo è sempre una soluzione (o un tentativo di soluzione), mai un problema primario.

𝗩𝗲𝗿𝘁𝗶𝗰𝗲 𝟭 - 𝗟'𝗘𝗺𝗼𝘇𝗶𝗼𝗻𝗲 (𝗘)

L'emozione nel modello ISTDP è sempre un'emozione complessa e stratificata, non uno stato semplice. Davanloo parla di emozioni miste perché raramente si prova solo tristezza o solo rabbia verso una persona significativa.

Più spesso coesistono amore e odio, bisogno e risentimento, desiderio e paura della vicinanza.

L'emozione prototipica nel lavoro ISTDP è la 𝗿𝗮𝗯𝗯𝗶𝗮 𝗶𝗻𝗰𝗼𝗻𝘀𝗰𝗶𝗮, quindi non la rabbia conscia e verbalizzabile ma quella primaria, viscerale, che il paziente non si permette di sentire e che può coesistere con amore profondo verso la stessa persona.

A tutti gli effetti si tratta di un'aggressività arcaica e preverbale che il bambino ha dovuto seppellire per preservare il legame con il caregiver.

𝗣𝗲𝗿𝗰𝗵𝗲́ 𝗲̀ 𝗶𝗻𝗮𝗰𝗰𝗲𝘀𝘀𝗶𝗯𝗶𝗹𝗲

L'emozione non è repressa per debolezza, ma è stata dissociata perché sentirla era incompatibile con la sopravvivenza relazionale.

Un bambino che prova una rabbia intensa verso il genitore da cui dipende non può permettersi di esprimerla dato che rischia di perdere l'attaccamento, di essere punito e di distruggere l'immagine del genitore buono di cui ha bisogno.

La soluzione è costruire una struttura difensiva che impedisca all'emozione di emergere.

𝗟'𝗲𝗺𝗼𝘇𝗶𝗼𝗻𝗲 𝗻𝗲𝗹𝗹'𝗮𝗱𝘂𝗹𝘁𝗼

Nell'adulto questa struttura è diventata carattere.
L'emozione non è scomparsa, ma rimane attiva nell'inconscio, pronta ad attivarsi ogni volta che il contesto interpersonale replica, anche vagamente, la situazione originaria.
È lì, sotto la difesa, e genera pressione costante.

𝗩𝗲𝗿𝘁𝗶𝗰𝗲 𝟮 - 𝗟'𝗔𝗻𝘀𝗶𝗮 (𝗔)

L'ansia nell'ISTDP non è il disturbo, ma il segnale che un'emozione si sta avvicinando alla superficie. Ogni volta che nel colloquio terapeutico o nella vita l'emozione sottostante inizia ad emergere, il sistema nervoso la rileva come minacciosa e produce ansia come risposta di allarme.

Questo significa che l'ansia, paradossalmente, è un buon segno terapeutico: indica che il lavoro sta toccando qualcosa di reale.

𝗜 𝘁𝗿𝗲 𝗰𝗮𝗻𝗮𝗹𝗶 𝗱𝗶 𝘀𝗰𝗮𝗿𝗶𝗰𝗼 𝗱𝗲𝗹𝗹'𝗮𝗻𝘀𝗶𝗮

L'ansia non si manifesta in modo uniforme, ma si scarica attraverso canali fisiologici diversi e il canale attivo in un dato paziente determina la strategia terapeutica.

𝘔𝘶𝘴𝘤𝘰𝘭𝘪 𝘴𝘵𝘳𝘪𝘢𝘵𝘪 (𝘤𝘢𝘯𝘢𝘭𝘦 1)

Tensione muscolare, mani che si stringono, mascella serrata, spalle rigide, voce che si incrina, irrequietezza motoria. È il canale di scarica più favorevole: indica che l'Io ha sufficiente struttura per contenere l'emozione mentre viene attivata. Il terapeuta può lavorare con pressione progressiva.

𝘔𝘶𝘴𝘤𝘰𝘭𝘢𝘵𝘶𝘳𝘢 𝘭𝘪𝘴𝘤𝘪𝘢 𝘦 𝘴𝘪𝘴𝘵𝘦𝘮𝘢 𝘯𝘦𝘳𝘷𝘰𝘴𝘰 𝘢𝘶𝘵𝘰𝘯𝘰𝘮𝘰 (𝘤𝘢𝘯𝘢𝘭𝘦 2)

Nausea, crampi addominali, diarrea, palpitazioni, difficoltà respiratorie, cefalea. Il sistema nervoso autonomo si è attivato perché la pressione emotiva supera la capacità di contenimento dei muscoli striati. Il terapeuta deve ridurre la pressione e non aumentarla, altrimenti il paziente somatizza invece di accedere all'emozione.

𝘊𝘰𝘨𝘯𝘪𝘵𝘪𝘷𝘰-𝘱𝘦𝘳𝘤𝘦𝘵𝘵𝘪𝘷𝘰 (𝘤𝘢𝘯𝘢𝘭𝘦 3)

Confusione, nebbia mentale, derealizzazione, difficoltà a seguire il filo del discorso, sensazione di "non esserci". È il canale più fragile strutturalmente e richiede massima cautela indicando che l'Io, sotto pressione emotiva, tende a scompensi dissociativi. In questi casi il lavoro è prima di tutto sulla capacità di tollerare l'ansia stessa, prima ancora di avvicinarsi all'emozione.

𝗜𝗹 𝗺𝗼𝗻𝗶𝘁𝗼𝗿𝗮𝗴𝗴𝗶𝗼 𝗰𝗼𝗻𝘁𝗶𝗻𝘂𝗼 𝗱𝗲𝗹𝗹'𝗮𝗻𝘀𝗶𝗮 𝗶𝗻 𝘀𝗲𝗱𝘂𝘁𝗮

Il terapeuta ISTDP legge costantemente i segnali non verbali del paziente per sapere in quale canale sta scaricando. Non si tratta di un'intuizione clinica generica, ma di un'osservazione sistematica e in tempo reale di postura, respiro, tono muscolare, colore cutaneo e qualità dello sguardo. Questo permette di calibrare la pressione terapeutica momento per momento.

𝗩𝗲𝗿𝘁𝗶𝗰𝗲 𝟯 - 𝗟𝗮 𝗗𝗶𝗳𝗲𝘀𝗮 (𝗗)

La difesa è la risposta adattiva che il sistema ha costruito per impedire all'emozione di emergere e per mantenere l'ansia ad un livello tollerabile. Nell'infanzia era probabilmente necessaria o, almeno, comprensibile. Nell'adulto è diventata automatica e rigida, producendo il sintomo.

