Dr.ssa Elisa Scala - Psicoterapia Medica Olistica

Dr.ssa Elisa Scala - Psicoterapia Medica Olistica Quando la psicoterapia tradizionale non basta, la soluzione olistica di un medico può fare la differenza. Risultato?

Offro un approccio integrato che non si limita all'ascolto. Percorsi più brevi (a partire da 10-12 sedute) e maggiormente mirati. La Psicoterapia Medica Olistica nasce come approccio breve, di durata inferiore alla media degli altri percorsi di psicoterapia. Rispetto alla psicoanalisi, invece, oltre a risultare molto più focalizzato si discosta anche come metodologia di lavoro applicata. Dopo la prima seduta con me, presenterò una diagnosi specifica del lavoro da svolgere, condividendo gli obiettivi del percorso terapeutico più idoneo. Se l'obiettivo da risolvere è singolo e non eccessivamente complesso, un ciclo di 10 sedute è sufficiente per registrare dei miglioramenti misurabili nella qualità della propria vita, sia interiore che esteriore.

Il 𝘀𝗲𝗻𝘀𝗼 𝗱𝗶 𝗰𝗼𝗹𝗽𝗮 non nasce solo da azioni reali, ma anche da interpretazioni soggettive della realtà. Può svilupparsi e...
26/01/2026

Il 𝘀𝗲𝗻𝘀𝗼 𝗱𝗶 𝗰𝗼𝗹𝗽𝗮 non nasce solo da azioni reali, ma anche da interpretazioni soggettive della realtà.

Può svilupparsi e proliferare nell’alveo dell’educazione ricevuta, dei modelli familiari rigidi, delle esperienze relazionali precoci o di convinzioni interiori come “𝘥𝘦𝘷𝘰 𝘥𝘪𝘮𝘰𝘴𝘵𝘳𝘢𝘳𝘦 𝘥𝘪 𝘦𝘴𝘴𝘦𝘳𝘦 𝘴𝘦𝘮𝘱𝘳𝘦 𝘢𝘭𝘭’𝘢𝘭𝘵𝘦𝘻𝘻𝘢”, “𝘯𝘰𝘯 𝘱𝘰𝘴𝘴𝘰 𝘮𝘢𝘪 𝘥𝘦𝘭𝘶𝘥𝘦𝘳𝘦” o “𝘴𝘦 𝘨𝘭𝘪 𝘢𝘭𝘵𝘳𝘪 𝘴𝘰𝘯𝘰 𝘪𝘯𝘧𝘦𝘭𝘪𝘤𝘪 𝘰 𝘴𝘵𝘢𝘯𝘯𝘰 𝘮𝘢𝘭𝘦 𝘦̀ 𝘤𝘰𝘭𝘱𝘢 𝘮𝘪𝘢”.

In questi casi, la colpa non è legata ad un errore concreto o alla violazione di una norma morale bensì a regole interne inflessibili che rendono la persona costantemente in difetto.

Il senso di colpa diventa 𝗱𝗶𝘀𝘁𝗿𝘂𝘁𝘁𝗶𝘃𝗼 quando perde la sua funzione regolativa e si trasforma in un’emozione cronica, sproporzionata e invasiva.

Questo accade quando la persona si sente colpevole anche in assenza di una reale responsabilità, quando rimugina continuamente su presunti errori o nel momento in cui interpreta ogni difficoltà come una vera e propria propria mancanza.

In questa forma patologica il senso di colpa alimenta 𝗰𝗶𝗿𝗰𝘂𝗶𝘁𝗶 𝗱𝗶 𝗮𝘂𝘁𝗼𝘀𝘃𝗮𝗹𝘂𝘁𝗮𝘇𝗶𝗼𝗻𝗲, 𝗮𝗻𝘀𝗶𝗮 𝗲 𝘃𝗲𝗿𝗴𝗼𝗴𝗻𝗮, limita la libertà di scelta e può contribuire allo sviluppo di disturbi come depressione, il disturbo ossessivo-compulsivo (DOC) o dipendenze affettive.

Al posto di orientare verso il cambiamento non fa altro che paralizzare e logorare, trasformandosi in una sorta di giudice interno che vessa e punisce costantemente l’individuo.

Riconoscere quando il senso di colpa ha superato la soglia della funzionalità è fondamentale per poter intervenire e restituire a questa emozione un significato più sano e integrato nella vita psichica della persona.

25/01/2026

Mente e corpo non sono separati.

Ciò che non riesce ad essere riconosciuto, sentito a livello emotivo o portato nella mente tende a cercare una via di espressione attraverso il corpo.

L’ansia, in particolare, è spesso l’effetto di emozioni più profonde come rabbia, paura, dolore, vergogna o desiderio che non possono emergere alla coscienza perché vissute come pericolose, inaccettabili o troppo intense.

Quando queste emozioni vengono bloccate, il sistema nervoso autonomo resta in uno stato di allerta cronica.

L’energia emotiva non elaborata si scarica allora sui sistemi corporei più “accessibili” per quella struttura psichica: muscoli, apparato gastrointestinale, cuore, pelle, respirazione.

Il corpo diventa il luogo in cui l’emozione trova una voce quando la psiche non può darle parole.

L’ansia si scarica nel corpo soprattutto in tre situazioni.

1. Quando l’emozione è inconscia o negata

Se una persona non è consapevole di ciò che prova (per esempio rabbia, paura di dipendere, tristezza profonda), l’ansia diventa un segnale di allarme che si manifesta fisicamente:

• tensioni muscolari
• nodo allo stomaco
• tachicardia
• vertigini
• cefalea
• colon irritabile
• senso di oppressione toracica

Il corpo ci parla al posto della mente.

2. Quando l’emozione è troppo minacciosa per essere sentita

Alcune emozioni sono vissute come pericolose perché legate ad esperienze precoci come abbandono, trauma o rifiuto.

In questi casi, il sistema nervoso devia l’emozione verso il corpo per evitare che diventi conscia.

È un meccanismo di difesa che protegge la persona seppur al prezzo del sintomo fisico.

3. Quando c’è un conflitto interno irrisolto

Per esempio:

• desidero qualcosa ma mi sento in colpa
• voglio avvicinarmi ma ho paura di soffrire
• ho rabbia ma non posso esprimerla

Questo conflitto produce ansia cronica, che cerca una via di scarico somatica.

Il lavoro terapeutico non consiste solo nel ridurre il sintomo, ma nel risalire all’emozione sottostante e renderla tollerabile, pensabile e verbalizzabile.

Quando l’emozione viene riconosciuta e integrata, l’ansia non ha più bisogno di usare il corpo come canale di espressione.

23/01/2026

[𝗜𝗹 𝗰𝗼𝗻𝗳𝗿𝗼𝗻𝘁𝗼 𝗱𝗶𝗿𝗲𝘁𝘁𝗼 𝗰𝗼𝗻 𝗹𝗮 𝗿𝗲𝘀𝗶𝘀𝘁𝗲𝗻𝘇𝗮: 𝗽𝗲𝗿𝗰𝗵𝗲́ 𝗲̀ 𝗻𝗲𝗰𝗲𝘀𝘀𝗮𝗿𝗶𝗼 𝗽𝗲𝗿 𝗰𝗮𝗺𝗯𝗶𝗮𝗿𝗲].

Nella terapia ISTDP la 𝘩𝘦𝘢𝘥-𝘰𝘯 𝘤𝘰𝘭𝘭𝘪𝘴𝘪𝘰𝘯 (che in italiano potremmo rendere come confronto diretto con la resistenza) è un momento in cui il terapeuta smette di girare intorno alla difesa psicologica e la nomina in modo chiaro e diretto.