Nell'ISTDP la difesa non viene abbattuta né aggirata, ma identificata, nominata e la sua funzione viene resa esplicita al paziente con rispetto, ma anche con chiarezza sulla sua natura ostruttiva.

𝗧𝗶𝗽𝗼𝗹𝗼𝗴𝗶𝗲 𝗱𝗶 𝗱𝗶𝗳𝗲𝘀𝗮

Le difese nell'ISTDP vengono classificate in base alla loro distanza dall'emozione e al loro livello di primitività:

𝘋𝘪𝘧𝘦𝘴𝘦 𝘵𝘢𝘵𝘵𝘪𝘤𝘩𝘦 (𝘴𝘶𝘭𝘭𝘢 𝘤𝘰𝘮𝘶𝘯𝘪𝘤𝘢𝘻𝘪𝘰𝘯𝘦)

Vaghezza (parlare in modo indefinito), razionalizzazione, cambiare argomento, domande retoriche, risposte prolisse che non dicono nulla. Sono le più superficiali e le prime a comparire quando il terapeuta si avvicina al nucleo emotivo.

𝘋𝘪𝘧𝘦𝘴𝘦 𝘤𝘢𝘳𝘢𝘵𝘵𝘦𝘳𝘪𝘢𝘭𝘪

Compiacenza, distacco intellettuale, ironia difensiva, passività, eccessiva cortesia. Sono più radicate e spesso ego-sintoniche, con il paziente che non le riconosce come difese ma come tratti della propria personalità.

𝘋𝘪𝘧𝘦𝘴𝘦 𝘥𝘪 𝘳𝘦𝘱𝘳𝘦𝘴𝘴𝘪𝘰𝘯𝘦

Soppressione attiva dell'emozione, isolamento dell'affetto, formazione reattiva. L'emozione è presente ma al tempo stesso separata dalla cognizione. Il paziente può descrivere eventi traumatici in modo piatto, come se riguardassero un'altra persona.

𝘋𝘪𝘧𝘦𝘴𝘦 𝘱𝘪𝘶̀ 𝘱𝘳𝘪𝘮𝘪𝘵𝘪𝘷𝘦

Proiezione, scissione, negazione, somatizzazione. Compaiono nei profili con organizzazione borderline o con storia traumatica significativa.

𝗟𝗮 𝗱𝗶𝗳𝗲𝘀𝗮 𝗰𝗼𝗺𝗲 𝗰𝗼𝗺𝘂𝗻𝗶𝗰𝗮𝘇𝗶𝗼𝗻𝗲

Nel lavoro ISTDP, la difesa che emerge in seduta con il terapeuta è la stessa che il paziente usa nelle relazioni significative.

Il qui e ora della seduta è quindi una finestra privilegiata sul pattern relazionale che si manifesta direttamente dal vivo, senza bisogno di complessi questionari anamnestici.

𝗟'𝗶𝗻𝘁𝗲𝗿𝗮𝘇𝗶𝗼𝗻𝗲 𝗱𝗶𝗻𝗮𝗺𝗶𝗰𝗮 𝘁𝗿𝗮 𝗶 𝘁𝗿𝗲 𝘃𝗲𝗿𝘁𝗶𝗰𝗶

I tre vertici non sono statici e tra di loro esiste una relazione circolare e continua.

𝘌𝘮𝘰𝘻𝘪𝘰𝘯𝘦 𝘢𝘵𝘵𝘪𝘷𝘢𝘵𝘢 → 𝘈𝘯𝘴𝘪𝘢 → 𝘋𝘪𝘧𝘦𝘴𝘢 → 𝘌𝘮𝘰𝘻𝘪𝘰𝘯𝘦 𝘣𝘭𝘰𝘤𝘤𝘢𝘵𝘢 (𝘦 𝘪𝘭 𝘤𝘪𝘤𝘭𝘰 𝘳𝘪𝘤𝘰𝘮𝘪𝘯𝘤𝘪𝘢)

Il lavoro del terapeuta ISTDP consiste nell'interrompere questo ciclo dal lato della difesa rendendola visibile e inefficace, in modo che l'emozione possa emergere attraverso il canale dell'ansia in modo tollerabile.

Quando l'emozione raggiunge la piena coscienza, con tutta la sua intensità corporea, si produce quello che Davanloo chiama 𝘀𝗯𝗹𝗼𝗰𝗰𝗼 𝗱𝗲𝗹𝗹'𝗶𝗻𝗰𝗼𝗻𝘀𝗰𝗶𝗼, un momento di apertura in cui materiale rimasto inaccessibile per anni diventa improvvisamente disponibile.

Rileggi quella e-mail tre volte prima di inviarla?Non riesci a dire di no anche quando avresti bisogno di riposo?Sei sem...
28/04/2026

Rileggi quella e-mail tre volte prima di inviarla?

Non riesci a dire di no anche quando avresti bisogno di riposo?

Sei sempre di corsa e in preda alla fretta, anche quando hai tutto il tempo per fare le cose con calma?

Potrebbe non essere semplicemente "il tuo carattere".

Potresti essere di fronte ad una spinta, un messaggio imparato nei primi anni di vita che ancora oggi guida il tuo comportamento, spesso senza che tu te ne accorga.

L'Analisi Transazionale ne ha identificate cinque.

Nel nuovo articolo le esploriamo una per una: cosa sono,
come riconoscerle e cosa significa lavorarci in terapia.

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Sii Perfetto, Sii Forte, Sbrigati: cosa sono le 5 spinte dell'analisi transazionale, perché nascono e come la psicoterapia può trasformarle.

27/04/2026

Perché il sintomo ci parla in codice?

È una delle domande più profonde della psicologia clinica, e il fatto che tradizioni molto diverse vi arrivino con metafore convergenti (la medaglia di Dransart, il compromesso di Freud, la retroflessione della Gestalt, la difesa nell’ISTDP) suggerisce che stiano tutte circumnavigando la stessa realtà.

Philippe Dransart propone che ogni sintomo abbia due facce inseparabili:

• La faccia visibile, ovvero il sintomo manifesto, descrivibile, nominabile. Quello che il paziente porta in consultazione: “ho questo dolore”, “faccio questa cosa”, “non riesco a smettere”.

• La faccia nascosta, cioè il conflitto biologico o emotivo che il sintomo sta traducendo. Non è accessibile direttamente perché non è mai stato elaborato nella forma di un pensiero conscio: è rimasto nell’ordine dell’esperienza somatica, pre-verbale, non integrata.

La medaglia è una sola.
Le due facce non si vedono mai simultaneamente, ma sono fisicamente lo stesso oggetto.

Capovolgere la medaglia, cioè rendere visibile la faccia nascosta, non distrugge il sintomo dall’esterno ma lo rende inutile dall’interno perché il conflitto che codificava è finalmente accessibile.

Questa struttura è clinicamente precisa e si ritrova, con linguaggi diversi, in quasi tutta la psicologia del profondo.

Il conflitto originario di natura emotiva, relazionale o a volte traumatica, è stato messo in codice proprio perché nella forma diretta era intollerabile.

Un bambino che non può permettersi di sentire la rabbia verso il genitore, il terrore dell’abbandono o il dolore di non essere visto non sopprime quell’esperienza per scelta.

Il sistema nervoso la traduce in una forma che può essere sopportata e portata avanti nel tempo.

Il codice è una forma di contenimento.

Il sintomo è meno insopportabile del conflitto che rappresenta, e questo è il suo valore di sopravvivenza.

𝗥𝗶𝗯𝗲𝗹𝗹𝗶𝗼𝗻𝗲 𝗻𝗼𝗻 𝗲̀ 𝗹𝗶𝗯𝗲𝗿𝘁𝗮̀. 𝗔 𝘃𝗼𝗹𝘁𝗲 𝗲̀ 𝗹𝗮 𝘀𝘁𝗲𝘀𝘀𝗮 𝗴𝗮𝗯𝗯𝗶𝗮, 𝗺𝗮 𝗰𝗼𝗻 𝗹𝗲 𝘀𝗯𝗮𝗿𝗿𝗲 𝗶𝗻𝘃𝗲𝗿𝘁𝗶𝘁𝗲.C'è una forma di dipendenza che non ...
24/04/2026

𝗥𝗶𝗯𝗲𝗹𝗹𝗶𝗼𝗻𝗲 𝗻𝗼𝗻 𝗲̀ 𝗹𝗶𝗯𝗲𝗿𝘁𝗮̀.
𝗔 𝘃𝗼𝗹𝘁𝗲 𝗲̀ 𝗹𝗮 𝘀𝘁𝗲𝘀𝘀𝗮 𝗴𝗮𝗯𝗯𝗶𝗮, 𝗺𝗮 𝗰𝗼𝗻 𝗹𝗲 𝘀𝗯𝗮𝗿𝗿𝗲 𝗶𝗻𝘃𝗲𝗿𝘁𝗶𝘁𝗲.

C'è una forma di dipendenza che non si riconosce facilmente, perché si maschera da libertà.

Si chiama 𝘤𝘰𝘯𝘵𝘳𝘰𝘥𝘪𝘱𝘦𝘯𝘥𝘦𝘯𝘻𝘢.

Funziona in questo modo: invece di conformarti a ciò che l'altro vuole, fai sistematicamente l'opposto.
Ti sembra autonomia.
In realtà il punto di riferimento è lo stesso, ma è cambiato solo il segno.

Il figlio che costruisce la propria vita facendo l'esatto contrario di tutto ciò che voleva il padre non è libero dal padre.
Lo ha letteralmente posizionato al centro di ogni scelta.

𝗖𝗵𝗶 𝘀𝗶 𝗱𝗲𝗳𝗶𝗻𝗶𝘀𝗰𝗲 𝗮𝘁𝘁𝗿𝗮𝘃𝗲𝗿𝘀𝗼 𝗶𝗹 𝗿𝗶𝗳𝗶𝘂𝘁𝗼 𝘀𝗶𝘀𝘁𝗲𝗺𝗮𝘁𝗶𝗰𝗼 𝗱𝗶 𝘂𝗻𝗮 𝗻𝗼𝗿𝗺𝗮 𝗲̀ 𝗮𝗻𝗰𝗼𝗿𝗮 𝘀𝘁𝗿𝘂𝘁𝘁𝘂𝗿𝗮𝘁𝗼 𝗱𝗮 𝗾𝘂𝗲𝗹𝗹𝗮 𝗻𝗼𝗿𝗺𝗮.

Hegel lo aveva formalizzato nella dialettica servo-padrone secondo cui il padrone ha bisogno del servo per sapere chi è, quanto il servo ha bisogno del padrone.

In psicoterapia, la controdipendenza emerge frequentemente nella persona che ha attraversato contesti fortemente prescrittivi quali famiglie rigide, relazioni controllanti, ambienti in cui il conformismo era una condizione imprescindibile di accettazione.

La ribellione è stata necessaria, a volte salvifica.

Quando, però, il pattern si cristallizza, questa smette di essere una risposta adeguata al presente e diventa una modalità reattiva, automatica e indiscriminata. In questo modo si trasforma in una prigione più sottile rispetto a quella da cui si è usciti, proprio perché non viene riconosciuta come tale.

𝗜𝗹 𝘃𝗲𝗿𝗼 𝗹𝗮𝘃𝗼𝗿𝗼 𝗻𝗼𝗻 𝗲̀ 𝘀𝗺𝗲𝘁𝘁𝗲𝗿𝗲 𝗱𝗶 𝗲𝘀𝘀𝗲𝗿𝗲 𝘀𝗲́ 𝘀𝘁𝗲𝘀𝘀𝗶, 𝗺𝗮 𝗰𝗵𝗶𝗲𝗱𝗲𝗿𝘀𝗶 𝘀𝗲 𝗶𝗹 𝘀𝗲́ 𝗰𝗵𝗲 𝘀𝗶 𝗲𝘀𝗽𝗿𝗶𝗺𝗲 𝘀𝘁𝗶𝗮 𝗿𝗲𝗮𝗴𝗲𝗻𝗱𝗼 𝗮𝗹 𝗽𝗮𝘀𝘀𝗮𝘁𝗼 𝗼 𝗿𝗶𝘀𝗽𝗼𝗻𝗱𝗲𝗻𝗱𝗼 𝗮𝗹 𝗽𝗿𝗲𝘀𝗲𝗻𝘁𝗲.

La domanda che vale la pena portare in seduta non è contro cosa mi sto muovendo. È verso cosa.

𝘕𝘰𝘯 𝘥𝘦𝘴𝘪𝘥𝘦𝘳𝘪 𝘤𝘪𝘰̀ 𝘤𝘩𝘦 𝘷𝘶𝘰𝘪. 𝘋𝘦𝘴𝘪𝘥𝘦𝘳𝘪 𝘤𝘪𝘰̀ 𝘤𝘩𝘦 𝘷𝘶𝘰𝘭𝘦 𝘲𝘶𝘢𝘭𝘤𝘶𝘯 𝘢𝘭𝘵𝘳𝘰.René Girard, filosofo francese del '900, aveva un'idea...
22/04/2026

𝘕𝘰𝘯 𝘥𝘦𝘴𝘪𝘥𝘦𝘳𝘪 𝘤𝘪𝘰̀ 𝘤𝘩𝘦 𝘷𝘶𝘰𝘪. 𝘋𝘦𝘴𝘪𝘥𝘦𝘳𝘪 𝘤𝘪𝘰̀ 𝘤𝘩𝘦 𝘷𝘶𝘰𝘭𝘦 𝘲𝘶𝘢𝘭𝘤𝘶𝘯 𝘢𝘭𝘵𝘳𝘰.