Serve quando il paziente continua a stare male non perché manchi di comprensione ma perché, senza rendersene conto, evita sistematicamente il 𝗰𝗼𝗻𝘁𝗮𝘁𝘁𝗼 𝗰𝗼𝗻 𝗹𝗲 𝗲𝗺𝗼𝘇𝗶𝗼𝗻𝗶 che potrebbero portarlo al cambiamento.

Nei pazienti ad alta resistenza le difese sono così automatiche e radicate che la persona non le vive come un problema, ma come parte ormai stabile della propria identità (“𝘴𝘰𝘯𝘰 𝘧𝘢𝘵𝘵𝘰/𝘢 𝘤𝘰𝘴ı̀”, “𝘳𝘢𝘨𝘪𝘰𝘯𝘰 𝘵𝘳𝘰𝘱𝘱𝘰”, “𝘯𝘰𝘯 𝘳𝘪𝘦𝘴𝘤𝘰 𝘢 𝘴𝘦𝘯𝘵𝘪𝘳𝘦 𝘯𝘶𝘭𝘭𝘢”).

In questa fase il terapeuta aiuta la persona a vedere una cosa fondamentale:

𝙞𝙡 𝙥𝙧𝙤𝙗𝙡𝙚𝙢𝙖 𝙣𝙤𝙣 𝙚̀ 𝙨𝙤𝙡𝙤 𝙘𝙞𝙤̀ 𝙘𝙝𝙚 𝙘𝙞 𝙚̀ 𝙨𝙪𝙘𝙘𝙚𝙨𝙨𝙤, 𝙢𝙖 𝙘𝙞𝙤̀ 𝙘𝙝𝙚 𝙛𝙖𝙘𝙘𝙞𝙖𝙢𝙤 𝙤𝙜𝙜𝙞 𝙥𝙚𝙧 𝙣𝙤𝙣 𝙨𝙚𝙣𝙩𝙞𝙧𝙚.

È particolarmente utile perché, se fatta nel momento giusto:

- interrompe l’automatismo dell’evitamento;
- mobilita il conflitto inconscio;
- rende la resistenza visibile e non più occultata;
- restituisce alla persona una scelta consapevole tra continuare a difendersi o iniziare a sentire più nel profondo, oltre la resistenza.

Non è uno scontro con il paziente, ma un 𝗰𝗼𝗻𝗳𝗿𝗼𝗻𝘁𝗼 𝗼𝗻𝗲𝘀𝘁𝗼 𝗰𝗼𝗻 𝗹𝗮 𝘀𝘂𝗮 𝗱𝗶𝗳𝗲𝘀𝗮.
Non serve a forzare l’emozione, ma a smettere di evitarla automaticamente.

In questa fase il terapeuta chiarisce, in modo diretto ma non aggressivo, che:

- la sofferenza continua perché la resistenza è attiva;
- nessun intervento può funzionare se il paziente continua a usarla:
- il tempo in terapia viene inconsciamente sprecato se la difesa resta dominante.

Quando funziona, la persona quasi sempre inizia a sentire di più, magari con un po’ di ansia iniziale, ma anche con la sensazione che qualcosa finalmente si stia muovendo.

21/01/2026

[𝗣𝗲𝗿𝗰𝗵𝗲́ 𝗮𝗹𝗰𝘂𝗻𝗲 𝗽𝗲𝗿𝘀𝗼𝗻𝗲 𝗻𝗼𝗻 𝘀𝗲𝗻𝘁𝗼𝗻𝗼 𝗹𝗲 𝗲𝗺𝗼𝘇𝗶𝗼𝗻𝗶: 𝗶𝗹 𝗿𝘂𝗼𝗹𝗼 𝗱𝗲𝗹𝗹’𝗮𝗹𝘁𝗮 𝗿𝗲𝘀𝗶𝘀𝘁𝗲𝗻𝘇𝗮].

Nella terapia ISTDP (Psicoterapia Intensiva Dinamica Breve) si parla di paziente ad alta resistenza per indicare una persona che, pur desiderando di stare meglio, attiva in modo automatico e molto rapido 𝗱𝗶𝗳𝗲𝘀𝗲 𝗽𝗼𝘁𝗲𝗻𝘁𝗶 nel momento stesso in cui un’emozione significativa prova ad emergere.

Un paziente ad alta resistenza non è oppositivo, poco motivato a lavorare o, peggio ancora, debole perché non riesce a contattare parti di sé scomode.

Al contrario, spesso ha alle spalle 𝘀𝘁𝗼𝗿𝗶𝗲 𝗱𝗶 𝗮𝘁𝘁𝗮𝗰𝗰𝗮𝗺𝗲𝗻𝘁𝗼 𝗶𝗻𝗳𝗮𝗻𝘁𝗶𝗹𝗲 𝘁𝗿𝗮𝘂𝗺𝗮𝘁𝗶𝗰𝗼, esperienze precoci di rifiuto, abbandono o relazioni emotivamente pericolose.

Per questa ragione il suo sistema psichico ha imparato che sentire certe emozioni è troppo rischioso.

𝗟𝗮 𝗿𝗲𝘀𝗶𝘀𝘁𝗲𝗻𝘇𝗮 𝗱𝗶𝘃𝗲𝗻𝘁𝗮 𝗾𝘂𝗶𝗻𝗱𝗶 𝘂𝗻𝗮 𝘀𝘁𝗿𝗮𝘁𝗲𝗴𝗶𝗮 𝗱𝗶 𝘀𝗼𝗽𝗿𝗮𝘃𝘃𝗶𝘃𝗲𝗻𝘇𝗮.

Queste persone hanno la tendenza a:

- razionalizzare molto;
- raccontare i fatti senza un vero trasporto emotivo;
- cambiare argomento quando l’emozione si avvicina;
- somatizzare in varie forme;
- dissociarsi dal contenuto destabilizzante;
- svalutare il lavoro terapeutico proprio quando inizia a scavare più nel profondo.

𝗜𝗻 𝗜𝗦𝗧𝗗𝗣 𝗹𝗮 𝗿𝗲𝘀𝗶𝘀𝘁𝗲𝗻𝘇𝗮 𝗻𝗼𝗻 𝘃𝗶𝗲𝗻𝗲 𝗰𝗼𝗺𝗯𝗮𝘁𝘁𝘂𝘁𝗮 𝗺𝗮 𝗼𝘀𝘀𝗲𝗿𝘃𝗮𝘁𝗮, 𝗰𝗵𝗶𝗮𝗿𝗶𝘁𝗮 𝗲 𝗴𝗿𝗮𝗱𝘂𝗮𝗹𝗺𝗲𝗻𝘁𝗲 𝗱𝗶𝘀𝗮𝘁𝘁𝗶𝘃𝗮𝘁𝗮.

Il terapeuta ISTDP lavora su tre livelli fondamentali:

1. Rendere consapevole il paziente delle sue difese nel momento stesso in cui si attivano.
2. Aiutarlo a vedere il prezzo che queste difese hanno nella sua vita.
3. Costruire sufficiente sicurezza interna affinché l’emozione possa essere sentita senza diventare travolgente.

Solo quando il sistema nervoso del paziente è pronto, si facilita l’𝗮𝗰𝗰𝗲𝘀𝘀𝗼 𝗱𝗶𝗿𝗲𝘁𝘁𝗼 𝗮𝗹𝗹𝗲 𝗲𝗺𝗼𝘇𝗶𝗼𝗻𝗶 𝗽𝗿𝗼𝗳𝗼𝗻𝗱𝗲 (rabbia, dolore, paura, amore), senza aggirarle né forzarle.

Nei pazienti ad alta resistenza avviene il fenomeno per cui l’emozione viene rimossa nel momento stesso in cui compare.