René Girard, filosofo francese del '900, aveva un'idea scomoda: 𝗻𝗼𝗻 𝗱𝗲𝘀𝗶𝗱𝗲𝗿𝗶𝗮𝗺𝗼 𝗹𝗲 𝗰𝗼𝘀𝗲 𝗽𝗲𝗿𝗰𝗵𝗲́ 𝗹𝗲 𝘃𝗼𝗴𝗹𝗶𝗮𝗺𝗼. Le desideriamo perché qualcun altro le vuole o le ha.

Il desiderio, diceva, è quasi sempre triangolare. Tra noi e l'oggetto c'è sempre un terzo elemento, il mediatore. Qualcuno che ammiriamo, temiamo o invidiamo, spesso senza ammetterlo.

Più questo mediatore in qualche modo ci assomiglia o risuona con noi, più il desiderio diventa intenso.
E più il desiderio diventa intenso, più rischiamo di trasformarlo in rivalità.

Il paradosso che Girard descrive è questo: 𝗽𝗶𝘂̀ 𝗶𝗺𝗶𝘁𝗶 𝗾𝘂𝗮𝗹𝗰𝘂𝗻𝗼 𝗲 𝗽𝗶𝘂̀ 𝗱𝗶𝘃𝗲𝗻𝘁𝗶 𝗰𝗼𝗺𝗲 𝗹𝘂𝗶, ritrovandoti alla fine a detestarlo ancora più intensamente.
Perché la somiglianza è insopportabile e ti porta a costruire narrative basate su differenze nette tra te e lui, anche se sono solo percepite e non reali.

Ti convinci di essere il suo opposto, anche se intanto gli stai dedicando pensieri, energie e tempo.
Può diventare una vera e propria ossessione che ti colonizza e possiede, in genere senza che tu te ne accorga.

Clinicamente, il 𝗱𝗲𝘀𝗶𝗱𝗲𝗿𝗶𝗼 𝗺𝗶𝗺𝗲𝘁𝗶𝗰𝗼 𝗻𝗼𝗻 𝗿𝗶𝗰𝗼𝗻𝗼𝘀𝗰𝗶𝘂𝘁𝗼 è uno dei motori più frequenti delle dinamiche relazionali disfunzionali, spaziando dalle coppie, alle famiglie e arrivando infine ai contesti lavorativi.

Si presenta spesso travestito da conflitto ideologico, rivalità professionale o incompatibilità di valori.

Il lavoro terapeutico consiste in parte nel far affiorare con chiarezza il 𝗺𝗲𝗱𝗶𝗮𝘁𝗼𝗿𝗲 𝗶𝗻𝘃𝗶𝘀𝗶𝗯𝗶𝗹𝗲: riconoscere a chi stiamo davvero guardando quando crediamo di guardare noi stessi.

Chi stai inseguendo, credendo di fuggire?

20/04/2026

Il termine “borderline” ha una storia concettuale travagliata e oggi designa qualcosa di più preciso: un’organizzazione della personalità caratterizzata da una specifica modalità di elaborare l’esperienza, le relazioni e il senso stesso di sé.

Non si tratta semplicemente di un disturbo ma di una struttura, un modo relativamente stabile di organizzare il proprio mondo interno.

Il meccanismo difensivo centrale nel funzionamento borderline non è la rimozione (come nella nevrosi), ma la scissione (splitting).

La persona non riesce ad integrare aspetti contraddittori di sé e dell’altro in un’immagine unitaria e coerente.

Il mondo relazionale rimane così diviso in compartimenti stagni: buono/cattivo, ideale/persecutorio, tutto/niente.

Questa divisione non è un capriccio caratteriale, ma una struttura cognitivo-emotiva che ha una sua logica, ovvero tenere separati gli oggetti buoni da quelli cattivi per proteggere i primi dalla distruzione.

Il risultato è un’oscillazione rapida e drammatica in cui qualcuno può essere idealizzato intensamente e svalutato altrettanto ferocemente nel giro di ore, oppure in risposta ad una singola delusione percepita.

Questo produce un pattern relazionale riconoscibile basato su relazioni intense, instabili, connotate da alternanza di fusione e distanza, paura dell’abbandono e paura dell’intimità che spesso coesistono.

La paura dell’abbandono merita particolare attenzione.

Nel funzionamento borderline non è semplicemente un’ansia da separazione, ma il terrore dell’annientamento del Sé proprio perché questo non ha una sufficiente autonomia strutturale dall’oggetto relazionale.

Perdere l’altro significa, ad un livello profondo, perdere sé stessi.

19/04/2026

Le 𝗶𝗻𝗰𝗼𝗺𝗽𝗿𝗲𝗻𝘀𝗶𝗼𝗻𝗶 𝗱𝗶 𝗰𝗼𝗽𝗽𝗶𝗮 hanno quasi sempre una doppia radice: una superficiale e una profonda.

La prima è visibile e riguarda modalità di comunicazione, differenze nei bisogni, aspettative non espresse.

La seconda è meno accessibile e riguarda ciò che ciascuno dei due partner porta con sé, soprattutto i propri modelli di attaccamento, le ferite relazionali antiche e i copioni appresi nel contesto familiare di origine.

Tra i problemi di coppia più frequenti nella pratica clinica troviamo:

- la 𝗰𝗿𝗶𝘀𝗶 𝗹𝗲𝗴𝗮𝘁𝗮 𝗮𝗹𝗹𝗮 𝗻𝗮𝘀𝗰𝗶𝘁𝗮 𝗱𝗶 𝘂𝗻 𝗳𝗶𝗴𝗹𝗶𝗼, che ridistribuisce i ruoli e può lasciare indietro il legame di coppia a favore di quello genitoriale;

- la 𝗰𝗿𝗶𝘀𝗶 𝗱𝗶 𝗳𝗶𝗱𝘂𝗰𝗶𝗮, che può seguire un tradimento o emergere più silenziosamente come effetto di un distacco progressivo;

- i 𝗽𝗿𝗼𝗯𝗹𝗲𝗺𝗶 𝗱𝗶 𝗶𝗻𝘁𝗶𝗺𝗶𝘁𝗮̀, che spesso non riguardano la sessualità in sé ma la capacità di restare senza veli (a tutti i livelli) davanti all’altro;

- le 𝗱𝗶𝗳𝗳𝗶𝗰𝗼𝗹𝘁𝗮̀ 𝗲𝗰𝗼𝗻𝗼𝗺𝗶𝗰𝗵𝗲 o le 𝗱𝗶𝘃𝗲𝗿𝗴𝗲𝗻𝘇𝗲 𝘀𝘂𝗶 𝗽𝗿𝗼𝗴𝗲𝘁𝘁𝗶 𝗱𝗶 𝘃𝗶𝘁𝗮 come casa, figli o lavoro che diventano il terreno su cui si gioca un conflitto di valori più profondo.

In tutti questi casi, ciò che si vede è sempre il livello manifesto del problema.

Il lavoro psicoterapeutico consiste nell’andare a far emergere e leggere quello latente.

17/04/2026

𝗔𝗹𝗰𝘂𝗻𝗲 𝗿𝗲𝗹𝗮𝘇𝗶𝗼𝗻𝗶 𝗻𝗼𝗻 𝘀𝗼𝗽𝗿𝗮𝘃𝘃𝗶𝘃𝗼𝗻𝗼 𝗮 𝗰𝗵𝗶 𝘀𝘁𝗮𝗶 𝗱𝗶𝘃𝗲𝗻𝘁𝗮𝗻𝗱𝗼

Non stai perdendo persone. Stai perdendo schemi.

C'è qualcosa che il percorso terapeutico non annuncia chiaramente all'inizio: cambiare davvero e guarire alcune ferite interiori può costare alcune relazioni.

Non perché si diventi persone peggiori, ma perché alcune relazioni erano costruite su un equilibrio che il cambiamento personale inevitabilmente incrina.

Molti legami affettivi, familiari o amicali si sono strutturati nel tempo attorno a 𝗿𝘂𝗼𝗹𝗶 𝗶𝗺𝗽𝗹𝗶𝗰𝗶𝘁𝗶: quello che non dice mai di no, quello che media sempre i conflitti, quello che tollera ciò che non dovrebbe tollerare.

Questi ruoli non vengono negoziati esplicitamente ma si installano gradualmente, spesso a partire da contesti in cui adattarsi era necessario per sopravvivere emotivamente.

Quando una persona inizia a modificare questi schemi ponendo dei limiti, esprimendo bisogni che prima sopprimeva, regolando le proprie reazioni invece di subirle, il sistema relazionale percepisce uno squilibrio.

𝗟'𝗮𝗹𝘁𝗿𝗼 𝗻𝗼𝗻 𝗿𝗶𝗰𝗲𝘃𝗲 𝗽𝗶𝘂̀ 𝗹𝗲 𝗿𝗶𝘀𝗽𝗼𝘀𝘁𝗲 𝗮 𝗰𝘂𝗶 𝗲𝗿𝗮 𝗮𝗯𝗶𝘁𝘂𝗮𝘁𝗼.

E questo può generare frizione, distanza o perfino aperta conflittualità.

È importante non fraintendere questo fenomeno. Non significa necessariamente che l'altra persona sia manipolativa o malintenzionata, ma che la relazione era in parte fondata su una dinamica che la crescita personale ha reso insostenibile.

Il disagio dell'altro può essere autentico, anche se la causa è il fatto che il cambiamento dell'uno richiede un aggiustamento che l'altro non è disposto o non è ancora pronto a fare.

In termini relazionali, ciò che si perde in questi passaggi non sono le persone in quanto tali, ma i 𝗰𝗼𝗽𝗶𝗼𝗻𝗶 𝗿𝗲𝗹𝗮𝘇𝗶𝗼𝗻𝗮𝗹𝗶 che le tenevano insieme in una forma disfunzionale.

È una distinzione che nella pratica clinica vale la pena tenere ferma perché alleggerisce il senso di colpa e orienta meglio l'elaborazione del lutto relazionale che ne consegue.

Il processo di cura, quando è autentico, 𝗿𝗶𝗱𝗶𝘀𝘁𝗿𝗶𝗯𝘂𝗶𝘀𝗰𝗲 𝗶 𝗿𝘂𝗼𝗹𝗶. Richiede di abbandonare posizioni che erano diventate familiari e automatiche come compiacere, tacere o il farsi piccoli, e tutto questo ha un costo reale.

Ciò che restituisce nel tempo, però, è la possibilità di costruire legami basati su qualcosa di più solido come la reciprocità, la presenza, il rispetto dei propri confini e di quelli altrui.

𝗟'𝗮𝘂𝘁𝗼𝘀𝘁𝗶𝗺𝗮 𝗻𝗼𝗻 𝘀𝗶 𝗰𝗼𝘀𝘁𝗿𝘂𝗶𝘀𝗰𝗲 𝗰𝗼𝗻 𝗶 𝗰𝗼𝗺𝗽𝗹𝗶𝗺𝗲𝗻𝘁𝗶Esiste un'idea diffusa, alimentata da decenni di psicologia "pop", second...
15/04/2026

𝗟'𝗮𝘂𝘁𝗼𝘀𝘁𝗶𝗺𝗮 𝗻𝗼𝗻 𝘀𝗶 𝗰𝗼𝘀𝘁𝗿𝘂𝗶𝘀𝗰𝗲 𝗰𝗼𝗻 𝗶 𝗰𝗼𝗺𝗽𝗹𝗶𝗺𝗲𝗻𝘁𝗶

Esiste un'idea diffusa, alimentata da decenni di psicologia "pop", secondo cui l'autostima possa essere curata esattamente come una pianta assetata, cioè aggiungendo acqua dall'esterno.

Più approvazione ricevi, più ti senti bene con te stesso.

Più qualcuno ti dice che sei bravo, capace e degno d'amore, più la tua immagine interiore migliora.

È una logica comprensibile. Ed è quasi completamente sbagliata.

Non perché i riconoscimenti non contino (contano, soprattutto nelle fasi dello sviluppo), ma perché confondono la fonte con il bersaglio.

L'autostima non è ciò che gli altri pensano di te.
È ciò che tu pensi di te stesso quando nessuno ti sta guardando.

E quella voce interiore non si forma con i complimenti.
Si forma con la coerenza.

𝗖𝗼𝘀𝗮 𝘀𝗶𝗴𝗻𝗶𝗳𝗶𝗰𝗮 𝗱𝗮𝘃𝘃𝗲𝗿𝗼 𝘀𝘁𝗶𝗺𝗮 𝗱𝗶 𝘀𝗲́

La parola stima ha un'origine precisa: viene dal latino 𝘢𝘦𝘴𝘵𝘪𝘮𝘢𝘳𝘦, valutare, calcolare il peso di qualcosa.