Vuol dire che l’emozione non arriva nemmeno alla coscienza.

Nel preciso istante in cui nasce viene annullata, deviata, coperta da un pensiero, trasformata in un sintomo fisico o neutralizzata da un comportamento automatico.

È un processo automatico, rapidissimo e inconscio.

La persona non dice nemmeno “𝘕𝘰𝘯 𝘷𝘰𝘨𝘭𝘪𝘰 𝘴𝘦𝘯𝘵𝘪𝘳𝘦”, ma il suo sistema dice “𝘕𝘰𝘯 𝘦̀ 𝘴𝘪𝘤𝘶𝘳𝘰 𝘴𝘦𝘯𝘵𝘪𝘳𝘦”.

Ad esempio, la rabbia viene subito trasformata in ansia, il dolore diventa vuoto, il bisogno diventa autosufficienza e l’amore diventa controllo.

𝗜𝗹 𝗰𝘂𝗼𝗿𝗲 𝗱𝗲𝗹 𝗹𝗮𝘃𝗼𝗿𝗼 𝗜𝗦𝗧𝗗𝗣

Il lavoro non è insegnare a controllare le emozioni, ma aiutare il paziente a tollerarle senza esserne sopraffatto.

Quando la rimozione si allenta, l’emozione può finalmente essere 𝘃𝗶𝘀𝘀𝘂𝘁𝗮, 𝗲𝗹𝗮𝗯𝗼𝗿𝗮𝘁𝗮 𝗲𝗱 𝗶𝗻𝘁𝗲𝗴𝗿𝗮𝘁𝗮 invece di continuare a manifestarsi sotto forma di sintomi, relazioni disfunzionali o blocchi interiori.

I tre messaggi più importanti sono:

- l’alta resistenza è una difesa, non un difetto;
- la rimozione immediata dell’emozione è un meccanismo appreso molto presto nella vita;
- l’ISTDP lavora proprio lì dove l’emozione viene espulsa dal campo della coscienza, procedendo con precisione, rispetto e profondità.

Un vero lavoro terapeutico procede quindi nella direzione di una maggiore integrazione e di sanamento delle fratture interiori.

19/01/2026

I 𝗽𝗲𝗻𝘀𝗶𝗲𝗿𝗶 𝗶𝗻𝘁𝗿𝘂𝘀𝗶𝘃𝗶 nascono dall’incontro tra il normale funzionamento della mente e uno stato di vulnerabilità emotiva che abbassa le normali soglie di regolazione interna.

Non sono il segno di qualcosa che non va nella persona, né rivelano desideri nascosti o intenzioni reali.

Al contrario, sono il prodotto di una mente umana che, per sua natura, genera (potremmo anche dire 𝘳𝘪𝘤𝘦𝘷𝘦) continuamente pensieri in modo spontaneo, automatico e quasi mai controllabile in condizioni ordinarie.

𝗤𝘂𝗮𝗹 𝗲̀ 𝗹𝗮 𝗿𝗲𝗮𝗹𝗲 𝗼𝗿𝗶𝗴𝗶𝗻𝗲 𝗱𝗲𝗶 𝗽𝗲𝗻𝘀𝗶𝗲𝗿𝗶 𝗶𝗻𝘁𝗿𝘂𝘀𝗶𝘃𝗶?

Dal punto di vista psicologico e neurobiologico, la mente non funziona come un flusso lineare e volontario, ma come un sistema associativo. Ogni stimolo interno o esterno può attivare reti di memoria, immagini, emozioni e significati senza che ce ne accorgiamo.

I pensieri intrusivi emergono più facilmente quando il sistema nervoso è in uno stato di allerta. Ansia, stress, memorie traumatiche, senso di colpa, paura della perdita o bisogno di controllo abbassano la 𝘴𝘰𝘨𝘭𝘪𝘢 𝘥𝘪 𝘢𝘵𝘵𝘪𝘷𝘢𝘻𝘪𝘰𝘯𝘦 𝘮𝘦𝘯𝘵𝘢𝘭𝘦.

In queste condizioni, la mente diventa più vigile del solito e produce contenuti che potremmo definire di controllo o di allarme, spesso proprio su ciò che per noi è più importante o più temuto.

Non a caso, i pensieri intrusivi si coagulano quasi sempre intorno ai valori più profondi della persona: i figli, l’amore, la moralità, la salute e la sicurezza.

Non nascono contro ciò che amiamo, ma attorno a ciò che temiamo di perdere.

𝗣𝗲𝗿𝗰𝗵𝗲́ 𝗻𝗼𝗻 𝗽𝗼𝘀𝘀𝗶𝗮𝗺𝗼 𝗽𝗿𝗲𝘃𝗲𝗱𝗲𝗿𝗲 𝗶𝗹 𝗻𝗼𝘀𝘁𝗿𝗼 𝗽𝗿𝗼𝘀𝘀𝗶𝗺𝗼 𝗽𝗲𝗻𝘀𝗶𝗲𝗿𝗼?

Non siamo noi a scegliere i pensieri che emergono o che riceviamo, ma solo quelli a cui decidiamo di 𝘥𝘢𝘳𝘦 𝘢𝘵𝘵𝘦𝘯𝘻𝘪𝘰𝘯𝘦.

La mente lavora in gran parte a livello inconscio e preconscio, generando continuamente contenuti che salgono alla coscienza in base a connessioni associative, emozioni attive e stimoli momentanei.

Se potessimo prevedere il nostro prossimo pensiero, significherebbe che la mente funziona come una macchina razionale e lineare.

In realtà non è così.

È un sistema complesso, dinamico, influenzato da emozioni, memorie, sfera corporea e contesto.

Proprio per questo, tentare di controllare o prevenire i pensieri intrusivi li rende sovente più frequenti perché aumenta l’attenzione e l’inquietudine che gravita loro intorno.

𝗜𝗹 𝗽𝘂𝗻𝘁𝗼 𝗰𝗵𝗶𝗮𝘃𝗲 𝗻𝗼𝗻 𝗲̀ 𝗹’𝗮𝗿𝗿𝗶𝘃𝗼 𝗱𝗲𝗹 𝗽𝗲𝗻𝘀𝗶𝗲𝗿𝗼, 𝗺𝗮 𝗶𝗹 𝘀𝗶𝗴𝗻𝗶𝗳𝗶𝗰𝗮𝘁𝗼 𝗰𝗵𝗲 𝗴𝗹𝗶 𝗮𝘁𝘁𝗿𝗶𝗯𝘂𝗶𝗮𝗺𝗼.

Quando un pensiero viene interpretato come pericoloso, inaccettabile o rivelatore di qualcosa su di noi, la mente lo segnala come importante e lo ripropone.

Si crea così il famoso 𝘭𝘰𝘰𝘱.

Comprendere l’origine dei pensieri intrusivi permette di fare il passaggio fondamentale di 𝘀𝗺𝗲𝘁𝘁𝗲𝗿𝗲 𝗱𝗶 𝗹𝗼𝘁𝘁𝗮𝗿𝗲 𝗰𝗼𝗻𝘁𝗿𝗼 𝗹𝗮 𝗺𝗲𝗻𝘁𝗲 ed iniziare ad ascoltare ciò che il disagio ci sta cercando di comunicare.

È in questo spazio che il pensiero perde gradualmente il suo potere e torna ad essere ciò che è, ossia un mero evento mentale e non una verità.

18/01/2026

[𝗜𝗹 𝘀𝗶𝗻𝘁𝗼𝗺𝗼 𝗰𝗼𝗺𝗲 𝗺𝗲𝗺𝗼𝗿𝗶𝗮 𝗱𝗶 𝘀𝗼𝗽𝗿𝗮𝘃𝘃𝗶𝘃𝗲𝗻𝘇𝗮: 𝗰𝗼𝗺𝗲 𝗰𝗼𝗺𝗽𝗿𝗲𝗻𝗱𝗲𝗿𝗲 𝗶𝗹 𝘀𝘂𝗼 𝗹𝗮𝘁𝗼 𝗻𝗮𝘀𝗰𝗼𝘀𝘁𝗼].