Stimare sé stessi significa, alla lettera, darsi un valore non sulla base di ciò che si è ottenuto o di come si appare agli altri, ma sulla base di un'osservazione tanto diretta quanto onesta.

Il problema è che questa osservazione è rara.
La maggior parte delle persone non si stima, ma si giudica.

E il giudizio ha bisogno di un confronto esterno, di un metro che viene sempre preso in prestito, vuoi dai genitori, dalla cultura, dal gruppo di riferimento o dai social.

La stima autentica, invece, nasce da una domanda diversa.
Non "𝘤𝘰𝘮𝘦 𝘮𝘪 𝘷𝘦𝘥𝘰𝘯𝘰?", ma "𝘲𝘶𝘢𝘯𝘵𝘰 𝘴𝘰𝘯𝘰 𝘧𝘦𝘥𝘦𝘭𝘦 𝘢 𝘤𝘪𝘰̀ 𝘤𝘩𝘦 𝘴𝘦𝘯𝘵𝘰?"

𝗜𝗹 𝗿𝘂𝗼𝗹𝗼 𝗱𝗲𝗹𝗹𝗮 𝗰𝗼𝗲𝗿𝗲𝗻𝘇𝗮

La coerenza tra ciò che si sente e ciò che si fa è il vero materiale di costruzione dell'autostima reale.

Facciamo un esempio concreto. Una persona sente che in una relazione qualcosa non va, che i propri bisogni non vengono visti, che quella dinamica in qualche modo la svuota.
Lo sente chiaramente. Ma non lo dice.
Si adatta, sorride, minimizza. Magari riceve anche complimenti per quanto è paziente e comprensiva.
Dall'esterno, tutto bene. Dentro, qualcosa si erode.

Ogni volta che si agisce contro ciò che si sente per mera paura, compiacenza o semplicemente per evitare il conflitto si manda a sé stessi un messaggio preciso: 𝘲𝘶𝘦𝘭𝘭𝘰 𝘤𝘩𝘦 𝘴𝘦𝘯𝘵𝘰 𝘯𝘰𝘯 𝘷𝘢𝘭𝘦 𝘢𝘣𝘣𝘢𝘴𝘵𝘢𝘯𝘻𝘢 𝘥𝘢 𝘦𝘴𝘴𝘦𝘳𝘦 𝘢𝘴𝘤𝘰𝘭𝘵𝘢𝘵𝘰.

𝗥𝗶𝗽𝗲𝘁𝘂𝘁𝗼 𝗻𝗲𝗹 𝘁𝗲𝗺𝗽𝗼, 𝗾𝘂𝗲𝗹 𝗺𝗲𝘀𝘀𝗮𝗴𝗴𝗶𝗼 𝗱𝗶𝘃𝗲𝗻𝘁𝗮 𝘀𝘁𝗿𝘂𝘁𝘁𝘂𝗿𝗮.
𝗗𝗶𝘃𝗲𝗻𝘁𝗮 𝗶𝗹 𝗺𝗼𝗱𝗼 𝗶𝗻 𝗰𝘂𝗶 𝗰𝗶 𝘀𝗶 𝘁𝗿𝗮𝘁𝘁𝗮.

L'opposto risulta altrettanto vero e potente.
Ogni volta che si dice una cosa difficile da ti**re fuori, che si mette un limite dove ce n'era bisogno, che si sceglie in accordo con i propri valori anche quando costa qualcosa, si compie un atto di stima verso sé stessi.
Non perché qualcuno lo abbia notato, ma perché si è stati fedeli.

𝗣𝗲𝗿𝗰𝗵𝗲́ 𝗶 𝗰𝗼𝗺𝗽𝗹𝗶𝗺𝗲𝗻𝘁𝗶 𝗻𝗼𝗻 𝗯𝗮𝘀𝘁𝗮𝗻𝗼

I complimenti ricevuti dall'esterno hanno una caratteristica strutturale: richiedono una fonte continua, come il carburante nel serbatoio della propria auto.

Funzionano finché arrivano.

Nel momento in cui l'approvazione si interrompe per un cambiamento di contesto, per una critica o per una relazione che finisce, l'autostima che si reggeva su di essa crolla con la stessa facilità con cui era stata costruita.

Questo spiega perché molte persone di successo, ammirate e socialmente riconosciute, portano dentro una fragilità sorprendente.

Non mancava certo loro il riconoscimento esterno.

Mancava il riconoscimento interno, quel senso di essere dalla propria parte, indipendentemente da come andavano le cose fuori.

In psicoterapia questo pattern è frequente. Chi ha imparato da piccolo che il proprio valore dipende dalla risposta dell'altro, dall'approvazione del genitore, dal voto dell'insegnante o dal giudizio del gruppo finisce per sviluppare un'autostima contingente: alta quando piace, bassa quando delude.
Reattiva, instabile, sempre in cerca di conferme.

𝗟'𝗮𝘂𝘁𝗼𝘀𝘁𝗶𝗺𝗮 𝗰𝗼𝗺𝗲 𝗽𝗿𝗮𝘁𝗶𝗰𝗮, 𝗻𝗼𝗻 𝗰𝗼𝗺𝗲 𝘀𝘁𝗮𝘁𝗼

Un'implicazione importante di questa prospettiva è che l'autostima non è qualcosa che si ha o che si trova.
È qualcosa che si costruisce, giorno per giorno, attraverso scelte concrete.

Non si tratta di grandi gesti. Si tratta di piccoli atti di coerenza ripetuti: dire sì quando si vuole dire sì, dire no quando si vuole dire no.

Riconoscere una propria emozione anche quando è scomoda.

Non tradire una convinzione per ottenere consenso.

Trattarsi con la stessa premura che si riserverebbe a qualcuno che si ama.

Questi atti sembrano banali. Non lo sono. Ogni volta che si compiono, si rafforza qualcosa che nessun complimento può dare: la certezza vissuta, non solo pensata di potersi fidare di sé stessi.

𝗤𝘂𝗮𝗻𝗱𝗼 𝗺𝗮𝗻𝗰𝗮 𝗹𝗮 𝗰𝗼𝗲𝗿𝗲𝗻𝘇𝗮: 𝗶𝗹 𝗰𝗼𝘀𝘁𝗼 𝗻𝗮𝘀𝗰𝗼𝘀𝘁𝗼

L'incoerenza cronica tra ciò che si sente e ciò che si fa ha un costo che spesso non viene riconosciuto come tale. Si manifesta come stanchezza inspiegabile, senso di vuoto a dispetto di una vita "che va bene", irritabilità, ansia di fondo.