Il sintomo non è un errore del sistema, ma una memoria vivente di ciò che è stato necessario fare per sopravvivere.

Il problema nasce quando il contesto cambia, ma la risposta adattiva rimane in essere.

Ciò che un tempo era funzionale diventa 𝗹𝗶𝗺𝗶𝘁𝗮𝗻𝘁𝗲 e il sistema continua a reagire come se la minaccia fosse ancora presente.
In ogni caso, eliminare il sintomo senza comprenderne la funzione equivale a togliere una difesa senza offrire un’alternativa.

Un approccio terapeutico realmente trasformativo non cerca di smantellare il sintomo a tutti i costi, ma di fermarsi ed entrare nella sua energia, mettendosi in ascolto.

È molto utile chiedersi: “𝘋𝘢 𝘤𝘰𝘴𝘢 𝘮𝘪 𝘩𝘢 𝘱𝘳𝘰𝘵𝘦𝘵𝘵𝘰?”, “𝘐𝘯 𝘲𝘶𝘢𝘭𝘦 𝘤𝘰𝘯𝘵𝘦𝘴𝘵𝘰 𝘦̀ 𝘯𝘢𝘵𝘰?”, “𝘊𝘰𝘴𝘢 𝘴𝘢𝘳𝘦𝘣𝘣𝘦 𝘴𝘶𝘤𝘤𝘦𝘴𝘴𝘰 𝘴𝘦 𝘯𝘰𝘯 𝘧𝘰𝘴𝘴𝘦 𝘤𝘰𝘮𝘱𝘢𝘳𝘴𝘰?”.

Solo quando il sistema nervoso e la psiche riconoscono che quelle strategie non sono più necessarie, possono gradualmente lasciarle andare.

𝗜𝗻 𝗾𝘂𝗲𝘀𝘁𝗼 𝘀𝗲𝗻𝘀𝗼, 𝗹𝗮 𝗴𝘂𝗮𝗿𝗶𝗴𝗶𝗼𝗻𝗲 𝗻𝗼𝗻 𝗲̀ 𝘂𝗻𝗮 𝗰𝗼𝗿𝗿𝗲𝘇𝗶𝗼𝗻𝗲, 𝗺𝗮 𝘂𝗻 𝗮𝗴𝗴𝗶𝗼𝗿𝗻𝗮𝗺𝗲𝗻𝘁𝗼.

Il sintomo si allenta non perché viene combattuto, ma perché la funzione di sopravvivenza che svolgeva viene sostituita da nuove possibilità di regolazione, relazione e senso.

[𝗤𝘂𝗮𝗻𝗱𝗼 𝗹’𝗮𝗹𝘁𝗿𝗼 𝗻𝗼𝗻 𝗲̀ 𝗹’𝗮𝗹𝘁𝗿𝗼: 𝘁𝗿𝗮𝗻𝘀𝗳𝗲𝗿𝘁 𝗲 𝗽𝗿𝗼𝗶𝗲𝘇𝗶𝗼𝗻𝗲 𝗮 𝗰𝗼𝗻𝗳𝗿𝗼𝗻𝘁𝗼].Il transfert e la proiezione sono fenomeni distinti,...
16/01/2026

[𝗤𝘂𝗮𝗻𝗱𝗼 𝗹’𝗮𝗹𝘁𝗿𝗼 𝗻𝗼𝗻 𝗲̀ 𝗹’𝗮𝗹𝘁𝗿𝗼: 𝘁𝗿𝗮𝗻𝘀𝗳𝗲𝗿𝘁 𝗲 𝗽𝗿𝗼𝗶𝗲𝘇𝗶𝗼𝗻𝗲 𝗮 𝗰𝗼𝗻𝗳𝗿𝗼𝗻𝘁𝗼].

Il transfert e la proiezione sono fenomeni distinti, ma con elementi importanti in comune.

Condividerne le analogie senza confonderli è essenziale per comprendere cosa accade nelle relazioni significative e, in particolare, nel setting terapeutico.

𝗟𝗮 𝗽𝗿𝗼𝗶𝗲𝘇𝗶𝗼𝗻𝗲: 𝘂𝗻 𝗺𝗲𝗰𝗰𝗮𝗻𝗶𝘀𝗺𝗼 𝗴𝗲𝗻𝗲𝗿𝗮𝗹𝗲 𝗽𝗲𝗿 𝗰𝗲𝗿𝗰𝗮𝗿𝗲 𝘂𝗻 𝗰𝗼𝗻𝘁𝗮𝘁𝘁𝗼 𝗰𝗼𝗻 𝗹𝗲 𝗻𝗼𝘀𝘁𝗿𝗲 𝗽𝗮𝗿𝘁𝗶 𝗶𝗻𝗮𝗰𝗰𝗲𝘁𝘁𝗮𝗯𝗶𝗹𝗶

La proiezione è un processo psichico attraverso cui contenuti interni non riconosciuti o ammissibili come emozioni, impulsi scomodi, parti dell’identità o immagini archetipiche vengono attribuiti all’esterno. Ciò che non può essere tollerato, razionalizzato o integrato viene spostato sull’altro. Questo accade in modo diffuso nella vita quotidiana e nelle relazioni affettive.

Nella prospettiva di Carl Gustav Jung, la proiezione riguarda spesso contenuti archetipici (come Anima e Animus) ed è una modalità con cui l’inconscio tenta di entrare in relazione con la coscienza.

La proiezione non è patologica di per sé, ma diventa problematica quando resta inconsapevole mantenendo la scissione interna.

𝗜𝗹 𝘁𝗿𝗮𝗻𝘀𝗳𝗲𝗿𝘁, 𝘂𝗻𝗮 𝗽𝗿𝗼𝗶𝗲𝘇𝗶𝗼𝗻𝗲 𝗿𝗲𝗹𝗮𝘇𝗶𝗼𝗻𝗮𝗹𝗲 𝘀𝘁𝗿𝘂𝘁𝘁𝘂𝗿𝗮𝘁𝗮

Il transfert, concettualizzato originariamente da Sigmund Freud, è una forma specifica di proiezione che si attiva all’interno della relazione terapeutica. Il paziente trasferisce sul terapeuta emozioni, aspettative, paure e modalità relazionali che appartengono a relazioni significative del passato, soprattutto primarie.

La differenza fondamentale è il contesto e la funzione:

- la proiezione può avvenire su chiunque ed è spesso bidirezionale e inconsapevole;
- il transfert avviene in un setting asimmetrico e protetto e può essere utilizzato come strumento clinico.

Nel transfert, il terapeuta non è solo un contenitore casuale ma una figura che, proprio grazie alla neutralità e alla continuità del setting, permette a questi contenuti di emergere in modo osservabile e trasformabile.

𝗟𝗲 𝟯 𝗱𝗶𝗳𝗳𝗲𝗿𝗲𝗻𝘇𝗲 𝗰𝗵𝗶𝗮𝘃𝗲 𝘁𝗿𝗮 𝘁𝗿𝗮𝗻𝘀𝗳𝗲𝗿𝘁 𝗲 𝗽𝗿𝗼𝗶𝗲𝘇𝗶𝗼𝗻𝗲

- Finalità. La proiezione serve ad espellere e collocare all’esterno un contenuto interno; il transfert rende visibili e riattualizza modelli relazionali inconsci.
- Consapevolezza. La proiezione resta spesso agita mentre il transfert, nel lavoro terapeutico, può essere riconosciuto e portato alla luce della consapevolezza.
- Relazione. Nella proiezione l’altro viene usato come supporto, mentre nel transfert la relazione diventa il campo stesso dell’elaborazione.