Non è un caso. Mantenere una distanza sistematica tra il proprio mondo interiore e i propri comportamenti richiede un lavoro psichico enorme. È come tenere premuto qualcosa continuamente: alla lunga, il braccio cede.

La terapia, in questi casi, non lavora sull'autostima direttamente. Non si può insegnare ad apprezzarsi.
Lavora, invece, sulla capacità di sentire, riconoscere e agire in accordo con ciò che percepiamo vero e buono per noi.

L'autostima è la conseguenza naturale di quel processo, non il suo punto di partenza.

13/04/2026

𝗣𝗲𝗿𝗰𝗵𝗲́ 𝗹𝗮 𝗺𝗲𝗻𝘁𝗲 𝘀𝗶 𝗯𝗹𝗼𝗰𝗰𝗮 𝗶𝗻 𝗹𝗼𝗼𝗽 𝗱𝗼𝗽𝗼 𝘂𝗻𝗮 𝗿𝗲𝗹𝗮𝘇𝗶𝗼𝗻𝗲 𝘁𝗼𝘀𝘀𝗶𝗰𝗮

Il cervello umano è una macchina che cerca significato.
Quando accade qualcosa di doloroso ma comprensibile, come un lutto, una perdita o una delusione, riesce nel tempo ad integrarlo.

Lo colloca in una narrativa: è successo, ha fatto male, è ormai entrato a far parte della mia storia.

Nelle relazioni tossiche questo processo si inceppa.

Il problema non è solo il dolore.

È l'𝗶𝗻𝗰𝗼𝗲𝗿𝗲𝗻𝘇𝗮 𝘀𝘁𝗿𝘂𝘁𝘁𝘂𝗿𝗮𝗹𝗲 di quello che hai vissuto: una persona che diceva di amarti e ti umiliava, che ti cercava e poi spariva, che ti faceva sentire speciale e poi ti trattava come un peso.

La mente non riesce a costruire una narrativa coerente perché il materiale di partenza è contraddittorio per definizione.

I pensieri intrusivi, cioè quei ritorni ossessivi, involontari e indesiderati, sono il tentativo razionale di risolvere un'equazione che non ha soluzione.

𝗡𝗼𝗻 𝗰𝗲𝗿𝗰𝗵𝗶 𝗾𝘂𝗲𝗹𝗹𝗮 𝗽𝗲𝗿𝘀𝗼𝗻𝗮, 𝗺𝗮 𝘂𝗻𝗮 𝘀𝗽𝗶𝗲𝗴𝗮𝘇𝗶𝗼𝗻𝗲.

E dato che la spiegazione non arriva, il loop ricomincia.

12/04/2026

𝗜𝗹 𝗻𝗮𝗿𝗰𝗶𝘀𝗶𝘀𝘁𝗮 𝗽𝗼𝘀𝘀𝗲𝘀𝘀𝗶𝘃𝗼 𝗲 𝗹𝗮 𝗺𝗲𝗻𝘇𝗼𝗴𝗻𝗮 𝗰𝗼𝗺𝗲 𝘀𝘁𝗿𝘂𝗺𝗲𝗻𝘁𝗼 𝗱𝗶 𝗽𝗼𝘁𝗲𝗿𝗲

Il narcisista possessivo è, prima di tutto, un bugiardo.
Ma non nel senso comune del termine.

Non parliamo delle piccole bugie sociali che chiunque può dire occasionalmente, cioè quelle innocue e dettate dall'imbarazzo o dalla convenienza.

Le sue sono menzogne costruite, elaborate, raccontate con convinzione e piacere.

Ha una capacità narrativa fuori dal comune, e la usa con uno scopo preciso: creare un'immagine di sé che seduca e intrappoli in una specie di rete invisibile ma molto serrata.

𝗟𝗮 𝗯𝘂𝗴𝗶𝗮 𝗵𝗮 𝗽𝗲𝗿 𝗹𝘂𝗶 𝘂𝗻𝗮 𝗱𝗼𝗽𝗽𝗶𝗮 𝗳𝘂𝗻𝘇𝗶𝗼𝗻𝗲.

Da un lato serve a costruire la propria maschera affascinante, speciale e irraggiungibile.

Dall'altro è uno strumento di dominio: mentire significa controllare la realtà dell'altro, tenerlo in uno stato di dipendenza informativa, farlo vivere dentro una versione del mondo decisa e gestita dal narcisista.

Durante la relazione, le menzogne si moltiplicano per coprire tradimenti, omissioni e contraddizioni.

La vita del narcisista possessivo diventa un castello di falsità interconnesse, dove ogni bugia ne regge un'altra.

C'è, però, qualcosa di ancora più rivelatore: 𝗺𝗲𝗻𝘁𝗲 𝗮𝗻𝗰𝗵𝗲 𝗾𝘂𝗮𝗻𝗱𝗼 𝗻𝗼𝗻 𝘀𝗮𝗿𝗲𝗯𝗯𝗲 𝗻𝗲𝗰𝗲𝘀𝘀𝗮𝗿𝗶𝗼.

Questo dettaglio è clinicamente significativo e suggerisce che la menzogna non è solo tattica, ma fonte di godimento in sé.
Mentire lo fa sentire superiore, gli conferma la propria capacità di manipolare la realtà altrui.

In questo senso, la bugia più devastante che il narcisista possessivo pronuncia non è quella costruita per coprire un tradimento.

È la più semplice, la più attesa, la più carica di significato: 𝘵𝘪 𝘢𝘮𝘰.

10/04/2026

𝗘𝗴𝗼𝘀𝗶𝗻𝘁𝗼𝗻𝗶𝗰𝗼 𝗲𝗱 𝗲𝗴𝗼𝗱𝗶𝘀𝘁𝗼𝗻𝗶𝗰𝗼: 𝗾𝘂𝗮𝗻𝗱𝗼 𝗶𝗹 𝗱𝗶𝘀𝘁𝘂𝗿𝗯𝗼 𝘀𝗲𝗶 𝘁𝘂 𝗼 𝗾𝘂𝗮𝗻𝗱𝗼 𝘁𝗶 𝗲̀ 𝗲𝘀𝘁𝗿𝗮𝗻𝗲𝗼

In psicologia clinica, questi due termini descrivono il rapporto che un soggetto ha con i propri pensieri, impulsi o comportamenti.