𝗟𝗲 𝗮𝗻𝗮𝗹𝗼𝗴𝗶𝗲 𝗽𝗿𝗼𝗳𝗼𝗻𝗱𝗲

La similitudine principale è che in entrambi i casi 𝘭’𝘢𝘭𝘵𝘳𝘰 𝘯𝘰𝘯 𝘷𝘪𝘦𝘯𝘦 𝘷𝘪𝘴𝘵𝘰 𝘱𝘦𝘳 𝘤𝘪𝘰̀ 𝘤𝘩𝘦 𝘦̀, ma 𝘱𝘦𝘳 𝘤𝘪𝘰̀ 𝘤𝘩𝘦 𝘳𝘢𝘱𝘱𝘳𝘦𝘴𝘦𝘯𝘵𝘢.

Nella proiezione come nel transfert la percezione è filtrata da memorie emotive, affettive e corporee che appartengono al passato ma vengono vissute come presenti.

Inoltre, sia la proiezione sia il transfert hanno una forte carica affettiva, resistono alla correzione razionale e si sciolgono solo attraverso l'esperienza, non la spiegazione.

In sintesi, la proiezione è un meccanismo psichico generale e il transfert è una sua forma specifica, relazionale e clinicamente utilizzabile.

Si potrebbe dire che il transfert è una proiezione che ha trovato un luogo in cui può essere osservata, contenuta e trasformata, anziché semplicemente agita.

Proprio alla luce di questo, nel contesto della terapia ciò che altrove crea confusione e sofferenza può diventare uno dei principali strumenti di guarigione.

Quando un’esperienza è troppo intensa, precoce o pericolosa da un punto di vista relazionale per essere integrata, il si...
14/01/2026

Quando un’esperienza è troppo intensa, precoce o pericolosa da un punto di vista relazionale per essere integrata, il sistema nervoso e la psiche non smettono di funzionare, ma si trovano costretti a cambiare strategia.

𝗤𝘂𝗲𝗹𝗹𝗼 𝗰𝗵𝗲 𝗱𝗮𝗹𝗹’𝗲𝘀𝘁𝗲𝗿𝗻𝗼 𝗮𝗽𝗽𝗮𝗿𝗲 𝗰𝗼𝗺𝗲 𝘀𝗶𝗻𝘁𝗼𝗺𝗼 𝗲̀, 𝗱𝗮𝗹𝗹’𝗶𝗻𝘁𝗲𝗿𝗻𝗼, 𝘂𝗻 𝘁𝗲𝗻𝘁𝗮𝘁𝗶𝘃𝗼 𝗱𝗶 𝗮𝗱𝗮𝘁𝘁𝗮𝗺𝗲𝗻𝘁𝗼 𝗲 𝗱𝗶 𝘀𝗼𝗽𝗿𝗮𝘃𝘃𝗶𝘃𝗲𝗻𝘇𝗮.

L’adattamento avviene su più livelli, finemente ma saldamente intrecciati tra di loro.

A livello del 𝘀𝗶𝘀𝘁𝗲𝗺𝗮 𝗻𝗲𝗿𝘃𝗼𝘀𝗼, l’organismo modifica il proprio stato di base.
Se l’esperienza è percepita come minacciosa e imprevedibile, il sistema può rimanere cronicamente in allerta con iperattivazione, ansia, ipervigilanza e tensione corporea costante.

Se, invece, la minaccia è vissuta come inevitabile o senza via di fuga, può instaurarsi una risposta di spegnimento caratterizzata da rallentamento, collasso energetico, ritiro in sé stessi e anestesia emotiva.

In entrambi i casi, il sistema non è disfunzionale, ma bloccato in una risposta che un tempo è stata necessaria.

A livello 𝗽𝘀𝗶𝗰𝗵𝗶𝗰𝗼, ciò che non può essere razionalizzato va incontro a separazione dalla coscienza.
Emozioni, impulsi o ricordi non integrabili vengono tenuti fuori dalla sfera conscia attraverso meccanismi come la 𝘥𝘪𝘴𝘴𝘰𝘤𝘪𝘢𝘻𝘪𝘰𝘯𝘦, la 𝘴𝘤𝘪𝘴𝘴𝘪𝘰𝘯𝘦 o l’𝘦𝘷𝘪𝘵𝘢𝘮𝘦𝘯𝘵𝘰.

Questo permette di continuare a funzionare ma al prezzo di una perdita di continuità interna. La persona può sentirsi in qualche modo spenta, frammentata o estranea a parti di sé senza comprenderne il motivo.

Un altro adattamento frequente è la 𝗰𝗼𝘀𝘁𝗿𝘂𝘇𝗶𝗼𝗻𝗲 𝗱𝗶 𝘀𝗶𝗴𝗻𝗶𝗳𝗶𝗰𝗮𝘁𝗶 𝗽𝗿𝗼𝘁𝗲𝘁𝘁𝗶𝘃𝗶. La psiche tende ad organizzare l’esperienza traumatica in narrazioni che preservano il legame o la sopravvivenza.

Colpa, vergogna e autosvalutazione (“sono io il problema”) risultano spesso meno minacciose, per un bambino, dell’idea che l’ambiente o le figure di riferimento siano inaffidabili o indisponibili.
Queste convinzioni possono persistere nell’età adulta come schemi rigidi e auto-invalidanti.

Nel tempo, il sistema può anche ricorrere a 𝘀𝘁𝗿𝗮𝘁𝗲𝗴𝗶𝗲 𝗱𝗶 𝗿𝗲𝗴𝗼𝗹𝗮𝘇𝗶𝗼𝗻𝗲 𝘀𝗼𝘀𝘁𝗶𝘁𝘂𝘁𝗶𝘃𝗮 con comportamenti compulsivi, controllo, dipendenze e somatizzazioni varie. Non sono scelte casuali, ma tentativi di modulare stati interni che altrimenti sarebbero ingestibili.

L’adattamento diventa sofferenza quando l’esperienza non integrata continua ad essere trattata come presente.

Il sistema nervoso reagisce 𝗰𝗼𝗺𝗲 𝘀𝗲 𝗶𝗹 𝗽𝗲𝗿𝗶𝗰𝗼𝗹𝗼 𝗳𝗼𝘀𝘀𝗲 𝗮𝗻𝗰𝗼𝗿𝗮 𝗮𝘁𝘁𝘂𝗮𝗹𝗲 e la psiche continua ad organizzarsi intorno a qualcosa che non può essere né riconosciuto né concluso.

La guarigione non consiste nello smantellamento di queste risposte, ma nella creazione delle condizioni affinché ciò che è stato separato possa essere gradualmente sentito, nominato e integrato.

Quando l’esperienza trova finalmente uno spazio sicuro nel perimetro della relazione terapeutica e nella coscienza, l’adattamento smette di essere rigido.

𝗜𝗹 𝘀𝗶𝘀𝘁𝗲𝗺𝗮 𝗻𝗼𝗻 𝗵𝗮 𝗽𝗶𝘂̀ 𝗯𝗶𝘀𝗼𝗴𝗻𝗼 𝗱𝗶 𝗱𝗶𝗳𝗲𝗻𝗱𝗲𝗿𝘀𝗶 𝗱𝗮 𝗰𝗶𝗼̀ 𝗰𝗵𝗲, 𝗳𝗶𝗻𝗮𝗹𝗺𝗲𝗻𝘁𝗲, 𝗽𝘂𝗼̀ 𝗲𝘀𝘀𝗲𝗿𝗲 𝗿𝗶𝗰𝗼𝗻𝗼𝘀𝗰𝗶𝘂𝘁𝗼 𝗰𝗼𝗺𝗲 𝗽𝗮𝘀𝘀𝗮𝘁𝗼.

I sintomi si sgonfiano e vengono lasciati andare quando non servono più, quando sono diventati superflui.

La 𝗱𝗲𝗽𝗿𝗲𝘀𝘀𝗶𝗼𝗻𝗲, in molti casi, non è solo un disturbo dell’umore, ma l’espressione tardiva di esperienze traumatiche che...
12/01/2026

La 𝗱𝗲𝗽𝗿𝗲𝘀𝘀𝗶𝗼𝗻𝗲, in molti casi, non è solo un disturbo dell’umore, ma l’espressione tardiva di esperienze traumatiche che non hanno trovato alcuna possibilità di elaborazione.

È l’eco attuale di dolori antichi sedimentati dentro di noi, dove la nostra coscienza in condizioni ordinarie non ha accesso.

Più che un’emozione, può essere compresa come uno stato del sistema nervoso, una risposta adattiva cronicizzata che emerge quando le strategie di difesa attive non sono più sostenibili.

I traumi relazionali precoci, in particolare quelli caratterizzati da trascuratezza emotiva, imprevedibilità o inversione dei ruoli con adultizzazione precoce non producono sempre sintomi immediati.

In molti casi depositano un’impronta silenziosa che si manifesta nel tempo sotto forma di ritiro, anedonia, senso di vuoto e perdita di vitalità.

Qui 𝗹𝗮 𝗱𝗲𝗽𝗿𝗲𝘀𝘀𝗶𝗼𝗻𝗲 𝗿𝗮𝗽𝗽𝗿𝗲𝘀𝗲𝗻𝘁𝗮 𝘂𝗻𝗮 𝗳𝗼𝗿𝗺𝗮 𝗱𝗶 𝗰𝗼𝗻𝗴𝗲𝗹𝗮𝗺𝗲𝗻𝘁𝗼 dove il sistema si spegne parzialmente per ridurre il dolore che non può essere né contattato né condiviso.

Questa condizione viene talvolta interpretata come mancanza di motivazione o come un difetto di personalità, ma in realtà segnala un tentativo di sopravvivenza.

L’energia psichica non è assente ma trattenuta, immobilizzata, aggrovigliata intorno a contenuti emotivi che non hanno mai trovato un contesto sicuro per emergere.

La tristezza, la rabbia e il bisogno di contatto rimangono 𝘥𝘪𝘴𝘴𝘰𝘤𝘪𝘢𝘵𝘪, trasformandosi in un senso globale di inutilità o di stanchezza esistenziale.

In una prospettiva terapeutica orientata al trauma, la guarigione non consiste nell'impostare una reazione o nel forzare il cambiamento, ma nella creazione delle condizioni perché 𝗰𝗶𝗼̀ 𝗰𝗵𝗲 𝗲̀ 𝘀𝘁𝗮𝘁𝗼 𝗰𝗼𝗻𝗴𝗲𝗹𝗮𝘁𝗼 𝗽𝗼𝘀𝘀𝗮 𝗴𝗿𝗮𝗱𝘂𝗮𝗹𝗺𝗲𝗻𝘁𝗲 𝘁𝗼𝗿𝗻𝗮𝗿𝗲 𝗶𝗻 𝗺𝗼𝘃𝗶𝗺𝗲𝗻𝘁𝗼.

Quando l’esperienza traumatica viene riconosciuta e validata, la depressione smette di essere un enigma e inizia a rivestire la funzione di traccia comprensibile di ciò che è rimasto inascoltato.

In questo senso, non è il nemico da combattere, ma un’eco da ascoltare con attenzione, un portale di accesso a contenuti che giacciono nel nostro profondo e attendono da una vita di essere riscoperti e rielaborati.

11/01/2026

[𝗤𝘂𝗮𝗻𝗱𝗼 𝗶𝗻𝘃𝗮𝗹𝗶𝗱𝗶𝗮𝗺𝗼 𝗻𝗼𝗶 𝘀𝘁𝗲𝘀𝘀𝗶: 𝗴𝗮𝘀𝗹𝗶𝗴𝗵𝘁𝗶𝗻𝗴 𝗶𝗻𝘁𝗲𝗿𝗶𝗼𝗿𝗲, 𝗿𝗲𝗴𝗼𝗹𝗮𝘇𝗶𝗼𝗻𝗲 𝗲𝗺𝗼𝘁𝗶𝘃𝗮 𝗲 𝗴𝘂𝗮𝗿𝗶𝗴𝗶𝗼𝗻𝗲].

Il gaslighting non è sempre qualcosa che subiamo dall’esterno.
Molto più spesso di quanto immaginiamo, siamo noi a farlo a noi stessi.

La manipolazione maligna del percepito e del dialogo interno può prendere le mosse da 𝘮𝘰𝘥𝘦𝘭𝘭𝘪 𝘥𝘪𝘴𝘧𝘶𝘯𝘻𝘪𝘰𝘯𝘢𝘭𝘪 che abbiamo appreso precocemente, in genere durante l'infanzia.

Ambienti in cui le emozioni venivano minimizzate, negate o ridicolizzate insegnano, nel tempo, a dubitare sistematicamente della propria esperienza interna.

In alcuni casi può essere scambiato per lucidità, autocontrollo o intuizione, ma è spesso auto-abbandono.

Se la nostra vocina interna ci sussurra cose come:

- "𝘕𝘰𝘯 𝘥𝘰𝘷𝘳𝘦𝘪 𝘴𝘦𝘯𝘵𝘪𝘳𝘮𝘪 𝘤𝘰𝘴ı̀."
- "𝘈𝘭𝘵𝘳𝘪 𝘴𝘵𝘢𝘯𝘯𝘰 𝘱𝘦𝘨𝘨𝘪𝘰 𝘥𝘪 𝘮𝘦."
- "𝘚𝘵𝘰 𝘦𝘴𝘢𝘨𝘦𝘳𝘢𝘯𝘥𝘰 𝘢 𝘴𝘵𝘢𝘳𝘦 𝘤𝘰𝘴ı̀ 𝘮𝘢𝘭𝘦."

Questa non è regolazione emozionale, né smantellamento di una distorsione prospettica.
Questo è gaslighting fatto a sé stessi, che interrompe il contatto con il corpo e con il sistema nervoso che sta cercando di segnalare qualcosa di reale.

La validazione autentica ha una qualità completamente diversa.
Significa riconoscere che ciò che proviamo ha una logica interna, anche quando non ne comprendiamo subito l’origine.

La validazione reale dei propri stati interiori dovrebbe quindi suonare così:

- "𝘏𝘢 𝘴𝘦𝘯𝘴𝘰 𝘤𝘩𝘦 𝘪𝘰 𝘮𝘪 𝘴𝘦𝘯𝘵𝘢 𝘤𝘰𝘴ı̀.”
- "𝘐𝘭 𝘮𝘪𝘰 𝘴𝘪𝘴𝘵𝘦𝘮𝘢 𝘯𝘦𝘳𝘷𝘰𝘴𝘰 𝘴𝘵𝘢 𝘳𝘪𝘴𝘱𝘰𝘯𝘥𝘦𝘯𝘥𝘰 𝘢 𝘲𝘶𝘢𝘭𝘤𝘰𝘴𝘢 𝘤𝘩𝘦 𝘱𝘦𝘳𝘤𝘦𝘱𝘪𝘴𝘤𝘦 𝘤𝘰𝘮𝘦 𝘴𝘪𝘨𝘯𝘪𝘧𝘪𝘤𝘢𝘵𝘪𝘷𝘰."
- "𝘗𝘰𝘴𝘴𝘰 𝘳𝘪𝘤𝘰𝘯𝘰𝘴𝘤𝘦𝘳𝘦 𝘵𝘶𝘵𝘵𝘰 𝘲𝘶𝘦𝘴𝘵𝘰 𝘴𝘦𝘯𝘻𝘢 𝘨𝘪𝘶𝘥𝘪𝘤𝘢𝘳𝘮𝘪 𝘪𝘯 𝘮𝘰𝘥𝘰 𝘯𝘦𝘨𝘢𝘵𝘪𝘷𝘰."