Egodistonico significa che quell'esperienza è vissuta come estranea all'io. Il soggetto la percepisce come intrusa, indesiderata, in conflitto con la propria immagine di sé.
Genera disagio, vergogna, resistenza.
Il soggetto vuole liberarsene.

Egosintonico significa che quell'esperienza è coerente con l'io.
Il soggetto non la vive come un problema, ma come parte naturale di sé.
Non genera conflitto interno.
Non c'è motivazione spontanea al cambiamento.

𝗨𝗻 𝗲𝘀𝗲𝗺𝗽𝗶𝗼 𝗰𝗹𝗶𝗻𝗶𝗰𝗼 𝗰𝗼𝗻𝗰𝗿𝗲𝘁𝗼: 𝗶𝗹 𝗱𝗶𝘀𝘁𝘂𝗿𝗯𝗼 𝗼𝘀𝘀𝗲𝘀𝘀𝗶𝘃𝗼-𝗰𝗼𝗺𝗽𝘂𝗹𝘀𝗶𝘃𝗼

Chi soffre di DOC vive i propri pensieri ossessivi come egodistonici per eccellenza.

Sa benissimo che il pensiero ricorrente come "𝘩𝘰 𝘭𝘢𝘴𝘤𝘪𝘢𝘵𝘰 𝘪𝘭 𝘨𝘢𝘴 𝘢𝘱𝘦𝘳𝘵𝘰", "𝘮𝘪 𝘴𝘰𝘯𝘰 𝘤𝘰𝘯𝘵𝘢𝘮𝘪𝘯𝘢𝘵𝘰" è irrazionale.
Lo riconosce come estraneo, lo vive con fastidio e angoscia, cerca attivamente di neutralizzarlo.

Proprio questa frattura tra il sé e il pensiero è la firma clinica del disturbo.
Ed è anche ciò che spinge la persona a chiedere aiuto.

𝗜𝗹 𝗰𝗮𝘀𝗼 𝗱𝗲𝗹𝗹'𝗮𝘂𝘁𝗼𝗹𝗲𝘀𝗶𝗼𝗻𝗶𝘀𝗺𝗼 𝗲 𝗱𝗲𝗶 𝗽𝗲𝗻𝘀𝗶𝗲𝗿𝗶 𝗮𝘂𝘁𝗼𝗱𝗶𝘀𝘁𝗿𝘂𝘁𝘁𝗶𝘃𝗶

Qui la distinzione diventa più sfumata e clinicamente cruciale.
I pensieri autolesivi sono tipicamente egodistonici, e questo è importante capirlo bene.

Chi li vive, nella maggior parte dei casi, non li desidera ma li subisce.

Arrivano come intrusioni, spesso accompagnate da senso di colpa, vergogna, paura di sé stessi.

La persona non si identifica con quel pensiero e lo vive come un segnale che qualcosa dentro sta soffrendo in modo insopportabile.

Il comportamento autolesivo stesso ha sovente una funzione paradossalmente regolatoria: serve a 𝘁𝗿𝗮𝗱𝘂𝗿𝗿𝗲 𝗶𝗻 𝗱𝗼𝗹𝗼𝗿𝗲 𝗳𝗶𝘀𝗶𝗰𝗼 𝗹𝗼𝗰𝗮𝗹𝗶𝘇𝘇𝗮𝘁𝗼 𝗲 𝗰𝗼𝗻𝘁𝗿𝗼𝗹𝗹𝗮𝗯𝗶𝗹𝗲 un dolore emotivo che sembra invece illimitato e ingestibile.

Non è un desiderio di distruggersi, ma un tentativo disperato di sopravvivere al proprio stato interno.

Proprio per questo il trattamento è possibile e spesso efficace.

C'è una parte del sé che non vuole quei pensieri, che li combatte, che chiede aiuto. La motivazione al cambiamento esiste, anche se sepolta sotto strati di vergogna.

Diverso è il caso in cui i pensieri autodistruttivi diventano egosintonici.

Questo accade in alcune condizioni gravi come certi stati depressivi profondi, alcune organizzazioni di personalità o dopo traumi estremi in cui la persona smette di percepire quei pensieri come estranei e comincia a integrarli come verità su di sé: "𝘴𝘰𝘯𝘰 𝘧𝘢𝘵𝘵𝘰 𝘤𝘰𝘴ı̀", "𝘯𝘰𝘯 𝘮𝘦𝘳𝘪𝘵𝘰 𝘥𝘪 𝘴𝘵𝘢𝘳𝘦 𝘣𝘦𝘯𝘦", "𝘦̀ 𝘨𝘪𝘶𝘴𝘵𝘰 𝘤𝘩𝘦 𝘮𝘪 𝘧𝘢𝘤𝘤𝘪𝘢 𝘥𝘦𝘭 𝘮𝘢𝘭𝘦".

In questi casi la frattura tra sé e il disturbo si chiude, e con essa si riduce anche la spinta a cercare aiuto.

È clinicamente uno dei segnali più preoccupanti perché indica che l'io ha incorporato la sofferenza come identità.

𝗣𝗲𝗿𝗰𝗵𝗲́ 𝗾𝘂𝗲𝘀𝘁𝗮 𝗱𝗶𝘀𝘁𝗶𝗻𝘇𝗶𝗼𝗻𝗲 𝗰𝗼𝗻𝘁𝗮 𝗶𝗻 𝘁𝗲𝗿𝗮𝗽𝗶𝗮

Il punto di aggancio terapeutico dipende esattamente da questa distinzione.

Finché un pensiero o un comportamento è egodistonico, esiste una parte del paziente che è alleata del terapeuta -la parte che soffre di quello stato e vuole uscirne.

Il lavoro è possibile.

Quando diventa egosintonico, il primo obiettivo della terapia è spesso quello di re-introdurre la distanza: aiutare la persona a 𝗿𝗶𝗰𝗼𝗻𝗼𝘀𝗰𝗲𝗿𝗲 𝗰𝗵𝗲 𝗾𝘂𝗲𝗹𝗹𝗮 𝘃𝗼𝗰𝗲 𝗻𝗼𝗻 𝗲̀ 𝗹𝗲𝗶, che quel pensiero è un prodotto della sofferenza e non una verità ontologica.

Solo quando si ricrea quella frattura, ovvero quando il pensiero torna ad essere percepito come estraneo, il cambiamento diventa possibile.

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Non possiamo ignorare l'inconscio. Non possiamo fingere che la nostra ombra non esista. Non possiamo pretendere di respingere per sempre tutto ciò che non ci piace, o a cui non vogliamo dare diritto di cittadinanza. Le risposte più esatte su chi siamo risiedono proprio nella nostra ombra. Diverse nostre risorse, e talenti, si celano nell'ombra.

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