La validazione, ovviamente, non significa crogiolarsi nella propria inerzia o nel proprio disagio emotivo.
Significa, più semplicemente, che la smettiamo di ingaggiare discussioni con il nostro sistema nervoso per un tempo sufficientemente lungo ai fini della guarigione.

Nella terapia EMDR questo cambiamento di prospettiva ha un peso notevole.

𝗡𝗼𝗻 𝗽𝗼𝘀𝘀𝗶𝗮𝗺𝗼 𝗿𝗶𝘀𝗰𝗿𝗶𝘃𝗲𝗿𝗲 𝗼 𝗿𝗶𝗲𝗹𝗮𝗯𝗼𝗿𝗮𝗿𝗲 𝗰𝗶𝗼̀ 𝗰𝗵𝗲 𝗰𝗼𝗻𝘁𝗶𝗻𝘂𝗶𝗮𝗺𝗼 𝗮 𝗻𝗼𝗻 𝘃𝗮𝗹𝗶𝗱𝗮𝗿𝗲 𝗼 𝘀𝘃𝗮𝗹𝘂𝘁𝗮𝗿𝗲.

La memoria traumatica e le risposte emotive ad essa collegate possono trasformarsi solo se vengono prima riconosciute come legittime.

La validazione non significa essere indulgenti, passivi o bloccati.
La validazione è correttiva, restituendo continuità all’esperienza interna e riaprendo il processo di guarigione.

09/01/2026

La 𝗴𝘂𝗮𝗿𝗶𝗴𝗶𝗼𝗻𝗲 non sempre si manifesta attraverso la generica sensazione di sentirsi meglio.

A volte è accompagnata da una maggiore stanchezza perché il nostro sistema nervoso sta finalmente uscendo da una modalità di 𝘴𝘰𝘱𝘳𝘢𝘷𝘷𝘪𝘷𝘦𝘯𝘻𝘢 o di iperattivazione.

Altre volte può apparire come caotica e inaspettata, proprio perché il maggior 𝗮𝗰𝗰𝗲𝘀𝘀𝗼 𝗮𝗹𝗹𝗲 𝗽𝗿𝗼𝗽𝗿𝗶𝗲 𝗲𝗺𝗼𝘇𝗶𝗼𝗻𝗶 ci porta a farne esperienza in una modalità sicura.

I vecchi schemi e modelli disfunzionali potrebbero avere un picco improvviso prima di allentare la presa su di noi.
Un colpo di reni.
Il canto del cigno.

Se nel corso del processo vogliamo più spazio, più ossigeno, più pause o confini più chiari, questo non significa che stiamo retrocedendo o che i risultati siano addirittura opposti rispetto all'atteso.

Significa, semplicemente, che 𝗶𝗹 𝗻𝗼𝘀𝘁𝗿𝗼 𝘀𝗶𝘀𝘁𝗲𝗺𝗮 𝗻𝗲𝗿𝘃𝗼𝘀𝗼 𝘀𝘁𝗮 𝗮𝗴𝗴𝗶𝗼𝗿𝗻𝗮𝗻𝗱𝗼 𝗹𝗲 𝘀𝘂𝗲 𝗺𝗼𝗱𝗮𝗹𝗶𝘁𝗮̀ 𝗽𝗲𝗿 𝘁𝗲𝗻𝗲𝗿𝗰𝗶 𝗮𝗹 𝘀𝗶𝗰𝘂𝗿𝗼.

Il concetto più importante in tutto questo è che la guarigione non è mai lineare.

È uno spostamento graduale, spesso con alti e bassi, verso il recupero, una maggiore flessibilità e scelte non più condizionate dalla ferita o dal trauma.

[𝗟’𝗶𝗻𝗴𝗮𝗻𝗻𝗼 𝗱𝗲𝗹𝗹’𝗮𝗻𝗶𝗺𝗮 𝗴𝗲𝗺𝗲𝗹𝗹𝗮: 𝗹’𝗮𝗿𝗰𝗵𝗲𝘁𝗶𝗽𝗼 𝗱𝗲𝗹𝗹’𝗔𝗻𝗶𝗺𝗮 𝗲 𝗱𝗲𝗹𝗹’𝗔𝗻𝗶𝗺𝘂𝘀 𝗲 𝗹𝗮 𝗽𝗲𝗿𝗱𝗶𝘁𝗮 𝗱𝗲𝗶 𝗰𝗼𝗻𝗳𝗶𝗻𝗶 𝗱𝗲𝗹𝗹’𝗜𝗼].In alcuni casi, la...
07/01/2026

[𝗟’𝗶𝗻𝗴𝗮𝗻𝗻𝗼 𝗱𝗲𝗹𝗹’𝗮𝗻𝗶𝗺𝗮 𝗴𝗲𝗺𝗲𝗹𝗹𝗮: 𝗹’𝗮𝗿𝗰𝗵𝗲𝘁𝗶𝗽𝗼 𝗱𝗲𝗹𝗹’𝗔𝗻𝗶𝗺𝗮 𝗲 𝗱𝗲𝗹𝗹’𝗔𝗻𝗶𝗺𝘂𝘀 𝗲 𝗹𝗮 𝗽𝗲𝗿𝗱𝗶𝘁𝗮 𝗱𝗲𝗶 𝗰𝗼𝗻𝗳𝗶𝗻𝗶 𝗱𝗲𝗹𝗹’𝗜𝗼].

In alcuni casi, la relazione di coppia diventa il luogo privilegiato di una proiezione archetipica, quella dell’Anima o dell’Animus.

Per via del funzionamento stesso della psiche umana, diventa estremamente difficile ritirare questo tipo di proiezione finché si è in relazione.

Secondo Carl Gustav Jung, Anima e Animus sono 𝗶𝗺𝗺𝗮𝗴𝗶𝗻𝗶 𝗮𝗿𝗰𝗵𝗲𝘁𝗶𝗽𝗶𝗰𝗵𝗲 dell’inconscio collettivo che rappresentano, rispettivamente, il principio femminile nell’uomo e il principio maschile nella donna.

Queste immagini non sono semplici tratti di personalità, ma strutture simboliche molto potenti, cariche di affettività e di energia psichica.

Quando non vengono riconosciute come parti interne, analogamente a quanto accade per tutte le altre istanze psichiche tendono inevitabilmente ad 𝗲𝘀𝘀𝗲𝗿𝗲 𝗽𝗿𝗼𝗶𝗲𝘁𝘁𝗮𝘁𝗲 𝗮𝗹𝗹’𝗲𝘀𝘁𝗲𝗿𝗻𝗼, quasi sempre su una figura significativa del sesso opposto.

Il partner che sembra identico alla nostra Anima o al nostro Animus non è tale in quanto persona reale, ma perché viene investito di un contenuto inconscio che non appartiene a lui, bensì alla psiche di chi proietta.

In questa fase, la relazione assume un carattere numinoso dove l’altro appare unico, assoluto e necessario, spesso accompagnato da un senso di destino o di riconoscimento immediato.

𝗜𝗹 𝗴𝗿𝗼𝘀𝘀𝗼 𝗽𝗿𝗼𝗯𝗹𝗲𝗺𝗮 𝗱𝗶 𝗳𝗼𝗻𝗱𝗼 𝗲̀ 𝗰𝗵𝗲 𝗰𝗶𝗼̀ 𝗰𝗵𝗲 𝘃𝗶𝗲𝗻𝗲 𝗮𝗺𝗮𝘁𝗼 𝗼𝗱 𝗼𝗱𝗶𝗮𝘁𝗼 𝗻𝗼𝗻 𝗲̀ 𝗹’𝗮𝗹𝘁𝗿𝗼 𝗻𝗲𝗹𝗹𝗮 𝘀𝘂𝗮 𝗿𝗲𝗮𝗹𝘁𝗮̀, 𝗺𝗮 𝗹’𝗶𝗺𝗺𝗮𝗴𝗶𝗻𝗲 𝗮𝗿𝗰𝗵𝗲𝘁𝗶𝗽𝗶𝗰𝗮 𝗰𝗵𝗲 𝗲𝗴𝗹𝗶 𝗶𝗻𝗰𝗮𝗿𝗻𝗮 𝗶𝗻𝗰𝗼𝗻𝘀𝗰𝗶𝗮𝗺𝗲𝗻𝘁𝗲.

È qui che possiamo comprendere perché la proiezione non possa essere ritirata finché il rapporto è attivo.

La relazione stessa funge da 𝘤𝘰𝘯𝘵𝘦𝘯𝘪𝘵𝘰𝘳𝘦 𝘱𝘳𝘰𝘪𝘦𝘵𝘵𝘪𝘷𝘰 e la presenza concreta dell’altro, il legame affettivo, il desiderio e la dipendenza emotiva mantengono viva l’illusione che l’Anima o l’Animus risiedano realmente fuori da sé.

Ogni interazione rafforza e cristallizza la proiezione perché l’inconscio trova continue conferme simboliche, anche quando la realtà dell’altro le contraddice.

Il tentativo di vedere la proiezione mentre si resta immersi nella relazione è spesso destinato a fallire. La coscienza può intuire qualcosa, ma l’investimento libidico rimane attivo.

𝗜𝗻 𝗮𝘀𝘀𝗲𝗻𝘇𝗮 𝗱𝗶 𝗱𝗶𝘀𝘁𝗮𝗻𝘇𝗮 𝗽𝘀𝗶𝗰𝗵𝗶𝗰𝗮 𝗲 𝗿𝗲𝗹𝗮𝘇𝗶𝗼𝗻𝗮𝗹𝗲, 𝗹𝗮 𝗽𝗿𝗼𝗶𝗲𝘇𝗶𝗼𝗻𝗲 𝗻𝗼𝗻 𝘀𝗼𝗹𝗼 𝗽𝗲𝗿𝘀𝗶𝘀𝘁𝗲, 𝗺𝗮 𝘁𝗲𝗻𝗱𝗲 𝗮𝗱 𝗶𝗻𝘁𝗲𝗻𝘀𝗶𝗳𝗶𝗰𝗮𝗿𝘀𝗶.

L’altro viene progressivamente svuotato della sua soggettività reale e trasformato sempre più in mero supporto dell’immagine archetipica. Questo processo può portare a dinamiche di idealizzazione estrema e di fusione oppure, nel polo opposto, di persecuzione e distruttività.

Ad un certo punto, la proiezione può diventare talmente forte da trasformarsi in psicosi perché si assiste ad una perdita progressiva del confine tra mondo interno e mondo esterno.

𝗟’𝗜𝗼 𝗻𝗼𝗻 𝗿𝗶𝗲𝘀𝗰𝗲 𝗽𝗶𝘂̀ 𝗮 𝗱𝗶𝘀𝘁𝗶𝗻𝗴𝘂𝗲𝗿𝗲 𝗰𝗶𝗼̀ 𝗰𝗵𝗲 𝗮𝗽𝗽𝗮𝗿𝘁𝗶𝗲𝗻𝗲 𝗮𝗹𝗹𝗮 𝗽𝗿𝗼𝗽𝗿𝗶𝗮 𝘃𝗶𝘁𝗮 𝗽𝘀𝗶𝗰𝗵𝗶𝗰𝗮 𝗱𝗮 𝗰𝗶𝗼̀ 𝗰𝗵𝗲 𝗮𝗽𝗽𝗮𝗿𝘁𝗶𝗲𝗻𝗲 𝗮𝗹𝗹’𝗮𝗹𝘁𝗿𝗼.

Nei casi più estremi il partner viene vissuto come onnipotente, salvifico o demoniaco ed ogni evento relazionale assume un significato assoluto e totalizzante.

Non si tratta necessariamente di una psicosi clinica strutturata, ma di un funzionamento psichico di tipo psicotico, caratterizzato da una concretezza simbolica e da una forte alterazione del senso di realtà.

Il ritiro della proiezione richiede, invece, una separazione non solo fisica, ma soprattutto psichica. È necessario che il legame venga sospeso o profondamente trasformato affinché l’energia proiettata possa tornare all’interno e l’immagine dell’Anima o dell’Animus venga riconosciuta come contenuto interno da integrare.

Questo processo è spesso terribilmente doloroso perché implica la perdita dell’illusione, del senso di completezza e di salvezza che la proiezione offriva.

In una prospettiva terapeutica, 𝗶𝗹 𝗹𝗮𝘃𝗼𝗿𝗼 𝗰𝗼𝗻𝘀𝗶𝘀𝘁𝗲 𝗻𝗲𝗹 𝗱𝗶𝗳𝗳𝗲𝗿𝗲𝗻𝘇𝗶𝗮𝗿𝗲 𝗹’𝗮𝗹𝘁𝗿𝗼 𝗱𝗮𝗹𝗹’𝗮𝗿𝗰𝗵𝗲𝘁𝗶𝗽𝗼 𝗲 𝗹’𝗮𝗿𝗰𝗵𝗲𝘁𝗶𝗽𝗼 𝗱𝗮𝗹𝗹’𝗜𝗼.

Solo quando l’Anima o l’Animus vengono progressivamente interiorizzati, la relazione può eventualmente rinascere su un piano più reale, umano e limitato, oppure concludersi senza che ciò comporti un crollo rovinoso dell’identità.

In assenza di questo lavoro, la relazione resta sotto scacco matto della proiezione e l’individuo rimane alienato da una parte essenziale della propria vita psichica.

Indirizzo

Via Guglielmo Marconi, 3/B/Scala F
Novara
28100

Orario di apertura

Lunedì 09:00 - 13:00
15:00 - 20:00
Martedì 09:00 - 13:00
15:00 - 20:00
Mercoledì 09:00 - 13:00
15:00 - 20:00
Giovedì 09:00 - 13:00
15:00 - 20:00
Venerdì 09:00 - 13:00
15:00 - 20:00
Sabato 09:00 - 13:00

Telefono

+393287507122

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La psicoterapia come via verso l’Anima.

Non possiamo ignorare l'inconscio. Non possiamo fingere che la nostra ombra non esista. Non possiamo pretendere di respingere per sempre tutto ciò che non ci piace, o a cui non vogliamo dare diritto di cittadinanza. Le risposte più esatte su chi siamo risiedono proprio nella nostra ombra. Diverse nostre risorse, e talenti, si celano nell'ombra.

Lo scopo più grande della Psicoterapia Medica Olistica è lo svolgimento di un lavoro specifico sulla propria parte ombra, sul proprio inconscio, sia mentale che emotivo. Rendere coscienti le nostre ombre è la via più rapida verso l'integrità del proprio Essere, è un ponte sicuro verso la propria Anima e verso l'ingresso del Divino nella nostra Vita.